giovedì 10 settembre 2020

Lettera agli sponsor del Festival della Bellezza #tuttimaschi

Gentilissimi,

Noi Rete Donne, network fra numerose competenze femminili in posizioni autorevoli nelle istituzioni e nel giornalismo, operante da vari decenni sui temi del riequilibrio dei generi, desidera riflettere con Voi riguardo all’evento finanziato dalla Vostra Azienda, che costituisce la rappresentazione deteriore e non etica del tema che si propone di scandagliare e discutere nelle sue diverse declinazioni.



Il Festival della Bellezza, che è in corso a Verona, e che vanta il Vostro sostegno concreto e dovizioso, sta inanellando pessime figure sotto il profilo comunicativo ed educativo, soprattutto, in virtù della sua struttura maschiocentrica (fra i relatori annovera un’unica donna; l’altra, in quanto pianista, ha il ruolo di accompagnatrice), dà un’immagine falsata e parziale della realtà, della società, del mondo (e anche della Vostra clientela, che, siamo certe, si compone di uomini e di donne), rischiando di riflettere l’ombra lunga della sua distorsiva interpretazione anche su chi lo sostiene e finanzia.

Già alcuni incidenti di percorso avvalorano il nostro profondo sconcerto al riguardo, creando quello che a Padova si suole definire: “Peso el tacon del buso”.

L’alibi risibile che numerose donne autorevoli e titolate, interpellate per mantenere un equilibrio di genere, abbiano declinato l’invito, non regge: guarda caso, si trattava di personalità straniere che, in piena pandemia, avrebbero potuto trovare difficoltà a spostarsi. I nomi dei partecipanti di genere maschile, tutti italiani, naturalmente, erano tutti disponibili, secondo i cachet coperti dagli sponsor.

Ci chiediamo:

possibile che fra tutte le italiane, protagoniste della cultura e dello spettacolo, non ce ne fosse nessuna all’altezza, per fama e pensiero, di uno di questi signori presenti nel programma?

Per loro, e i loro onorari non certo convenienti, il costo è sostenuto dagli sponsor, mentre sul pagamento dei diritti di un’artista si risparmia, acquisendo sul web [e utilizzandola senza averne diritto, ndr] l’immagine utilizzata nella locandina?

Oltretutto, si tratta dell’immagine di una ragazzina, che poco si coniuga col tema di Eros e bellezza (a meno che non si voglia elevare un inno alla pedofilia), come ha fatto notare la stessa autrice, Maggie Taylor, che solo ora è venuta a conoscenza dell’abuso sul copyright, in atto da più edizioni.

Gli organizzatori stanno costruendo un muro di gomma, celandosi dietro favolette fantasiose per giustificare la propria superficialità scientifica:

la violazione del copyright di una artista straniera, che ha giustamente fatto sentire le proprie ragioni; un programma, come Vi abbiamo già sottolineato, del tutto squilibrato, dove l’approccio alla bellezza e all’Eros, è univoco;

una pregiudiziale dell’ipse dixit che toglie autorevolezza all’evento, trasformandolo in una kermesse circense.

Vi invitiamo, pertanto, visto il Vostro ruolo e le Vostre competenze, a voler intervenire nei confronti dell’organizzazione dell’evento, affinché il Festival abbia una struttura binaria tale da non oscurare il pensiero femminile in materia, dandogli eguale dignità rispetto a quello maschile.

Nella speranza di un’auspicata risposta e di facta concludentia, vogliate gradire i sensi della più viva stima.

Noi Rete di Donne

Marisa Rodano, Daniela Carlà, Annamaria Barbato Ricci, Donatella Caione, Sabrina Cicin Marzetti 


La lettera è stata inviata ai Sigg:

Presidente della BCC Cerea Banca, Luca Paolo Mastena

Vice Presidente Vicario, Renzo Manfrè

Vice Presidente, Luca Bezzetto

e inoltre a:

Cattolica Assicurazioni; Athesis gr.editoriale; Centro Porsche Verona; AGSM Verona; Newchem; DAS difesa legale; Zanolli srl; BCC Cerea Banca; Phoenix Group; Vagheggi SpA; Az.agricola Bulgarini; Assigeco Srl; Terranostra Ass. provinciale Agrituristica; Ass. Culturale VIemozioneRETE

e ai Patrocini: ESU Verona, Consiglio notarile Verona

domenica 30 agosto 2020

Non una resa dei conti al femminile, bensì una resurrezione dell'etica

di Annamaria Barbato Ricci* • A bocce ferme, dopo le dimissioni di Giulio Leonardo Ferrara da ruoli che un pregiudicato non avrebbe potuto ricoprire ab origine dopo la condanna passata in giudicato, è il momento della riflessione. 

Ci sarebbe sembrato disattendere le conseguenze della sentenza alla pena di due anni e sei mesi per violenza e abuso di posizione di soggezione comminatagli e confermatagli, se lo avessimo lasciato rimanere sulla sua poltrona, pascendosi della propria sostanziale immunità. E abbiamo considerato un dovere civico del nostro giornale indignarci e dare voce all’indignazione, raccolta anche con una petizione ai vertici istituzionali, promossa dal rassemblement femminile “Dalla Stessa Parte”. Ha raccolto le firme di uomini e donne, perché questa non è stata una resa dei conti al femminile, bensì la resurrezione dell’etica, sui luoghi di lavoro pubblici e privati. E l’etica non ha sesso. O ce l’hai o non ce l’hai: la lettera di dimissioni di Ferrara è l’icona di una mentalità padronale priva di etica di un reo riconosciuto in ben tre aule di Tribunale (fra cui la Suprema Corte di Cassazione) che addebita il proprio passo indietro non a questioni di opportunità e di coscienza (ma va’!), bensì ad una ‘violenta’ (lapsus freudiano?) campagna stampa. 

Certo, ne uccide più la penna (o il pc) che la spada.
Il nostro intento, però, non era di uccidere proprio nessuno, sia pure metaforicamente, macchiandogli l’immacolata reputazione, ma di impedire che si accreditasse a un manager moralmente indegno una sostanziale impunità - non ha patito certo l’esecuzione della pena. 
Nessuna conseguenza visibile per lui, qualora la vicenda non fosse stata portata alla luce, se non la traccia sulla sua fedina penale: il che gli consentiva di godere degli eguali privilegi di un omologo dalla morale specchiata. Non enfasi giustizialista, ma operazione verità; non campagna mediatica volta a denigrare immeritatamente, ma ristabilimento della autenticità dei fatti.
Da parte mia, un pensiero sovrastava tutti, mentre pestavo indignata la tastiera del pc: riflettevo sulla sofferenza profonda della parte offesa che, immagino, abbia affrontato un calvario nato dal momento della violenza traumaticamente subita e dipanatosi in tre sedi giudiziarie, con il dolore e l’umiliazione delle domande inquisitorie per stabilire se ‘davvero’ fosse stata oggetto di violenza. 
Un’angoscia reiterata, da sbranare l’anima. E il peso, il terrore di continuare a lavorare in una situazione in cui l’orco era il dominus; e l’habitat sociale e lavorativo che non sempre è benevolo e può non crederti e trinciare istantanee sentenze inappellabili (mentre chi ti ha causato il vulnus può ricorrere a tre gradi di giudizio). E gli incubi, le lacrime, e il meccanismo di autocolpevolizzazione che spontaneamente sorge ed è spesso indomabile. 
Della vittima nessuno ha parlato, io per prima. Di colei riguardo alla quale si può parlare realmente di violenza. E voglio farne ammenda, esprimendo considerazione e solidarietà. 
Signori, tutti in piedi. Onore a una donna che è andata fino in fondo, senza recedere, senza farsi sconfiggere da paure, violenze morali estranee, diventando un simbolo per tutte le altre che non hanno avuto la sua forza d’animo, il suo coraggio. 
Un esempio per quelle che hanno taciuto e lo sprone a non farlo mai più. Perché è lei stessa testimonianza che la giustizia vince sempre, se la facciamo vincere
[Annamaria Barbato Ricci* su Il Quotidiano del Sud del 30/8/2020]
*già capo ufficio stampa della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri

sabato 29 agosto 2020

Ebru Timtik, Aytac Ünsal e il silenzio

La brutale distruzione della vita di Ebru Timtik non ha meritato abbastanza spazio, al momento, sulla stampa nazionale.
Sul Corriere on line, ad esempio, ieri è uscito un pezzo; ma sull'edizione cartacea di oggi nulla; interessante che, dopo la selezione iniziale di politica e di cronaca, varie pagine intere siano dedicate rispettivamente ai seguenti argomenti: la ex moglie di Briatore; il “front man” degli ex-Spandau Ballet, Yoko Ono, le sfilate a NY; Armani; una nuova stilista di H&M; Pirlo che “sceglie Dzeko”; e altri simili fatti ineludibili. Neanche una riga per Ebru. Su La Repubblica un articolo a pagina 15; con richiamo sulla prima, va detto. Questo è lo spazio dedicato dai 2 più importanti quotidiani nazionali allo sconvolgente epilogo della protesta degli avvocati turchi per un equo processo e alla enorme posta che c’è ancora in gioco, qualcosa che ci riguarda molto di più della maggioranza delle restanti notizie riportate, specie di quelle a piena pagina. 
Riguardo agli articoli online di Corriere e Repubblica, nessuno dei due cita la dichiarazione del Consiglio Nazionale Forense italiano, di voler continuare «in sinergia con il Consiglio degli ordini forensi europei (Ccbe) e con l'Osservatorio internazionale avvocati in pericolo (Oiad), la propria azione di denuncia e di sostegno ai colleghi che si battono per il libero esercizio della professione di avvocato, compromesso anche dalla recente riforma degli ordini professionali in Turchia, e chiede alle autorità turche il rispetto dei diritti della difesa, inibiti e reiteratamente violati nei processi in cui sono stati coinvolti i colleghi». Citazione che invece non trascura di fare Il Messaggero, e che è fondamentale perché interpella direttamente il governo turco. 
Anche i politici non si fanno sentire abbastanza: come mai? L'Italia e l'Europa non possono esimersi da una esplicita condanna del regime di Erdogan e dal richiedere di sospendere immediatamente questo trattamento dei dissidenti. Giustamente i Giuristi Democratici reclamano "giustizia riguardo alle circostanze che hanno portato alla morte di Ebru, e  l'immediata liberazione di Aytac Ünsal e di tutti gli avvocati ingiustamente detenuti in Turchia, condannati per terrorismo per il solo fatto di aver esercitato la propria funzione difensiva (...) e insistono perché anche le nostre istituzioni pubbliche ed i Ministeri competenti vogliano intervenire in ogni sede possibile per garantire la vita e la libertà dell'Avv. Aytac Unsal, accusato, come Ebru Timtik, in ragione della propria attività a tutela dei diritti e come lei in sciopero della fame".
Ha ragione un articolo francese che, già nel maggio scorso, sottolineava come queste vicende significhino reintrodurre la pena di morte in Turchia, e per giunta in base al mero principio arbitrario della repressione. Per questo pare insufficiente che quasi tutti i media italiani dedichino solo articoli interni, più che altro sulla vicenda personale. Un destino che spezza il cuore, e che non riguarda solo l'avv. Timtik. L'ultima parente che l'ha vista è stata una zia, il 14 agosto, che riferisce come Ebru fosse tenuta 24 ore su 24 con la luce accesa e al freddo (oltre che in una stanza senza finestre): “le guardie della prigione dicono che la luce deve rimanere accesa perché loro devono vedere bene dentro. Non la spengono mai, lei ne è molto disturbata (...) anche per l’aria condizionata accesa al massimo le sue mani e i suoi piedi sono sempre gelati”. Dopo 238 giorni di sciopero della fame e di questo trattamento inumano Ebru è morta di una morte voluta dal regime turco. Erdogan non vuole opposizioni, e vuole sia chiaro quale ne sarà sempre l'esito.  
Aytac Ünsal, arrestato con Ebru, è ancora in sciopero della fame e in condizioni ormai disperate; un articolo QUI, del maggio scorso, riporta una sua commovente lettera.
Che sarà ora di lui? E di tutti gli altri? Che sarà di queste coraggiose resistenze se l’informazione dei “paesi democratici” continuerà a trattarle come notizie di cronaca locale?

Questo striscione è stato esibito dall’ordine degli avvocati di Istanbul: quanto potrà durare? Ci auguriamo che sarà esposto anche da tutte le sedi degli ordini in Italia e in Europa, e che le sedi della diplomazia faranno altrettanto.

mercoledì 12 agosto 2020

Uscire dall'economia del profitto, costruire la Società della cura

Una proposta di manifesto
Vi segnaliamo l'iniziativa di diverse associazioni fra cui ATTAC, Laudato sì', un'alleanza per il clima e per la Terra, Rete Fair Watch, Medicina Democratica, Rete Beni Comuni Emergenti, che hanno messo a punto la bozza di manifesto che segue. È un lavoro ancora in corso e aperto, a cui è possibile partecipare attivamente (vedi sotto le modalità per farlo e i prossimi appuntamenti di discussione). Ci auguriamo che da questo lavoro nascerà una vera capacità di fare proposte concrete, e di unire le forze per esercitare pressioni efficaci verso una guarigione.
Premessa
Per la prima volta una crisi economica e sociale è stata causata da un evento ambientale naturale: un virus che ha in brevissimo tempo contagiato l'intero pianeta, costringendo all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale e interrompendo attività produttive, finanziarie, commerciali, sociali e culturali.
La pandemia è la dimostrazione più evidente della crisi sistemica in atto, la quale richiede in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici. La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.
Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia globale di massa.
Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutte e tutti abbiamo sperimentato la precarietà in senso esistenziale: le nostre certezze, i nostri riti quotidiani, i nostri universi relazionali sono stati messi a soqquadro. Abbiamo dovuto prendere atto della fragilità e della interdipendenza intrinseca della vita umana e sociale. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.
Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro. Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto e alla concentrazione privatistica della ricchezza, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura. La cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente e delle generazioni che verranno.

1. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura
La pandemia ha dimostrato come nessuna produzione economica sia possibile senza garantire la riproduzione sociale, come il pensiero femminista da sempre sostiene.
E se riproduzione sociale significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente, è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.
Allo stesso tempo, la pandemia ha reso drammatica la condizione di precarietà di milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito, oltre a far sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, ai non autosufficienti.
L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

2. Trasformazione ecologica della società
La pandemia non è stata un evento esogeno al modello economico-sociale, né qualcosa di provenienza sconosciuta: la nostra crescente vulnerabilità ai virus ha la sua causa profonda nella distruzione sempre più veloce degli ecosistemi naturali e nella progressiva industrializzazione della produzione agroalimentare.

Un modello produttivo basato sulla chimica e sugli allevamenti intensivi che ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione di biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione e all'inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati da secoli, modificandone il funzionamento e permettendo una maggior connettività e contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.
La pandemia è parte integrante della più generale crisi sistemica, di cui quella climatica è tra le più urgenti, e richiede una radicale  inversione di rotta in tempi estremamente rapidi.
Occorre promuovere la riappropriazione sociale ed ecologica della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.
Occorre avviare una profonda riconversione ecologica del sistema industriale, a partire dalla decisione collettiva su  “cosa, come, dove e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dalla produzione al consumo finale. Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per le imprese che, ad oggi, agiscono lo spazio della volontarietà e della filantropia.
Diventa urgente approdare a un nuovo paradigma energetico che, nell'abbandono immediato del fossile, passi da un'economia basata sulla dissipazione ad una società che consumi meno energia, e da un modello che produce energia “termica, centralizzata e militarizzata” ad una società che produca energia “pulita, territoriale e democratica”.
Diventa necessario trasformare l'approccio al territorio e alla mobilità, ponendo fine al consumo di suolo e al modello delle Grandi Opere inutili e dannose, per approdare a città e comunità territoriali che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura e a modalità sostenibili di collegamento fra le stesse.
Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: occorre una rivoluzione culturale, oltre che un cambiamento economico e degli stili di vita.

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici
Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della vita. Riconoscere i beni comuni naturali, sociali, emergenti e ad uso civico - a partire dall'acqua - come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.
La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili.  
Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: da quelli che si occupano della produzione di un bene di consumo o di un servizio primario per i bisogni della popolazione (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, la scuola, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli che si occupano di un bene o di un servizio, senza l'uso del quale una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbero possibili (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); a quelli legati a scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità
La pandemia obbliga a mettere in discussione il paradigma della ricerca di una folle crescita, interamente basata sulla velocità dei flussi di merci,  persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione dei sistemi finanziari, produttivi e sociali.
Sono gli stessi canali che hanno permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.
Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente e socialmente orientata.
Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura, identità  originale e insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a spianare differenze e peculiarità, producendo resistenze che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.
Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, che dovranno essere poste in capo ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia partecipativa e di prossimità.
Contemporaneamente, andranno pensate forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale, che dovrebbero garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

5. Accoglienza, solidarietà e cooperazione
La pandemia ha dimostrato quanto il pianeta e le forme di vita che lo abitano siano interconnesse e interdipendenti. Non ha riconosciuto nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.
La società della cura non ha dunque confini, non ama i fossati e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del sud globale.
Respinge il tentativo di risolvere le contraddizioni di questo modello economico-sociale attraverso la costruzione di discriminazioni legate al genere, alla provenienza, al colore della pelle, al credo religioso.
Rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo e sessismo e costruisce ponti fra le persone e le culture, praticando politiche di accoglienza, diritti e solidarietà.
Nello stesso tempo, rifiuta l'estrattivismo come elemento di aggressione dei popoli originari, espropriazione delle risorse naturali comuni e riproduzione della devastazione ambientale. In questa direzione, promuove l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia dei beni comuni globali.

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra
La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono basi fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone. Ma possono divenire elementi di distruzione se sono prodotte non al servizio della vita ma del dominio e della guerra.
Per questo non possono essere considerate fattori oggettivi o neutri, ma parte della dinamica sociale, i cui indirizzi devono essere decisi partecipativamente dalla collettività, in modo che i loro risultati vadano verso l'emancipazione delle persone e non verso il loro controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non verso il dominio, in direzione della pace e della solidarietà fra i popoli e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.
I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre. Serve una radicale riconversione che metta queste risorse al servizio della trasformazione ecologica e sociale, della prevenzione e cura della salute delle persone, del benessere delle fasce deboli della popolazione, dell'eliminazione delle diseguaglianze.

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti
La pandemia ha reso evidente la trappola artificialmente costruita intorno al tema del debito pubblico: se per curare le persone sono stati sospesi patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone.
La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.
Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.
Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione dei movimenti di capitale; l'unica che il modello capitalistico sia riuscito a realizzare compiutamente. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli laddove maggiormente gli conviene, determinando a suo piacimento le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere per rendersi attrattivi dal punto di vista dei mercati.
Per questo occorre prevedere la socializzazione del sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto dei cittadini organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.
Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarebbe possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarrebbero appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.
Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.
Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà.

La prossima riunione è fissata per il 18 settembre alle ore 18:00. Sarà anche questa online, per facilitare in questa fase la massima partecipazione. A ottobre sarà invece organizzata una assemblea in cui avere la possibilità di incontrarsi anche di persona.
Per facilitare un lavoro condiviso è stata predisposta una cartella online che si trova QUI, dove mano a mano saranno inserite le successive bozze del Manifesto, i report e le comunicazioni. 

martedì 11 agosto 2020

Pubblicato nuovo studio sulla relazione fra la produzione di carne e le epidemie umane

Una ricerca appena pubblicata su Biological Conservation analizza il rapporto tra incremento dell'allevamento di animali “da carne” nel mondo, perdita di biodiversità e rischi per la salute umana.

È noto come l'aumento degli allevamenti (intensivi ma anche estensivi) abbia come corollario la perdita di biodiversità. Lo studio ha approfondito l’argomento e ha messo a fuoco il collegamento tra questi due fenomeni e l'aumento delle malattie infettive nell'uomo e negli animali, incrociando diversi database sui temi salute umana e animale, aumento del bestiame e perdita di biodiversità, e comparando i dati relativi a epidemie umane e capi di bestiame risalenti agli anni Sessanta (e fino agli anni Quaranta per le epidemie). 
Dal 1960 l’umanità è stata colpita da 17.000 epidemie (16.994 registrate fino al 2019) per circa 255 malattie infettive, in un intensificarsi direttamente proporzionale alla perdita locale di biodiversità e all'aumento della densità di animali allevati per alimentazione.
Secondo i dati FAO, dal 1960 ad oggi il numero degli animali allevati, in condizioni sempre più penose e sempre più geneticamente modificati, è cresciuto costantemente, giungendo a  incrementi impressionanti:
1) i bovini da 1 miliardo a 1,6 miliardi 
2) i suini da 500 milioni a 1,5 miliardi di oggi
3) il pollame da 5 miliardi a 25 miliardi.
In una tendenza che è assolutamente da invertire, in quanto già ora insostenibile; cosa sarà fra pochi anni? Le proiezioni parlano chiaro, e sono sconvolgenti.


Contestualmente alla crescita dei capi allevati (e macellati), "le epidemie umane sono aumentate da circa cento all'anno nel 1960 a da 500-600 all'anno nel 2010, mentre le epidemie animali aumentano ancora più rapidamente: da meno di cento all’anno, nel 2005, a oltre 300 nel 2018.
Dice Serge Morand, che ha diretto la ricerca: "studiando i database, constatiamo che la cosa che meglio spiega l'aumento del numero di malattie infettive è proprio l’incremento degli allevamenti”. La seconda correlazione che emerge dallo studio è quella fra l'aumento delle malattie infettive e la perdita di biodiversità in ogni Paese.
La lista rossa regolarmente aggiornata dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura mostra la biodiversità sempre più in pericolo. Deforestazione, monocolture (in gran parte destinate solo a cibo per animali da macellare) e urbanizzazione riducono sempre più gli ecosistemi e la loro biodiversità; e meno biodiversità significa più circolazione di agenti patogeni. 
"Anche una grande varietà di agenti patogeni può essere poco pericolosa in paesaggi molto diversificati, con elevata biodiversità, perché qui c'è molta regolamentazione. La concorrenza tra le specie e i grandi predatori, ad esempio, regolano il numero degli animali serbatoi di agenti patogeni”, dice Serge Morand; “viceversa, la semplificazione dei paesaggi riduce i fattori di controllo, aumentando le possibilità di passaggio all'uomo; appena qui accade qualcosa diventa epidemia. Inoltre tutto è collegato, la distruzione delle foreste, ad esempio, porta allo spostamento dei pipistrelli e altri animali selvatici verso le infrastrutture umane, allevamenti compresi, il che rende più facile la trasmissione di malattie agli animali allevati, che a loro volta le trasmettono all'uomo”.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2008 mostrava che già allora, in totale, erano di origine animale il 60% delle malattie infettive e il 75% delle malattie emergenti; ma oggi le cose sono decisamente peggiorate, la diffusione di nuovi virus, di batteri pericolosi e di superbatteri antibiotico-resistenti è sempre più frequente; è notizia di questi giorni anche il primo lockdown, in Cina, per arginare contagi da peste bubbonica
Allora quali sono le soluzioni oggi per contenere questi pericoli?
Poiché il consumo di animali è il principale fattore determinante, c’è una sola soluzione: "dobbiamo ridurre il consumo di proteine ​​animali", afferma Serge Morand. 
Muriel Vayssier (che dirige l'Insititut Nationale de la Recherche Agronomique in Francia), ha commentato lo studio come “particolarmente importante, perché fra i pochi che analizza dati fattuali per trovare correlazioni positive tra questi tre elementi”, e lo fa su un periodo abbastanza ampio. “Molte malattie umane provengono da animali, perché condividiamo con loro molti dei nostri microbi. E se c'è poco contatto tra animali selvatici e umani, gli animali allevati sono spesso un anello della catena di contaminazione”, aggiunge. Però secondo Vayssier “le correlazioni positive ancora non dimostrano la relazione di causa ed effetto. Per dimostrare quale sia il fattore determinante bisognerà fare ulteriori studi affinando i parametri, ad esempio confrontando le pratiche agricole” e, oltre a queste, molti altri elementi quali esplosione demografica, cambiamento climatico o addirittura urbanizzazione.
Comunque si guardi la cosa, e per quanto si approfondiscano gli studi, resta fermo un insieme di dati noti da molti anni, su cui gli studiosi hanno lanciato ripetuti avvertimenti: la sola produzione della carne determina il 90% della distruzione dell’Amazzonia, ed è fra le prime cause di consumo di suolo e di risorse. È la seconda causa di produzione dell’inquinante più letale, le polveri sottili. È un grave moltiplicatore e incubatore di virus, batteri e superbatteri. È inoltre la seconda causa di surriscaldamento globale per produzione di gas serra; un surriscaldamento i cui rischi imminenti si stanno profilando come spaventosi per la sopravvivenza, e anche per l’economia.
Ora, al di là di ogni abitudine e di ogni pregiudizio, poniamoci onestamente una domanda: siamo sicuri che il piacere di consumare carni valga tutta la sofferenza che ci costa e il pericolo che determina? 
Anche i più privilegiati e protetti non si illudano: l'entità di questo prezzo sarà presto evidente per tutti.


venerdì 7 agosto 2020

L’ambiente al centro, quale oggetto di tutti i rimedi e fonte di tutte le soluzioni. Dichiarazione politica

La seguente dichiarazione è stata portata all’assemblea “Il paese che vogliamo” del 27 luglio, sul progetto politico #dallastessaparte

Ringraziando per l’iniziativa di questa assemblea, le scriventi chiedono sia messa agli atti questa DICHIARAZIONE POLITICA


Ognuna di noi accoglie con favore l’invito ad andare oltre alle divisioni per dare una riconoscibilità alle donne come soggetto politico, in grado di esprimersi e di contare. Noi concordiamo anche sull’urgenza di trovare un tema che ci unisca tutte. Concordiamo anche sulla centralità del lavoro delle donne, ora più che mai. 
Ma quando si parla di lavoro si parla di economia; allora al centro del problema c’è un problema ancora più centrale: di quale economia stiamo parlando?
Care amiche, il lavoro che oggi dobbiamo reclamare deve essere fondato su una sostenibilità vera e severa, non di facciata. Perché al cuore di tutto, qui e ora, c’è l’urgenza della sopravvivenza dell’ambiente stesso in cui viviamo, che produce aria da respirare, cibo da mangiare. Da qui il nostro invito a mettere l’ambiente al centro, quale oggetto di tutti i rimedi e fonte di tutte le soluzioni.
Mettere l’ambiente in elenco fra i vari argomenti, come fosse uno fra i tanti, ci ricorda in modo grottesco di come noi stesse, come cosiddetta condizione femminile, siamo da sempre messe ai margini, in quel non detto per cui l’umanità è maschile, le donne altro non sono che un accessorio dell’uomo.
Quindi dovremmo saper riconoscere l'analogia nell'arroganza con cui si guarda alla “questione ambientale”.
A cosa assistiamo infatti? Oggi, avendo capito molto grossolanamente che la povertà e la malattia in cui ci troviamo hanno a che vedere con il disastro ambientale (di cui peraltro non si capisce ancora la portata) tutti hanno in bocca l’ambiente: ma nessun progetto politico lo mette al centro
Ancora si sorvola sul fatto che il grottesco antropocentrismo ignorante è proprio la precisa ragione per cui il mondo ci si sta polverizzando sotto ai piedi. Media e politici discettano di iniziative ambientali come qualcosa di "importante", e non essenziale. Qualcosa di collaterale: non di centrale, imprescindibile fulcro di tutto. Qualcosa che si può discutere a margine: mentre al centro resta l'anacronistico modello di una crescita infinita in un mondo finito, e che infatti, tra iniquità e disastri, ormai collassa.
Qualunque progetto “femminista” che parta anch’esso dai margini, e non dal centro del vero problema, che parta dalle conseguenze, e non dalle cause, è destinato a fallire, così come la politica maschile che ci ha portato qui. Una politica obsoleta incapace di superare la cultura predatoria e un’economia a sua volta giocata tramite la violenza contro il Pianeta e contro le donne.
Al netto delle chiacchiere, la gravità della crisi ambientale non è chiara ai più perché l’informazione su questo tema è insufficiente. Quelli che ci vedono chiaro restano soli a premere dal basso, ragazzine con le trecce e scienziati inascoltati, bollati di profeti di sventura
Vogliamo ora proporre un progetto politico a partire dal femminismo? Bene, crederemo a questo nuovo progetto se prometterà una battaglia durissima per l’ambiente e per le donne come elementi che non si possono disgiungere, e come fattori di garanzia per l’umanità intera.
#dallastessaparte? si, se sarà dalla parte del Pianeta.
27 luglio 2020

Noi chiediamo il progetto politico che manca: un progetto che sappia seriamente camminare fuori dalla politica obsoleta dei particolarismi e della distruzione: un progetto integrato, europeo e internazionalista, un progetto serio di ricostruzione, guarigione, rivivificazione. #noisiamoPianeta


giovedì 6 agosto 2020

La doppia preferenza diventa legge dello Stato. Ora i partiti candidino le donne

di Noiretedonne • Oggi, 6 agosto 2020, le agenzie di stampa lanciano la notizia: "il Senato ha approvato in via definitiva, con 149 voti a favore, 98 astenuti e nessun contrario, il decreto legge per la parità di genere nelle liste per le elezioni regionali. Il provvedimento è quindi convertito in legge".
Noi Rete Donne, che raggruppa numerose associazioni femminili impegnate per la democrazia paritaria, esprime la propria grande soddisfazione per l'approvazione da parte di entrambi i rami del Parlamento del decreto legge sulla doppia preferenza di genere per le prossime elezioni regionali in Puglia, che così diventa legge dello Stato.

Un atto dovuto nei confronti delle donne pugliesi, che hanno tenacemente perseguito l'obiettivo di applicare anche in Puglia la Costituzione e le legge nazionale, e che alle prossime consultazioni regionali del 20 e 21 settembre potranno finalmente votare con la doppia preferenza. 
Noi Rete Donne, che lavora per ottenere questo risultato oramai da un decennio, continuerà a rivolgere la propria attenzione alle regioni, anche a statuto speciale, che ancora non si sono adeguate
Intanto, un ringraziamento va al Governo, a cominciare dal Presidente Giuseppe Conte e al ministro Francesco Boccia, che ha efficacemente esercitato il potere sostitutivo, così come costituzionalmente previsto, aprendo la strada a una reale democrazia paritaria, altrimenti incompiuta.
Però, la doppia preferenza di genere non basta: i partiti ora candidino le donne. Le liste devono corrispondere alla società. Liste prevalentemente di uomini non sarebbero solo censurabili giuridicamente, ma darebbero un pessimo segnale della distanza dei partiti dalla società pugliese, incrementando di conseguenza la disaffezione nei confronti della politica. Vale per tutte le regioni in cui si vota a settembre, con qualunque meccanismo elettorale. Ma soprattutto per la Puglia e la Liguria, ove per la prima volta si voterà con il meccanismo della doppia preferenza di genere.
Daniela Carlà, coordinatrice di Noiretedonne

Nella foto sotto, le delegazione di Noi Rete Donne con la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni: uno degli incontri per la presentazione della proposta per il 50 e 50 in tutte le nomine pubbliche. Il riequilibrio di genere non è rinviabile.