venerdì 10 agosto 2018

Cara Ida Faré

30 anni fa (anzi 31), un colloquio tra un uomo raffinato e intelligente, gentile e dotato di sense of humour, e una donna delle stesse qualità: sono Primo Moroni e Ida Faré.
Il tema affrontato è l’insicurezza maschile, e le reazioni nei maschi, di fronte alla comparsa del movimento femminista nei decenni precedenti e al crescere dell’autodeterminazione femminile.


Entrambi non ci sono più; lui fine intellettuale e notissimo libraio, ci ha lasciati nel 1998, lei architetta e docente al Poli di Milano (dove animò il Gruppo Vanda), antropologa e scrittrice, madre di 3 figli, se n'è andata proprio ieri: l’8 agosto 2018.



Cara Ida, che sei sempre stata vicina alle donne, seminando conoscenze e intelligenza, ti dedichiamo questo ricordo con riconoscenza; augurandoci che tante e tanti vorranno approfittare di questo prezioso documento, meditarlo e farlo conoscere.

mercoledì 8 agosto 2018

Tutti maschi, solo maschi: il potere che odia le donne si manifesta

C’è qualcuno (Michele Serra, oggi su Repubblica) che pone finalmente attenzione alle falangi di maschi di razza bianca che si concentrano contro le donne. Una scena che diventa sempre più comune in qualunque paese occidentale, in cui alle battaglie femminili si oppongono forze che diventano sempre più aggressive.


Si, se nei paesi musulmani ci pensano l'integralismo e le figure che se ne servono (dagli ayatollah agli Erdogan), se oltreoceano ci pensano i suprematisti bianchi, da noi lo fanno i fascisti e i leghisti, e quel mix che inizia a farsi chiamare “sovranista”.
Dice Serra che, per non cadere nei luoghi comuni, debite differenze storiche, territoriali, politiche vanno sicuramente fatte. Vero. Ma il filo comune di una feroce misoginia accomuna i partiti che, compattandosi dietro nemici confezionati ad arte, scatenano guerre fra poveri sventolando bandiere ipocrite di simulacri religiosi usati solo a simbolo del tradizionalismo, e quelle vergognose di razzismo, sessismo e omofobia.
Fra i cosiddetti “valori” dei loro supporter Serra nota opportunamente che c’è un “vigoroso, quasi festoso anti-femminismo, come se qualcuno avesse finalmente levato il coperchio al pentolone ribollente della frustrazione maschile. Questo ultimo aspetto (il revanscismo maschile) è esplicito nel caso di Pro Vida e di tutti i movimenti analoghi, per i quali l’autonomia del corpo femminile è un attentato non alla vita (come dice una propaganda che di fronte all’aborto clandestino non ha mai fatto una piega) ma all’ordine patriarcale. Ma sarebbe il caso di considerarlo più estesamente, più attentamente, come una delle componenti fondamentali della grande revanche della destra politica (comunque la si voglia chiamare) in tutto l’Occidente”.
C’è, evidentemente qualcosa di molto profondo e sostanziale, continua, “a provocare tutte queste adunate di maschi in posa da maschi: e questo qualcosa è l’autodeterminazione delle donne in sé, della quale l’interruzione di gravidanza è una delle pagine più complicate e più inevitabili, con la legalizzazione a fare da discrimine secco tra un prima di sottomissione e un dopo nel quale le scelte della femmina contano, scandalosamente, tanto quanto quelle del maschio. 
Se vale l’ipotesi che siano l’insicurezza del maschio e la sua disperata voglia di rivincita, uno dei motori delle nuove destre in marcia [si, vale, ndr], allora andrebbe percentualmente ridimensionata l’influenza che la crisi economica ha sull’aggressività montante da un lato; e sulla crisi della democrazia dall’altro. È un’influenza oggettiva, quella della crisi economica, e di grande rilievo: ma se ne parla sempre come dell’unica benzina che alimenta il motore delle destre nazionaliste, insieme all’additivo, potente, della paura dello straniero
Molto meno si parla del brusco processo di respingimento, sia esso cosciente o istintivo, che le donne subiscono all’interno degli assetti del nuovo potere
Del trionfo di quella quintessenza del maschio alfa che sono i nuovi leader populisti, i Trump, i Putin, gli Erdogan, giù giù fino a Orban e Salvini; della pallida presenza femminile (anche a sinistra...) negli ultimi scorci – così decisivi – della politica italiana; degli undici maschi su undici nello staff social di Matteo Salvini; della presenza marginale, e quasi mai menzionata, delle donne nel nuovo agone mediatico, che sembra costruito a misura di maschio a partire dalla vocazione all’insulto, alla sopraffazione, alla prova di forza che soppianta ogni dialettica e ogni riflessione”. 
Finalmente qualcuno si decide a dirlo, fra i commentatori “ufficiali”. Qualcuno, peraltro, che scrive su un quotidiano anch’esso gravemente soggetto (quanto tutti gli altri), alla sindrome del #tuttimaschi
Nel panorama politico di donne-maschi purtroppo ce ne sono, a partire dalle esecrabili Le Pen; e anche tantissime donne, con i loro voti, continuano a nutrire chi rema contro di loro. Vero anche che tantissimi uomini combattono per il bene di tutti e per la pace.
Ma è ora di riconoscere che l’ “organismo collettivo femminile”, nel suo insieme, si muove sempre più verso la democrazia, l’equilibrio fra i diritti, la cura dell’ambiente, la ricerca di soluzioni comuni; mentre c'è un “organismo collettivo maschile” che si rifiuta di guardare ai veri problemi del mondo, agisce in favore dei privilegi e resta ancorato alla guerra. 
Ne è un’immagine simbolo il confronto fra due famose foto di firme a provvedimenti: in una si vede Trump, con il suo staff interamente maschile, che taglia aiuti alla strutture sanitarie che offrono informazioni sull’aborto e sulla pianificazione familiare, l’altra mostra la ministra svedese Lovin, con le sue più strette collaboratrici, che firma un impegno alla riduzione delle emissioni che (parole sue) sancisce una nuova era nelle politiche svedesi sul clima.

La guerra imposta ai sessi dal patriarcato sta venendo a galla in tutte le sue implicazioni politiche: l'atavico conflitto del maschile contro il femminile che è alla base di tutti gli sfruttamenti in modo più primordiale (come ben sottolineava Engels) e ancor più feroce della lotta fra le classi.
Di tutto questo bisognerà parlare più a fondo e parlare di più.

Per inciso; collegata a questo tema ci sembra un'altra notizia di oggi: quella della incredibile guerra dichiarata dal vicesindaco leghista di Trieste, nonché assessore ai Grandi eventi (guerra pienamente sostenuta dal governatore leghista della Regione e dai vertici del partito), contro il manifesto per il 50enario della Barcolana, la regata più frequentata al mondo che, a Trieste, festeggia quest’anno il suo cinquantenario. 
E perché? bè, nel manifesto appare l’artista Marina Abramovic, una bandiera in mano con il monito: siamo tutti sulla stessa barca.
Non sia mai! attacco alla Lega! La delirante definizione del vicesindaco è «un manifesto che fa inorridire, diffuso proprio mentre il ministro degli Interni Matteo Salvini è impegnato a ripulire il Mediterraneo». 
E, a parte il delirio di una simile affermazione, il manifesto è stato creato a gennaio, dunque ben prima delle elezioni (e della triste situazione che ne è seguita). 
Ma non importa; con l’ignoranza censoria e con le code di paglia che vanno a fuoco non si discute; e così, democraticamente: o il manifesto sparisce oppure verranno negati i 30.000 euro di finanziamenti già decisi, i permessi per l’occupazione del suolo pubblico, la sicurezza e la partecipazione delle Frecce Tricolori.


Il presidente della Barcolana aveva ben chiarito che “il poster lancia un messaggio universale per salvare il mare e dunque la terra”. Bravo ora ad affermare: “Non solo non sarà censurato, ma rifarei la stessa scelta perché la nostra regata, oltre che una festa di sport che vede campioni e principianti sullo stesso piano, è anche un evento culturale. Non voglio alimentare polemiche, ma a Marina Abramovic dobbiamo dire grazie perché ci ricorda che oggi ogni problema va affrontato insieme. Salvare il pianeta non è secondario e sul fronte dell’umanità siamo davvero tutti sulla stessa barca”. 
Grazie agli uomini come lui, e come Serra, e a tutti gli altri che sulla barca con noi donne (e con l'umanità intera) ci vogliono stare.

giovedì 26 luglio 2018

Roma Capitale contro le donne: revoca immediata della concessione alla Casa Internazionale

Vergogna, ignoranza e la solita vigliaccheria di tirare affondi alla chetichella: in quel vuoto che si crea sull'orlo delle vacanze. Ecco come disinvoltamente si cancella a Roma anche la storia e la cultura del movimento delle donne in Italia. E colmo dell'ironia ci voleva la "prima sindaca di Roma", una donna! per fare questo scempio? Su questo punto viene proprio da dare ragione a Natalia Aspesi, che scrive: care donne, vi propongono di spartire il potere? non cascateci! il potere che ci tocca è solo una presa in giro.


Dopo tante promesse di garanzie, e di voler dare alla storia della Casa il suo giusto valore, è stato invece scelto il giusto momento per cancellarlo: giusto giusto in vista delle chiusure di agosto viene respinta in toto la memoria consegnata dalla Casa a fine gennaio 2018, proposte di riduzione del debito comprese. 
Nel corso dell’incontro tra il direttivo della Casa e le assessore Castiglione, Baldassarre e Marzano, con la consigliera Guerrini, l’assessora Castiglione ha infatti annunciato la revoca immediata della Convenzione che regola il rapporto fra la Casa internazionale delle donne e Roma Capitale. Eppure era stata proposta una transazione per chiudere la questione del debito. L'attacco della giunta di Roma alla Casa, con tutte le attività e servizi erogati dal Buon Pastore, è un attacco diretto al femminismo e alla vita associativa della città. 
Un attacco che invece lascia indenni situazioni (e non discutiamo in merito alla loro qualità) ben più gravi sul piano economico; come riporta correttamente l'Espresso: il palazzo sede ufficiale di CasaPound è un edificio pubblico occupato senza titolo dal 27 dicembre 2003. In più di 14 anni neanche un tentativo di sgombero. E non si tratta di un appartamentino popolare in uno dei quartieri periferici (..). Si tratta invece di 60 vani, almeno una ventina di appartamenti in una zona dove i prezzi di mercato sono tra i più alti di Roma. Sei piani, una quarantina di finestre con affaccio sulla centralissima via Napoleone III, una terrazza con vista mozzafiato. Una sala per gli incontri politici all’ultimo piano dove ospitare presentazione di libri, conferenze stampa e confronti in diretta streaming con le star del giornalismo. Il Grand Hotel dei neofascisti non ha prezzi popolari. «Un appartamento normale per una famiglia con due camere da letto in via Napoleone III? Non meno di 1.100 euro al mese», spiega all’Espresso una agenzia immobiliare di piazza Vittorio. Un valore sul mercato degli affitti di circa 25 mila euro al mese - includendo anche gli spazi per le iniziative politiche - 300 mila all’anno, più di quattro milioni nei 14 anni di occupazione abusiva. Soldi che ha perso il Demanio, ovvero lo Stato, proprietario dell’immobile. Il Comune di Roma nel 2007 aveva inserito il palazzo in una lista di occupazioni da parte di famiglie in emergenza abitativa. Nell’aprile del 2016 il commissario straordinario Francesco Tronca aveva compilato una shortlist di 16 immobili da sgomberare, rispetto ai quasi cento edifici occupati abusivamente nella capitale. La sede di CasaPound, però, era inclusa in una più ampia lista, non interessata in quel momento da operazioni di sgombero. La decisione su questi altri immobili era rinviata a «successivi provvedimenti». Da allora nulla è accaduto, qui. 
A maggior ragione è grave e inspiegabile questo accanimento contro la Casa delle donne, e dunque a tutte le donne di Roma.
Rilevando che questa revoca senza appello avviene proprio alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese, le donne della Casa presenti alla riunione (la presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi, Loretta Bondì), hanno dichiarato che faranno "opposizione a tutto campo"; e chiedono il sostegno di tutte e tutti; ove possibile anche con un contributo economico [qui l' IBAN: IT38H0103003273000001384280].

martedì 24 luglio 2018

Atene brucia, perché il mondo brucia. Dichiarare l'emergenza ambientale globale

Incendi dolosi, l'estremo calore ha fatto il resto. Corruzione + riscaldamento globale: in fondo 2 facce della stessa medaglia. Svegliamoci: anche Atene va a fuoco non per caso: ma perché il pianeta nel suo insieme sta bruciando e annegando
A causa del riscaldamento globale brucia perfino il Polo Nord; brucia il nord del mondo dalla Svezia alla Lapponia. Ma solo l' 1% degli incendi è causato "dai fulmini": la causa di tutti gli altri è l'uomo. Come Cassandre che gridano nel deserto, gli ecologisti lo dichiarano da quando esiste la parola ecologia: non c'è più tempo. Bisogna agire subito. Agire drasticamente per proteggere il pianeta, contro la corruzione e contro i danni ambientali causati da corruzione e ignoranza.
Oggi tocca alla Grecia: già oltre 70 morti accertati fra le persone, ma se ne temono oltre cento; una catastrofe immane per perdita di animali e di foreste, interi borghi distrutti; ma tutto ciò non è un "disastro naturale".


Periodicamente da qui lo gridiamo; ad esempio lo avevamo dichiarato già in un post dedicato alle alluvioni - che sono l'altra faccia degli incendi. E in questo video del 2013 di chiamata urgente delle donne per il clima:

Poiché esiste uno Stato di Emergenza Climatica e Ambientale Planetario, se avessimo dei politici che, invece di fare zuffe per il proprio piccolo potere personale, sanno vedere e ascoltare, sarebbe già dichiarato da un pezzo lo Stato di Emergenza Ambientale globale.
E qui lo ripetiamo. Quando fin dagli anni Settanta chi sapeva vedere già iniziava ad avvertire cosa sarebbe successo, la replica più frequente era: si! a sentire gli ecologisti, fra 20 anni.. Poi venne il tormentone le stagioni non sono più quelle di una volta - anch'esso con sfumatura ironica, come fosse la solita cazzata assurta a neo-luogocomune. Ma in realtà, le "allarmiste" previsioni ecologiste erano molto ottimistiche: si sono avverate tutte, ma in peggio. Le ecologiste (si, donne in prima fila) e gli ecologisti sono ancora lì - ci sono sempre stati - ma nessuno li ascoltava allora e nessuno li ascolta adesso. Eppure l'Emergenza Climatica Planetaria non la stiamo inventando noi Cassandre, è un fatto accertato; e non solo perché dichiarato dall'Onu e anche dal Papa. E' chiara da tanto a chiunque capisca di territorio e, francamente, a ognuno che abbia un cervello. Dunque, se esiste una emergenza planetaria, ogni governante che abbia cervello dovrebbe dichiarare l'emergenza nazionale; e, tutti insieme, gli organismi internazionali dovrebbero dichiarare l'emergenza ambientale globale: questa è la priorità, il vero nemico; non le miriadi di pretesti trovati da tutti per far nuove guerre, contro la Terra e contro i poveracci.
E invece no; non vorremo mica allarmare le masse. Meglio trovare piccoli nemici contro cui è più facile convogliare la rabbia; meglio costruire muri.
Così quel che ci allarma più di tutto è l'irresponsabilità con cui, dove si decide, si continua a far finta di nulla, dedicandosi a zuffe infami. E là dove non si fa finta di nulla, e si lanciano allarmi, anche là si fa un doppio gioco.
Perciò da qui, siamo solo un sussurro che grida nel deserto, ma ancora noi lo chiediamo: serve dichiarare lo Stato di Emergenza Ambientale permanente, con tutto quello che ne consegue.
Cari politici, ma di quale crescita stiamo parlando? basta: smettete di promettere la luna, svendendo la Terra. 
Alla luna che promettete è ridicolo credere. Vogliamo invece la Terra: qui, e ora; la vogliamo perché non è nostra, ma degli esseri viventi presenti e futuri, dei nostri bambini e dei loro bambini.

sabato 21 luglio 2018

Consiglio Superiore della Magistratura: il Parlamento riparte con zero donne: è giusto? No, è un altro vergognoso passo indietro nella Storia

Dopo una lunghissima storia di esclusioni basate sulle motivazioni più risibili, dal 1996 le donne hanno cominciato a crescere costantemente in Magistratura, sbaragliando i colleghi maschi nei concorsi, fino a raggiungere una maggioranza più o meno stabile (che nel 2013 è giunta addirittura al 63%!). Questo nonostante ostacoli quali molestie e intimidazioni (e contro le concorsiste addirittura da parte delle stesse forze dell’ordine), che sono vere proprie violenze, mai registrate nei confronti degli uomini.
E benché siano in altissima presenza numerica, ai vertici le donne non hanno mai attinto nemmeno al 20%; la loro esclusione dal Consiglio Superiore della Magistratura è ancora più eclatante: le presenze femminili oscillavano dal 4% all’8%, e poi dall'8 al 16% (arrivando a quattro). Quest'anno il segnale di regresso non giunge tanto dal numero complessivo delle donne elette (che restano la solita minoranza), ma dal preciso segnale politico inviato dall'attuale aula parlamentare, in cui pure le donne numericamente non mancano; ma a quanto pare non vi ha voce nessuna spinta paritaria. il lumicino delle battaglie per la parità si è spento: a proposito di cambiamento potremo vantare anche questo traguardo. Fra gli eletti dai parlamentari per il CSM si contano  zero donne, è #tuttimaschi.  
Eppure i dati (facciamo qui riferimento a quelli disponibili dal 2007 al 2013) dicono che le donne sotto procedimento disciplinare sono di gran lunga meno degli uomini (30% contro il primato maschile del 70%). Anche sui tempi di deposito delle sentenze le magistrate sono in netto vantaggio sui colleghi maschi, in quanto i loro ritardi sono di molto inferiori. Di molto inferiore, rispetto ai maschi, è infine anche il numero di magistrate con incarichi universitari incompatibili con la mole di lavoro che devono già svolgere; e che come tali andrebbero banditi. 
D’altro lato si devono proprio alle donne diverse sentenze che costituiscono un progresso nei diritti per tutti; elemento che, anziché essere loro riconosciuto come positivo, è (ovviamente) fra le prime ragioni della loro esclusione
Vi ricordate di Gabriella Luccioli? Magistrata di prim’ordine, dall'indiscusso profilo professionale, anche superiore ai concorrenti maschi, in Cassazione dal 1988 e candidata nel 2013 alla carica di Primo Presidente di Cassazione, aveva tutti i titoli per essere eletta e per rompere la paradossale regola dei soli maschi dove si decide. 
Ma le fu fatale (questa fu precisamente la motivazione!) proprio l’aver sancito il progresso di diritti che danno fastidio alle forze più retrive: dalla sentenza Englaro  a quella che apri alle adozione da parte di coppie gay, a quella in difesa dei bambini contesi
L’assenza di meccanismi che mettano fine a questi soprusi viola gli art. 3 e 51 della Costituzione; e i diritti delle donne (e non parliamo di quelli dei bambini), sono quelli della maggioranza della popolazione, come possono venire rispettati se ai vertici il criterio di giudizio è solo maschile?
Il CSM è l’organo di auto-governo che decide su nomine dei giudici, promozioni, trasferimenti, sanzioni; un punto nevralgico da cui le donne si vedono, oggi, ancora più espulse. Per questo la lettera di ADMI al Presidente della Repubblica giunge quanto mai opportuna, e invitiamo tutte le donne a sostenerla e a darle la massima diffusione.






Come giustamente scrive oggi Antonio Rotelli per il Manifesto: 
chi sceglie i magistrati a cui affidare gli incarichi direttivi? Il Consiglio superiore della magistratura! Non mi pare possa negarsi che la composizione di genere abbia un impatto a mio avviso determinante su queste scelte. È la storia del potere (maschile) che tende a conservarsi e rigenerarsi. La stessa cosa vale per gli uffici a giurisdizione o di competenza nazionale, dove le donne sono solo il 33% (tutti i dati dell'Ufficio statistico del Csm aggiornati a luglio del 2017). 

Il Parlamento aveva il dovere di scegliere alcune tra le tantissime professioniste che hanno i requisiti per diventare componenti del Csm. 
Anche in questo caso, i numeri fanno la differenza: le avvocate italiane, anche se di poco, sono più numerose dei colleghi maschi, mentre nel mondo accademico sono donne il 52% dei dottori di ricerca, il 48% dei ricercatori, il 37% dei professori associati, il 22% degli ordinari (dati al 31 dicembre 2016). Il basso numero delle ordinarie è l'emblema del potere maschile, che nelle università si conserva con grande maestria. 
Ma proprio per questo, in quel 22% andavano scelte quelle giuriste - e ce ne sono tante - che molto lustro avrebbero potuto dare al Csm. 

Eppure. Il Parlamento sotto questo governo del cambiamento ha cambiato: in peggio.

martedì 20 marzo 2018

Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, gli insabbiamenti, le verità

Era un 20 marzo. In Somalia viene uccisa con il suo operatore una giovane inviata del TG3. 
Indagando su traffici illeciti di armi e rifiuti tossici i due stavano scoprendo che nella faccenda erano coinvolte anche istituzioni italiane, fra cui l'esercito
Pochi mesi prima era stato ucciso anche un sottufficiale del SISMI che a questa giovane coraggiosa forniva informazioni sui traffici di scorie tossiche nel paese africanoUna storia disgustosa, che portò a galla sospetti su responsabilità disgustose, che ebbe epiloghi di disgustosi silenzi ed omissioni. Una sporcizia in cui il suo coraggio ancor più brilla, come un trasparente monito di rettitudine - qualcosa che, grazie ai suoi genitori, lascia oggi anche un segno concreto alle nuove generazioni di giornalisti.




Mi richiama talvolta la tua voce, e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro: una rete di sole che si smaglia
(...).(Salvatore Quasimodo)

lunedì 19 febbraio 2018

Elezioni: il suffragio femminile non basta. Parola di donna


Elezioni: il suffragio femminile non basta. Parola di donna: Parola di donna. Il solo suffragio femminile non basta per avere la parità di genere. Il monito del 1914 della suffragista inglese Emmeline Pankhurst, dopo 104 anni, è quanto mai attuale. Le donne devono lottare unite e votare

domenica 18 febbraio 2018

Non fare sesso con i fascisti: non è una battuta, ma un programma politico

Sapete, se il sesso, inteso come stupro, è sempre stata la più feroce arma politica patriarcale contro le donne e i popoli, fin dai tempi di Lisistrata l’astensione dal sesso è una più civile risposta delle donne.
Lisistrata: E allora parlo: ché non c'è da fare misteri. Donne, se vogliamo costringere gli uomini a far la pace, ci dobbiamo astenere...
Mirrina: Da che? Di'.
Lisistrata: Lo farete?
Mirrina: Ci costasse la vita, lo faremo!
Lisistrata: Ci dobbiamo astenere dall'uccello.

Sparatoria fascio-razzista di Macerata, contro passanti colpevoli di pelle-non-bianca. La formazione fascio-nazista Forza Nuova letteralmente "rivendica" sui social l'attentato terrorista, pubblicando post a sostegno dello sparatore, e non solo: compaiono anche striscioni che inneggiano al delinquente (che peraltro era un militante leghista) come a un eroe.

Pochi giorni dopo Cecilia Strada condivide la foto di una scritta sul muro: non scopate con i fascisti, non fateli riprodurre. Il sig. Sgarbi, noto portavoce incontinente del patriarcato sessista, non può trattenersi dal rispondere: può stare tranquilla: non troverà fascista che voglia fare sesso con lei (..) la figa è un’altra cosa, e non ha orientamento politico. Per questo faticherà a trovare anche comunisti disposti a fare sesso con lei. Diciamo che la questione non è politica.
No, signor Sgarbi, la questione è precisamente politica: misoginia e razzismo sono sempre insieme, il fascismo è misoginia, e la misoginia è una primaria arma fascista.
Peraltro quello del signor Sgarbi non è che il più celebre fra i commenti-tipo che fascisti e razzisti riservano alle donne. Come rivela  la Strada stessa: delle centinaia commenti ricevuti, solo un paio hanno risposto con lo stesso tono ironico.
Quali? Daniela Santanché e Ignazio Larussa (entrambi di lunga storia fascista), su twitter le rispondono rispettivamente che il problema nel far sesso con i comunisti è far crescere i bambini prima che "se li mangino”, e "Fatelo anche con le comuniste! Anche solo per dar loro una gioia che non hanno mai avuto”. A loro la Strada riconosce di aver risposto senza offendere, ma ironicamente, sullo stesso registro
Tutto il resto sono cose che spaziavano dal rispondere sei cessa, quello che adesso possiamo chiamare livello Sgarbi, all'augurio e minacce di essere fucilata o sgozzata
Letteralmente una risposta invocava di “sparare nelle vagine delle comuniste”. 
Commenti di fronte a cui lei riesce a mantenere fair play; ad esempio: Sono sicura che puoi fare di meglio, se vuoi discutere. Perché così fai proprio solo la parte del fascista senza cervello che non è capace di argomentare e la butta sull’aspetto fisico dell’avversario.  
Ora, secondo alcuni anche il post della Strada era fuori luogo; ma qualunque sia il comportamento che si vuole criticare che c'entra l'invettiva sessista? che c’entra spostare i termini di ogni discorso sull'offendere la donna in quanto tale, insultando anche tutte le altre donne?
E, in ogni caso, Cecilia Strada in realtà si è limitata a commentare ironicamente una scritta su un muro; un commento ironicamente critico verso un'ideologia che abbiamo tutti il dovere di respingere; non contro delle "persone".

Però, quella scritta evoca una geniale campagna politica (sostenuta anche da NDC, Network for Democracy and Courage) che già 10 anni fa attraversò la Germania: era Kein Sex mit Nazis.




Ne nacque anche una canzone tra il serio e il satirico, eccola:



La definizione di nazista è: Nazionale e Socialista. Il che vuol dire quando si è buoni con alcune persone e cattivi con le altre.
Solo che allora, nel Terzo Reich, si sbagliava dicendo che solo un ariano può essere nazista: di questi tipi non c'è n'è solo di bianchi, ma anche rossi, gialli, neri, e sono tutti merda.
Come tutti gli esseri viventi, i nazisti vogliono moltiplicarsi. E per evitarlo, devo spiegartelo ...
Non far sesso coi nazisti,
fai che quel giorno non arrivi!
Non far sesso coi nazisti,
Perché potresti restarne fregata.
Non far sesso coi nazisti,
Ti pentiresti del giorno in cui l’hai fatto.
Chissà, che c’è in agguato dietro oscure ossessioni?

Il Fuehrer Adolf Hitler era omosessuale, ed è perciò se la faceva con Rudolf Hess in un hotel, ma troppo spesso Rudi viaggiava per l’Europa, con il suo biscotto animalesco. Lo lasciava tutto solo e lui ne soffriva tanto, senza trovar consolazione tra le buie tette di Eva. Perciò era sempre incazzato e tanto fanatico, perché a quel tempo nessun omosessuale voleva far sesso coi nazi. Una volta che ti sei infilato con un nazi, lui ti parla della purezza della sua razza. Sono proprio queste estremizzazioni della destra che coi loro pessimi geni distruggono la nostra evoluzione. 
In base a tutte le esperienze loro raccontano non proprio tutte le cose come stanno e si rasano, oltretutto nei posti sbagliati..
e poiché la castrazione è proibita resta solo la coerenza che tu, semplicemente, non vada a letto con un nazi. [sotto trovate il testo completo della canzone originale in tedesco].

E qui vogliamo dirlo: non sia solo una battuta. Non fate sesso coi fascisti e coi nazisti. Sul piano personale, perché essere fascisti, e cioè autoritari, è un disturbo dell’anima; perciò ogni donna rischia di pentirsi amaramente di avere aperto il cuore in presenza di un simile elemento.
Ma “non fare sesso coi fascisti e coi nazisti” ha evidentemente un significato più ampio e che, precisamente, è politico: non fate alleanze, non fate affari con i fascisti; non fidatevi di loro. Ve ne potreste pentire. Anzi, avverrà sicuramente.



Kein Sex mit Nazis
Die Definition von Nazi: National und Sozialist.
Dat is', wenn man gut zu den eigenen Leuten
Und schlecht zu allen andren ist.
Nur damals im dritten Reich, da ha'm sie sich vertan
Und gesagt, dat nur ein Arier ein Nazi sein kann.
Doch diese Typen, dat sind nich' nur Weiße,
Et gibt rote, gelbe, braune, schwarze,
Und alle sind sie scheiße.
Wie alle Lebewesen woll'n auch Nazis sich vermehr'n.
Und um das zu vermeiden, muss ich euch mal wat erklär'n...
Refrain:
Kein Sex mit Nazis,
Lass dat ma lieber bleiben!
Kein Sex mit Nazis,
Da kannste lieber selber reiben.
Kein Sex mit Nazis,
Ey dat würdest du bedauern.
Wer weiß, wat für Gefahren hinter braunen Löchern lauern?
Geheimnis um Donald Trumps Haartracht gelüftet!
Der Führer Adolf Hitler war homosexuell
Und deshalb trieb er es mit Rudolf Hess in ei'm Hotel.
Doch viel zu oft war Rudi in Europa unterwegs
Und dat ging dem geilen Adi ja ma tierisch auf'n Keks.
Dann war er ganz alleine (Oooh...)
Und hat so stark gelitten
Und fand auch keinen Trost an
Evas braunen Titten.
Darum war er ständig angepisst und auch so voll fanatisch,
Denn keiner von den Schwulen damals wollte Sex mit Nazis.
(Refrain)
Hast du dich erst einmal mit 'nem Nazi eingelassen,
Labert er dich voll von der Reinheit seiner Rasse,
Dabei sind es grade diese Rechtsextremen,
Die uns die Evolution versau'n mit ihren fiesen Genen.
Gemäß aller Erfahrung zähl'n die nich' grad zu den Hellen
Und rasieren sich dann außerdem noch an den falschen Stellen.
Weil Kastration verboten is' bleibt nur die Konsequenz,
Dat du einfach niemals mehr mit 'nem Nazi pennst.
(Refrain)





giovedì 18 gennaio 2018

Prostituzione: solo una faccenda di tasse? lettera al Direttore di Radio Uno

di Donneinquota • Egregio Direttore Greco, la cattiva informazione non è accettabile, specialmente se a farla è l’emittente pubblica. E possiamo definire tale il servizio sulla prostituzione andato in onda il 17 gennaio al GR1 delle 8.00, firmato da Amerigo Mancini.
Siamo abituat* alle boutade dei nostri politici in campagna elettorale e, in particolare, la riapertura delle case chiuse è una proposta che Matteo Salvini rispolvera periodicamente. L’ultima volta è stato nel 2015, con la raccolta firme per l’abrogazione della legge Merlin. Ma se la redazione di Radio Uno ritiene doveroso trasmettere questa notizia, è altrettanto doveroso che come utenti si pretenda un’informazione completa sull’argomento.
Non ci interessa sentire che le prostitute non pagano le tasse o che avrebbero diritto di andare in pensione prima di altre categorie perché il loro mestiere è usurante.
Ne abbiamo le tasche piene della frase penosa che si riferisce alla prostituzione come "il mestiere più vecchio del mondo". Vogliamo una informazione civile e coerente con la realtà. 
Prostituzione e tratta sono in mano alle grandi organizzazioni del crimine organizzato, i cui interessi economici miliardari sono superiori addirittura ai proventi della droga.



L’industria globale del sesso comprende anche pornografia e pedo-pornografia, turismo sessuale.

Stiamo parlando di gestori e proprietari di locali-bordello di ogni specie, proprietari di agenzie di escort, intermediari, reclutatori e veri e propri magnaccia, trafficanti, funzionari vari corrotti, clienti potenti che usano le donne come merce di scambio ecc. Proprio questa criminalità organizza grandi campagne mondiali di normalizzazione/banalizzazione della prostituzione, utilizzando addirittura argomenti del femminismo e dei diritti umani per raccogliere consensi.
Oggi, anche grazie a queste campagne, molte donne, in particolare le più giovani, pensano che mettere a disposizione il proprio corpo per arrivare al potere e al successo, sia l'essenza dell'emancipazione e della libertà. Tutto questo in totale discontinuità con la maturazione della società, in particolare quella europea ed occidentale, che da decenni si sta misurando nella quotidiana sfida sulle pari opportunità, investendo sulla crescita professionale di donne e uomini che guardano ad una società sempre più attenta al talento e alla qualità del lavoro e della vita personale.
E’ necessario quindi che il servizio pubblico informi i cittadini che le donne che si prostituiscono sulle nostre strade sono, per la maggior parte, vittime di tratta e di situazioni personali e famigliari violente e degradanti
Abbiamo bisogno che si diffondano i dati ufficiali sul fenomeno della tratta e della prostituzione [e che su questi dati si lavori di più, ndr]. Dati impressionanti, che sappiamo essere parziali, per la difficoltà di fare indagini sistemiche in un mondo così complesso. Ci servono i racconti delle sopravvissute, per esempio dai bordelli tedeschi, per sfatare la normalizzazione/banalizzazione della prostituzione.
Noi diciamo che la prostituzione non è mai stata e mai sarà un lavoro. La prostituzione è espressione della discriminazione più antica del mondo, che poggia le sue radici sulla asimmetrica distribuzione del potere della nostra società. La prostituzione è violenza, perché nessuna donna che ha alternative, sceglie di prostituirsi. Nella società odierna, che ha come obiettivo la parità di genere, la prostituzione non può più essere considerata un istituto necessario al buon funzionamento della comunità. Il solo pensiero riporta la nostra società ai livelli di estrema povertà culturale ed economica, tipici degli anni più oscuri del secolo.
La legge Merlin già nel 1958 poneva le basi per una civiltà avanzata. La sua articolazione normativa propone il superamento della vecchia cultura obsoleta di una sessualità commerciale al servizio di una ipotetica e quanto mai miserevole mascolinità, che noi reputiamo in via di rottamazione.
La legge Merlin è una legge avanzata e di grande civiltà e ci teniamo a far sapere che ce la terremo ben stretta e che la difenderemo con tutti i mezzi che questa democrazia ci consente.
Ci aspettiamo che Radio Uno voglia rimediare, promuovendo un dibattito serio e puntuale su un tema che ancora oggi mette la vita e la dignità delle donne alla mercé della peggiore cultura della storia dell’umanità.
[cos'è un vero servizio informativo? ad esempio questo, del Guardian; e guarda caso riguarda proprio la tratta delle donne per prostituzione in Italia ndr:]


In attesa di riscontro, porgiamo distinti saluti.
Donatella Martini, Associazione DonneinQuota, Tiziana Scalco Segretaria Fillea Cgil Lombardia; Rete per la Parità, Aspettare stanca, Patrizia Cordone, Barbara Summa, Giovanna Brighenti, Irene Casini, Paola Bassino Martinetto, Donne Ultraviolette, Maddalena Robustelli; Milano, 18.01.2018; 
La lettera è stata inviata a:
Direttore di Radio Uno, Gerardo Greco; 
direttore di Radio Rai, Roberto Sergio 
e per conoscenza a: Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle Pari Opportunità, On. Maria Elena Boschi
La raccolta delle firme è aperta:
se volete sottoscrivere la lettera scrivete a: d.martini@donneinquota.org

mercoledì 10 gennaio 2018

No, je ne suis pas Catherine Deneuve. E la caccia alle streghe non è mai stato uno sport femminile, ma maschile

Prima di tutto grazie a Ida Dominijanni per il bel pezzo uscito stasera su L’internazionale: ci risparmia di riscrivere diverse cose che ha già detto benissimo lei (e che citiamo di seguito).


Il punto di partenza era per noi focalizzare come gli argomenti della inopportuna lettera a cui ha aderito anche la Deneuve siano, alla fine, proprio gli stessi con cui la sottocultura più sessista e inelegante si scagliò contro il femminismo, a suo tempo, per difendere lo stile di vita berlusconiano, con il suo corollario di “cene eleganti”. Un metodo di vita e di potere fondato su scambi di favori e su un’idea di sesso che sancisce la riduzione delle donne al solo ruolo di oggetti di compravendita. Senza stare a riscrivere da zero, riportiamo perciò alcuni stralci da quell'articolo, che speriamo sarà meditato. Scrive Dominijanni:
(..) Com’era già accaduto in Italia con gli scandali sessuali d’epoca berlusconiana, quello che viene alla luce non è solo la tentazione maschile perenne all’abuso di potere, che riduce le donne a oggetto da possedere e la libertà femminile a disponibilità di concedersi. È anche, forse soprattutto, una diffusa miseria della sessualità maschile, che scambia potere, favori, assunzioni in cambio di (...) un assoggettamento a una virilità incerta. Una miseria sessuale che è parente stretta di una miseria relazionale, ovvero di una altrettanto diffusa incapacità maschile di relazionarsi all’altra (...) il cinema hollywoodiano, a ben guardare, ci aveva lentamente abituato, nell’ultimo decennio, a questo progressivo immiserimento (...) con un sottile ma percettibile scivolamento dalle scene di sesso passionale degli anni Novanta a quelle quasi sempre giocate successivamente su un ambiguo confine fra sesso e violenza, sesso e possesso, sesso e performance. (…) A un primo sguardo (#metoo e il Time’s up sono) movimenti contro le molestie e i ricatti sessuali, e contro l’abuso di potere maschile che c’è dietro. Ma com’era già avvenuto in Italia pochi anni fa, la presa di parola femminile ha l’effetto di svelare qualcosa di più profondo, un “dispositivo di sessualità” in cui il desiderio non ha più posto e il sesso è ridotto a contrattazione, ricatto, performance. (…) 
Perciò è del tutto fuori fuoco la reazione (...) di chi ulula che all’esito del #metoo ci sarebbe l’oscurantismo politically correct di un totalitarismo (sic!) proibizionista e sessuofobico. 
È vero l’esatto contrario: il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra. 
Non stupisce che a non capirlo sia, in Italia, lo stesso fronte mediatico, il Foglio in testa, che agitò gli stessi fantasmi liberticidi, sessuofobici e proibizionisti a tutela della “libertà” e della “seduzione” che circolava nelle “cene eleganti” di Berlusconi, già allora paventando e minacciando la fine dell’ars amatoria, la censura della passione, l’inibizione del corteggiamento, e impugnando l’inscindibilità del sesso da una certa dose (quale, esattamente?) di prevaricazione, o l’indecidibilità fra molestia e avance.
Stupisce ma non troppo (come in conclusione osserva anche Dominijanni) se sono anche delle donne a straparlare in questa direzione. 
Irene Graziosi, su Vice, risponde alla Deneuve centrando il punto con una domanda che ci facciamo in molte (e forse molti): perché difendere atteggiamenti che, se anche non ci traumatizzassero, sarebbero indiscutibilmente molesti?
Già, da dove sgorga questa insana necessità? 
Aggiungo che In tutto ciò lascia basite, poi, il termine "caccia alle streghe": per indicare una rivolta di donne contro maschilismi predatori. 



Qui bisognerebbe fermarsi a riflettere davvero: no, cari signore e signori, la caccia-alle-streghe è una cosa precisa, che per secoli è stata brandita da uomini-che-odiano-le-donne per sterminare, appunto, solo donne: a centinaia e migliaia e migliaia, nel modo più horror, in genere per la sola colpa di essere donne che osavano vivere senza un uomo
Perciò evocare caccia alle streghe, e odio contro i maschi, per insultare una battaglia delle donne, fa il paio con dare dei razzisti-che-odiano-i-bianchi ai neri impegnati in una giusta sollevazione contro la cultura dello schiavismo.
Scrive Graziosi: La molestia nel migliore dei casi è segno di una profonda ignoranza relazionale e umana, nel peggiore di una franca prevaricazione basata su dinamiche di potere e annichilimento della volontà altrui
Il punto è proprio questo, cara Catherine e altre firmatarie di quella lettera: no, né il femminismo né #metoo esprimono "odio per gli uomini", ma il rifiuto, finalmente, di stare al gioco di modalità maschili sbagliate, a loro volta causa ed effetto di ignoranza relazionale. Un'ignoranza già adeguatamente pompata dalla sottocultura da tronisti e veline; non si vede perché delle donne (anche delle donne) debbano prendersi la briga di schierarsi su una posizione che di fatto la tutela
A meno che non ci sia, in queste donne che sentono la necessità di simili iniziative, il banale bisogno di giustificare e rincuorare qualcuno, uomini che brulicano nelle loro vite familiari, sociali, professionali; insomma: una sorta di malsano sentimentalismo materno.


lunedì 8 gennaio 2018

Il discorso integrale di Oprah Winfrey ai Golden Globe, per tutte le donne; e cos'è Time's up

Nel 1964 ero una ragazzina mentre, seduta sul pavimento in linoleum a casa di mia madre, nel Milwaukee, guardavo Anne Bancroft consegnare l’Oscar come miglior attore, nella 36° edizione dell’Academy Awards. 

Aprì la busta e pronunciò 5 parole che hanno letteralmente fatto la storia: The winner is Sidney Poitier. Sul palco arrivò l’uomo più elegante che avessi mai visto. Ricordo la camicia e il papillon bianchi, e ovviamente la sua pelle era nera. Non avevo mai visto un uomo nero celebrato in quel modo. Ho provato tante, tante volte a spiegare cosa può significare un momento del genere per una bambina che guarda sua madre tornare a casa stanca morta per aver pulito le case degli altri. Quel che posso fare è citare, a spiegazione, la performance di Sidney nel film “I gigli del campo”: Amen, amen, amen, amen.
Nel 1982 Sidney ha ricevuto il premio Cecil B. DeMille proprio qui ai Golden Globes e mi fa un certo effetto pensare che anche in questo momento delle ragazzine stanno guardando la prima donna nera che riceve lo stesso premio. E’ un onore, un onore e un privilegio condividere questa serata con tutte loro, oltre che con gli uomini e le donne incredibili che mi hanno ispirata, stimolata, sostenuta e che hanno reso possibile il mio viaggio fino a questo premio. Dennis Swanson che ha creduto in me per “A.M. Chicago”, Quincy Jones che mi ha vista in quello show e ha detto a Steven Spielberg: “Sì, lei è Sophia ne Il colore viola”. Gayle che è l’incarnazione della parola amico, Stedman che è stato la mia roccia, e molti altri. Voglio ringraziare la Hollywood Foreign Press Association perché tutti sappiamo come la stampa in questo periodo sia sotto assedio. Sappiamo anche che è l’instancabile dedizione verso la piena verità che ci impedisce di chiudere un occhio davanti alla corruzione e all’ingiustizia. Davanti ai tiranni e alle loro vittime. Davanti ai segreti e alle bugie. Voglio dire che oggi apprezzo la stampa più che mai, mentre tentiamo di attraversare questi tempi complicati che mi hanno portata a una conclusione: dire ciò che pensiamo è lo strumento più potente che abbiamo. E io sono particolarmente orgogliosa e ispirata dalle donne che si sono sentite abbastanza forti ed emancipate da far sentire la propria voce e condividere le loro storie personali. 
Noi, ognuno di noi in questa stanza, viene celebrato per le storie che racconta; quest’anno siamo diventate noi la storia. Una storia che non riguarda certo solo l’industria dell’intrattenimento, e trascende ogni cultura, geografia, razza, religione, politica o lavoro. Quindi, questa sera vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte quelle donne che hanno sopportato anni di abusi e violenze perché, come mia madre, avevano bambini da mantenere, bollette da pagare e sogni da realizzare. Sono donne di cui non conosceremo mai il nome: casalinghe, contadine, operaie nelle fabbriche, o che lavorano nei ristoranti, all’università, nell’ingegneria, nella medicina o nella scienza. Fanno parte del mondo della tecnologia, della politica e degli affari. Sono le nostre atlete alle Olimpiadi e sono le nostre soldatesse nell’esercito.
E c’è qualcun altro, Recy Taylor: un nome che mi è noto e penso dovrebbe esserlo anche a voi. Nel 1944 era una giovane moglie e madre; mentre tornava dalla messa a Abbeville, in Alabama, fu rapita da sei uomini bianchi armati, che la stuprarono e poi abbandonarono sulla strada con gli occhi bendati. Le dissero che se avesse raccontato il fatto a qualcuno l’avrebbero uccisa, ma la sua storia fu invece riportata alla Naacp dove a capo dell’indagine venne nominata una giovane di nome Rosa Parker. Insieme cercarono di ottenere giustizia, ma la giustizia non era una possibilità ai tempi di Jim Crow. 
Gli uomini che cercarono di distruggerla non sono mai stati indagati; Recy Taylor è morta dieci giorni fa, a quasi 98 anni. Ha vissuto, come tutte noi, troppi anni in una cultura sfregiata da uomini potenti. Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità sul potere di questi uomini. Ma ora il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito.
Finito! E io spero che Recy sia morta nella consapevolezza che la sua verità, così come quella di tante altre donne che in questi anni sono state tormentate, o che lo sono tuttora, sta venendo fuori. Quasi 11 anni dopo questa verità doveva essere da qualche parte nel cuore di Rosa Parks, quando decise di restare seduta, in quell’autobus a Montgomery, ed è qui con ogni donna che ha deciso di dire “Me too”. E in ogni uomo che ha deciso di ascoltare.


Quello che ho sempre cercato di fare al meglio, nella mia carriera, in televisione o nei film, è raccontare come le donne e gli uomini si comportano davvero; di come proviamo vergogna, amore o rabbia, come falliamo, come ci ritiriamo, come perseveriamo e come vinciamo. Ho intervistato e ritratto persone che hanno sopportato alcune fra le cose più brutte che la vita possa gettarti addosso, ma ciascuna di queste persone sembrava avere in comune con le altre il serbare la speranza in un mattino più luminoso, anche durante le notti più buie. 
Perciò ora voglio che tutte le ragazze che ci stanno guardando sappiano che all’orizzonte c’è un nuovo giorno!
Quando questo nuovo giorno sarà finalmente nato, lo si dovrà a tante donne meravigliose, molte delle quali sono proprio qui stasera in questa sala, e ad alcuni uomini piuttosto fenomenali, donne e uomini che stanno lottando duramente per essere certi di guidarci fino al momento in cui nessuna dovrà dire di nuovo: “Me too”.  
Oprah Winfrey; cerimonia dei Gloden Globe, 7 gennaio 2018

E' in questa nuova ondata di solidarietà femminile che è nato Time's up. E come?? Si sono riunite in oltre 300 donne e hanno creato un fondo da oltre 13 milioni di dollari per sostenere le spese legali delle donne che decidono di ribellarsi a molestie e altre violenze maschili, e di denunciare i loro aggressori. Sono donne dell’industria dello spettacolo, attrici come Ashley Judd, Eva Longoria, Natalie Portman, Rashida Jones, Emma Stone, Kerry Washington e Reese Witherspoon, produttrici, tra cui Shonda Rhymes, ma anche agenti, sceneggiatrici, registe, dirigenti; donne più o meno affermate e potenti, che hanno deciso, così, di mettersi al fianco di tutte le donne che non hanno mezzi economici per affrontare denunce e cause. E hanno comprato, per annunciarlo, una pagina sul primo numero dell’anno del New York Times.