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giovedì 23 giugno 2016

La politica superata e quella nuova da inventare. E alle nuove sindache diciamo

Scrive su Noi Donne Tiziana Bartolini che i ballottaggi del 19 giugno hanno ridisegnato il sentire delle italiane e degli italiani e aperto squarci in muri di gomma. Vero. E - anche se l'affermazione del femminile non ci è mai parso nel minimo interesse dei 5Stelle, però uno di questi squarci è stato proprio quello che ha portato al vertice 2 donne.


E la prima donna in Campidoglio in 3.000 anni di storia - come sottolinea la stampa estera; e a  proposito: in Campidoglio, quante donne in rapporto ai partiti? Eccole: M5S: 16 donne su 29 seggi • Pd: 3 su 6 • Fratelli d’Italia: zero su 4 • lista Marchini: zero su 2. 
Inoltre vero anche che il risultato dei 5Stelle è stato travolgente: con la vittoria di 19 ballottaggi su 20, l’affermazione del M5S è stata diffusa e con una valenza simbolica oltre che storica. Così avveniva anche nel 2013, sull'onda di un immenso afflato di cambiamento, ma tutte le speranze di cambiamento, allora, caddero nel nulla; tutto è ricominciato come al solito; ed è anche per questo che, se allora votavamo con speranza, adesso votiamo ancora per il cambiamento, ma ci tocca lottare con la disperazione. L'occasione storica di allora fu sprecata, e non solo dal Movimento 5stelle; quel momento di speranze però lo ricordiamo bene; è proprio allora che è nata la rete-blog della Politica Femminile; è in quel momento che - senza essere nessuno, "solo" donne, gruppi eterogenei di donne - abbiamo invitato tutte e tutti a una politica in grado di includere anche il femminile, e cercato anche di spiegare: ma il femminile, in che senso?
Alle nuove sindache, dunque, oggi diciamo: ascoltate - almeno voi, finalmente, le donne. Mettete a frutto (anche) il vostro prezioso essere donne - obbligate la politica a rispondere: ma di quale crescita si parla? come superare la cultura (e dunque l'economia e la politica) dello stupro? 
Riflettete sul metodo - perché tutto parte da lì.
Ai LINK che trovate cliccando su quelle parole chiave ci sono i suggerimenti con cui vi auguriamo buon lavoro, incluse le moltissime di noi che NON vi hanno votato. Non sprecate il vostro essere donne ma ascoltateci e avrete così, proprio dalle donne, il miglior sostegno: ora speriamo ardentemente che ce la farete, che stupirete tutte e tutti.



Riguardo a uno sguardo al femminile su questi risultati elettorali, torniamo all'editoriale di Tiziana Bartolini, che scrive: con l’affermazione travolgente di Virginia Raggi a Roma e l’irresistibile rimonta di Chiara Appendino a Torino, il vento pentastellato ha recapitato l’avviso di sfratto alla politica ‘tradizionale’ con sentita richiesta di portarsi via anche le architetture, le logiche, i riti e altri vecchi arnesi del mestiere. Qualcosa si è mosso nel profondo di un paese stanco e disorientato, che ha affidato la sua protesta agli attuali interpreti dell’antipolitica. Il tempo dirà come questa energia si tradurrà in progetto politico organico, in una visione di sistema che sia effettivamente alternativa. La partita, a detta degli stessi grillini, non sarà semplice da giocare. Bella scoperta! 
Dal nostro punto di vista, quello di genere, la nuova situazione ci sollecita molte riflessioni - e qualche domanda - che hanno il pregio di sembrare un po’ meno scontate. 
Cominciamo dalle domande
1. come sono state candidate ed elette le donne?
Tante donne, candidate ed elette sindache o 'minisindache', in questa tornata elettorale sono diventate protagoniste. La cosa non ha suscitato particolare interesse nei media e, pare, neppure nel corpo elettorale. Speriamo che qualche analista studi, tra i flussi, anche quello del genere. Ci dica, cioè, se le candidate sono state scelte anche in quanto donne e se hanno attratto maggiormente il voto delle elettrici. Sarebbe interessante capire se la consuetudine delle donne di non votare altre donne è andata in soffitta insieme alla vecchia politica, particolare non trascurabile.
2. Quante erano le candidate ai Consigli comunali, quante sono state elette, dove e con quali meccanismi?
Il voto disgiunto, infatti, consente di votare più liberamente il sindaco mentre sono maggiori le pressioni esercitate per il voto di lista e la preferenza. L’incremento di preferenze femminili sarebbe un’altra novità. Il M5S in Campidoglio porta 16 donne su 29 seggi, il Pd 3 su 6, Fratelli d’Italia nessuna donna su 4 e la lista Marchini porta 2 consiglieri e nessuna consigliera. Per dire.

Passando alle considerazioni, partiamo dalla consapevolezza che una così folta presenza di donne non coincide con l’affermazione del femminile e della piena autonomia, né è il frutto diretto del femminismo. Anche l'allocuzione di Raggi “Sono la prima donna sindaco di Roma” rimarrà nella storia come un’occasione perduta per dire al mondo, e a se stessa, chi è e da dove viene. Nonostante l’autorevole conforto dell’Accademia della Crusca e delle più alte cariche dello Stato. Analogamente Appendino è sindaco di Torino. Peccato, ma contiamo di conquistarle presto alla causa dei femminili grammaticalmente e politicamente corretti.
A parte questa assonanza, le due prime cittadine d’Italia sono diverse in quanto ad autonomia di movimento e di pensiero. Da Torino i segnali sono arrivati subito, con la prima, efficace, dichiarazione; intendimento confermato con il rifiuto di firmare il contratto con lo staff del Movimento, come invece ha fatto Raggi. 
Orientamenti, primi passi, tracce… che però non spostano il senso più profondo di queste elezioni. La presenza di così tante donne è il segno di un cambio di passo, speriamo irreversibile, per la politica tutta. 
È un dato di realtà che interpella i movimenti delle donne sia sul piano simbolico sia su quello concreto e più immediato, nel breve e nel medio periodo. L’impatto dell’onda d’urto cui stiamo assistendo, e che durerà qualche anno, non può non lasciare tracce nella cultura diffusa e, come donne, non possiamo consentire che accada. Anzi, il tema ci pare sia immaginare nuove modalità di relazioni, trovare le sintonie necessarie affinché non siano sprecate le straordinarie potenzialità che il femminile, e la differenza di cui è portatore, si affermi sulla scena pubblica
Il pericolo serio che si corre è che la neutralità espressa attraverso il non essere, fieramente, né di destra né di sinistra, si possa traslare nella neutralità sul versante del genere buttando al macero intere biblioteche e faticose elaborazioni. Non si hanno notizie di soggetti femminili o femministi più o meno organizzati dentro o intorno al M5S e, anche se questo potrebbe non essere di per sé significativo, è un elemento che qualcosa dice. 
In concreto appare improbabile intavolare un ragionamento facendo pesare la nostra storia e le nostre battaglie. Il valore storico, probabilmente, è riconosciuto insieme all’onore e al merito. Ma è tempo di andare avanti. Il punto è con quali strumenti e idee, con quale ordini di priorità, con quali parole d’ordine. Non sarà facile ma è inevitabile e, forse, anche benefico mettere alla ‘prova del tempo’ categorie di giudizio e approcci consolidati. Se tutto cambia, o dovrebbe cambiare, anche le griglie di lettura delle donne possono mettersi in discussione. 
Queste giovani sindache hanno, tra le tante ed enormi responsabilità di governo di città complesse, anche quella di non fallire, oltre che come grilline, anche in quanto donne [e, aggiungiamo, sono incaricate di rimediare a scempi; anziché risorse si ritrovano in mano le pesanti eredità di ininterrotte politiche maschili predatorie, ndr].


Avremo noi donne, tutte insieme, l’umiltà e il coraggio di superare, ciascuna, la singola appartenenza partitica, la ripulsa, l’invidia, la voglia di vendetta? Non è scontato né facile che una saldatura avvenga tra storie e genealogie femminili tra loro molto diverse e distanti. Ma sappiamo che se non saremo capaci, noi tutte, di fare un salto di qualità, che è relazionale e politico, le magiche traiettorie che questo giro hanno aperto alle donne varchi impensabile fino a pochi mesi fa, potrebbero ricomporsi escludendole. Perché, lo ripetiamo continuamente, mai nulla è conquistato per sempre. 
Ezio Mauro (su a Repubblica del 21 giugno) ha parlato di “desertificazione culturale” e di “cambiamento senza progetto, senza alleanze sociali, senza uno schema di trasformazione” descrivendo il contesto in cui si è potuto affermare “l’antisistema”. Difficile dargli torto se non si sposta il punto di osservazione. Eccolo, il nodo. Ce lo abbiamo, noi donne, un punto di osservazione specifico? Che non è un programma elettorale ma una visione politica unificante che si riconosce in una cornice culturale capace di andare oltre i partiti del Novecento. Riusciamo a tracciarla e condividerla senza dividerci? 
Il momento della verità non è arrivato solo per il Pd alla ricerca di se stesso, per il centrodestra allo sbando o per gli esultanti, per ora, eredi di Grillo.

Coraggio donne, questa tornata elettorale interroga più che mai tutte le forze, e noi donne siamo forza. Non tiriamoci indietro.


lunedì 23 febbraio 2015

Politica delle donne, bisogno di Dio, bisogno degli uomini di negare le donne - e associazioni di idee varie

Luisa Muraro, invitata al convegno sul tema Perché la nostra epoca ha bisogno di Dio (dove parlava in coppia con l’illustre teologo Jürgen Moltmann) racconta che della misericordia parlò brevemente citando le parole del profeta Maometto: sulla sommità del trono di Dio sta scritto che la sua misericordia è più grande della sua collera. 
Poche parole davvero, ma che dicono tutto [a partire dal fatto, forse, che i più zelanti interpreti della religione sono anche quelli che più la tradiscono, sempre]. E proseguendo, sul tema del “farsi giustizia” in relazione a chi non ha a disposizione o non vuole usare i mezzi del potere (la spada e la legge), ha notato che "si sono trovate in questa situazione le donne" - passando così a presentare la politica delle donne nei secoli, vista alla luce del femminismo di questi decenni, come una ricerca di giustizia che si situa fuori dai rapporti di forza, in contrasto con le eroine tragiche Medea e Ecuba le quali si sarebbero vendicate dei torti patiti da uomini infierendo sui figli innocenti. Da qui, dice la Muraro, veniva il titolo del suo contributo: La politica delle donne: non per vendetta ma per giustizia (con riferimento a parole di Nadia Fusini, citate nel testo). 
Il convegno era organizzato da Vita e Pensiero, per il centenario dell'Università Cattolica di Milano; ma il titolo del suo intervento, pubblicato poi sul numero speciale di “Vita e Pensiero” dedicato, era completamente stravolto: non più "La politica delle donne: non per vendetta ma per giustizia", ma "Noi donne, non solo per vendetta". E non solo “la politica delle donne” era rimossa dal titolo, ma nel corpo del testo veniva anche messa tra virgolette.
La “vendetta” forse c’entra, pensai allora, - dice Muraro - come parola evocatrice; forse in certe situazioni il fantasma della vendetta è ineliminabile. Lo squilibrio inevitabile di un mondo come quello cattolico, che continua a essere comandato esclusivamente da uomini pur essendo la Chiesa formata principalmente da donne, è una di queste situazioni. E non c’è niente da fare, bisogna starci… Mi ricordai l’interrogativo critico avanzato in un documento femminista, a proposito di quelle donne zelanti che alla violenza maschile rispondono proponendo di prendersi cura degli uomini violenti: “Ci chiediamo se non ci sia la tentazione di sciogliere la radicalità del femminismo abbassando il livello di tensione della relazione politica tra uomini e donne, che è quello che realmente produce spostamenti” (Nutrire la nostra libertà, rischiando di Claudio Vedovati e Sara Gandini). (…) Se pure fosse vero (non possiamo escluderlo a priori) che, in certe situazioni, su certi confini, vendetta e indifferenza sono risposte inevitabili, esiste tuttavia una terza possibilità, che è quella di aprire lo spazio relazionale dove la tensione che dicono Claudio e Sara, diventa praticabile. Impresa non facile. 
Dietro al tenace attaccamento maschile al potere, troppo spesso ci sono donne che credono di ottenere dei risultati mostrandosi accomodanti. L’ostacolo maggiore è un altro, tuttavia, ed è che le chiese, religiose o laiche, grandi o piccole, reclamano di preferenza l’appartenenza e praticano l’appropriazione
È un’eredità del passato rinforzata paradossalmente dall’individualismo di oggi per cui ogni differenza, se non è causa di odio, sparisce. Gli spazi relazionali non sono rimedi a questi mali, attenzione, non sono cioè luoghi fatti appositamente per lo scambio e il contradditorio tra persone che la pensano diversamente. Sono spazi aperti alla ricerca e alla libera frequentazione, con la possibilità d’incontrarsi. Non cortili, ma periferie. Due riconoscibili abitatori dello spazio relazionale sono Giacomo Leopardi e Simone Weil, più riconoscibili di altre e altri in quanto, nei loro confronti, i tentativi di appropriazione sono falliti.
Da il racconto della vendetta, su Libreria delle donne

Che commenti potremmo fare? Infiniti, forse. Chi ha orecchie per intendere, intenda, per esempio. E anche - non rinunciamo alla politica, ma facciamo una politica femminile. Non rinunciamo a essere disponibili; ma non riduciamoci ad essere accomodantiNon buttiamo via bambini con l'acqua sporca. Ma senza sconti a gente che riesce a confondere il concetto di forza con quello di brutalità, e così a rendere violento perfino Dio.
Diventiamo intelligenti nell'uso delle parole - e nella comprensione del loro uso. Teniamo da conto le parole delle persone intelligenti.