martedì 24 gennaio 2023

Daniela Padoan capolista a Milano e Provincia con Alleanza Verdi Sinistra, per le elezioni regionali 2023 della Lombardia

Serve presentare Daniela Padoan? Forse si, perché anche se molto prolifica scrittrice, saggista e attivista, con i suoi modi discreti e defilati lei non si promuove, non fa quasi nulla per far parlare di sé. Vogliamo parlarne noi, perché finalmente vediamo candidarsi una persona non solo seria, sincera, competente, ma anche consapevolmente eco-femminista.

E lo facciamo con le risposte che abbiamo ricevuto alle nostre domande:

Perché hai accettato di candidarti a queste elezioni regionali?

Per 28 anni il governo di questa destra è stato più attento agli interessi delle lobby economiche che a quelli dei cittadini: oggi la Lombardia è la regione più inquinata d’Europa, ove l'aspettativa di vita si è ridotta di quasi 3 anni (e con oltre 45mila decessi ufficiali solo per Covid-19). 

Questo momento storico porta in primo piano proprio tutto ciò che più mi sta a cuore: un complessivo attacco all’ambiente, alle fragilità, alle diversità, alla democrazia, alle nostre stesse possibilità di convivenza. Ho sentito che scrivere non basta, e nemmeno rimanere nell’ambito associativo… Occorre portare nelle istituzioni il proprio contributo alle scelte che riguardano le nostre esistenze, comprendendo l’indissolubile relazione fra giustizia sociale e giustizia ambientale. Per questo ho deciso di accettare l’invito di Europa Verde a candidarmi, come indipendente, a capolista per Milano e Provincia nell’Alleanza Verdi Sinistra, in appoggio alla candidatura a presidente di Pierfrancesco Majorino. 

Credo che superare la frammentazione che ha consegnato il Paese alle destre sia la sola possibilità per fermare chi ha governato ininterrottamente la Lombardia dal 1994, con le conseguenze che sperimentiamo. L’esperienza di questi anni mi ha insegnato che la forza risiede in una collettività di persone che credono nella responsabilità e nel bene comune, e che solo da qui viene l’intelligenza politica che riesce a cambiare le cose. 

Per questo, alle associazioni e alle persone con cui tante cose abbiamo fatto insieme in questi ultimi anni – su ecologia, fragilità, migrazione, beni comuni, femminismo, antirazzismo, antifascismo, formazione “dal basso” – chiedo non solo di sostenere la mia candidatura ma di contribuire ad arricchire, come un collettivo, un programma condiviso per la Regione. 

Come sintetizzeresti i punti del tuo programma?

Prima di tutto ritengo necessario raccordare economia, salute pubblica e tutela dell’ambiente in un unico concetto di salute circolare, interdisciplinare, che diventi cuore di ogni politica.

Bisogna affrontare con una mentalità nuova una crisi che ormai colpisce anche un ceto medio sempre più impoverito dall'inflazione portata da guerra, pandemia e politiche energetiche ancora ottusamente basate sui fossili.

Per questo, se eletta, mi impegno ad agire per una serie di punti che non sono slogan, ma la quintessenza dell’impegno che mi guida:

• fermare la privatizzazione della sanità affermando il principio della salute non come assenza di malattia ma come condizione complessiva della persona: quindi includendo qualità dell’ambiente e dell’abitare, alimentazione, lavoro, istruzione, costruzione di reti di comunità; 

difendere la nostra Madre Terra, l’acqua, il suolo, il vivente, i beni comuni, la bellezza e gratuità della natura, nostra più vera radice; 

dare opportunità ai giovani promuovendo un profondo investimento culturale, economico e di strategia sul futuro; 

promuovere pace, disarmo e riconversione dell’industria bellica lombarda;

dare piena affermazione dei diritti delle donne in contrasto alla cultura patriarcale, lotta alla violenza, valorizzazione dei talenti femminili;
nuovi posti di lavoro attraverso una vera transizione ecologica, includendo nella formazione erogata dalla Regione competenze ambientali specifiche, rivolte anche ai cittadini stranieri, e una visione nuova che cambi le politiche a partire dai luoghi della fragilità, dai margini, dalle istituzioni chiuse;

democrazia partecipata che garantisca ai cittadini trasparenza, accesso alle informazioni e reale partecipazione, cambiando le politiche che riducono a categoria disabili e anziani, sofferenti psichici, migranti.

Come attuare tutto questo? Col metodo: giorno dopo giorno, affrontando ogni singola problematica alla luce del rispetto del vivente quale stella polare a cui far sempre riferimento, attraverso la coscienza ecologica e sociale che ne consegue, e cercando aiuto e sostegno dalle migliori competenze di coloro che dedicano la loro vita a comprendere, riparare, innovare.

Tutto il mio lavoro è stato impostato sul dialogo, l’incontro, l’interconnessione di saperi e impegno, e così sarà il mio modo di fare politica: con l’aiuto di tutte e tutti voi che condividete questa visione.

 

Puoi parlarci di te attraverso i progetti che hai realizzato?

Sono scrittrice, saggista e attivista per i diritti umani e ambientali, fra i fondatori delle associazioni Adif (associazione Diritti e Frontiere)Laudato si’, un'alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, e Osservatorio Solidarietà Carta di Milano; e curo la collana Lupicattivi - Voci di ecologia integrale per Castelvecchi editore. 

E si, la mia biografia coincide in gran parte con le mie scelte associative e con i miei libri, che segnano i temi a cui mi sono dedicata negli anni: la Shoah, la resistenza femminile, le radici culturali del razzismo, la visione antropocentrica che divide esseri umani, vivente e natura in gerarchie di valore, procedendo alla distruzione del pianeta e riducendo a scarti le vite dei più fragili. Tra i libri che ricordo qui:

in "Come una rana d'inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz" (Bompiani), ho proposto una riflessione sulla specificità femminile della Shoah, fino ad allora ignorata nel nostro paese, instaurando un dialogo durato quasi due anni con le straordinarie testimoni Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi. 

In "Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza de Mayo" (Bompiani), ho intessuto un racconto a cinque voci fatto da Hebe de Bonafini e dalle storiche madri dei desaparecidos sulla forza politica del materno e la resistenza delle donne ai regimi. 

In "Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro" (Einaudi) – un dialogo a tratti irruento con Luca Cavalli-Sforza, il genetista che ha dimostrato l’inesistenza scientifica del concetto di razza applicato agli esseri umani – ho provato a indagare la presunzione antropocentrica della nostra cultura occidentale.


In alcuni libri, che chiamo “libri-assemblea”, mi sono occupata di ambiente ed ecologia, progetti di dialogo tra diversi ambiti di ricerca e attivismo. 

Niente di questo mondo ci risulta indifferente (ed. Interno4), è il risultato di un confronto tra quasi duecento studiosi e attivisti attorno al concetto di ecologia integrale proposto nell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco

Gli stati generali dell’acqua (Castelvecchi), dedicato all’acqua bene comune, diritto umano e del vivente, è nato dalla collaborazione di quasi settanta studiosi, attivisti e movimenti in Italia e nel mondo: dal relatore speciale per l’acqua all’Onu al portavoce Mapuche per l’inserimento dell’acqua nella Costituzione cilena, non in quanto diritto umano ma in quanto soggetto, in sé, di diritto. 

Il mio prossimo libro-assemblea sarà sul ritorno dell’ideologia nuclearista.

Altro mio argomento di impegno è la difesa della Costituzione. Il 24 gennaio di quest’anno è stato pubblicato a mia cura il libro "Liliana Segre. La stella polare della Costituzione. Il discorso al Senato" (Einaudi), con un mio saggio conclusivo sul “filo nero” che dalla Marcia su Roma portò alla Shoah e che ancora oggi ci interroga sul riaffacciarsi di una cultura politica che affonda le radici in un passato fascista con cui non abbiamo mai davvero fatto i conti.

Riguardo all’attivismo associazionista e politico: fin dal 2002, con il gruppo Donne contro i cimiteri marini di Stato, mi sono impegnata per il soccorso in mare e l’accoglienza di profughi e migranti. Le associazioni ADIF -Diritti e Frontiere e Osservatorio Solidarietà Carta di Milano sono nati per rispondere alle politiche italiane ed europee di contenimento e respingimento della migrazione e alla criminalizzazione degli attivisti che, nella progressiva dismissione del soccorso in mare e alle frontiere, si fanno carico dell’assistenza umanitaria.

Dal 2014 al 2019 ho lavorato per il Parlamento europeo come portavoce in Italia dell’eurodeputata Barbara Spinelli (gruppo parlamentare GUE-NGL) occupandomi soprattutto delle tematiche connesse a migrazione, diritti umani e crisi climatica. Grazie a questo incarico ho potuto ispezionare luoghi di trattenimento per migranti come il CIE di Ponte Galeria a Roma e il CPR di Corelli a Milano, e ho organizzato il convegno internazionale Il secolo dei rifugiati ambientali: analisi, proposte, politiche, tenuto nel 2016 al Palazzo Reale di Milano. 

L’associazione Laudato si’ - Un'alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale (di cui sono direttrice) è nata a Milano nel 2015 su sollecitazione di don Virginio Colmegna, ed è formata da credenti e non credenti convinti della portata di cambiamento introdotta dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Ha sede presso la Casa della Carità e ha ricevuto dal Comune di Milano la benemerenza civica Ambrogino d’oro per «aver saputo dare un contributo speciale alla città». Per l’associazione ho curato tutte le pubblicazioni e coordinato attività formative rivolte a scuole, sindacato e società civile. 

Negli ultimi tre anni ho avuto modo di collaborare più strettamente con don Colmegna, che con Casa della Carità si occupa di fragilità e di periferie fisiche ed esistenziali. Insieme abbiamo sviluppato un progetto di scuola popolare di ecologia integrale che avrà sede nel quartiere milanese di Crescenzago, per promuovere sul territorio pratiche di giustizia sociale e giustizia ambientale che mostrino come il “margine” possa divenire luogo di arricchimento e crescita culturale e politica per tutti. [Daniela Padoan]


giovedì 1 settembre 2022

Caro Gorbačëv, scusaci

di Luciana Castellina / da il Manifesto di oggi



L’ho conosciuto «Gorby», così lo chiamavamo. L’ho anche incontrato parecchie volte, naturalmente quando non era più presidente dell’Urss che del resto nemmeno esisteva più. Aveva comunque tante cose da raccontare su cui era facile discutere, perché sebbene sia stato una figura così importante gli piaceva lo scambio e mi chiamava persino Luciana. Merito di questi incontri, Giulietto Chiesa che era stato a lungo corrispondente a Mosca, prima dell’Unità poi della Stampa, che gli era amico e che ha avuto il merito, abbastanza raro, di farcelo conoscere bene, prima e dopo. E che così, nel 1993. divenne il rappresentante della Fondazione Gorbachov in Italia, con sede a Bosco Marengo, provincia di Alessandria, luogo un po’ decentrato come è evidente, visto il disinteresse della nostra capitale.


La Fondazione, che operò in tutta Europa e tuttora esiste in Russia, non aveva grandi mezzi. Fu finanziata da Gorby stesso con i pochi soldi che aveva guadagnato non ricordo più con quale pubblicità [secondo noi, con lo scatto di Annie Leibowitz pe le borse Louis Vuitton, in cui Gorbačëv passa in auto accanto ai resti del muro di Berlino, mentre dal suo borsone spunta un titolo di giornale sull’assassinio per avvelenamento di Alexander Litvinenko, ex membro del KGB, ndr], visto che dopo esser stato defenestrato da Eltsin non gli era rimasto quasi niente, nemmeno più la amata dacia, giusto la sua abitazione di Mosca, dove ha continuato a vivere con l’amatissima Raissa, donna di grande intelligenza e simpatia, fin quando non è prematuramente scomparsa nel 1999.


In questi ultimi mesi, per via della guerra in Ucraina, ho ripensato molto a Gorby e alle conversazioni che avemmo le molte volte che è venuto in Italia grazie a Giulietto, coadiuvato da Popov, ex funzionario dell’Ambasciata in Italia. Con rabbia, per come è stato trattato dalla storia: in patria, dove il suo tentativo di riforma economica e politica del paese si è accompagnato, a differenza della Cina, con una radicale apertura alla democrazia fu, accolto con diffidenza. Fino a diventare uomo impopolarissimo: i russi non gli hanno perdonato di aver «degradato» il paese da grande potenza a entità marginale, per aver rinunciato in fretta alla presenza militare del patto di Varsavia oltre l’Elba, nel tentativo di porre fine alla guerra fredda, mentre la Nato, non solo non faceva altrettanto all’est ma addirittura, allo stesso tempo, avviava un rapido processo di rafforzamento che l’ha portata quasi subito a passare da 12 a 30 stati membri.


La guerra di oggi è colpa di Putin, su questo non ci sono dubbi, ma le sue radici stanno proprio nell’imbroglio che l’Occidente ha perpetrato ai danni di Gorby che aveva sperato nella possibilità, abbattuto il Muro, di costruire un’Europa autonoma dai blocchi, una rete che via via avrebbe dovuto reinserire la grande Russia nel contesto storico di cui, nel bene e nel male, è stata sempre parte.


Vorrei però che in queste ore non fossimo solo presi dal compianto, ma pronti all’autocritica che anche noi, sinistra, dobbiamo farci: perché non solo non siamo stati sufficientemente attenti ai processi che si sono innescati dal 1989 in poi e che hanno via via portato a questa guerra che rischia di coinvolgere il mondo e già si prevede che durerà chissà quanto. Se li avessimo denunciati per tempo, forse avremmo potuto evitare che diventassero terreno di cultura del peggior nazionalismo russo, cavalcato da Putin che ne ha fatto la sua pedana di lancio. Avremmo dovuto soprattutto – e questo era specifico compito nostro, della sinistra – intensificare i rapporti con quella Russia che usciva disorientata dalla sconfitta dell’Urss, moltiplicare le iniziative comuni affinché le nuove generazioni trovassero un supporto da quella parte dell’Occidente che aveva qualcosa da insegnare. Non lo abbiamo fatto, né i sindacati, né le Ong, né i grandi movimenti mondiali no global, né i partiti, né le istituzioni culturali.


Vorrei chiedessimo scusa a Gorbaciov e ci impegnassimo d’ora in avanti a fare quanto è necessario anche in questo drammatico frangente della guerra. La pace non si conquista solo con il dialogo diplomatico, anche con l’egemonia culturale.




martedì 30 agosto 2022

Elezioni politiche 2022: spunti e proposte dell'eco-femminismo in un decalogo per il buon governo

L'ecofemminismo è nell'anima stessa di questo blog; ci uniamo quindi con forza alle eco-femministe che si rivolgono alle donne e agli uomini che disertano il patriarcato con una serie di spunti e proposte che meritano particolare evidenza in questi giorni di campagna elettorale.



Spunti e proposte rivolti, quindi, anche a tutte le formazioni che si presenteranno e che sperano nel voto di tante donne (e anche uomini) che da tempo si astengono perché non si sentono rappresentate.

Intervento e contributo quanto mai prezioso, perché è prioritario ora pensare a un nuovo modo di abitare il mondo e utilizzare le risorse, a nuove regole di convivenza; è l’ora di un cambio di paradigma, richiesto anche dagli obiettivi trasversali dell’Agenda ONU 2030, ratificati dall’Italia e ispirati dalla Piattaforma di Pechino del 1995, ancora vigente, le cui finalità sono riprese nel Piano NGEU e nei PNRR nazionali e soprattutto sono nella nostra stessa Costituzione.

Ora più che mai serve un Parlamento in cui l’esperienza femminista possa contribuire ad una politica capace di rispondere alle esigenze reali, con un governo democratico ed ecologista, attento alle donne e alle giovani generazioni, più che a riprodurre caste e perseguire interessi di lobby. L’eco-femminismo si impegna da decenni a promuovere relazioni eque tra le persone nel rispetto delle differenze, una società della cura, l’abbraccio alla Madre Terra e alle specie che la abitano, e vuole portare l’esperienza delle donne nella politica, vuole orientare voti verso chi sente queste stesse urgenze e promette di contribuire seriamente a dar loro risposta.

 

Ecco in un un decalogo i punti chiave e relativi propositi di buon governo delle eco-femministe:

 

1. La cura come stile politico complessivo e il riconoscimento concreto e formale del lavoro di cura, che venticinque anni fa a Pechino l’Italia si impegnò a conteggiare nel PIL, per ritrovare nelle politiche di spesa pubblica la necessaria e dovuta attenzione alle priorità delle donne e delle famiglie, ovvero dell’intera società nella quotidianità e concretezza dell’esistenza.

Il BES (Benessere equo e sostenibile) va considerato nella sua interezza a integrazione del PIL (Prodotto Interno Lordo) come riferimento per le politiche, perché è il benessere, in tutte le sue forme, a dover essere garantito.

Ne discende la Valutazione di impatto di genere (VIG) dei progetti ex ante ed ex post, la doverosa impostazione di statistiche disaggregate per sesso e la necessità in particolare del punto di vista ecofemminista nelle ricerche e nelle raccolte di dati.

 

2. Il lavoro, che la Costituzione mette a fondamento della Repubblica deve essere garantito a tutte e tutti con adeguata remunerazione e in condizioni che consentano ogni giorno, insieme al tempo per il riposo e per la libertà personale, un tempo per la manutenzione e la cura degli ambienti e delle relazioni, superando il modello sessista della divisione dei compiti.

Va garantito il tempo per figli e figlie ma anche per essere figli e figlie, amici e amiche, persone solidali nei piccoli/grandi collettivi umani dentro i territori in cui viviamo.

Il tempo per la cura di sé, degli affetti, degli ambienti, per lo sviluppo della propria cultura e dei propri talenti deve diventare l’orizzonte in cui ripensare tutto il lavoro anche attraverso l’uso responsabile delle nuove tecnologie soprattutto nell’ambito del digitale.

Nella transizione, legislativa e contrattuale, che muta l’organizzazione sociale, il lavoro gratuito di cura nelle case e nelle famiglie, che i dati evidenziano erogato prevalentemente dalle donne, va considerato da subito nella messa in atto di forme di finanziamento dei servizi anche attraverso dispositivi economici di facilitazione nel rapporto tra bisogni dell’utenza e bilanci delle istituzioni.

 

3. La transizione ecologica e il contrasto alla catastrofe climatica, a cui da tempo le ecofemministe lavorano per garantire la continuità della vita sulla Terra, si attuano con la bonifica dei siti inquinati e delle acque, l’economia circolare, le fonti rinnovabili, il riciclo e il riuso, il trasporto e la mobilità non inquinante, la riduzione drastica di emissioni CO2 e polveri sottili, la messa in sicurezza dei nostri territori sempre più minacciati dagli eventi climatici e dalla mano pesante dell’economia, la promozione dell’agroalimentare sano e dell’etichettatura corretta insieme alla tutela degli animali e all’eliminazione degli allevamenti intensivi.

Siamo impegnate da anni a chiedere la fine dei sussidi al settore petrolifero e ai combustibili fossili, l’eliminazione delle plastiche, lo stop alla cementificazione e all’industria delle armi.

La salvaguardia dei beni pubblici, a cominciare dall’acqua, del paesaggio e degli animali con una seria e programmata politica incentrata sulla manutenzione dell’esistente, la salvaguardia della bellezza e della ricchezza del paesaggio naturale e della biodiversità, del nostro patrimonio storico, artistico, culturale che non solo crea lavoro – soprattutto per donne e giovani (donne e uomini) –, ma qualifica il nostro territorio e la sua capacità di accoglienza, lo rende complessivamente più protetto, più bello, più accessibile e fruibile (Convenzione di Faro).

La cura, la messa in sicurezza, la manutenzione, la protezione del territorio, fermandone il consumo per attività speculative, il contrasto al dissesto idrogeologico sulle coste e nell’interno, la difesa delle spiagge e degli arenili, la riqualificazione urbana a partire dagli edifici pubblici, scolastici e residenziali, un piano di investimento nell’edilizia pubblica agevolata per realizzare il diritto alla casa, la modernizzazione delle infrastrutture di mobilità pubblica ora inefficiente, i collegamenti interni, tra regioni e con gli altri Paesi sono ambiti importanti per la creazione di qualità di vita e di lavoro, di democrazia partecipata.

Vanno fermate le “grandi opere”, inutili per le comunità, invasive per l’ambiente, colpevolmente onerose oltre alle svendite, le privatizzazioni, i tagli ai beni e servizi pubblici.

Va messa in atto una “nuova pedagogia dell’abitare” che, a partire dalla prima infanzia, alimenti relazioni di rispetto e di convivenza con tutti gli esseri viventi nella delicata rete di connessioni che formano l’ecosistema.

 

4. La salute pubblica, non più tutelata da un SSN messo in crisi dalla pandemia, va salvaguardata con servizi territoriali adatti alle nuove esigenze, con un nuovo progetto per i Consultori Familiari, da anni oggetto di depauperamento progressivo, con la diffusione del co-housing (co-abitare), come nuova frontiera dell’abitare collaborativo in luogo delle RSA, con la prevenzione, diffusa sul territorio, delle pandemie e delle malattie da inquinamento, con lo sviluppo delle cure domiciliari che evitino il ricorso frequente alle ospedalizzazioni.

Va assicurato il diritto all'accesso alla sanità pubblica finanziata nella misura sufficiente a garantire in maniera uniforme sull'intero territorio nazionale il blocco dell'esternalizzazione, l'efficienza tecnologica, il numero adeguato di posti letto e la realizzazione delle attività socio-sanitarie territoriali per la prevenzione, la diagnosi e la cura e per la gestione domiciliare delle malattie cronico degenerative.

 

5. Nascere bene è il primo diritto che società e Stato devono garantire.

Il modello assistenziale di cura alla donna è negativamente impregnato di pregiudizi che ostacolano il cambiamento culturale verso scelte consapevoli e autonome in tema di salute femminile riproduttiva e sessuale. Nel rapporto dell’assemblea generale delle Nazioni Unite del 2019 la violenza ostetrica è stata riconosciuta come una violenza dei diritti umani di salute riproduttiva che scaturisce da pregiudizi e stereotipi sulla maternità e sul ruolo della donna.

In Italia la violenza ostetrica non è reato, mentre la medicina e le cure per le donne non sono ancora regolarmente praticate. La salute sessuale e riproduttiva e le scelte connesse devono essere rispettate e garantite dal momento della nascita fino alla menopausa. Contraccezione, aborto ed esami ed eco in gravidanza devono essere realmente a disposizione gratis nei Consultori. Il personale sanitario tutto sia formato alla medicina di genere.

Nascere bene è una questione di libera scelta della madre che incide anche sulla vita futura di chi nasce. Va affrontata la piena attuazione della Legge 194 anche attraverso normative che consentano solo a personale infermieristico e medico non obiettore di partecipare ai concorsi pubblici.

Va assicurata la possibilità di adozione per persone singole e coppie di fatto, indipendentemente dal sesso e dall’orientamento sessuale, fatte salve semplicemente le condizioni di idoneità genitoriale.

 

6. La violenza sulle donne non è disgiunta dalla violenza sull’ambiente; l’uomo ha infatti concepito la donna e la natura come “a sua disposizione”. Ora che le donne affermano e praticano con più determinazione la loro soggettività, femminicidi e altri crimini sessuali si intensificano.

Condanniamo ogni forma di mercificazione del corpo femminile.

Chiediamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza maschile sulle donne e la violenza domestica anche nel rispetto dei richiami del GREVIO.

Trattandosi di un fenomeno culturale è necessaria la formazione e informazione di operatori ed operatrici insieme a:

sospensione della potestà genitoriale per chi agisce violenza; braccialetto elettronico; allontanamento immediato dalla dimora che va preservata per la donna;

lavoro costante per abolire il fenomeno della prostituzione, con conseguente difesa della Legge 75/1958 (Legge Merlin); introduzione del modello nordico che prevede punibilità dei clienti e sostegno alle donne per uscire dal sistema prostituente;

abrogazione della Legge 54/2006 sulla bigenitorialità imposta, per la quale centinaia di minori sono stati strappati da madri che hanno denunciato il padre per violenze e abusi sessuali;

formazione e informazione, insieme ad attenzione costante delle istituzioni, per impedire l’utilizzo in forme subdole della PAS, o sindrome di alienazione genitoriale, (già dichiarata inesistente sul piano scientifico) nei tribunali, a danno delle donne e dei figli/e.

E’ l’ora anche di aiutare e risarcire le donne vittime delle mafie e di maggiori investimenti e maggiore diffusione del protocollo “liberi di scegliere” che permette alle madri, mogli di boss mafiosi, di strappare se stesse ed i loro figli ad un destino già scritto.

 

7. Una nuova politica sull’immigrazione per fermare le morti dei migranti e delle migranti in mare, sui confini europei e nei lager libici, gli stupri e le violenze sulle donne “bottino di guerre”: è un tema urgente. Non è più tollerabile una narrazione delle migrazioni come invasioni e come problema di sicurezza. Le leggi, le normative e i Memorandum che attualmente regolamentano l’immigrazione devono essere modificate in base ad una politica umana e civile che salvaguardi le vite, in accordo con l’UE, abolendone alcuni, come gli accordi con la Libia e i decreti vigenti.

E’ l’ora di promuovere realtà virtuose di accoglienza e inclusione sociale e lavorativa dove i/le migranti possano vivere in armonia e crescere con le comunità che li accolgono. Vanno riviste regole e criteri per l’acquisizione della cittadinanza con forme di automatismo per chi nasce in Italia.

 

8. Riforme e investimenti per la Scuola Pubblica, per uscire da un modello patriarcale di gerarchia imposta e di competizione nella consapevolezza che le future cittadine e i futuri cittadini hanno il diritto di ricevere la migliore educazione in luoghi adeguati e con un ordinamento scolastico che rispetti ed attui le indicazioni nazionali e le linee guida esistenti che puntano ad una cittadinanza consapevole, attiva e perciò responsabile lungo tutto l’arco della vita non sono più procrastinabili. L’educazione al pensiero critico ed un uso responsabile delle tecnologie e dei social media si rivela fondamentale inoltre per contrastare atteggiamenti di omologazione, bullismo, violenza e sviluppare la cittadinanza digitale consapevole.

 

9. Fisco

Vanno attuate con determinazione

la lotta all’evasione fiscale e le riforme che ne riducano la possibilità concreta

la riforma fiscale per un’equa e progressiva distribuzione del prelievo sui redditi come previsto dalla Costituzione

la tassazione sui grandi patrimoni e lavoro per accordi internazionali contro le fughe di capitali nei paradisi fiscali

il recupero dei finanziamenti accordati ad aziende che hanno delocalizzato l’attività in altri Stati con la finalità di aumento dei profitti e sfruttamento di lavoratori e lavoratrici.

10. Spese militari

Siamo nonviolente e da sempre vogliamo che la guerra esca dalla Storia. Il dialogo, basato sul confronto e sul rispetto reciproco alla base delle relazioni etiche e femministe deve essere strumento di pace nei conflitti anche e soprattutto armati. In questa direzione va la richiesta di un sistema di difesa europeo.

Occorre un piano di riduzione degli investimenti sugli armamenti e per la riconversione delle aziende produttrici insieme a una riqualificazione dell’esercito come forza di gestione nonviolenta dei conflitti.




giovedì 18 agosto 2022

Catastrofi ambientali: in soli 6 mesi perdite per 75 miliardi

Scrive il Sole24ore (articolo di Laura Galvagni del 10/8/2022) che nel primo semestre del 2022 le catastrofi ambientali hanno già causato 75 miliardi di perdite; e in questa cifra ancora non sono inclusi i danni causati dal caldo torrido e dalla siccità degli ultimi mesiPer non parlare delle "perdite" in termini di sofferenza ed estinzione del vivente; costi che nessuno cita mai; e quindi restiamo anche qui, per ora, sul bilancio meramente economico.

Già il 2021, secondo le stime di Swiss Re (gruppo riassicurativo che ogni anno produce un corposo studio sugli impatti del cambiamento climatico), era stato un anno di intensa attività catastrofale in tutto il mondo con alluvioni, temperature estreme, uragani, incendi e tornado (oltre al tremendo terremoto ad Haiti), che hanno provocato perdite economiche globali per 280 miliardi di dollari (217 miliardi nel 2020); fra questi eventi i soli fenomeni alluvionali colpiscono circa il 29% della popolazione in tutto il mondo. L’istituto stima inoltre che se le temperature continueranno a crescere e se entro il 2050 non si raggiungerà l’obiettivo “emissioni zero” il mondo intero perderà l’11% del Pil.
E purtroppo niente fa pensare a un'inversione di tendenza; e infatti le catastrofi sono in costante incremento.
Intervistato da Sara Deganello, sempre per Il Sole, sull’iniziativa #unvotoperilclima, il climatologo Antonello Pasini ha dichiarato:

«Dobbiamo adattare i nostri territori, l’agricoltura, le attività produttive, le città a quegli eventi climatici che abbiamo sperimentato negli ultimi anni e che ci saranno anche in futuro. Oltre a ridurre i gas serra e perseguire la carbon neutrality per il 2050. È una chiamata all’azione affinché i partiti ci facciano vedere programmi seri per contrastare il cambiamento climatico. E la popolazione possa scegliere di votare chi dà la priorità a questi temi. Vedo una maggiore sensibilità sul tema; la lettera sul clima rivolta alla politica ha avuto una grande risposta da parte della gente comune; dai politici no. In campagna elettorale, anche in quelle del passato, si è parlato pochissimo di clima. Ma quest’anno il cambiamento lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Noi siamo interessati a sostenere soluzioni scientificamente fondate su una maggiore efficacia. Ad esempio, a livello globale ci siamo dati l’obiettivo di non superare l’aumento di 1,5°C della temperatura rispetto al periodo pre industriale. Ora siamo già a un aumento di 1,2-1,3°C. Anche se la temperatura rimanesse quella di oggi i ghiacciai alpini perderebbero il 30% della propria massa entro la fine del secolo perché stanno rispondendo lentamente al riscaldamento degli anni passati; di conseguenza perderemmo il 30% della disponibilità d’acqua. Dobbiamo dunque pensare a nuovi invasi, a irrigazioni a goccia, a una sistemazione degli acquedotti colabrodo. Dobbiamo gestire questa cosa che è inevitabile e allo stesso tempo scongiurare scenari molto peggiori. Se nel 2100 avremo raggiunto i 4-5°C di aumento i ghiacciai alpini perderanno il 90-95% di superficie e volume attuali, generando una situazione ingestibile per l’agricoltura del Nord Italia. L’economia, nei propri conti, deve valutare i danni ambientali, non esternalizzarli. Ci sono ecosistemi che se muoiono ci tolgono servizi fondamentali. Pensiamo a quelli che filtrano e depurano l’acqua, per esempio. Dobbiamo mettere in sicurezza territori e attività produttive investendo con decisione e celerità le risorse disponibili del Pnrr. È in atto una tendenza: gli ultimi anni sono stati storicamente i più siccitosi. I nostri modelli ci fanno vedere come questo sia legato strettamente alle attività antropiche. Conosciamo le cause di ciò che avviene. È il momento di passare alle azioni. Non possiamo più nasconderci dietro a un dito». 

martedì 16 agosto 2022

Peste suina: cosa c'è dietro il paradosso degli abbattimenti di animali sani e ben tenuti

di Sabrina Giannini / Perché la battaglia in difesa della Fattoria degli Ultimi è politica, ancora prima che animalista? Perché sta svelando un sistema, quel Dorian Gray chiuso in soffitta, legale quindi ai loro occhi perfetto, ma un mostro. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti e prima o poi quel mostro uscirà. Se abbattono questi animali sani e liberi devono dire perché non abbattono anche tutti gli altri, sani ma chiusi e in condizioni penose. 

Di seguito l'email che ho inviato ad Angelo Ferrari, Commissario che gestisce la Peste suina africana, e in copia a presidente Nicola Zingaretti, ass. Alessio D'Amato e ministro Roberto Speranza.

Gent.mo Commissario Ferrari,

sono l’autrice e ideatrice del programma di RAI TRE Indovina chi viene a cena, l’unica trasmissione italiana interamente dedicata all’ambiente, alla sostenibilità, alla salute, al cibo e al benessere animale.

In merito al provvedimento di abbattimento  notificato al Santuario “La sfattoria degli animali” della signora Samaritani dalla ASL RM1, a seguito del contenimento della peste suina africana, Le chiedo di poter avere alcune delucidazioni e di conoscere con almeno un giorno di anticipo la data prevista per l’abbattimento, e di documentare le operazioni di abbattimento  con le nostre telecamere al fine di verificare la modalità di abbattimento in linea con le norme. 

In particolare Le posso già anticipare le mie perplessità e le argomentazioni che le sottoporrei: 

• non c’è alcun esemplare positivo alla PSA nella Sfattoria sebbene si trovi in un’area infetta (ma che ha colpito, mi risulta, un allevamento intensivo. Avete dunque provveduto ad eliminare anche tutti gli animali che vivono negli allevamenti intensivi presenti nella zona infetta?). 

• è stato dichiarato che il problema è di biosicurezza, di abusivismo e molte altre lacune nella gestione. Ma questi sono problemi assolutamente gestibili e reversibili...  

• Il limite dei 2 animali_suini possibili da detenere è di per sé la dimostrazione di una normativa che poggia su una visione industriale dell’allevamento, criticata dalla scienza alla quale la politica non si vuole adeguare per una evidente convenienza. Un sistema, quello degli allevamenti intensivi, che invece può legalmente costringere una scrofa per mesi in una gabbia di gestazione, ucciderla dopo tre parti con i quali partorisce 10/12 suini alla volta e che, in genere, hanno una percentuale di mortalità dovuta all’asfissia.  

Questo provvedimento, che riguarderà suini e cinghiali allo stato libero e sani, appare a più persone ormai paradossale visto che l’allevamento intensivo che si intende con questo abbattimento proteggere è stato più volte criticato dalla politica del green new deal, della Next Generation. 

Un sistema che fa un uso abnorme di antibiotici dovuto all’assembramento e alle numerose infezioni, uso che causa la devastante problematica dell'antibiotico-resistenza (7-10 mila morti umani l’anno), da me più volte documentata anche nelle inchieste passate a Report (puntata Resistenza passiva) e le più recenti di Indovina. Un sistema che consuma soia OGM dal Brasile e quindi corresponsabile della deforestazione, concausa di gas serra e, peggio ancora, ponte epidemiologico di virus e zoonosi (cito il rapporto “Frontiers dell’UNEP. 2016") 

Tutto questo, segno evidente che le normative possono essere modificate o, come avviene quando serve o quando si vuole, derogate. 

In attesa di un Vostro cortese riscontro

Porgo i miei più cordiali saluti

Sabrina Giannini


Petizione Salviamo gli animali della Fattoria dall'abbattimento qui

La Sfattoria Degli Ultimi é un rifugio per maiali salvati da condizioni di maltrattamento e cinghiali inurbati che avrebbero potuto creare problemi alla comunità e che pertanto sarebbero stati abbattuti secondo i protocolli vigenti.

Sito a Roma, nella campagne a nord della capitale, il rifugio ospita piú di cento animali in 5000 metri di giardino e due enormi stalle, in cui sono liberi di scorrazzare.

Gli animali sono tutti censiti presso la Asl territoriale di riferimento e tutti microchippati in quanto registrati come animali non DPA (non destinati ad uso alimentare).

Come é noto, dall'inizio di quest'anno l'Italia é stata interessata dalla diffusione della peste suina africana e tra le varie zone indicate come zona rossa, é rientrata anche quella della Sfattoria. Nonostante la normativa vigente escluda categoricamente gli animali non DPA dall'abbattimento contro la diffusione della peste suina, la Asl territorialmente competente minaccia di procedere con l'abbattimento di tutti e cento gli animali sanissimi della Sfattoria.

I gestori e i volontari che da piú di un anno e mezzo si adoperano per il sostentamento, le cure e il benessere di questi animali sono disperati e chiedono aiuto a tutte le persone di buon cuore e coscienza affinché questa assurdità non venga perpetrata.

giovedì 4 agosto 2022

Perché la politica dovrebbe mettere il clima in cima all'agenda politica

Anche nei programmi per le imminenti elezioni il tema degli impegni urgentissimi da prendere contro il disastro climatico langue, in sottofondo; eppure dei politici credibili dovrebbero oggi chiedere scusa per l'ignavia di decenni e mettere questo punto al primo posto. Perché? bè, ce lo spiegano gli scienziati più esperti in questo campo che abbiamo in Italia, in una lettera aperta alla politica, appunto: che possiamo sottoscrivere anche tutte e tutti noi firmando la petizione "un voto per il clima" [QUI]

Giorgio Parisi, fisico premio Nobel per i suoi studi sui sistemi complessi, spiega QUI perché si trova "assolutamente d'accordo con i colleghi climatologi" sull'importanza "che i partiti mettano in chiaro nei programmi i loro progetti per la lotta ai cambiamenti climatici, perché gli elettori possano votare anche in base a quale di questi progetti trovano più convincente. Tra i promotori della lettera anche il climatologo Antonello Pasini, fra protagonisti del webinar urgente sul clima di cui avevamo riferito qui. Ecco comunque gli argomenti degli studiosi:

La scienza del clima ci mostra da tempo che l'Italia, inserita nel contesto di un hot spot climatico come il Mediterraneo, risente più di altre zone del mondo dei recenti cambiamenti climatici di origine antropica e dei loro effetti, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull'uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive. Il riscaldamento eccessivo, le fortissime perturbazioni al ciclo dell'acqua e altri fenomeni meteo-climatici vanno ad impattare su territori fragili e creano danni a vari livelli, influenzando fortemente e negativamente anche le attività economiche e la vita sociale. Stime assodate mostrano come nel futuro l'avanzare del cambiamento climatico ridurrà in modo sensibile lo sviluppo economico e causerà danni rilevanti a città, imprese, produzioni agricole, infrastrutture. Per un grado di riscaldamento globale in più rispetto al presente, ad esempio, si avranno mediamente su scala globale un aumento del 100% della frequenza di ondate di calore e tra il 30 e il 40% di aumento della frequenza di inondazioni e siccità, con una conseguente diminuzione del benessere e del prodotto interno lordo. Nel Mediterraneo e in Italia, poi, la situazione potrebbe essere anche più critica in quanto, ad esempio, si hanno già chiare evidenze di aumenti di ondate di calore e siccità, di ritiro dei ghiacciai alpini, di aumento delle ondate di calore marine e, in parte, di aumento degli eventi estremi di precipitazioneIn questo contesto ci appare urgente porre questo problema in cima all'agenda politica. E oggi l'avvicinamento alle prossime elezioni diventa l'occasione per farlo concretamente. Chiediamo dunque con forza ai partiti politici di considerare la lotta alla crisi climatica come la base necessaria per ottenere uno sviluppo equo e sostenibile negli anni a venire; questo dato di realtà risulta oggi imprescindibile, se vogliono davvero proporre una loro visione futura della società con delle possibilità di successo. In particolare, nella situazione attuale appare urgente porre in essere azioni di adattamento che rendano noi e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura; azioni che non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale. A causa dell'inerzia del clima, i fenomeni che vediamo oggi saranno inevitabili anche in futuro, e dunque dobbiamo gestirli con la messa in sicurezza dei territori e delle attività produttive, investendo con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR. Allo stesso tempo dobbiamo anche fare in modo che la situazione non si aggravi ulteriormente e diventi di fatto ingestibile, come avverrebbe negli scenari climatici peggiori. Per questo dobbiamo spingere fortemente sulla riduzione delle nostre emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia, accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica. Come scienziati del clima siamo pronti a fornire il nostro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete che siano scientificamente fondate, praticabili ed efficaci, ma chiediamo con forza alla politica di considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro. Ci auguriamo dunque elaborazioni di programmi politici approfonditi su questi temi e una pronta azione del prossimo governo per la lotta alla crisi climatica e ai suoi impatti.

Primi firmatari

Carlo Barbante, CNR e Università Ca' Foscari, Venezia

Carlo Carraro, Un. Ca' Foscari, Venezia

Antonio Navarra, Un. Bologna e Pres. Fondazione CMCC

Antonello Pasini, CNR, Roma

Riccardo Valentini, Un. della Tuscia, Viterbo, e Pres. SISC 

Con il contributo dei seguenti autori italiani dell'AR6-IPCC:

Annalisa Cherchi, CNR, Bologna

Erika Coppola, ICTP, Trieste 

Susanna Corti, CNR, Bologna

Sandro Fuzzi, CNR, Bologna

Piero Lionello, Università del Salento, Lecce

Massimo Tavoni, Politecnico di Milano

Elena Verdolini, Università di Brescia

Le prime altre firme pervenute dalla comunità scientifica sono:

Roberto Barbiero, APPA, Trento

Leonardo Becchetti, Un. di Tor Vergata, Roma

Alessandra Bònoli, Un. di Bologna

Michele Brunetti, CNR, Bologna

Roberto Buizza, Scuola Universitaria Superiore Sant'Anna, Pisa

Carlo Cacciamani, ItaliaMeteo 

Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici, Politecnico di Milano

Claudio Cassardo, Università di Torino

Marinella Davide, Università Ca' Foscari, Venezia

Enrica De Cian, Università Ca' Foscari e CMCC, Venezia

Maria Cristina Facchini, CNR, Bologna

Francesco Forastiere, CNR, Palermo, e Imperial College, Londra

Filippo Giorgi, ICTP, Trieste

Silvio Gualdi, CMCC, Bologna 

Fausto Guzzetti, CNR, Perugia, e Protezione civile, Roma CNR

Vittorio Marletto, ARPAE Emilia-Romagna, Bologna

Simona Masina, CMCC, Bologna

Maurizio Maugeri, Università di Milano

Paola Mercogliano, CMCC, Caserta

Mario Marcello Miglietta, CNR, Lecce

Franco Molteni, consulente scientifico ECMWF, Reading, UK, e ICTP, Trieste

Mario Motta, Politecnico di Milano

Elisa Palazzi, Università di Torino

Claudia Pasquero, Università di Milano Bicocca

Cinzia Perrino, CNR, Roma

Antonello Provenzale, CNR, Pisa

Gianluca Ruggieri, Università dell'Insubria, Varese

Gianmaria Sannino, ENEA, Roma 

Stefano Tibaldi, CMCC, Bologna

Giorgio Vacchiano, Università di Milano

Francesca Ventura, Università di Bologna

domenica 10 aprile 2022

Diplomazia del Papa e convergenza fattiva fra organizzazioni umanitarie e di pace: ci si può sperare?

Mercoledì 6 aprile, esponendo questa bandiera proveniente dalla guerra, proprio dalla città martoriata di Bucha, Papa Francesco aggiungeva alle sue precedenti un'altra importante dichiarazione: “dopo la seconda guerra mondiale si è tentato di porre le basi di una nuova storia di pace ma purtroppo non impariamo, è andata avanti la vecchia storia di grandi potenze concorrenti. 

E, nell’attuale guerra in Ucraina assistiamo all’impotenza della Organizzazione delle Nazioni Unite (…) La logica dominante (della geopolitica, ndr) resta quella delle strategie degli Stati più potenti per affermare i propri interessi estendendo l’area di influenza economica, o influenza ideologica o influenza militare”.

Scrive Marina Calloni, in un accurato articolo su La Svolta, che “la connessione tra volontà di potenza, economica, ideologica e militare ha di fatto sempre rappresentato il principale volano e quel denotare che fa da miccia a ogni guerra, che si protrae attraverso le generazioni con odi perduranti nel tempo (…) Le parole del Papa non possono essere dunque intese solo come semplici messaggi spirituali ma come chiari messaggi politici di tipo pragmatico, rivolti tanto al crudele cinismo degli Stati nazionali, quanto all’impotenza dell’organismo sovranazionale per eccellenza: l’Organizzazione della Nazioni Unite. La stessa Santa Sede fa parte dell’ONU dal 1964 come “Osservatore Permanente di Stato non membro”, ruolo che le permette di esercitare una certa influenza su documenti in discussione, partecipare a conferenze mondiali, collaborare – con anche numerose criticità - con gli altri Stati membri”.

Cosa significa dunque la critica del Papa all’ONU? Fondato nel 1945 per rafforzare la pace universale dopo le atrocità della seconda guerra mondiale, l’ ONU ha il fine di “mantenere la pace e la sicurezza internazionale”; “sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli”; “conseguire la cooperazione internazionale nella soluzione dei problemi internazionali di carattere economico, sociale culturale o umanitario”. 

Ma, osserva sempre Calloni, nella crisi in corso pare che nessuno di questi principi sia rispettato. L’ONU riconosce altresì il principio della sovranità e integrità territoriale, quindi può costituzionalmente ammettere un solo tipo di guerra armata: quella di difesa se aggrediti; la guerra in Ucraina è quindi evidentemente illegale in quanto guerra d’aggressione, e come tale potrà dare origine a commissioni per il riconoscimento di eventuali crimini di guerra e genocidi. 

Ancor oggi non si può fare a meno del ruolo dell’ONU, senza il quale le relazioni internazionali sarebbero ancora più problematiche; ma un organismo inter-governativo che dovrebbe decidere sanzioni contro uno dei suoi membri (la Federazione Russia), il quale però dispone del diritto di veto, presenta limiti insanabili nella sua stessa conformazione. I molti tentativi di riformarla finora non hanno avuto successi significativi; ora una vera riforma sarà forse possibile solo se la Russia uscirà sconfitta dalla guerra contro l’Ucraina. Dal suo canto, l’attuale Unione Europea non dispone ancora di una coesa unità politica né di una politica di sicurezza comune, quindi manca di vero potere negoziale.

L’attuale crisi bellica mette dunque in luce le grave carenze delle diplomazie, dimostratesi incapaci di prevenire l’annunciato allargamento di una guerra già iniziata nel 2014. Le diplomazie sovranazionali (dall’ONU alla UE) e nazionali stanno a guardare o si muovono in ordine sparso, per non parlare dei terreni su cui si muovono (dal territorio della Bielorussia filo-putiniana alla Turchia), in stallo per veti incrociati, mentre il prezzo in termini di sangue e distruzioni è altissimo. Intanto la cultura politica democratica arretra, l’opinione pubblica si polarizza, i sistemi autoritari e coercitivi si rafforzano.

In questo deflagrare di disordine mondiale si attende il terzo assente (come lo chiamava Bobbio): quel potere «terzo» super-partes capace di affrontare i conflitti in nome della pace; ma questo ancora non si vede.

In tutto ciò, Calloni si chiede: quale sfera di influenza potrebbe esercitare la diplomazia del Papa nella direzione di sviluppare piani per la pace? Nell’ambito della diplomazia a vari livelli propria al Vaticano (spirituale, inter-religiosa, umanitaria e politica) il Papa potrebbe contribuire a una pratica trasversale e integrata, ove il piano formale interagisce con la molteplicità di reti informali, capaci di sviluppare un’azione comune assieme ad altri soggetti istituzionali, interessati alla tregua e alla cessazione della guerra, prospettando possibili vie per una ricostruzione materiale e morale, prevenendo conflitti bellici, a fronte di nuovi appetiti politico-economico-militari.  

Si, siamo in molti a credere che, pur nella difficile relazione con un Patriarca russo gravemente compromesso con la politica di Putin, in questa fase delicatissima il Papa potrebbe avere un ruolo cruciale. In questo quadro, a corollario e in risonanza con gli sforzi del Papa, il sorgere di un organismo che possa radunare e sincronizzare gli sforzi delle più importanti associazioni e organizzazioni umanitarie e di pace, ambientaliste ed ecofemministe, potrebbe creare un flusso di corrispondenza capace di dare forza alle sue azioni, di creare un afflato della società civile che ora, smarrita di fronte a ciò che sta accadendo, continua a profondere in mille rivoli i suoi contributi, ma si sente impotente.

Dalla Comunità di Sant’Egidio a Emergency, da Greenpeace, FFF, Extinction Rebellion a Unipace e Runipace, da Aidos alle Case delle donne, solo per citarne alcune, da tutti gli enti che rientrano nell’AOI a mille altri ancora, le organizzazioni di cui si potrebbe cercare di catalizzare le risorse sono moltissime, e potenzialmente dall’enorme capacità di impatto comunicativo e mentale. Ingenue? forse; ma la situazione è abbastanza grave perché le dirigenze di tutte queste organizzazioni inizino almeno a considerare l'ipotesi di unirsi, coordinarsi, pensare ed agire in concerto?

Come anche si auspica > QUI, parlando di cambiare metodo, invertire la rotta.

#disertareilpatriarcato, è l'invito di Laura Cima: per una visione nuova capace di salvarci dal disastro in cui stiamo cadendo; anche tanti uomini finalmente cominciano a farlo. Paradossalmente, è forse ora di mirare a questa meta proprio appellandosi a papa Francesco, colui che oggi guida con inedito coraggio quella che fu (e nella sua struttura, resta) fra le istituzioni più patriarcali della Storia.