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venerdì 8 dicembre 2017

Libere e differenti davvero, ma anche presenti; è possibile un partito delle donne?

Nel suo post “libere e differenti ma fuori dalle istituzioni e dalla politica?”, che invitiamo a visitare e a commentare, Laura Cima constata che le “alternative” a sinistra restano maschili, e si interroga su come superare un immobilismo politico e femminile in cui ci sentiamo impantanate.

  
Alla domanda: “cari maschi di Liberi e Uguali perché avete escluso le donne?” lei stessa tenta di rispondere:
“perché le amiche delle formazioni che si sono riunite sotto lo stesso tetto almeno fino alle prossime politiche”, scrive, “hanno lasciato i loro leader maschi a guidarle senza fiatare, e questi devono farsi rieleggere per esistere. O sbaglio? Naturalmente (sul Manifesto) Fratoianni cerca di recuperare interloquendo con Norma Rangeri e Nadia Urbinati e, tirando in mezzo Nudm, la Colau e Olympe de Gouge, giura di essere “pronto a fare collettivamente la sua parte”. Ma se lasciamo solo uomini nelle istituzioni, siamo contente che gestiscano tutti i nostri soldi come gli pare e che non facciano mai passare leggi che ci interessano? (…) Almeno recuperiamo la petizione alla Camera dei Comuni nel 1832 d di Mary Smith: ”No taxation without representation”, principio già presente nella Magna Charta (1215) [e molto prima ancora! aggiungiamo noi, sancito nel 42 A.C. dalla storica orazione di Ortensia, cancellata dalla storia, ndr] e facciamo lo sciopero delle tasse. 
Poi valutiamo se iscriverci ai circoli anarchici e lavorare per far cadere lo Stato… Perché il nuovo partito più a sinistra del Pd ci riporta a prima della rivoluzione francese e non ci dice nemmeno come pensa di garantirci almeno l’habeas corpus - visto che, come risponde candidamente un partecipante “il maschile ci include” linguisticamente parlando; ma, gli ho ricordato, in tutto il mondo ci stupra, ci riempie di botte e ci uccide, oltre ad escluderci dalla cittadinanza”.
Il riepilogo che poi fa Laura Cima (a cui di nuovo rimandiamo), sulle lotte femministe degli anni Settanta, dice molto sulla capacità che hanno avuto le donne di cambiare le cose e di essere “protagoniste, nonostante il riflusso, della grande rivoluzione pacifica del Novecento che ha cambiato totalmente costumi e società”.
Ma allora appunto tumultuavano in tutte le scuole e le fabbriche ambiti di aggregazione quotidiana fisica, e non solo virtuale, e ancora non si erano cristallizzate, fra le donne, metodologie di lavoro omologhe a quelle degli uomini, con l’eterno corredo di sabbia negli ingranaggi che producono le relative rivalità.
La semplice e umile proposta fatta dallo strumento della politicafemminile [con l’invito che trovate qui] dal 2013 tenta di introdurre il concetto di un metodo nuovo (come quello abbozzato dalla breve esperienza di lavoro di Josefa Idem, e subito stroncato), senza il quale non si va da nessuna parte.
Il metodo del riconoscersi reciproco e di fare tesoro di tutto il lavoro delle altre donne, anziché ignorarlo (o addirittura svilirlo), in una sorta di coazione a ripetere del silenziare maschile.
Moltissime donne si sono abilitate a scrivere in autonomia e direttamente, su questo strumento orizzontale che si dà il compito di rilanciare tutte, di aiutare a fare girare idee e far conoscere i singoli ambiti di impegno di quelle che sono disposte ad usarlo, ma poi in pochissime lo sfruttano; e questo è solo uno, fra tanti esempi che si potrebbero fare, per non parlare astrattamente.
Tornando a Laura Cima: lei conclude che, poiché le ministre giovani e non, cooptate da Renzi, non hanno di certo migliorato la situazione del nostro paese, del loro partito e neanche di Renzi stesso, “non aspettiamo più nessun Ulisse che ci conduca in un mondo più giusto perché sappiamo che non esiste. E allora cosa aspettiamo a prendere il coraggio che le nostre sorelle nordiche hanno avuto dando vita a Feminist initiative? che donne di movimento come Ada Colau e professioniste affermate come Manuela Carmena, hanno mostrato, assumendosi la responsabilità di guidare le due più grandi città spagnole? visto che non è solo di pari opportunità che abbisogna il nostro paese ma di protagonismo di femministe capaci di guidare processi di cambiamento in Italia”.  
Vero; non solo in Svezia e in Norvegia ci provano, ma anche in Danimarca un partito femminista ha recentemente debuttato, per esempio; servirebbe forse un “partito delle donne” anche in Italia, capace di fare, finalmente, qualcosa di totalmente nuovo. Cosa aspettiamo, chiedi, cara Laura; forse di capire che per fare cose nuove serve anche un nuovo metodo. 
Tutte le donne e le associazioni (e anche questo blog) hanno sostenuto con forza nonunadimeno dal suo primo apparire; ma, anche qui, vediamo il metodo un tantino autistico che appare sempre il solito. Qual è la differenza? molto dialogo con i maschi delle realtà di ultra-sinistra e con l’universo queer, ma nella pratica moltissime donne se ne sentono escluse perché lo trovano impositivo: perché dà la linea. 
Peraltro, una linea troppo fiduciosa riguardo a posizioni presentate come “libertarie”, su argomenti cruciali come la prostituzione e la GPA, senza sviscerarne i pericoli che al movimento delle donne sono sempre stati chiari (vedi ad esempio gli insegnamenti di Françoise Héritier, saltati a piè pari, come tanti altri della storia del femminismo). 
Per quelle che hanno voglia di avvedersene, benché a nonunadimeno aderiscano in tante, pare che ancora di più si perdano per strada: in mille rivoli di commenti spiegano il perché ma lamentano anche di non  ricevere risposte; invece sarebbe il caso di iniziare a parlare anche di questo. 
Tornando al nocciolo: crediamo serva un metodo inedito capace di declinare una nuova inclusività; che sappia che la determinazione nelle lotte non deve implicare per forza ideologia e violenza, ma anzi il contrario: generosità e tenerezza, parole che ai più fanno ridere. Fa ridere soprattutto quelli che non sanno che il contrario della paura non è il “coraggio”, ma l’amore. 
Ma chi ha coscienza profonda di come, davvero, si produce la realtà dei fatti (e dunque della Storia e della biologia stessa), non ride; sa anche che - parlando in termini filosofici e perché no, quantistici, la realtà è prodotta da energie sottili molto più complesse di quanto appare in superficie. Le verità invisibili agli occhi. E' un'ovvietà che in qualunque situazione di carenza si debba contrapporre quello che manca, e non aggiungere quello che abbonda. E’ in virtù di ciò che i Lepen, i Trump e i trumpettini de noàntri, i salvini meloni & co, sono i perfetti alleati degli estremisti islamici. 
Dunque in un mondo che brucia di calore e di violenza serve alimentare la corrente dell’indulgenza e dell’unione, della cura per ogni più piccola cosa che ha vita nel mondo, azzerare le risse; specie fra chi vuole cambiare. Contrapporre, in positivo, azioni nuove, ma poggiando su questo solido terreno.
Astratto? può darsi; o forse per niente. Si decida qualche donna, che abbia la personalità e la convinzione per farlo, a lanciare un partito al femminile capace di trasmettere questo: senza aspettare nessuno, come invitasse tutte e tutti a una festa chi-c’è-c’è-e-chi-non-c’è-non-c’è - e chissà, forse vedremmo che qualcosa di mai visto può diventare concreto.


domenica 1 febbraio 2015

Buon compleanno Teresa Mattei, buon anniversario voto femminile

#‎mestruazioni Deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». Teresa Mattei: «So che molti uomini non ragionano tutti i giorni del mese». Questo celebre scambio di battute ebbe luogo in occasione di un discorso della giovane Mattei, eletta deputata a Montecitorio, sulla necessità di ammettere entrambi i sessi alla Magistratura. Eh si; con che scuse le donne ne sono state escluse fino al 1963? e si, un argomento per cui le donne sarebbero (oltre che notoriamente più stupide degli uomini) anche bizzose e inaffidabili, e - soprattutto - oltre ad avere già da fare a spazzare e a cucinare - un argomento ricorrente era proprio quello: perché hanno le mestruazioni. Come si può affidare loro il compito di giudicare, quando sono soggette per tutta la vita, in quei giorni, a dare i numeri? del resto in Italia fino a pochi anni prima le donne erano escluse anche dal voto (ed è ancora così, tutt'oggi, in rilevanti parti del mondo). 
Il voto femminile in Italia compie oggi 70 anni. Pochi anni prima di quel 1 febbraio 1945, a soli 17 anni, la Mattei dava la maturità come privatista, preparandosi con Piero Calamandrei. Era stata infatti radiata da tutti gli istituti del Regno d'Italia per aver protestato contro la propaganda razzista in classe: esco per non assistere a questa vergogna. 
In quel 1 febbraio, nel 1945, la Mattei, che sarebbe stata la più giovane fra le Madri costituenti, compiva 24 anni; e fu senz'altro fiera di vedere quel suo compleanno coincidere con il riconoscimento del voto alle donne.
Infatti il 31 gennaio 1945, con l'Italia non del tutto liberata, e il Nord ancora sotto l'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri aveva emanato la disposizione del suffragio universale, confermata con decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbraio 1945. E così, oggi, per il voto femminile è un importante anniversario. Un voto, ricordiamolo, senza il quale l'Italia non avrebbe avuto nemmeno la Repubblica, ma sarebbe rimasta invischiata negli anacronismi della monarchia. 
Insomma oggi è una buona occasione per parlare un po' di voto femminile, a partire dall'Italia. Una battaglia di minima civiltà a cui, però, in tutto il mondo, gli uomini - i maschi - di tutti gli orientamenti politici si sono storicamente opposti compattamente, e spesso con irriducibile ferocia. 
Una battaglia che in diversi paesi è ancora in corso. Là dove è stata vinta, combatterla costò moltissimo. 
Acqua passata, per alcuni; ma sotto ai ponti fiumi di sangue e di vite distrutte: di donne generose e coraggiose, che furono ininterrottamente oltraggiate come galline senza cervello, che scompostamente starnazzavano - ah queste donne eternamente incuranti dei veri problemi..! - reclamando onori maschili, del tutto fuori dalla loro portata. Donne obnubilate e terrificanti.
Donne avvelenate fin da piccole dalla mania del potere!
Donne che avrebbero finito per pretendere di fumare in pubblico!
Donnette ridicole e odiose da mettere a tacere con disprezzo.
E in Italia? prima dell'Unità, solo in alcune regioni (Lombardia, Toscana e Veneto), e in modo molto ridotto e soggetto al controllo degli uomini, però le donne potevano in qualche misura accedere al voto, e perfino essere elette. Perciò le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, là dove alle donne non era mai stata riconosciuta alcuna vera "cittadinanza", nei giorni dell'unificazione presentarono alla Camera una petizione che rivendicava il loro diritto di voto precedente all'Unità, chiedendo che venisse esteso a tutto il paese. E la petizione era questa:
Petizione alla Camera de’ deputati 
Se Dio ha posto nell’uomo un’irresistibile tendenza alla libertà, perché nell’uso della libertà diventi migliore; se Dio benedice agli sforzi che la Nazione Italiana fa per rendersi libera, fondamento principalissimo di questo progressivo miglioramento dev’essere l’affermazione la più larga possibile dell’emancipazione della donna. I primi otto anni dell’educazione dell’uomo appartengono quasi esclusivamente alla madre. 
Considerando che sui diversi Codici delle provincie Italiane si sta elaborando un Codice unico per tutto il Regno d’Italia; considerando che nelle provincie Lombarde, dove è vigente tuttora il Codice austriaco, la donna è parificata all’uomo nella facoltà di disporre delle proprie sostanze in ogni contrattazione anche senza la tutela maritale; considerando che il Codice Albertino, § 130, sottopone, nelle antiche provincie, la donna alla tutela maritale nell’esercizio dei diritti di proprietà; le sottoscritte, Cittadine Italiane, fanno al Parlamento rispettosa istanza, affinché nella compilazione del nuovo Codice civile italiano, alle donne di tutte le provincie vengano estesi i diritti riconosciuti fino ad oggi nelle donne Lombarde. Milano 1861 (Raccolte storiche del Comune di Milano).
Furono ascoltate dai maschi innovatori, votati al progresso?
Ma naturalmente NO. Se di mezzo ci sono le donne, il coraggio dei più arditi combattenti viene meno. Ben impresso nell'inconscio di ogni maschio italico resiste, evidentemente, l'avvertimento terrorizzante di Catone il Censore, che così ammoniva i Romani: non appena (le donne) diventeranno vostre uguali, vi comanderanno. 


E così dal 1861, con l'avvento dell'Unità, perfino tutti i diritti di voto che erano già garantiti alle donne, almeno localmente, vennero spazzati via, e si diede per scontata la loro netta esclusione dalla vita politica. Tanto che la formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell'Italia unita si riferiva per tacito accordo di tutte le parti politiche (che erano al 100% maschili), ai soli cittadini maschi. 
A onor del vero, immediatamente dopo l'Unità d'Italia, ci furono anche uomini che si spesero perché le donne fossero ammesse al voto, beninteso non politico - solo amministrativo (da Minghetti e Ricasoli a Ubaldino Peruzzi). Fra tutti dobbiamo la nostra riconoscenza al deputato meridionale Salvatore Morelli (autore nel 1865 di "La donna e la scienza"), vero paladino dei diritti femminili, non per niente soprannominato “il deputato delle donne”; i cui discorsi e proposte parlamentari - infatti - caddero sempre nel vuoto. Ascoltata e largamente approvata, invece, la visione dell'on. Ignazio Boncompagni Ludovisi (relatore alla Camera sul progetto Petruzzi), che nel 1865 chiuse la questione sentenziando che “i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”, e dichiarando la donna non eleggibile, come gli analfabeti, i falliti, i condannati (art. 26, legge 2248 20/3/1865).
I nuovi tentativi che si ebbero successivamente da parte di altri (da Lanza e Nicotera, a Cairoli e Depretis) tutti insabbiati o liquidati con tesi come quella di Giuseppe Zanardelli che dichiara che la natura maschile del suffragio è maschile per definizione (in quanto devota all'impegno civile e politico, in antitesi con quella femminile che si occupa da sempre dell'educazione, della famiglia). O di Francesco Crispi (che pure ottenne un primo allargamento del suffragio maschile), il quale affermava non conveniente e inopportuno estendere il diritto di voto alle donne in quanto le tradizioni la vedevano ancora troppo legata alla sfera privata.
Era passato quasi un secolo dalla Rivoluzione francese. E dunque da quella Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina che così esordiva: “Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della Nazione chiedono di potersi costituire in Assemblea Nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna”. Dichiarazione che non condusse affatto a quei diritti. Valse invece alla sua autrice, Olympe de Gouges, la ghigliottina - secondo quel copione per cui, se non obbligato, nessun dominatore concederà mai nulla agli schiavi - che siano questi per razza o per genere.
E così, tra una tautologia e l'altra (la donna non può liberarsi perché è oppressa - e abituata ad esserlo, sostanzialmente), dall'Unità di Italia ci volle quasi un altro secolo, per arrivare a una conquista che, rendiamoci conto, è ancora molto giovane. Un secolo in cui le voci delle donne si fecero sempre più alte e autorevoli [qui se ne fa un rapido excursus, e vi rimandiamo anche a questa sintesi molto interessante], e senza le quali nulla si sarebbe fatto.
E oggi: fra le donne più consapevoli e impegnate ce ne sono molte che sminuiscono gli sforzi delle elette insieme agli uomini in politica. In diverse, fra noi, letteralmente disprezzano i passi istituzionali che ancora si stanno facendo con fatica - e lo fanno anche in nome del femminismo, e del fiero, e lecito, desiderio di non partecipare a partite comunque truccate. A tutte loro, e a noi stesse, non ci resta che ricordare: la strada è in salita e piena di insidie, lo sappiamo; ma se non aumentano le donne, non possiamo aspettarci altro che 1 passo avanti, e 2 indietro.
Perciò:  stiamoci vicine. Votiamo le donne, sosteniamo le donne. Confidiamo nelle donne. 
Uniamo le nostre forze, e usiamole.

giovedì 20 febbraio 2014

Perché un accordo per la democrazia paritaria, cosa vogliamo, come lo vogliamo

Noi promotrici del presente Accordo siamo consapevoli della estrema gravità della crisi economica, sociale e culturale e politica in cui versa l’Italia, dei pericoli per lo stesso sistema democratico, della complessità dei problemi da affrontare. 
Vediamo che le donne sono quotidianamente colpite nei loro diritti e nelle libertà, che su di esse viene scaricato il costo maggiore della crisi e che si continua ad estrometterle dai luoghi delle decisioni.
Nella storia della Repubblica le donne si sono rivelate meno coinvolte nelle pratiche di scambio e di corruzione sempre più diffuse e, nell’ultima fase, sono state vittime di pratiche offensive della dignità femminile.
Affermiamo che le donne italiane non sono più disposte a subire passivamente questo attacco alle loro condizioni di vita e di lavoro e ad accettare ulteriormente la loro marginalità nella vita della nazione: lo dimostra la ricchezza delle iniziative proposte e realizzate dalle donne per il lavoro, per il miglioramento delle condizioni di vita, per la difesa della loro immagine, per il contrasto della violenza, così come lo dimostra l’adesione di milioni di donne all’appello di Se non ora quando e la partecipazione senza precedenti alla manifestazione del 13 febbraio.
Le donne, con la loro capacità di iniziativa e di cura, competenza e intelligenza, attenzione e cultura sono un soggetto decisivo per un’azione diretta a salvare l’Italia dal degrado e ad avviarne una rinascita.
Oggi, più che mai, è urgente e necessario realizzare la  partecipazione paritaria delle donne alla gestione della Cosa Pubblica nei luoghi decisionali, nelle istituzioni pubbliche e nelle assemblee elettive di tutti i livelli.
Siamo convinte che, per raggiungere tale scopo occorre un’azione comune e congiunta di tutte le forze femminili organizzate della società civile.
Da anni si sono avanzate numerose proposte e susseguite, purtroppo senza grandi risultati, campagne per la parità di genere nelle assemblee elettive, quali la proposta di legge di iniziativa popolare dell’UDI concernente “Norme di democrazia paritaria” (50e50 ovunque si decide); le iniziative del “Laboratorio 50&50” dell’AFFI, di “Aspettare Stanca”, della “Lobby Europea delle Donne”, nonché  quelle a suo tempo assunte dalle Commissioni Nazionali di parità. 
Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce alle donne pari opportunità, reputiamo che nel documento predisposto da Noi rete donne per regole elettorali women friendly (nel quale si sostiene che, quali che siano i metodi elettorali adottati, occorrano norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette), così come nel documento AFFI sui rimborsi elettorali, sono contenuti ragionevoli e opportuni suggerimenti.
La questione delle leggi elettorali sta assumendo, in questo momento, particolare urgenza nell’agenda politica.
Riteniamo perciò necessario esercitare un’azione di pressione sulle Commissioni parlamentari incaricate di esaminare le numerose proposte di riforma delle leggi elettorali presentate al Parlamento, perché, in coerenza con gli articoli 3 e 51 della Costituzione, nonché dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, relativi alla promozione della donna nei ruoli decisionali, e nelle successive determinazioni (nella fattispecie il punto 3 del Charter per le donne del Presidente della Commissione Barroso (5/3/2010) e il punto 3 della strategia per l’uguaglianza 2010-2015) e al fine di garantire condizioni generali di una democrazia partecipata, vengano introdotte nella legislazione norme di garanzia per una rappresentanza  di genere paritaria e siano previste sanzioni in caso di loro mancato rispetto nonché autorità capaci di emanarle.
Tuttavia, pur in uno scenario di profonda crisi come quello attuale, non è scontata una modifica in tempi brevi delle leggi elettorali: sono in calendario consultazioni amministrative e non si può escludere il voto per la rielezione del Parlamento con la legge vigente anche prima della scadenza della Legislatura o invece la consultazione per il referendum, rinviando così nel tempo eventuali nuove norme elettorali.
Siamo perciò fermamente convinte che sia determinante un cambiamento dei comportamenti delle forze politiche e, a tal fine, riteniamo indispensabile esercitare una pressione nei loro confronti perché assumano il principio della parità di sesso nelle candidature e adottino metodi di scelta delle candidature che coinvolgano la società civile; che tengano conto dei curricoli e dei requisiti delle candidate e dei candidati, delle competenze, dei rapporti con il territorio; che realizzino, quando previste, e quando i contesti garantiscano di poterle effettuare nella trasparenza, nel rispetto degli elettori e elettrici e delle pari opportunità dei candidati, nella garanzia delle norme, elezioni primarie aperte e regolate.
Auspichiamo che si arrivi a una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.


Noi Rete Donne Affi - Associazione Federata Femminista Internazionale; Se Non Ora Quando; Agi (Ass. Giuriste Italiane – Sez. Romana); Aidos; Ande Aspettare Stanca; Associazione Alma Cappiello; Associazione Bloomsbury Associazione Donne Banca d’Italia; Assolei; Centro Italiano Femminile; Commissione Diritti e Pari Opportunità; Ass.se Stampa Romana; Consigliera Nazionale Parità; Consulta Donne di Colleferro; Coordinamento Italiano Lobby Europea delle Donne; Coordinamento Nazionale Donne Anpi; Corrente Rosa; Crasform Onlus; Dols Donne Online; Donne che si sono stese sui Libri e non sui letti dei potenti; Donne e Informazione; Donne InQuota; Donne In Rete per la Rivoluzione Gentile; Donne per Milano; Donne Ultraviolette; Fidapa; Fondazione Adkins Chiti – Donne in Musica; Fondazione Nilde Iotti; Gio Osservatorio Studi di Genere, Parità e Pari Opportunità; Giulia Giornaliste Unite Libere Autonome; Il Corpo Delle Donne; Il Paese Delle Donne; Ingenere; Laboratorio Politico Torino; La Metà di Tutto; Le Nostre Figlie non sono in vendita; Libera Donna; Libere Tutte - Firenze; Lucy e le Altre; Marea; Maude Movimento Lavoratrici dello Spettacolo; Movimento Italiano Donne per La Democrazia Paritaria; Noid Telecom; Noi Donne; Noidonne 2005; Parimerito; Pari o Dispare; Professional Women’s Association; Rete Armida; Rete per la Parità;  Solidea; Tavola delle Donne Sulla Violenza e Sicurezza Città Di Bologna; TutteperItalia; Udi Unione Donne Italiane; UnaTalks,  Usciamo dal Silenzio; Women In The City
Per info e contatti: Rif. Daniela Carlà • Roberta Morroni 

venerdì 13 settembre 2013

La scommessa del contrario: una domanda molto provocatoria

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, il comunicato che segue. Un'imprenditrice marchigiana lancia una domanda spiazzante: voteresti un partito politico composto al 70% di donne? 
E dichiara: "vorrei mettere alla prova le donne in politica, garantendo loro una rappresentanza parlamentare superiore al 70%".  Va da sè che una simile proposta è solo teorica perché "garantire" una presenza superiore alla metà, solo a un genere (sia esso maschile o femminile) sarebbe discriminatorio per l'altro genere. E la sua applicazione per "legge" sarebbe, semplicemente, anticostituzionale. Forse a noi sarebbe piaciuto di più se la domanda fosse stata formulata diversamente; tipo: credi che un Parlamento in cui le proporzioni fossero invertite lavorerebbe meglio negli inetressi di tutti? e francamente (anche se - ribadiamo - inattuabile per legge) noi pensiamo di si: noi pensiamo che statisticamente le donne agiscano più degli uomini per il bene comune. Anche per la ragioni che citiamo nel post in cui cerchiamo di spiegare cosa intendiamo, da parte nostra, per politica femminile.
In ogni caso ve la sottoponiamo come ci è pervenuta: ben venga tutto ciò che porta a un dibattito sulla presenza delle donne in politica. 

Il comunicato:
La scommessa del contrario: porsi una domanda per migliorare la condizione italiana
Oggi la politica è fatta al 70% da uomini e solo al 30% da donne: e se fosse il contrario? Se fosse questo il cambiamento necessario per far volare alto l’Italia e migliorare la condizione di tutti noi?
Questa è la domanda che si è posta una un’imprenditrice marchigiana, impegnata da oltre quarant’anni nella gestione di due aziende e profondamente preoccupata per le sorti del proprio paese: l’Italia va a rotoli, bisogna cercare una via d’uscita, percorrere nuove strade per ottenere risultati migliori.
La politica italiana, oggi come ieri, è fatta di uomini: in parlamento le donne siedono solo sul 30% degli scranni, contro una presenza maschile pari al 70%, e nelle amministrazioni locali la situazione non è diversa. Perchè, dunque, non mettere alla prova le donne in politica, dando loro una rappresentanza pari almeno al 70%?
Una partecipazione politica, dunque, mai sperimenta prima, con numeri che sono l’esatto contrario di quelli attuali: un ribaltamento di prospettive che potrebbe, forse, ribaltare anche la condizione, non bella, dell’Italia.
Per dare risposta a questi quesiti nasce “La scommessa del contrario”, un sito che, integrato con i principali social network, chiede a tutti gli italiani di esprimere la propria opinione a riguardo.
Sul sito, oltre a partecipare al dibattito, è possibile rispondere, con un solo click, alla domanda Voteresti un partito politico così composto? (70% donne - 30% uomini).
Tovate l'iniziativa anche sulla pagina Facebook.

E tu, come la pensi?