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giovedì 23 giugno 2016

La politica superata e quella nuova da inventare. E alle nuove sindache diciamo

Scrive su Noi Donne Tiziana Bartolini che i ballottaggi del 19 giugno hanno ridisegnato il sentire delle italiane e degli italiani e aperto squarci in muri di gomma. Vero. E - anche se l'affermazione del femminile non ci è mai parso nel minimo interesse dei 5Stelle, però uno di questi squarci è stato proprio quello che ha portato al vertice 2 donne.


E la prima donna in Campidoglio in 3.000 anni di storia - come sottolinea la stampa estera; e a  proposito: in Campidoglio, quante donne in rapporto ai partiti? Eccole: M5S: 16 donne su 29 seggi • Pd: 3 su 6 • Fratelli d’Italia: zero su 4 • lista Marchini: zero su 2. 
Inoltre vero anche che il risultato dei 5Stelle è stato travolgente: con la vittoria di 19 ballottaggi su 20, l’affermazione del M5S è stata diffusa e con una valenza simbolica oltre che storica. Così avveniva anche nel 2013, sull'onda di un immenso afflato di cambiamento, ma tutte le speranze di cambiamento, allora, caddero nel nulla; tutto è ricominciato come al solito; ed è anche per questo che, se allora votavamo con speranza, adesso votiamo ancora per il cambiamento, ma ci tocca lottare con la disperazione. L'occasione storica di allora fu sprecata, e non solo dal Movimento 5stelle; quel momento di speranze però lo ricordiamo bene; è proprio allora che è nata la rete-blog della Politica Femminile; è in quel momento che - senza essere nessuno, "solo" donne, gruppi eterogenei di donne - abbiamo invitato tutte e tutti a una politica in grado di includere anche il femminile, e cercato anche di spiegare: ma il femminile, in che senso?
Alle nuove sindache, dunque, oggi diciamo: ascoltate - almeno voi, finalmente, le donne. Mettete a frutto (anche) il vostro prezioso essere donne - obbligate la politica a rispondere: ma di quale crescita si parla? come superare la cultura (e dunque l'economia e la politica) dello stupro? 
Riflettete sul metodo - perché tutto parte da lì.
Ai LINK che trovate cliccando su quelle parole chiave ci sono i suggerimenti con cui vi auguriamo buon lavoro, incluse le moltissime di noi che NON vi hanno votato. Non sprecate il vostro essere donne ma ascoltateci e avrete così, proprio dalle donne, il miglior sostegno: ora speriamo ardentemente che ce la farete, che stupirete tutte e tutti.



Riguardo a uno sguardo al femminile su questi risultati elettorali, torniamo all'editoriale di Tiziana Bartolini, che scrive: con l’affermazione travolgente di Virginia Raggi a Roma e l’irresistibile rimonta di Chiara Appendino a Torino, il vento pentastellato ha recapitato l’avviso di sfratto alla politica ‘tradizionale’ con sentita richiesta di portarsi via anche le architetture, le logiche, i riti e altri vecchi arnesi del mestiere. Qualcosa si è mosso nel profondo di un paese stanco e disorientato, che ha affidato la sua protesta agli attuali interpreti dell’antipolitica. Il tempo dirà come questa energia si tradurrà in progetto politico organico, in una visione di sistema che sia effettivamente alternativa. La partita, a detta degli stessi grillini, non sarà semplice da giocare. Bella scoperta! 
Dal nostro punto di vista, quello di genere, la nuova situazione ci sollecita molte riflessioni - e qualche domanda - che hanno il pregio di sembrare un po’ meno scontate. 
Cominciamo dalle domande
1. come sono state candidate ed elette le donne?
Tante donne, candidate ed elette sindache o 'minisindache', in questa tornata elettorale sono diventate protagoniste. La cosa non ha suscitato particolare interesse nei media e, pare, neppure nel corpo elettorale. Speriamo che qualche analista studi, tra i flussi, anche quello del genere. Ci dica, cioè, se le candidate sono state scelte anche in quanto donne e se hanno attratto maggiormente il voto delle elettrici. Sarebbe interessante capire se la consuetudine delle donne di non votare altre donne è andata in soffitta insieme alla vecchia politica, particolare non trascurabile.
2. Quante erano le candidate ai Consigli comunali, quante sono state elette, dove e con quali meccanismi?
Il voto disgiunto, infatti, consente di votare più liberamente il sindaco mentre sono maggiori le pressioni esercitate per il voto di lista e la preferenza. L’incremento di preferenze femminili sarebbe un’altra novità. Il M5S in Campidoglio porta 16 donne su 29 seggi, il Pd 3 su 6, Fratelli d’Italia nessuna donna su 4 e la lista Marchini porta 2 consiglieri e nessuna consigliera. Per dire.

Passando alle considerazioni, partiamo dalla consapevolezza che una così folta presenza di donne non coincide con l’affermazione del femminile e della piena autonomia, né è il frutto diretto del femminismo. Anche l'allocuzione di Raggi “Sono la prima donna sindaco di Roma” rimarrà nella storia come un’occasione perduta per dire al mondo, e a se stessa, chi è e da dove viene. Nonostante l’autorevole conforto dell’Accademia della Crusca e delle più alte cariche dello Stato. Analogamente Appendino è sindaco di Torino. Peccato, ma contiamo di conquistarle presto alla causa dei femminili grammaticalmente e politicamente corretti.
A parte questa assonanza, le due prime cittadine d’Italia sono diverse in quanto ad autonomia di movimento e di pensiero. Da Torino i segnali sono arrivati subito, con la prima, efficace, dichiarazione; intendimento confermato con il rifiuto di firmare il contratto con lo staff del Movimento, come invece ha fatto Raggi. 
Orientamenti, primi passi, tracce… che però non spostano il senso più profondo di queste elezioni. La presenza di così tante donne è il segno di un cambio di passo, speriamo irreversibile, per la politica tutta. 
È un dato di realtà che interpella i movimenti delle donne sia sul piano simbolico sia su quello concreto e più immediato, nel breve e nel medio periodo. L’impatto dell’onda d’urto cui stiamo assistendo, e che durerà qualche anno, non può non lasciare tracce nella cultura diffusa e, come donne, non possiamo consentire che accada. Anzi, il tema ci pare sia immaginare nuove modalità di relazioni, trovare le sintonie necessarie affinché non siano sprecate le straordinarie potenzialità che il femminile, e la differenza di cui è portatore, si affermi sulla scena pubblica
Il pericolo serio che si corre è che la neutralità espressa attraverso il non essere, fieramente, né di destra né di sinistra, si possa traslare nella neutralità sul versante del genere buttando al macero intere biblioteche e faticose elaborazioni. Non si hanno notizie di soggetti femminili o femministi più o meno organizzati dentro o intorno al M5S e, anche se questo potrebbe non essere di per sé significativo, è un elemento che qualcosa dice. 
In concreto appare improbabile intavolare un ragionamento facendo pesare la nostra storia e le nostre battaglie. Il valore storico, probabilmente, è riconosciuto insieme all’onore e al merito. Ma è tempo di andare avanti. Il punto è con quali strumenti e idee, con quale ordini di priorità, con quali parole d’ordine. Non sarà facile ma è inevitabile e, forse, anche benefico mettere alla ‘prova del tempo’ categorie di giudizio e approcci consolidati. Se tutto cambia, o dovrebbe cambiare, anche le griglie di lettura delle donne possono mettersi in discussione. 
Queste giovani sindache hanno, tra le tante ed enormi responsabilità di governo di città complesse, anche quella di non fallire, oltre che come grilline, anche in quanto donne [e, aggiungiamo, sono incaricate di rimediare a scempi; anziché risorse si ritrovano in mano le pesanti eredità di ininterrotte politiche maschili predatorie, ndr].


Avremo noi donne, tutte insieme, l’umiltà e il coraggio di superare, ciascuna, la singola appartenenza partitica, la ripulsa, l’invidia, la voglia di vendetta? Non è scontato né facile che una saldatura avvenga tra storie e genealogie femminili tra loro molto diverse e distanti. Ma sappiamo che se non saremo capaci, noi tutte, di fare un salto di qualità, che è relazionale e politico, le magiche traiettorie che questo giro hanno aperto alle donne varchi impensabile fino a pochi mesi fa, potrebbero ricomporsi escludendole. Perché, lo ripetiamo continuamente, mai nulla è conquistato per sempre. 
Ezio Mauro (su a Repubblica del 21 giugno) ha parlato di “desertificazione culturale” e di “cambiamento senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione” descrivendo il contesto in cui si è potuto affermare “l’antisistema”. Difficile dargli torto se non si sposta il punto di osservazione. Eccolo, il nodo. Ce lo abbiamo, noi donne, un punto di osservazione specifico? Che non è un programma elettorale ma una visione politica unificante che si riconosce in una cornice culturale capace di andare oltre i partiti del Novecento. Riusciamo a tracciarla e condividerla senza dividerci? 
Il momento della verità non è arrivato solo per il Pd alla ricerca di se stesso, per il centrodestra allo sbando o per gli esultanti, per ora, eredi di Grillo.

Coraggio donne, questa tornata elettorale interroga più che mai tutte le forze, e noi donne siamo forza. Non tiriamoci indietro.


lunedì 23 febbraio 2015

Politica delle donne, bisogno di Dio, bisogno degli uomini di negare le donne - e associazioni di idee varie

Luisa Muraro, invitata al convegno sul tema Perché la nostra epoca ha bisogno di Dio (dove parlava in coppia con l’illustre teologo Jürgen Moltmann) racconta che della misericordia parlò brevemente citando le parole del profeta Maometto: sulla sommità del trono di Dio sta scritto che la sua misericordia è più grande della sua collera. 
Poche parole davvero, ma che dicono tutto [a partire dal fatto, forse, che i più zelanti interpreti della religione sono anche quelli che più la tradiscono, sempre]. E proseguendo, sul tema del “farsi giustizia” in relazione a chi non ha a disposizione o non vuole usare i mezzi del potere (la spada e la legge), ha notato che "si sono trovate in questa situazione le donne" - passando così a presentare la politica delle donne nei secoli, vista alla luce del femminismo di questi decenni, come una ricerca di giustizia che si situa fuori dai rapporti di forza, in contrasto con le eroine tragiche Medea e Ecuba le quali si sarebbero vendicate dei torti patiti da uomini infierendo sui figli innocenti. Da qui, dice la Muraro, veniva il titolo del suo contributo: La politica delle donne: non per vendetta ma per giustizia (con riferimento a parole di Nadia Fusini, citate nel testo). 
Il convegno era organizzato da Vita e Pensiero, per il centenario dell'Università Cattolica di Milano; ma il titolo del suo intervento, pubblicato poi sul numero speciale di “Vita e Pensiero” dedicato, era completamente stravolto: non più "La politica delle donne: non per vendetta ma per giustizia", ma "Noi donne, non solo per vendetta". E non solo “la politica delle donne” era rimossa dal titolo, ma nel corpo del testo veniva anche messa tra virgolette.
La “vendetta” forse c’entra, pensai allora, - dice Muraro - come parola evocatrice; forse in certe situazioni il fantasma della vendetta è ineliminabile. Lo squilibrio inevitabile di un mondo come quello cattolico, che continua a essere comandato esclusivamente da uomini pur essendo la Chiesa formata principalmente da donne, è una di queste situazioni. E non c’è niente da fare, bisogna starci… Mi ricordai l’interrogativo critico avanzato in un documento femminista, a proposito di quelle donne zelanti che alla violenza maschile rispondono proponendo di prendersi cura degli uomini violenti: “Ci chiediamo se non ci sia la tentazione di sciogliere la radicalità del femminismo abbassando il livello di tensione della relazione politica tra uomini e donne, che è quello che realmente produce spostamenti” (Nutrire la nostra libertà, rischiando di Claudio Vedovati e Sara Gandini). (…) Se pure fosse vero (non possiamo escluderlo a priori) che, in certe situazioni, su certi confini, vendetta e indifferenza sono risposte inevitabili, esiste tuttavia una terza possibilità, che è quella di aprire lo spazio relazionale dove la tensione che dicono Claudio e Sara, diventa praticabile. Impresa non facile. 
Dietro al tenace attaccamento maschile al potere, troppo spesso ci sono donne che credono di ottenere dei risultati mostrandosi accomodanti. L’ostacolo maggiore è un altro, tuttavia, ed è che le chiese, religiose o laiche, grandi o piccole, reclamano di preferenza l’appartenenza e praticano l’appropriazione
È un’eredità del passato rinforzata paradossalmente dall’individualismo di oggi per cui ogni differenza, se non è causa di odio, sparisce. Gli spazi relazionali non sono rimedi a questi mali, attenzione, non sono cioè luoghi fatti appositamente per lo scambio e il contradditorio tra persone che la pensano diversamente. Sono spazi aperti alla ricerca e alla libera frequentazione, con la possibilità d’incontrarsi. Non cortili, ma periferie. Due riconoscibili abitatori dello spazio relazionale sono Giacomo Leopardi e Simone Weil, più riconoscibili di altre e altri in quanto, nei loro confronti, i tentativi di appropriazione sono falliti.
Da il racconto della vendetta, su Libreria delle donne

Che commenti potremmo fare? Infiniti, forse. Chi ha orecchie per intendere, intenda, per esempio. E anche - non rinunciamo alla politica, ma facciamo una politica femminile. Non rinunciamo a essere disponibili; ma non riduciamoci ad essere accomodantiNon buttiamo via bambini con l'acqua sporca. Ma senza sconti a gente che riesce a confondere il concetto di forza con quello di brutalità, e così a rendere violento perfino Dio.
Diventiamo intelligenti nell'uso delle parole - e nella comprensione del loro uso. Teniamo da conto le parole delle persone intelligenti.  

domenica 1 febbraio 2015

Buon compleanno Teresa Mattei, buon anniversario voto femminile

#‎mestruazioni Deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». Teresa Mattei: «So che molti uomini non ragionano tutti i giorni del mese». Questo celebre scambio di battute ebbe luogo in occasione di un discorso della giovane Mattei, eletta deputata a Montecitorio, sulla necessità di ammettere entrambi i sessi alla Magistratura. Eh si; con che scuse le donne ne sono state escluse fino al 1963? e si, un argomento per cui le donne sarebbero (oltre che notoriamente più stupide degli uomini) anche bizzose e inaffidabili, e - soprattutto - oltre ad avere già da fare a spazzare e a cucinare - un argomento ricorrente era proprio quello: perché hanno le mestruazioni. Come si può affidare loro il compito di giudicare, quando sono soggette per tutta la vita, in quei giorni, a dare i numeri? del resto in Italia fino a pochi anni prima le donne erano escluse anche dal voto (ed è ancora così, tutt'oggi, in rilevanti parti del mondo). 
Il voto femminile in Italia compie oggi 70 anni. Pochi anni prima di quel 1 febbraio 1945, a soli 17 anni, la Mattei dava la maturità come privatista, preparandosi con Piero Calamandrei. Era stata infatti radiata da tutti gli istituti del Regno d'Italia per aver protestato contro la propaganda razzista in classe: esco per non assistere a questa vergogna. 
In quel 1 febbraio, nel 1945, la Mattei, che sarebbe stata la più giovane fra le Madri costituenti, compiva 24 anni; e fu senz'altro fiera di vedere quel suo compleanno coincidere con il riconoscimento del voto alle donne.
Infatti il 31 gennaio 1945, con l'Italia non del tutto liberata, e il Nord ancora sotto l'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri aveva emanato la disposizione del suffragio universale, confermata con decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbraio 1945. E così, oggi, per il voto femminile è un importante anniversario. Un voto, ricordiamolo, senza il quale l'Italia non avrebbe avuto nemmeno la Repubblica, ma sarebbe rimasta invischiata negli anacronismi della monarchia. 
Insomma oggi è una buona occasione per parlare un po' di voto femminile, a partire dall'Italia. Una battaglia di minima civiltà a cui, però, in tutto il mondo, gli uomini - i maschi - di tutti gli orientamenti politici si sono storicamente opposti compattamente, e spesso con irriducibile ferocia. 
Una battaglia che in diversi paesi è ancora in corso. Là dove è stata vinta, combatterla costò moltissimo. 
Acqua passata, per alcuni; ma sotto ai ponti fiumi di sangue e di vite distrutte: di donne generose e coraggiose, che furono ininterrottamente oltraggiate come galline senza cervello, che scompostamente starnazzavano - ah queste donne eternamente incuranti dei veri problemi..! - reclamando onori maschili, del tutto fuori dalla loro portata. Donne obnubilate e terrificanti.
Donne avvelenate fin da piccole dalla mania del potere!
Donne che avrebbero finito per pretendere di fumare in pubblico!
Donnette ridicole e odiose da mettere a tacere con disprezzo.
E in Italia? prima dell'Unità, solo in alcune regioni (Lombardia, Toscana e Veneto), e in modo molto ridotto e soggetto al controllo degli uomini, però le donne potevano in qualche misura accedere al voto, e perfino essere elette. Perciò le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, là dove alle donne non era mai stata riconosciuta alcuna vera "cittadinanza", nei giorni dell'unificazione presentarono alla Camera una petizione che rivendicava il loro diritto di voto precedente all'Unità, chiedendo che venisse esteso a tutto il paese. E la petizione era questa:
Petizione alla Camera de’ deputati 
Se Dio ha posto nell’uomo un’irresistibile tendenza alla libertà, perché nell’uso della libertà diventi migliore; se Dio benedice agli sforzi che la Nazione Italiana fa per rendersi libera, fondamento principalissimo di questo progressivo miglioramento dev’essere l’affermazione la più larga possibile dell’emancipazione della donna. I primi otto anni dell’educazione dell’uomo appartengono quasi esclusivamente alla madre. 
Considerando che sui diversi Codici delle provincie Italiane si sta elaborando un Codice unico per tutto il Regno d’Italia; considerando che nelle provincie Lombarde, dove è vigente tuttora il Codice austriaco, la donna è parificata all’uomo nella facoltà di disporre delle proprie sostanze in ogni contrattazione anche senza la tutela maritale; considerando che il Codice Albertino, § 130, sottopone, nelle antiche provincie, la donna alla tutela maritale nell’esercizio dei diritti di proprietà; le sottoscritte, Cittadine Italiane, fanno al Parlamento rispettosa istanza, affinché nella compilazione del nuovo Codice civile italiano, alle donne di tutte le provincie vengano estesi i diritti riconosciuti fino ad oggi nelle donne Lombarde. Milano 1861 (Raccolte storiche del Comune di Milano).
Furono ascoltate dai maschi innovatori, votati al progresso?
Ma naturalmente NO. Se di mezzo ci sono le donne, il coraggio dei più arditi combattenti viene meno. Ben impresso nell'inconscio di ogni maschio italico resiste, evidentemente, l'avvertimento terrorizzante di Catone il Censore, che così ammoniva i Romani: non appena (le donne) diventeranno vostre uguali, vi comanderanno


E così dal 1861, con l'avvento dell'Unità, perfino tutti i diritti di voto che erano già garantiti alle donne, almeno localmente, vennero spazzati via, e si diede per scontata la loro netta esclusione dalla vita politica. Tanto che la formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell'Italia unita si riferiva per tacito accordo di tutte le parti politiche (che erano al 100% maschili), ai soli cittadini maschi. 
A onor del vero, immediatamente dopo l'Unità d'Italia, ci furono anche uomini che si spesero perché le donne fossero ammesse al voto, beninteso non politico - solo amministrativo (da Minghetti e Ricasoli a Ubaldino Peruzzi). Fra tutti dobbiamo la nostra riconoscenza al deputato meridionale Salvatore Morelli (autore nel 1865 di "La donna e la scienza"), vero paladino dei diritti femminili, non per niente soprannominato “il deputato delle donne”; i cui discorsi e proposte parlamentari - infatti - caddero sempre nel vuoto. Ascoltata e largamente approvata, invece, la visione dell'on. Ignazio Boncompagni Ludovisi (relatore alla Camera sul progetto Petruzzi), che nel 1865 chiuse la questione sentenziando che “i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”, e dichiarando la donna non eleggibile, come gli analfabeti, i falliti, i condannati (art. 26, legge 2248 20/3/1865).
I nuovi tentativi che si ebbero successivamente da parte di altri (da Lanza e Nicotera, a Cairoli e Depretis) tutti insabbiati o liquidati con tesi come quella di Giuseppe Zanardelli che dichiara che la natura maschile del suffragio è maschile per definizione (in quanto devota all'impegno civile e politico, in antitesi con quella femminile che si occupa da sempre dell'educazione, della famiglia). O di Francesco Crispi (che pure ottenne un primo allargamento del suffragio maschile), il quale affermava non conveniente e inopportuno estendere il diritto di voto alle donne in quanto le tradizioni la vedevano ancora troppo legata alla sfera privata.
Era passato quasi un secolo dalla Rivoluzione francese. E dunque da quella Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina che così esordiva: “Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della Nazione chiedono di potersi costituire in Assemblea Nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna”. Dichiarazione che non condusse affatto a quei diritti. Valse invece alla sua autrice, Olympe de Gouges, la ghigliottina - secondo quel copione per cui, se non obbligato, nessun dominatore concederà mai nulla agli schiavi - che siano questi per razza o per genere.
E così, tra una tautologia e l'altra (la donna non può liberarsi perché è oppressa - e abituata ad esserlo, sostanzialmente), dall'Unità di Italia ci volle quasi un altro secolo, per arrivare a una conquista che, rendiamoci conto, è ancora molto giovane. Un secolo in cui le voci delle donne si fecero sempre più alte e autorevoli [qui se ne fa un rapido excursus, e vi rimandiamo anche a questa sintesi molto interessante], e senza le quali nulla si sarebbe fatto.
E oggi: fra le donne più consapevoli e impegnate ce ne sono molte che sminuiscono gli sforzi delle elette insieme agli uomini in politica. In diverse, fra noi, letteralmente disprezzano i passi istituzionali che ancora si stanno facendo con fatica - e lo fanno anche in nome del femminismo, e del fiero, e lecito, desiderio di non partecipare a partite comunque truccate. A tutte loro, e a noi stesse, non ci resta che ricordare: la strada è in salita e piena di insidie, lo sappiamo; ma se non aumentano le donne, non possiamo aspettarci altro che 1 passo avanti, e 2 indietro.
Perciò:  stiamoci vicine. Votiamo le donne, sosteniamo le donne. Confidiamo nelle donne. 
Uniamo le nostre forze, e usiamole.

sabato 22 febbraio 2014

Il primo governo paritario italiano: tra speranze e preoccupazioni

Ci diciamo buongiorno, oggi, nel primo giorno in cui l'Italia, dalla nascita della Repubblica, si sveglia con un governo paritario. E' una data storica, almeno in quanto sfonda una consuetudine grottesca che fino ad oggi nessuno aveva mai incrinato. Sappiamo che niente ci è regalato: se abbiamo ottenuto questo primo risultato, almeno sui numeri, lo dobbiamo a un lungo e tenace lavoro. Un lavoro condotto da tantissime donne e a cui in particolare si dedica in modo mirato, da tempo, l'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria. Dopodiché.. naturalmente non tutte vedono, in questo nuovo governo, solo ragioni per rallegrarsi. Rimandiamo in particolare alle preoccupazioni espresse ieri da Cristina Biasini, Cecilia D'Elia e Giorgia Serughetti, sul Manifesto. Staremo a vedere. Ora più che mai, paradossalmente, le donne dovrebbero vigilare e stare unite: è il momento di alzare il tiro rispetto alle richieste di qualità della politica
E proprio oggi, in questo giorno così significativo, ha luogo a Firenze anche l'assemblea nazionale dei comitati di Se non ora quando.. ecco un'immagine dalla sala:
La discussione può essere seguita qui in streaming
L'assemblea ha aperto con questo comunicato, che racchiude in sè quella commistione di speranze e preoccupazioni che tutte abbiamo in cuore:

L’assemblea nazionale di SeNonOraQuando? vede fatto un primo passo verso una migliore democrazia che sin dalla sua nascita ha perseguito con determinazione. La cultura del nostro Paese sta lentamente cambiando e la composizione paritaria di questo governo ne è un segno: i numeri ci sono, ora sono decisive le nuove politiche. Ci aspettiamo che le donne e gli uomini del primo governo paritario d’Italia si mettano al lavoro per migliorare la vita di tutte e tutti.
Da oggi più che mai saremo attente, intransigenti e pronte.
SeNonOraQuando?, Firenze, 22 febbraio 2014

giovedì 20 febbraio 2014

Perché un accordo per la democrazia paritaria, cosa vogliamo, come lo vogliamo

Noi promotrici del presente Accordo siamo consapevoli della estrema gravità della crisi economica, sociale e culturale e politica in cui versa l’Italia, dei pericoli per lo stesso sistema democratico, della complessità dei problemi da affrontare. 
Vediamo che le donne sono quotidianamente colpite nei loro diritti e nelle libertà, che su di esse viene scaricato il costo maggiore della crisi e che si continua ad estrometterle dai luoghi delle decisioni.
Nella storia della Repubblica le donne si sono rivelate meno coinvolte nelle pratiche di scambio e di corruzione sempre più diffuse e, nell’ultima fase, sono state vittime di pratiche offensive della dignità femminile.
Affermiamo che le donne italiane non sono più disposte a subire passivamente questo attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro e ad accettare ulteriormente la loro marginalità nella vita della nazione: lo dimostra la ricchezza delle iniziative proposte e realizzate dalle donne per il lavoro, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la difesa della loro immagine, per il contrasto della violenza, così come lo dimostra l’adesione di milioni di donne all’appello di Se non ora quando e la partecipazione senza precedenti alla manifestazione del 13 febbraio.
Le donne, con la loro capacità di iniziativa e di cura, competenza e intelligenza, attenzione e cultura sono un soggetto decisivo per un’azione diretta a salvare l’Italia dal degrado e ad avviarne una rinascita.
Oggi, più che mai, è urgente e necessario realizzare la  partecipazione paritaria delle donne alla gestione della Cosa Pubblica nei luoghi decisionali, nelle istituzioni pubbliche e nelle assemblee elettive di tutti i livelli.
Siamo convinte che, per raggiungere tale scopo occorre un’azione comune e congiunta di tutte le forze femminili organizzate della società civile.
Da anni si sono avanzate numerose proposte e susseguite, purtroppo senza grandi risultati, campagne per la parità di genere nelle assemblee elettive, quali la proposta di legge di iniziativa popolare dell’UDI concernente “Norme di democrazia paritaria” (50e50 ovunque si decide); le iniziative del “Laboratorio 50&50” dell’AFFI, di “Aspettare Stanca”, della “Lobby Europea delle Donne”, nonché  quelle a suo tempo assunte dalle Commissioni Nazionali di parità. 
Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce alle donne pari opportunità, reputiamo che nel documento predisposto da Noi rete donne per regole elettorali women friendly (nel quale si sostiene che, quali che siano i metodi elettorali adottati, occorrano norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette), così come nel documento AFFI sui rimborsi elettorali, sono contenuti ragionevoli e opportuni suggerimenti.
La questione delle leggi elettorali sta assumendo, in questo momento, particolare urgenza nell’agenda politica.
Riteniamo perciò necessario esercitare un’azione di pressione sulle Commissioni parlamentari incaricate di esaminare le numerose proposte di riforma delle leggi elettorali presentate al Parlamento, perché, in coerenza con gli articoli 3 e 51 della Costituzione, nonché dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, relativi alla promozione della donna nei ruoli decisionali, e nelle successive determinazioni (nella fattispecie il punto 3 del Charter per le donne del Presidente della Commissione Barroso (5/3/2010) e il punto 3 della strategia per l’uguaglianza 2010-2015) e al fine di garantire condizioni generali di una democrazia partecipata, vengano introdotte nella legislazione norme di garanzia per una rappresentanza  di genere paritaria e siano previste sanzioni in caso di loro mancato rispetto nonché autorità capaci di emanarle.
Tuttavia, pur in uno scenario di profonda crisi come quello attuale, non è scontata una modifica in tempi brevi delle leggi elettorali: sono in calendario consultazioni amministrative e non si può escludere il voto per la rielezione del Parlamento con la legge vigente anche prima della scadenza della Legislatura o invece la consultazione per il referendum, rinviando così nel tempo eventuali nuove norme elettorali.
Siamo perciò fermamente convinte che sia determinante un cambiamento dei comportamenti delle forze politiche e, a tal fine, riteniamo indispensabile esercitare una pressione nei loro confronti perché assumano il principio della parità di sesso nelle candidature e adottino metodi di scelta delle candidature che coinvolgano la società civile; che tengano conto dei curricoli e dei requisiti delle candidate e dei candidati, delle competenze, dei rapporti con il territorio; che realizzino, quando previste, e quando i contesti garantiscano di poterle effettuare nella trasparenza, nel rispetto degli elettori e elettrici e delle pari opportunità dei candidati, nella garanzia delle norme, elezioni primarie aperte e regolate.
Auspichiamo che si arrivi a una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.


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Per info e contatti: Rif. Daniela Carlà • Roberta Morroni 

domenica 16 febbraio 2014

Un bilancio politico al femminile delle Giunte 50e50: un'occasione per la buona politica

E’ in corso un progetto di respiro nazionale che invita le donne a fare un primo bilancio dell'operato delle giunte 50e50, rimettendo così a tema l’incidenza delle donne nella politica, e le relative forme di esclusione che di fatto, chiudendo alle donne, chiudono anche a metodi nuovi
Un discorso avviato il settembre scorso ad Altradimora, e di cui era emersa potentemente l’esigenza anche durante la prima esperienza, nel 2012, della candidatura di una donna alle primarie.  
Quando abbiamo pensato di dedicare l’ultimo appuntamento annuale di Officina dei Saperi Femministi ad Altradimora alla politica, con il titolo Politica: sostantivo femminile (a settembre 2013) non sapevamo che avremmo avuto un così vasto consenso, e che quell’incontro avrebbe poi dato adito a sviluppi. 

domenica 22 settembre 2013

Dare è la miglior forma di comunicazione

Venderà di più, questa compagnia, grazie a questo spot? Ce lo auguriamo. E intanto, prima di prendere, ha dato a tutti qualcosa.



giovedì 5 settembre 2013

Altradimora 2013: una 3 giorni sul tema "politica, sostantivo femminile"

Inizia domani il sesto incontro annuale di Altradimora - Officina dei saperi femministi - Marea: una 3 giorni sul tema “politica, sostantivo femminile”.
Né estranee, né cooptate, né indifferenti, né escluse dalla politica: questo incontro pone al centro visioni, strumenti e progetti politici con ottica di genere, utili a metterci tutte in grado (chi da fuori chi da dentro le istituzioni) di non indebolire l’azione comune e di salvaguardare (anche contro il disconoscimento per ignoranza e incuria), la ricchezza prodotta da quattro generazioni di donne.

Ecco perché la “politica”: un tema quanto mai attuale e su cui è necessario che le donne si confrontino, anche e soprattutto alla luce degli ultimi eventi.
Qualcosa a cui dal femminismo è stata soprattutto opposta estraneità: un atteggiamento chiarissimo e puntuale, che però ha contribuito a isolare le femministe e le attiviste, facendo emergere da una parte soggettività femminili "neutre" (a destra ma anche a sinistra), dall’altra spingendo l’onda (che, dopo Usciamo dal silenzio e il ritorno in pista dell’Udi, sembrava riemersa con Snoq), nella risacca di un trasversalismo ambiguo. E perché lo è? perché propugna la sacrosanta presenza femminile in ogni dove, ma senza dire quale segno di femminile e di politica femminile sia necessario.
[Tema che sta molto a cuore a noi delle rete-blog politica femminile, e che abbiamo affrontato più volte, ad esempio quiqui • e qui, ndr]. 
Una posizione di trasversalismo che, con un termine brutto ma efficace, è stata definita donnismo: insomma più donne, basta che siano donne, senza interrogarsi su cosa, e come, queste donne vanno a fare, dire, disfare e proporre.

Al contrario di quanto avvenuto in altri paesi, in Italia la proposta di una lista solo di donne (e di femministe) è sembrata impossibile anche solo da pensare e da ragionare. Anche senza configurarsi come un partito, o comunque rompendo la logica del legame stretto e necessitante con le strutture tradizionali: al grande incontro di Paestum, che poteva essere uno dei luoghi dove ragionarne, non è emerso molto su questo. Ma alcuni segnali sono stati importanti – come dimostra questo intervento di Alessandra Bocchetti:


Ora, con l’imperare della cosiddetta antipolitica come sinonimo del rifiuto rabbioso non tanto dei partiti, ma della politica stessa come luogo dove si elaborano insieme le priorità, i bisogni e i desideri delle donne e degli uomini che abitano e danno corpo alla cittadinanza, l’emergenza è quella di ritrovare senso. A partire dal tornare a fare e a dire della politica come politica delle donne.

Nel video la Bocchetti cita il "vuoto di relazione" fra le politiche elette e le donne (e il mondo femminista). Un punto davvero cruciale, che ci conferma che occorre creare ponti.
Ponti verso le donne (dalle più giovani ma non solo), che oggi sono dentro alla politica (nei movimenti come nelle istituzioni) ma che non hanno la percezione dell’importanza della differenza di genere, e sono formidabili portatrici d’acqua nel mare della neutralità.
Ponti per arginare l’ennesima cancellazione non solo delle donne come corpi, ma come intelligenze e visioni lontane e antitetiche a quelle del patriarcato.
Ponti, iniziative e pratiche che formino, anche, le e i giovani alle priorità della politica: non solo, giustamente, diminuzioni di stipendio al parlamento, ma anche rinarrazione sistematica della storia dei diritti e delle analisi dei femminismi.

Come si svolgono i seminari
La modalità di discussione è circolare e non frontale, e prevede facilitazioni introduttive per offrire stimoli a chi partecipa per poi condividerli nella discussione collettiva. Le facilitazioni sono filmate e poi rese disponibili e scaricabili al sito della radio delle donne
Gli interventi di apertura saranno tenuti da:
Valentina Bazzarin, ricercatrice precaria Bologna
Laura Cima, Laboratorio politico, Torino
Cecilia Cortesi Venturini, consigliera di parità, avvocata, Parma
Antonella Cunico, Femminile plurale, Vicenza
Daniela Dioguardi, Udi, Palermo
Erminia Emprin Gilardini, Altradimora/Marea, Corciano
Paola Lanzon, Presidente Consiglio comunale, Imola
Adriana Nannicini, femminista, psicologa, Milano
Rosangela Pesenti, Udi, Gruppo Sconfinate Romano di Lombardia
Annamaria Sarzotti, Donne in movimento, Val Susa

Programma
• Venerdì 6 settembre: 
dalle 18 arrivo partecipanti, cena e video
• Sabato 7 settembre: 
dalle 8,30 colazione, 9,45-13,30 seminario, Buffet, 15-19,30 seminario, 19,30-20,30 attività per il benessere, 21 cena, 21,45 Lisistrata - spettacolo teatrale della Compagnia teatrale Stregatti
• Domenica 8 settembre: 
dalle 8,30 colazione, inizio seminario 9,45 fino a 13,30
14 Buffet e saluti, con mercatino liberato (ciascuna porterà da casa gli oggetti che desidera barattare -  libri, vestiti, accessori vari).

Info, dettagli e uff. stampa: 


lunedì 26 agosto 2013

La Siria specchio del mondo e di una politica universale: il vero colpevole da avversare

Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano" (vedi sotto). Una tragedia su cui proponiamo qui una piccola riflessione.
L'immane pasticcio siriano non è che un tassello nell'immenso pasticciaccio mondiale, risultato attuale della guerresca politica maschile che infuria da sempre sul pianeta. Shimon Peres ha dichiarato che "gli stranieri non sono in grado di comprendere quello che succede in Siria", suggerendo che l'Onu deleghi alla Lega Araba il compito di occuparsi di un governo provvisorio siriano, previa rimozione delle armi chimiche (si, ma come?). Forse ha ragione, ma in questo torbido, incomprensibile orrore, una sola cosa risulta chiara: i protagonisti delle possibili decisioni, da qualunque lato li si guardi, fanno tutti paura. Mentre gli estromessi, da qualunque lato si guardi la cosa, sono sempre gli stessi, e i soli che potrebbero pervenire a soluzioni sensate: le persone pacifiche, i cittadini ovunque schiacciati, le donne, le famiglie, i bambini. I contendenti, con i loro colpevoli litigi o inazioni, li travolgono in massa, passando come un carrarmato su tutte le persone inermi, sugli animali, la terra, la vita selvatica.
Gli estromessi di oggi sono, soprattutto, i protagonisti della rivolta pacifica che a suo tempo ha destabilizzato Assad: lì era il momento di intervenire, e di farlo in tutt'altro modo.

Comprendiamo molto bene le parole di Eva Ziedan, nell'indignata "lettera ai pacifisti italiani" di oggi: da mesi leggo del vostro sostegno al “laico” Asad, contro gli estremisti religiosi (anche quando non erano ribelli armati). Ma non avete speso mai una parola per i pacifisti siriani – quelli sì veri pacifisti – arrestati, torturati, alcuni anche uccisi, per aver chiesto la libertà nel Paese, o per aver raccontato le violenze del regime.
Non è del tutto vero: la rete di parole ne ha spese... ma certo i giornali che possono muovere l'opinione se ne sono lavati le mani, perché questi giornali appartengono agli stessi che ovunque comandano. E purtroppo fra chi comanda nessuno pensa a loro - alla gente che soffre, ai Siriani, a noi, a se stesso - all'umanità come a un organismo che ha bisogno di pace.
Tutti costoro pensano invece a come attivarsi per arraffare qualcosa nell'immenso saccheggio che è l'esercizio del potere. E anche per il futuro la loro lungimiranza guarda a un solo scenario: come diventare più potenti, come imporre se stessi ancora più forti e di più, dove e quanto arraffare di più e meglio. Chissenefrega se il mondo nel frattempo viene eroso alla velocità della luce? Si andrà su Marte - il pianeta perfetto per loro. Noi, che andremmo più volentieri su Venere, non contiamo di poterci arrivare. E così oggi eccoci di nuovo qua.
Déjà vu dell'Iraq di 10 anni fa (e della Libia di 2 anni fa, e della tragedia afghana: quante volte dovremo rivedere lo stesso film? Come al solito la solita politica - guerresca e machista - delle convenienze e delle alleanze ai fini più bassi non è stata capace di nessuna diplomazia per contenere la tragedia siriana, tutti hanno sguazzato nella melma di conflitti incrociati in cui la corruzione domina e i peggiori faccendieri si arricchiscono e finanziano sempre, a qualunque livello, la stessa politica, in un diabolico circolo senza fine. Così la situazione è deflagrata al punto che oggi ci troviamo di fronte all'ennesimo rebus impossibile, la cui soluzione è sempre: guerra; guerra, guerra. L'industria che non va mai in crisi, il business perfetto. Con il rischio di infiammare il mondo intero. 
Sul fronte del regime di Assad - impresentabile e sanguinario - si schierano dittature altrettanto spaventose: l'Iran (che minaccia forti reazioni), la Russia e la Cina. Ma non possono certo rassicurare nemmeno quelli che sono contro Assad: a partire dalla Lega Araba (con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi), né le ragioni degli interventismi: a partire dalla Turchia, con Francia e Gran Bretagna. O degli Stati Uniti, che pur tergiversano, con Italia e Germania.  
Dopo la notizia diffusa il 21 agosto dalla controversa Coalizione nazionale siriana (Cns), di circa 1.300 morti causati da un presunto raid dell'esercito con gas nervino la temperatura è andata alle stelle. Il regime nega, Amnesty international e Medici senza frontiere stanno cercando di verificarla, ma le potenze interventiste sono convinte che sia vera: avremmo dunque raggiunto «la linea rossa dell'impiego di armi chimiche» oltre la quale gli Usa hanno dichiarato un intervento non più rimandabile. 
E lo spettro di un Iraq/Afghanistan al cubo si avvicina sempre più. In un solo anno, dal 2003 al 2004, l'operazione Iraqi Freedom ha sterminato circa 150.000 iracheni, 4.500 militari Usa e centinaia di altre vittime provenienti dai pù diversi paesi.
Ma, soprattutto, tutto ciò non è valso a risolvere la situazione: l'Iraq (come l'Afghanistan) è oggi un campo di battaglia che gronda ancora sangue e pieno di insidie. Cosa garantisce che in Siria non accada anche di peggio?
Il presidente della Coalizione Nazionale Siriana è un ultrareligioso antisemita e amico di fondamentalisti. L'opposizione al sanguinoso regime di Assad è impestata di figure sordide, anch'esse impegnate solo a versare altro sangue, a ribaltare il dittatore per instaurare un'altra dittatura, se possibile anche peggiore perché religiosa e volta alla guerra totale con l'Occidente. Alla fine, una versione peggiorata di quanto sta accadendo anche in Egitto.
In tutto ciò, oltre alla corruzione e ai fiumi di denaro mossi dall'industria della guerra, i soli fenomeni che lievitano paurosamente sono il fondamentalismo, la miseria, le ondate di profughi.
E la mattanza reciproca, scatenata gli uni contro gli altri da sciiti e sunniti, ma uniti contro ebrei, cristiani, drusi, curdi. 
La nostra ministra degli Esteri, Emma Bonino, invita a "pensare mille volte" alla gravità delle possibili conseguenze di un intervento. E suggerisce che si potrebbe tentare una campagna internazionale per l'esilio del presidente siriano Bashar al Assad o il suo deferimento alla Corte penale internazionale. Si, pensiamoci mille e mille volte, ma soprattutto ripensiamo la politica.
Non c'è più tempo, il mondo è alla frutta. Salga dal basso una nuova coscienza, una coalizione di pace che tolga il mazzo alla coalizione internazionale del machismo guerresco e distruttivo.

Sit in per la Siria
Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano", appuntamento  alle 18.00 in Piazza Santi Apostoli. L'invito è a portare tutti un lenzuolo bianco con cui coprirsi e a stendersi a terra uno di fianco all'altro, con un cartello bianco con questi due versi: io amo la vita /sulla terra tra i pini e gli alberi di fico/ ma non posso arrivarci così (Mahmud Darwish, Martire).
L'intento dichiarato dagli organizzatori è sollevare l'attenzione sul dramma della Siria e sull'immobilismo internazionale. Ecco: un'ottima iniziativa, che dovrebbe avere la massima partecipazione. Ma forse la scelta di  altri versi sarebbe stata migliore. 
Mahmud Darwish è un grande poeta ma scegliere proprio le 2 righe pronunciate, in una sua poesia, da un martire a giustificazione del proprio martirio.. bè, data la situazione appare un po' equivoco.  
I versi - tratti dalla poesia Stato d'assedio - nel loro contesto più ampio sarebbero:
Il martire mi spiega: non ho cercato al di là della spianata
le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
ma era inaccessibile, così ho preso la mira
con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
nel corpo dell’azzurro.

Perciò chiediamo: non sarebbe stato meglio evocare la pace, invece che la (santa) guerra?
Obbligatorio, se considerariamo quello che sta succedendo in Siria, ove fazioni fondamentaliste hanno messo a tacere i rivoltosi pacifici, imponendosi come leadership dei resistenti.  
Ma soprattutto se capiamo che cercare ragioni per scegliere fra diverse fazioni della guerra è il terreno stesso su cui tutto questo si riproduce.

Claudia, all'evento su fb ha mandato questa osservazione:
E perciò...