domenica 26 ottobre 2014

Ebola: noi possiamo agire. Ebola NON si sconfigge con la paura, ma con...

Ebola: come possiamo agire? noi dobbiamo farlo. Prima: per dimensionare il problema, un po' di notizie utili - anzi, necessarie. Premesso che secondo l’ONU restano solo poche settimane per contenere il virus: milioni di persone sono già in pericolo. Premesso che l'umanità è un solo organismo: non possiamo pensare che una simile malattia del sistema non ci riguardi tutti. 
Premesso che è ridicolo illudersi di contenerla ai poveri - anzi: alle donne dei poveri  (queste ultime, sobbarcandosi il lavoro di cura, sono il 75% dei morti *) - e cioè che c'è un solo modo per difendersi: collaborare tutti, e subito, e generosamente, per respingerla.
1. l'OMS avvisava già in settembre che Ebola è un'epidemia senza precedenti 
2. Da pochi casi in soli 3 paesi (e già terrificante) di prima dell'estate, avremo 10.000 nuovi casi a settimana entro dicembre: ma allo stato attuale troveranno solo 4.300 letti per assisterli. Intanto il tasso di mortalità è salito dal 50 al 70%.
3. Entro gennaio 2015 si stima che i contagiati saranno 1 milione e 400mila. Lo stesso scopritore del virus conferma che l'epidemia corre più veloce della capacità di reazione.
4. Del resto, chi dovrebbe agire non fa proprio nulla, o quasi: siamo in mano a inetti (nel migliore dei casi), e salvo eccezioni sembrano tutti assenti. O peggio! Se ci sono per fare allarmismi utili solo a seminare razzismo. E saremmo pazzi a delegare a loro le soluzioni.
Premesso quanto sopra, un'avvertenza: non dobbiamo avere paura. Anche su questo, alcuni argomenti:
1. a Napoleone - personaggio per molti versi esecrabile, va però riconosciuta la dote del coraggio. Quando i suoi soldati, in Egitto, cadevano come le mosche sotto la peste, lui gridava fra i moribondi che il contagio aveva buon gioco perché attecchiva sulla paura: per dimostrarlo li scuoteva, li toccava, non temeva in nessun modo la malattia; e in parte aveva ragione. Niente come la paura agisce sulla dinamica delle cose materializzandone le peggiori conseguenze.
2. Contrariamente a quanto si pensa, però, il contrario della paura non è il "coraggio": ma è l'amore (anche se, nel caso di Napoleone amore della gloria, di una visione folle di conquista). E' l'amore, se ci pensate, che dà la forza e il coraggio di affrontare qualunque rischio e sconfigge qualunque paura. Bene, armiamoci di quello: è così che davvero, e più che in qualunque altro modo, possiamo fare la differenza.
3. Dal dire al fare: che fare? Nella pratica: scrive Avaaz che a pensarci è incredibile, ma la nostra risposta a questo pericolo mortale non solo può salvare delle vite, ma può anche aiutarci a capire cosa siamo e qual’è il nostro ruolo: una comunità globale, che crede nei legami che ci rendono una sola famiglia, e agisce come tale. Gli eroi che si sono offerti volontari tramite Avaaz dimostrano che vale la pena mettere a rischio ogni cosa per salvare ogni singola vita. Vogliamo sostenere questa incredibile umanità, farlo da tutto il mondo, per quanto ognuno di noi può dare, prima che questo spiraglio di speranza si chiuda. Nelle ultime due settimane, migliaia di persone della nostra comunità si sono offerte volontarie per andare in Africa Occidentale e aiutare a contrastare il diffondersi dell’Ebola. È una scelta di incredibile eroismo che testimonia quanto ci sentiamo interdipendenti e membri di un’unica comunità globale
Nel nostro piccolo, senza chiedere a nessun* di partire, chiediamo, anche da qui, che tutte e tutti ci attiviamo contagiandoci l'un l'altro con la solidarietà, attivandoci con la comunicazione e offrendo un piccolo contributo: se solo 50mila di noi donassero 16 € a testa (scrive Avaaz) potremmo prendere 10 ambulanze e 2mila tute protettive. Quante persone si possono salvare, con queste semplici attrezzature? quanti contagi si possono prevenire? 
Queste sono cose basilari, ed è quasi criminale che la comunità internazionale non sia riuscita a procurarne a sufficienza. Consegnandole in tempo a dottori e infermieri locali e internazionali potremmo aumentare notevolmente la possibilità di mettere l’Ebola sotto controllo prima che sia troppo tardi per fermare l’epidemia. I sistemi sanitari di interi paesi sono al collasso. Medici e infermieri locali sono morti cercando di curare i malati senza avere il giusto equipaggiamento. E finora la risposta internazionale è inadeguata: solo alcuni tra i Paesi più ricchi hanno promesso dei medici, e comunque meno dei membri di Avaaz che si sono offerti volontari.  

PARTECIPIAMO. Partecipa. Ecco cosa puoi fare donando anche piccole cifre:
• con 2 €:  comprare sapone per prevenire l’infezione 
• con 23 €: formare un insegnante per istruire sulla prevenzione bambini e famiglie
• con 220 €: fornire un kit di protezione personale per salvaguardare chi assiste i malati
• con 40.000 €: comprare, trasportare e equipaggiare un’ambulanza.
• con 95.000 €: comprare attrezzature e forniture per aprire un centro di cura da 50 letti.
* SI: le donne sono il 75% dei morti. Come aveva osservato per prima Julia Duncan-Cassell (ministra alle Pari opportunità della Liberia) nel 75% dei casi sono le donne ad ammalarsi e a morire. Anche se nel caso delle altre malattie è meno eclatante, è sempre così: ricade sempre sulle loro spalle il lavoro di cura, sono sempre le donne le prime a soccorrere i mariti, i figli, gli anziani che si ammalano. Sono loro che lavano, medicano, imboccano; loro che portano in ospedale i più gravi e li assistono anche lì. Sono ancora loro a raccogliere, a lavare le salme e a prepararle per le sepolture. Furono donne incinte le prime vittime, già nel 1976, quando il virus fu "scoperto" per la prima volta a Yambuku, in Congo - e da allora ha covato diversi focolai, ma non se ne è occupato nessuno: e a chi poteva interessare? erano solo negri, donne, poveri; donne dei poveri. Bene, facciamocene una ragione: ora non è più così. Maschi o femmine, bianchi o neri, occidentali o no: siamo tutti coinvolti. 

E condannati ad amarci. O a farci danno l'un l'altro tutto il tempo, come imbecilli.

sabato 25 ottobre 2014

Impiccata Reyhaneh. Sconvolte ci chiediamo: è questo il nuovo corso dell'Iran? e l'Italia dov'è?

Mia figlia con la febbre ha ballato sulla forca: con queste parole che grondano amarezza e dolore la madre di Reyhaneh ha annunciato l'impiccagione di quella figlia che fu incarcerata quand'era poco più che una bambina, e che da 5 anni marciva in un braccio della morte. 
Il 5 ottobre la Rete delle Reti femminili invitava a partecipare al tweetstorm in suo soccorso: 
e a diffondere la petizione che ha raccolto oltre 240.000 firme. Da Amnesty a Papa Francesco moltissimi sono intervenuti per lei, ma non c'è stato niente da fare.  Oggi la ministra degli Esteri Mogherini ha espresso dolore per questo crimine - ma qualcosa, nelle sue dichiarazioni, manca: è un dolore profondissimo, avevamo sperato tutti che la mobilitazione internazionale potesse salvare la vita di una ragazza che invece è vittima due volte, prima del suo stupratore poi di un sistema che non ha ascoltato i tanti appelli, a conferma che è proprio sulla difesa dei diritti fondamentali che il dialogo tra i Paesi resta più difficile. Eppure, la difesa dei diritti umani e l'abolizione della pena di morte sono battaglie fondamentali che l'Italia non rinuncerà mai a portare avanti in tutte le sedi.

Però, ci chiediamo: il buon esito era delegato alla mobilitazione internazionale? di chi? In effetti noi non troviamo notizie chiare: a parte le dichiarazioni ai giornali, e l'appello dell'ambasciata - a parte lo sperare, cosa ha fatto, concretamente, il nostro Governo, dopo il disperato appello della madre alle autorità italiane, il 30 settembre? in quell'occasione la nostra ministra aveva dichiarato: L'appello della madre di Reyhaneh non può lasciarci indifferenti. L’Italia è per tradizione contraria alla pena di morte e per questo ci stiamo battendo da tempo anche alle Nazioni Unite. Mi auguro dunque, nel pieno rispetto delle procedure iraniane, che la sentenza possa essere riesaminata. Già ieri l'ambasciata italiana a Teheran ha trasmesso questo auspicio alle autorità iraniane. Sono certa che le parole della madre di Reyhaneh saranno ascoltate con attenzione anche in un Paese, come l’Iran, di cui ho avuto modo in più occasioni di apprezzare una cultura millenaria che tanto valore ha sempre dato alla vita umana.
Si, ma poi? poi, cosa è stato fatto? ci si è affidati alle certezze della speranza? alla cultura millenaria che non sembra di nessun aiuto alle donne, e tantomeno nell'Iran di oggi? non sono un po' generici gli argomenti di queste dichiarazioni?

Agli immancabili che penseranno bene di commentare che qui è peggio che là, che quella era colpevole di omicidio, che cosa vogliamo sindacare sulla giustizia di un paese sovrano e simili argomenti a cui siamo avvezze, ricordiamo che:
1. Nel 2007, quando aveva solo 19 anni, Reyhaneh era stata convocata nell'appartamento di un ex-agente dei servizi segreti iracheni, Morteza Abdolali Sarbandi; qui costui - secondo il suo racconto di cui è davvero difficile dubitare (né altri moventi sono mai emersi) ha tentato di abusare di lei e nel tentativo di difendersi lei lo ha colpito, e ucciso accidentalmente
2. Secondo la giustizia iraniana il perdono della famiglia del morto avrebbe potuto salvarla, ma la condizione che le è stata posta è stata di ritrattare la propria versione, negando il tentativo di stupro. Questo lei si è sempre rifiutata di farlo. 
3. Quando ancora aveva speranze, la madre aveva detto: la famiglia di Sarbandi pone condizioni sempre diverse: chiede che mia figlia ammetta i suoi errori; che faccia il nome di un uomo che loro sono convinti abbia partecipato all'omicidio. Ma quali errori ha commesso mia figlia? Di consegnarsi spontaneamente alle autorità? Di subire ogni forma di pressione fisica e psicologica per anni? Di aver accettato tutte le imputazioni?
Sta di fatto che lei non ha ritrattato, e per questo è stata impiccata.
La vera colpa delle donne, in certi frangenti è di esistere - e da certe colpe non c'è salvezza né redenzione - né mai ci sarà: fino a quando non si riconoscerà che i diritti delle donne sono diritti umani.

venerdì 24 ottobre 2014

Le relazioni di genere nelle città: un call for papers

Genesis, la rivista della Società Italiana delle Storiche, sta preparando un numero monografico sulle relazioni di genere nelle città, dal titolo Attraverso le città. E invita tutt* a partecipare inviando contributi (testi max 60.000 caratteri, spazi inclusi, con breve profilo scientifico di autrici/autori).
In questo lavoro si intende raccogliere ricerche e analisi sulle forme e i luoghi delle articolazioni di genere e le loro trasformazioni nelle città, che indaghino - anche alla luce di incroci disciplinari, purché in prospettiva storica, tra medioevo e età contemporanea:
• La ridefinizione dei confini tra culture diverse, le sovrapposizioni e gli intrecci di identità eappartenenze, le liminalità e le ibridazioni culturali, religiose, politiche, etniche, generazionali; la dimensione dell’intersezionalità che integra orizzonti multipli e lealtà plurali.
• Le reti di relazione, anche plurilocali, che nelle città connettono, sostengono, attraggono, smistano, controllano soggetti in movimento come lavoratori stabili o precari, dell’artigianato o del commercio al dettaglio, impiegati, servi, schiavi, prostitute, migranti, convertiti, minoranze, figure ai margini, comunità intra ed extraurbane, gruppi giovanili, anziani, soggetti istituzionalizzati.
• La dimensione urbana delle dislocazioni, delle catene della cura globali, le aggregazioni temporanee di reti diasporiche.
• Le trasformazioni dello spazio connesse ai mutamenti delle condizioni materiali e ai cambiamenti negli stili di vita di soggetti e gruppi.
• La varietà di strategie adottate e la presenza dei diversi vincoli che influenzano le scelte, i percorsi, l’immaginario dei generi nelle città, costante polo di attrazione e di transito di popolazione e soggetti in cerca di nuove opportunità.
Saranno presi in considerazione per la pubblicazione articoli in Italiano, Inglese, Francese, Spagnolo, pervenuti entro il 20 novembre. Gli articoli saranno selezionati per la pubblicazione entro il 20 dicembre 2014 e dovranno essere consegnati in forma definitiva entro il 15 marzo 2015. Per info e dettagli: scrivere alle curatrici Anna BadinoIda Fazio e Fiorella Imprenti.
Da parte nostra, come argomento correlato, approfittiamo per l'occasione per segnalarvi l'interessante e-book "Smart Cities, genere e e inclusione. L'intelligenza dei territori e le differenze" uscito esattamente un anno fa, a cura di Flavia Marzano e Maria Sangiuliano, per la Rete Wister e gli Stati Generali dell'Innovazione.

giovedì 23 ottobre 2014

Si può fare politica con una storia d’amore?

Sì, si può fare politica con una storia d’amorese questa storia suscita curiosità, voglia di conoscere e approfondire. 
Conoscere ti permette di cambiare idea. Se sei eterosessuale, farti una nuova idea sull’omosessualità, diversa dalla percezione acquisita attraverso il linguaggio mediatico prevalente, ti permette di relazionarti in un modo nuovo con chi conosci e incontrerai sulla tua strada, nel tuo condominio, al lavoro, a scuola, in piazza.
Ti permette di relazionarti più serenamente con te stess* perché se ti senti più uguale, meno diverso dagli esseri umani che incontri, ti senti meglio, anche da etero.
Bisogna però che la lampadina della curiosità si accenda e questo può accadere anche tra le pagine di un libro, anche sfogliando un giornale.
"L'altra parte di me" è un libro che racconta la storia d'amore di due adolescenti lesbiche, una storia con lieto fine. 
Le prime interviste con giornaliste di vari settimanali “femminili” si sono rivelate preziose perché, al di là dell’apprezzamento per il libro, tutte hanno voluto approfondire l’argomento pubblicando poi delle mini-inchieste alle quali ho potuto contribuire citando progetti, altri libri, altre persone da intervistare. Ne sono uscite pagine con testimonianze di ragazze lesbiche, con foto di lesbiche famose, una tra tutte Jody Foster, fotografate nella loro quotidianità familiare. Pagine solari, che mostrano vite e amori che non hanno niente di diverso dalle tante vite ai tanti amori di chi le sfoglia. 
Perché la vita sarebbe semplice, se la lasciassimo fare. La vita ci vedrebbe uniti e unite anziché sempre a dividerci in binari dalle destinazioni più diverse.
In una riunione nella scuola di mio figlio, scuola media, nel Pof alcuni progetti stavano sotto la voce accettazione delle diversitàHo proposto di cambiare dicitura con condivisione della differenza. 
Accettare ha anche un’eccezione positiva, ma quando si parla di diversità si protende all’eccezione negativa di un verbo che ha anche a che fare con la sopportazione
Anche tollerare ha un significato legato all’accoglienza ma si può associare all’indulgenza e alla sopportazione, con la stessa ambivalenza.
Se provate a chiedere a dieci persone cosa significhino i termini accettare e tollerare, vi accorgerete che prevale la percezione più legata alla sopportazione che alla condivisione, nei migliori dei casi all’indulgenza appunto, che ci lascia su piani differenti. 

Rispettare non significa sopportare.
Così nel libro Francesca, la protagonista, si ribella alla tolleranza della sua omosessualità, alla falsa accettazione.
Quella accettazione appunto che fa sì che nella sua famiglia il suo essere lesbica venga  sopportato, come si accetta un dolore, una malattia, una calamità, ma nulla più. E invece Francesca vuole quel più. Quel sostegno che diviene condivisione di felicità, spinta, appoggio, felicità stessa per dei familiari che dovrebbero gioire della tua realizzazione e invece non fanno che soffrire per ciò che non sei e avrebbero tanto voluto tu fossi.

In “L’altra parte di me” i genitori di Francesca si sforzano di tollerare la presenza di Giulia, fidanzata della figlia, definendola “la tua amica” senza riuscire a dire, se non dopo anni perduti nell’incomprensione, “la tua ragazza”, come semplicemente è.
L’amore è un sentimento semplice, nasce in noi naturalmente, cresce, prende forma e si dirama come i rami di un albero nella nostra vita. Accoglierlo dovrebbe essere altrettanto semplice e naturale. 
Le difficoltà che molti provano nei confronti dell’omosessualità sono culturalmente indotte; dobbiamo ribadire questo, così che il castello di paure che la ingabbia non potrà che sgretolarsi restituendoci nuove libertà.
Quando guardo ai fanatismi di un certo mondo cattolico, così osteggiante e gretto, non posso che pensare che la maggior parte dei cattolici non è integralista e non ha dimenticato gli insegnamenti di Gesù Cristo, ben disposto ad amare ed accogliere chi incontrava sulla sua strada. 
Purtroppo è la minoranza integralista con la sua deriva violenta ad avere visibilità mediatica, a danno ti tutti. Ciò che non vedo non esiste, e ciò che si vede, se unidirezionale, mi condiziona anche contro la mia volontà. 
Per questo è importante raccontare storie dove l’intelligenza e l’amore vincono sulla paura, dove la felicità è possibile
Perché le cose cambiano quando ci attraversano, quando parliamo di noi, quando partiamo da noi.
Se avete voglia di partecipare agli incontri queste le date delle prime presentazioni:
Roma:                            24 ottobre, Campidoglio, h 16.00
Firenze:                          27 ottobre, Libreria Feltrinelli, h. 18.00
Milano:                           29 ottobre, Palazzo Isimbardi, h. 18.00
Bassano del Grappa:  30 ottobre, Libreria La Bassanese, h. 21.00
Bari:                               12 novembre, Libreria Feltrinelli, h. 18.30
Catania:                        13 novembre, Università, h. 16.00
Rimini:                           30 novembre, Palazzo del Comune, h. 17.00

lunedì 20 ottobre 2014

Ministero Pari Opportunita, la risposta di Renzi alle donne: una bella porta in faccia. Ma da dietro quella porta non ci spostiamo

Esattamente 6 mesi fa, il 18 febbraio, le donne, per iniziativa dell'Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, hanno scritto una lettera all'allora neo-primoministro Renzi.
In tante abbiamo poi atteso pazientemente - ma sapete, il Primo Ministro ha sempre da fare; dunque abbiamo aspettato, benché sollecitando risposte. Un richiamo in una nuova lettera, ai primi di luglio…. Ed ecco che, il 3 ottobre, una risposta è arrivata; indiretta, beninteso: attraverso una nomina. Ed eccola, in buona sostanza, la risposta implicita in questa nomina: 
 • NO, il Ministero alle Pari Opportunità non lo facciamo.
 • NO, e quale delegata? nemmeno quella: la delega alle Pari Opportunità me la tengo io. 
 • SI, alle donne ci penso, certo che ci penso: nomino un consigliere che mi consiglierà. 
 • Il consigliere riferirà del proprio operato direttamente a ME. 
 • Consigliera, dite…? SI, è una donna.
 • Ah si; un ultimo dettaglio: l’incarico verrà svolto a titolo gratuito. 
E chi è la designata? certamente, una donna: la deputata del PD Giovanna Martelli. Una donna, sul cui valore non vogliamo discutere; anche se un po' salta agli occhi quel suo essere figura di partito:  come ci informa la Gazzetta di Mantovaex-assessora comunale nell’Alto Mantovano, figura emergente del Pd locale, rappresenta uno dei volti più noti dell’area renziana del partito mantovano.
In effetti il suo commento di esordio è più in linea con questo profilo, che con l'appartenenza di genere: esprimendo soddisfazione per il nuovo incarico, la consigliera commenta: «Sono pronta a mettermi al lavoro anche su questo fronte. Ovviamente sono felice della fiducia che il presidente del consiglio dimostra nei miei confronti. Ritengo che questo atto dia valore all’intero Partito democratico mantovano. Cercherò, in tutti i modi, di mettere a disposizione della nostra comunità l’opportunità che mi è stata offerta di lavorare al servizio delle pari opportunità».
Si, è vero, "tante donne" nel governo. Ma, da Renzi, di strumenti per tutte le donne, come un vero Ministero, nemmeno l'ombra. E del prezioso metodo della (ahimé) ex-Ministra Josefa Idem nessuna traccia. 
La nuova Consigliera per le PO farà il proprio debutto ufficiale a Roma il 23 e 24 ottobre: coordinando una delle sessioni della conferenza  "Gender Equality in Europe: Unfinished Business?"; ecco qui il programma completo dei lavori. Evento cui (in assenza di una Ministra per le pari opportunità) le donne italiane saranno rappresentate da 2 uomini: i sottosegretari Scalfarotto e Del Rio. Il primo presente in qualità di moderatore della tavola rotonda sul futuro dell'eguaglianza di genere; il secondo, incaricato di chiudere i lavori.
Che dire… forse che più unfinished business di così c'è solo lo zero assoluto.

domenica 19 ottobre 2014

Cento anni di guerre bastano: oggi la Perugia-Assisi per la Pace

Siete mai stati a una marcia della pace da Perugia-Assisi?
se non l'avete mai fatto andateci: è un'esperienza di pace, letteralmente, che scende nel profondo; qualcosa di connesso con lo spirito reale delle persone che partecipano, un flusso ininterrotto, fra strade e campi, che snoda un respiro unico, caldo e amichevole - un respiro di pace. 


Tantissimi giovani, ma anche persone di ogni età; tante istituzioni locali: quest'anno presenti 525 città, 275 tra Comuni e Regioni, molte centinaia di associazioni, e anche la presidente della camera, Laura Boldrini. Che si mette a disposizione per «una task force istituzionale». Ma qualcosa non c'è, benché continuamente sollecitato e ansiosamente atteso: un segnale del Governo per dare un taglio alle armi

domenica 12 ottobre 2014

Alle combattenti di Kobane: prendendo a prestito le parole di Malalai Joya

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Grazie, grazie, grazie alle combattenti curde, e al loro popolo, a cui tutto il mondo sta guardando con speranza. Alcune di queste donne abbiamo avuto occasione di conoscere da vicino, ieri a Roma - [qui l'intervento integrale di una di loro, Havin Guneser].
Ci uniamo alle parole di Malalai Joya, e le facciamo nostreUn ardente saluto alle donne coraggiose di Koubane. In questi giorni, il loro coraggio e la loro resilienza ha stupito tutto il mondo. 
Per difendere il loro territorio dai criminali assassini dell'ISIS, loro non hanno sperato negli Stati Uniti e nella NATO, né - per difendere la loro terra da terroristi e stranieri, come i gruppi di analisti mercenari in Afghanistan - hanno chiamato in aiuto l'Occidente e gli USA. I nobili abitanti di Koubane, uomini e donne, generosamente difendono la loro dignità, la libertà e la loro patria con le loro proprie mani, accettando ogni genere di sacrifici per farcela. Eroine di Koubane, io appoggio profondamente la vostra ispirata resistenza contro i criminali di Isis e umilmente imparo dalla vostra orgogliosa dedizione al paese. Voi siete un'invincibile bandiera di coraggio e fierezza. Con la vostra implacabile battaglia contro questi criminali ignoranti voi siete assurte a simbolo universale di umanità e di lotta per la libertà.

Non siete sole in questa gloriosa sfida. Tutte le persone del mondo che amano la libertà e il progresso sono con voi. Con la vostra lotta contro l'oppressione, voi donne siete un calcio nella pancia del'ISIS e di tutti i fondamentalisti dalla mentalità medievale, che valutano le donne la metà degli uomini, e le vedono come oggetti per soddisfare la loro brame animalesche. 
Voi avete dimostrato come le donne siano capaci di stare al fianco dei loro fratelli, anche con le armi, nelle circostanze più difficili e terribili, per difendere la libertà e la giustizia e affrontare nemici armati fino ai denti. Negli ultimi decenni il popolo afghano ha sofferto per la dominazione della mentalità di tenebra dei famigerati fondamentalisti fratelli di Isis. Oggi la nostra gente, ispirata dalla vostra lotta senza paura, per stare al vostro fianco strofinerà nella polvere il muso dei terroristi talebani e Jehadi, queste efferate e crudeli creazioni degli Stati Uniti.
Una nazione in cui donne coraggiose prendono le armi per combattere accanto agli uomini contro l'oppressione e la colonizzazione non sarà mai sconfitta. La vittoria è vostra! Già in passato avete schiacciato e umiliato i bruti ISIS e tutta l'umanità progressista vi ammira per questo.

Nel nome delle donne e degli uomini che vogliono la libertà, vi invio il mio caldo saluto e offro la mia piena solidarietà a ciascuna e ciascuno di voi, care persone, e con calore vi stringo forte le mani.
Non dobbiamo dubitare: sconfiggeremo i fondamentalisti barbarici e i loro padroni occidentali.
Malalai Joya, Afghanistan 12 ottobre 2014

Come ha scritto Fabio Marcelli, queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative. Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità. 


Criticano la società patriarcale e il capitalismo
Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina, affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione. Le radici dell’oppressione nei confronti della donna, sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole. 
Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento. (…) Il progetto che queste donne portano avanti va ben al di là della necessaria e prossima sconfitta delle orde di terroristi drogati che fanno parte dell’Isis

Esso comprende una società nuova, caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali, così come da quello del capitalismo da rapina che opera nella zona. A un compito così vasto e profondo possono provvedere, con buona pace dei maschilisti che proliferano nell’attuale società italiana e sono nascosti, ahimè, all’interno di ciascuno di noi maschi, solo delle donne. Donne armate, non solo di kalashnikov (strumenti che pure in certe situazioni risultano assolutamente indispensabili), ma anche e soprattutto di una forte consapevolezza di sé, merce purtroppo sempre più rara dalle nostre parti. Donne che, anziché attendere passivamente che qualcuno, magari rivestito da qualche bandiera occidentale, venga a salvarle, si armano e provvedono in prima persona alla sicurezza propria e dei propri concittadini. 


E, provvedendo alla sicurezza, gettano anche le basi per una società autenticamente democratica basata sull’eguaglianza effettiva fra i generi.
Grazie Fabio Marcelli, non avremmo saputo dirlo meglio.
A tutto il popolo di Kobane, ma soprattutto alle donne combattenti che, con ogni mezzo, dall'Irak alla Siria, si sono poste in prima linea contro la barbarie, tutta la nostra vicinanza, con l'affetto più profondo e sincero.


In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava. Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità. Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili. Anche in questa guerra, l’uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”
Un vero e proprio femminicidio di massa. Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee: il 23 novembre 2011 a Parigi, il 3 dicembre 2011 a Stoccolma, il 14 gennaio 2012 a Londra e l’11 febbraio 2012 a Ultrecht. In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a Ginevra, alle Nazioni Unite. La conferenza di Roma dell’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, calandolo nella dimensione del conflitto in atto. A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a Ginevra, l’ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici. Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia. 
La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto. Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale. Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani.
Un'immagine dall'incontro (ph. Paola Mazzei):