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martedì 15 ottobre 2019

Le forze democratiche siriane curde spiegano perché sono costrette a considerare, e forse accettare, l'aiuto di Mosca e di Assad

«Il mondo ha sentito parlare per la prima volta di noi, le Forze Democratiche Siriane (SDF), solo nel caos della guerra civile del nostro paese. Di queste forze io sono il comandante in capo. Le Forze Democratiche Siriane contano 70mila soldati che dal 2015 (in realtà anche da prima: ma il 2015 è stato l'anno della storica vittoria di Kobane, città martire letteralmente rasa al suolo; ndr) combattono contro l’estremismo jihadista, contro l’odio etnico e l’oppressione delle donne. 


Sono diventate una forza di combattimento molto disciplinata e professionale. Non hanno mai sparato un solo proiettile verso la Turchia. I soldati e gli ufficiali americani, che ora ci conoscono bene, lodano sempre la nostra efficacia e abilità.
Ho sempre detto alle nostre forze: questa guerra è nostra! I terroristi jihadisti dello Stato islamico sono arrivati in Siria da tutto il mondo; siamo noi quelli che devono combatterli, perché hanno occupato le nostre terre, saccheggiato i nostri villaggi, ucciso i nostri bambini e ridotto in schiavitù le nostre donne.
Per salvare da questa grave minaccia il nostro popolo abbiamo perso 11.000 soldati e alcuni fra i nostri migliori combattenti e comandanti (e fra questi moltissime donne, ndr). Ho anche sempre istruito le nostre forze all’idea che gli americani e le altre forze alleate sono i nostri partner, e quindi dovremmo sempre assicurarci che non vengano danneggiati.
Tra l'illegalità della guerra, siamo sempre rimasti fedeli alla nostra etica e disciplina, a differenza di molti altri attori non statali. Abbiamo sconfitto Al Qaeda, sradicato lo Stato islamico e, allo stesso tempo, abbiamo costruito un sistema di buon governo basato sui governi locali, sul pluralismo e sulla diversità. Attraverso le autorità governative locali, abbiamo fornito servizi per arabi, curdi e cristiani siriaci
Abbiamo chiesto un'identità nazionale siriana pluralistica, inclusiva per tutti. È questa la nostra visione per il futuro politico della Siria: federalismo decentralizzato, nella libertà religiosa e nel rispetto delle differenze reciproche.
Le forze che comando sono ora dedicate alla protezione di un terzo della Siria contro l'invasione della Turchia e dei suoi mercenari jihadisti. L'area della Siria che difendiamo è stata un rifugio sicuro per i sopravvissuti ai genocidi e alle pulizie etniche commesse dalla Turchia contro curdi, siriaci, assiri e armeni negli ultimi due secoli.
Sono sotto la nostra responsabilità oltre 12.000 prigionieri terroristi dello Stato Islamico e sopportiamo il peso dei loro familiari radicalizzati. Proteggiamo anche questa parte della Siria dalle milizie iraniane.
Quando nessuno al mondo ci sosteneva, gli Stati Uniti ci hanno teso le mani. Ci siamo stretti la mano e abbiamo apprezzato il loro generoso supporto. E, su richiesta di Washington, abbiamo deciso di ritirare i nostri armamenti pesanti dal confine con la Turchia, di distruggere le nostre fortificazioni difensive e ritirare da quelle zone i nostri combattenti più esperti: perché, finché il governo degli Stati Uniti avesse mantenuto la sua parola con noi, la Turchia non ci avrebbe mai attaccato. Ma ora ci ritroviamo indifesi davanti alle lame turche (e su questo tradimento di Trump, anche tra le forze militari USA c'è chi si esprime indignato, come il generale Allen; ndr).
Il presidente Donald Trump promette da molto tempo di ritirare le truppe statunitensi. Comprendiamo e simpatizziamo: i padri vogliono vedere i loro bambini ridere fra le loro braccia, gli amanti vogliono sentire le voci dei loro partner sussurrare, tutti vogliono tornare a casa.
Del resto noi non chiediamo che i soldati americani combattano al nostro posto; sappiamo che gli Stati Uniti non sono la polizia del mondo. Ma vogliamo che gli Stati Uniti riconoscano l’importanza del loro ruolo nel raggiungimento di una soluzione politica per la Siria: siamo certi che Washington abbia sufficiente peso per mediare una pace sostenibile tra noi e la Turchia.
Noi crediamo nella democrazia come concetto chiave, ma alla luce dell'invasione della Turchia, e della minaccia esistenziale che questo attacco rappresenta per il nostro popolo, potremmo dover riconsiderare le nostre alleanze. Ora i russi e il regime siriano hanno avanzato proposte che potrebbero salvare la vita a milioni di persone che vivono sotto la nostra protezione. Sono promesse di cui non possiamo fidarci; ma, ad essere onesti, è difficile sapere di chi ci potremmo fidare.
È chiaro che la minaccia dello Stato islamico è ancora qui, con una rete di cellule dormienti in grado di scatenare un'insurrezione. Il gran numero di prigionieri del'Isis in un sistema carcerario inadeguato è come una bomba a orologeria che può esplodere in qualsiasi momento.
Sappiamo che dovremmo scendere a compromessi dolorosi con Mosca e Bashar al-Assad seguendo la strada di lavorare con loro. Ma se dobbiamo scegliere tra i compromessi e il genocidio della nostra gente, sicuramente sceglieremo la sua sopravvivenza.
La Siria ha due opzioni: una guerra sanguinaria, etnica e religiosa, se gli Stati Uniti lasciano senza raggiungere una soluzione politica, o un futuro sicuro e stabile - ma questo è possibile solo se gli Stati Uniti usano il loro potere e il loro peso per raggiungere un accordo prima di ritirarsi.
Il motivo per cui ci siamo alleati con gli USA è la nostra convinzione fondamentale nella democrazia. Siamo delusi e frustrati dall'attuale crisi. La nostra gente è sotto attacco e la sua sicurezza è la nostra prima preoccupazione. Rimangono due domande: come possiamo proteggere al meglio il nostro popolo? E gli Stati Uniti sono ancora i nostri alleati?».
Mazloum Abdi, generale delle forze democratiche siriane, a prevalente componente curda

Questa è la lettera con cui il generale delle SDF ha motivato di dover accettare l’aiuto della Russia e del presidente siriano Assad per fronteggiare l’invasione turca del nordest della Siria dove, lo scorso 9 ottobre, ha avuto inizio la sedicente ”Operazione fonte della pace” che altro non è che una criminale offensiva contro le forze curdo-siriane delle Ypg (Unità di protezione popolare), che da ormai 5 anni fronteggiano l'Isis con sacrifici immensi. 

sabato 14 novembre 2015

Il dopo Parigi: questa guerra mondiale è dell'odio di tutti contro tutti. Combattiamo dunque resistenze; in cui le donne hanno da insegnare al mondo quello che hanno imparato nei millenni

l’11 settembre fu dichiarazione di guerra all’America; il 13 novembre di Parigi è una dichiarazione (ufficiale) di guerra mondiale. All’1emezza del 14 novembre i morti prevedibili sono già oltre 100; ma la gravità di questo eccidio va ben oltre questi già spaventosi numeri. La gravità sta in un conflitto trasversale che conduce, inevitabilmente, alla guerra di tutti contro tutti. 



Quando invece avremmo bisogno di ben altro.
Tante volte, negli ultimi anni, mi è capitato di tornare a casa dal lavoro e quasi stupirmi di vedere intorno una città ancora tranquilla, apparentemente pacifica, in cui le persone pensano agli affari propri: tra mille difficoltà, forse, ma pur sempre, ancora in tempo di pace. Mille volte, la sera, mi è capitato di pensare con compassione ai disperati in mare [oh, l'immagine di quel neonato sottratto alle acque gelide], o alle prese con i fili spinati, ringraziando di avere ancora un letto, una casa amica.
Come è possibile che tanti, tantissimi, reagiscano invece solo schiumando rabbia, invocando rappresaglie e altra guerra? E per giunta, spesso, prendendo a bersaglio proprio chi dalle guerre scappa. Nelle stesse ore pare che bruci (nuovamente) la giungla di Calais: la bidonville dei profughi giunti in Francia e che vi restano bloccati: gli è impedito di raggiungere la Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica, a causa di accordi bilaterali tra i ministri degli interni di Londra e Parigi, che non riconoscono loro lo status di rifugiati. La bidonville diventa dunque anche un focolaio di malessere contro cui si riversa la collera dei cittadini, fomentati dall’estrema destra xenofoba.

Eppure. Eppure molti di questi migranti provengono da Siria e Iraq: fuggono dall’Isis, per diventare poi bersagli di chi dell’Isis si vuole vendicare. Quando capiremo che l'islamismo, e in particolare l'islamismo politico (quello dell' "Islam will dominate the world"!) nulla a che fare con una fede che, con tutte le sue contraddizioni include anche la grazia e il pacifismo dei Sufi? essere musulmani è una cosa, essere islamisti un'altra.

Scrive il sito Wakeup che "per eliminare i jihadisti l’Occidente deve collaborare con Putin e Assad": negli ultimi mesi l’Occidente, Stati Uniti in primis, hanno espresso parole di condanna nei confronti del Presidente russo Putin, il quale ha deciso, d’accordo con il Governo di Damasco, di attaccare i terroristi presenti sul popolo siriano. Invece che unirsi alla lotta contro i jihadisti, i leader occidentali hanno preferito parlar male degli unici due capi di Stato che combattono i terroristi: Putin e Assad.
Davvero? In verità abbiamo memoria corta, se dimentichiamo che l'attaccamento di Assad al proprio potere dittatoriale è stata primaria causa dello scatenarsi di questo inferno.
Ma forse si! forse a questo punto serve un'alleanza anche con loro. Resta il fatto che anche questi leader sono fra quelli che hanno seminato instancabilmente guerre e anche nella loro “lotta all’Isis” perseguono il modello guerrafondaio invasivo che produce inevitabilmente altra violenza. Come loro il presidente turco Erdogan che, sostenendo di voler intervenire "contro l’Isis", ha iniziato a bombardare la Siria: ma il suo scopo era invece colpire il vero, principale (e davvero effettivo) avversario dell’Isis sul campo: la resistenza curda. Erdogan [il dittatore islamista Erdogan] è stato un alleato conclamato dell'Isis; e ora, nonostante l'orribile strategia della tensione che ha fomentato pur di re-impadronirsi dalla Turchia, osa profondere ipocrisia sugli attacchi contro Parigi.
Lo stesso dicasi dell'ambiguo cordoglio degli stati islamici [che anch'essi hanno nutrito Isis con fiumi di denaro].
A noi sembra invece ora che il mondo riconosca quali sono i soli e veri alleati contro terrorismo; ora di sostenere, dall’interno, la resistenza: di chi davvero difende la civiltà contro la barbarie, promuovendo democrazia. Ora di sostenere la strenua resistenza curda contro l'Isis per esempio.

La soluzione non sono le guerre; ma semmai, se non c'è stata prevenzione, le resistenze. Quando ci sveglieremo?
Quando comprenderemo che siamo condannati ad amarci? Oppure [vedi la sintesi della nostra amica Gioia], a farci del male tutto il tempo l’un l’altro, come imbecilli.
Le donne profondano un crescente contributo a rifiutare la logica patriarcale della violenza che - come lucidamente argomentava Virgina Woolf - è all'origine di tutte guerre.
Ps • qualcuno ricorda la meravigliosa reazione che ebbe la Norvegia dopo la strage del 2011? Tornare per un istante con la mente a quei giorni..
Stasera le strade di Oslo sono invase dall'amore"; "risponderemo con più umanità, più democrazia". Queste parole resteranno nella storia, sono come una zattera a cui aggrapparsi per salvare il mondo e noi stessi.

sabato 31 ottobre 2015

31 ottobre 2015: Roma in piazza per il Kurdistan

Domani le elezioni in Turchia; intanto la catena di intimidazioni contro l'informazione curda non accenna a finire, pochi giorni fa la polizia turca ha fatto irruzione in una tv privata durante una diretta tv, secondo Human Rights Watych si tratta della repressione peggiore contro la stampa dal golpe del 1980. Ovunque manifestazioni a sostegno dei curdi contro la prepotenza di Erdogan; a Roma oggi manifestazione organizzata dall'Ufficio Informazione Kurdistan in Italia e dal Coordinamento Rete Kurdistan: l'appuntamento è in Piazza dell'Esquilino alle ore 15.00).

La Manifestazione partecipa alla giornata di Mobilitazione Globale per la Ricostruzione di Kobane e per l’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco siriano. 
A distanza di un anno dalla liberazione di Kobane, le politiche repressive del governo turco mettono sempre più a dura prova non solo l'opposizione interna, ma anche la resistenza contro l'Isis. Oggi Roma risponde all’appello per una mobilitazione generale per la pace e la democrazia in Siria e in Turchia, contro la strategia della tensione e per una svolta nella politica del governo turco.

lunedì 28 settembre 2015

Violento raid della polizia turca contro l'informazione curda

Oggi la polizia turca ha fatto irruzione in diverse sedi giornalistiche di lingua curda nella città (prevalentemente curda) di Diyarbakır, senza mostrare nessun mandato di perquisizione: ha arrestato 32 persone che vi lavoravano, collaboratori e soprattutto reporter e giornalisti, picchiando brutalmente alcuni di loro e sequestrando tutti i loro telefoni e ID.


Fra i giornalisti sequestrati ci sono: Müjdat Can, Dicle Müftüoğlu, Reşit Bayram, Ömer Çelik, Devren Toptaş, Mazlum Dolan, Nurettin Akyıldız, Siyabend Yaruk, Ercan Bilen, Ferah Kılıç, Meltem Oktay, Ramazan Ölçen, Zafer Tüzün, Zeynel Abidin Bulut, Besalet Yaray, Ferit Köylüoğlu, Mahmut Rubanas, Aziz Oruç, Ayşe Nevroz, Suzan Toprak, Nazemin Çap, Diyar Balkaş e Mehmet Alî Ertaş.
Secondo Alarabiya la notizia è stata riportata dall'agenzia turca Dogan news agency ma attualmente sul sito non se ne trova più traccia. Del resto, nemmeno i media italiani (e internazionali) ne parlano (almeno per ora). Del resto, questa non è che l'ultima di una numerosa serie di notizie (come anche questa) che ci dicono come tutto l'impegno militare turco, ben lungi dal contrastare l'Isis, sia rivolto contro l'opposizione interna e contro il popolo curdo - che inutilmente chiede aiuto
E intanto, nel silenzio, un popolo già vittima di un silenzioso genocidio, e che, per quanto stremato, da solo ha combattuto, e continua a combattere, seriamente contro l'Isis, viene giorno dopo giorno spazzato via.

giovedì 27 agosto 2015

Kobane: appello per corridoio umanitario / open up a corridor between Kobane and Turkey

Kobane è allo stremo; oramai da molti mesi; li si gioca una battaglia che difende anche tutti noi, eppure in suo sostegno non si fa abbastanza. Come mai? Dal Kobane Reconstruction Board rilanciamo un disperato appello perché venga creato un corridoio umanitario fra la città e la confinante Turchia [dal cui governo, invece, vengono solo nuovi pericoli]. 
Per aderire all'appello scrivete a reconstructkobane@gmail.com [di seguito il testo completo]. Nel frattempo la rete che sostiene la resistenza contro l'Isis sta organizzando, per il 15 settembre (anniversario del primo attacco di Isis al cantone di Kobanê), una manifestazione a Suruç, città gemella di Kobanê, a pochi chilometri dal confine siriano (colpita dal gravissimo attentato di luglio), con l'obiettivo, per le prossime settimane, di un convoglio umanitario come atto concreto della solidarietà internazionale: l'invito (a singoli attivisti, istituzioni, sindacati, partiti politici, ONG, autorità locali e internazionali) è di aiutare a creare una grande carovana internazionale per promuovere la pace e sostenere la stabilità in Siria e nelle regioni liberate dal terrorismo. La prima urgenza è appunto l’apertura del corridoio umanitario, sollecitando l’ONU che, implementando la Risoluzione 2165 del 14 Luglio 2014, art. 2, potrebbe essere in grado di garantire l’apertura di un ulteriore valico di confine (vedi anche il testo sotto all'appello in inglese).

Appeal for a “Humanitarian Corridor” / open up a corridor to Kobane
Kobane desperately needs our help to rebuild itself and for this to take place, the establishment of a humanitarian corridor between Kobane and Turkey is an urgent requirement.
As of today, July 2015, the city of Kobane, located on the Syrian-Turkish border, remains subject to the merciless attacks of ISIS. Equipped with far less sophisticated weapons and with limited resources, the people of Kobane’s unflinching determination to survive is their only real means of opposing ISIS, to hold on to their independence and to be free from this brutal violence. And this is what they have undertaken, at times supported by the US air force as part of the international coalition to resist the advance of ISIS. The price of Kobane’s resistance has been high: countless dead and injured, and an almost completely destroyed city infrastructure, which has left essential supplies of water, electricity, food and medicine in a state of collapse. And the threat from ISIS has still not been eliminated. 
During the fight for Kobane, ISIS laid millions of mines to obstruct the population from returning home and to make the cultivation of agriculture on which they depend for their livelihoods impossible. Kobane is almost completely closed off from the outside world and every day it has to deal with new attacks. The only way that people can obtain essential supplies needed for their survival and protection is to go north across the Turkish border. This corridor is for the most part kept closed by the Turkish government. Turkey has provided asylum to many people from Kobane and hospital care. Nonetheless, given the scale of ISIS's war and the catastrophic situation in the city, this is by no means sufficient, especially since many of those who had fled have since returned to their destroyed city in order to rebuild it. Whilst international humanitarian aid to other regions of Syria is being provided through the Turkish border, it must also be possible for the population in Kobane to receive supplies. Only if the border with Turkey is open will the people of Kobane be able to receive all the aid and assistance which has been offered to supply, protect and rebuild their community. Reconstruction of the destroyed infrastructure will only be possible if international emergency helpers and experts are able to gain access on the ground to the cities that are in urgent need.

That is why we are calling on the Turkish government to urgently open up a corridor to Kobane to allow the city to live again and for the reconstruction to begin.
We are also calling on all international institutions and European governments to exert their influence with the Turkish Government to this end.
The United Nations should extend decision S/RES/2165 (2014) of 14 July 2014, Article 2, in order to guarantee an additional border crossing to Kobane. In the past, the international community, in particular the UN has been able to establish humanitarian corridors by political and diplomatic intervention.
The opening up of the border, and the support for the reconstruction of this city, are now matters of humanitarian urgency.
Universal values such as democracy and freedom are being defended in Kobane.
First signatures: Thomas Schmidt, Lawyer, Secretary General of ELDH, Germany; Prof. Dr. Norman Paech, International Law  -Germany; Dr.h.c. Hans von Sponeck, UN Assistant Secretary-General a.D. -Germany; Murat Çakır, Geschäftsführer der Rosa-Luxemburg-Foundation Hessen-Germany; Prof.Dr.med.Ulrich Gottstein, Frankfurt/Main-Germany; Prof. Dr. Elmar Altvater, Germany; Janet Biehl, Writer, Eco-Feminist -US; Sukla Sen , Peace activist, India; Emma Wallrup, Swedish, member of parliament for the Left, Sweden; Benny Gustafsson, The support comittee for Kurdistan, Sweden; Prof.dr Franco Cavalli, president of cancer fight association, former MP, Switzerland; Nina Rasmussen og Hjalte Tin , Denmark; Harem Karem, editor, Pasewan, India; Caroline Lucas, MP for Brighton Pavilion, House of Commons; Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Liliane Maury Pasquier , Fderal MP and member of EC- Switzerland; Carlo Sommuruga , MP Social Democratic Party of Switzerland; Jean Zigler ,Membre du comité consultatif du Conseil droits de l'Homme des Nations Unies- Switzerland; Bernard Kouchner ,Co-Founder of DOctor without Borders and former Foreign Affairs Minister- France; Patrice Franceschi , Author of the Book `Die for Kobane` France ;Edourd Martin , MEP -France; Vittorio Agnoletto, World Social Forum  International Conciel,  Italy; Claudio Bisio, Actor, presenter, voice actor, comedian and writer - Italy; Luisa Morgantini, Former Vice-President of European Parliament- Italy; Rete Kurdistan ,Kurdistan Solidarty Network- Italy; Blade Nzimande : Minister of Higher Education and Traning and General Secretary of the SACP, ANC, NEC and NWC, Soth-Africa; Joyce Moloi Moropa : Member of South African Parliament (ANC), Soth-Africa' Zingiswa Losi : 2nd Deputy President of COSATU, Soth-Africa ; Jeef Radebe : Minister in the Presidency for Performance Monitoring and Evaluation (ANC), Lawyer, Former Political Prisoner, Soth-Africa; Lechesa Tsenoli: Deputy Speaker of the South African National Assembly, Former Minister of Local Government and Traditional Affairs, Soth-Africa; Celiwe Madlopha : Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa ; Mugwena Maluleka : general secretary of the South African Democratic Teachers Union (SADTU), Soth-Africa; Mluleki Dlelanga : National secretary of the YCLSA (Young Comunist League of South Africa; Hillary Qjukuru : Niigeria, Editor of Uharu (Freedom) Magazine based in South Africa; Adrian Williams: Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa; George Mashamba : SACP Central Committee Member and former Robben Island Prisoner; Che Mathloke: SACP Central Committe member and Secretary for International Affairs and General Secretary of Friends of Cuba Society in South Africa; Jeremy Cronin : SACP 1st General Deputy Secretary and Deputy Minister of Public Works, Soth-Africa; Fiona Treggana: proffesor of economy, Soth-Africa; Sabir Abu Saadia: Representative of the SPLM-N Sudan in South Africa; Vuyani Iyhali : Communist Party of Lesotho (CPL) , Soth-Africa; Inter Parliamentary Work Group in Belgium; Coordination Stop the War against Kurds, Belgium; Kurdish Institutions in Belgium: ; Info-Turk,Belgium; VREDE, Belgium; Solidarity committee with Rojava, Belgium; Union of the Socialist Women in Belgium; Belgium Immigrants Collective,Belgium; Anni Pues, Human Rights Lawyer, International Committee Scottish Green Party, UK ;Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Joost Jongerden, , Assistant Professor, Wageningen University, the Netherlands; Shannon Brincat, Academic, Griffith University, Australia; Sukla Sen, peace activist, India; Abdalkareem Atteh, Phd Student, Essex University, UK; Caroline Lucas MP, Green Party of England and Wales, UK; Derek Wall, International Coordinator of the Green Party of England and Wales; UK; Kate Osamor MP, House of Commons, UK; Val Swain, Phd candidate, University of East Anglia, UK; Houzan Mahmoud, Kurdish feminist activist; Sean Hawkey, photo journalist, UK; Harem Karem, editor, Pasewan.com, UK; Isabel Kaser, PhD candidate SOAS, UK; Stephen Smellie, UNISON South Lanarkshire, Scotland' John Hunt, editor, writer; UK; Corporate Watch, UK; Julia Iglesias, Newroz Basque-Kurdish Friendship Association, Basque Country; Joe Ryan, Chair of Westminster Diocese for Peace and Justice, UK; Bob Rossi, Labour and solidarity activist, US; Thomas Schmidt, lawyer, Secretary General of ELDH ;Bob McGlynn, Neither East Nor West-NYC, US; Andreas Gavrielidis, Greek-Kurdish Solidarity, UK; Trevor Rayne Lecturer in Economics and Public Service Management  & Fight Racism! Fight Imperialism! UK; Sarah Parker, human rights activist, UK; Bronwen Jones, barrister, UK; Peter Tatchell, Director, Peter Tatchell Foundation, UK; Dashty Jamal, Secretary , International Federation of Iraqi Refugees-IFIR, UK; Khatchatur I. Pilikian, Prof of Music & Art, UK; Oonagh Cousins, Film Producer, UK; Joshua Virasami, Social Justice Activist, Black Dissidents, UK; Richard Haley, Chair, Scotland Against Criminalising Communities; Scotland; Nick Hildyard, policy analyst, UK; Isil Altan, Student, Kurdish Society of Nottingham Trent University, UK; Kardo Bokani, Assistant Lecturer , University College Dublin (UCD); Ireland; Jonathan Bloch, author; UK; Azad Dewani, PhD candidate; UK; Baris Oktem, Post Graduate Sociology Department, University of Essex; UK; Campaign Against Criminalising Communities UK; Dr Meryem Kaya, Trainee doctor, Kurdish Professionals Network, UK; Tara Jaff, musician, UK; Kat Glover, IT developer, UK; Neil Taylor LL.M, PGCM, MCIPR, Lawyer and Journalist, UK; Roza Salih, Human Rights Activist (Glasgow Girl) and the Co-founder of the Scottish Solidarity with Kurdistan, UK; Jasim Ghafur, Visual Artist and Welfare Rights advisor, UK; Raoof Sofie, Accountant-UK; Tim Cooper, treasurer Nottingham Unite Community and Nottingham Kurdish Solidarity campaign, UK; Melissa Cowell, PhD student, Nottingham Kurdish Solidarity Campaign, UK; Yasin Aziz,  Author, poet, UK; Penny Papadopoulou, freelance journalist, UK; National Union of Journalists (NUJ), Manchester Branch, UK.

[da un ponte per]: Il 15 settembre 2014 Isis ha lanciato la prima ingente offensiva contro il cantone di Kobanê, in Siria. La popolazione curda, guidata dalle forze di autodifesa del popolo (YPG e YPJ) ha organizzato una grande difesa contro l’attacco. La resistenza di uomini e donne all’interno di Kobanê, è stata una battaglia per la democrazia, per i diritti umani, per un futuro comune, per la legittimazione e l’uguaglianza delle donne nella società. Il supporto della Coalizione Internazionale è stato prezioso ma non sufficienteKobanê è stata liberata dopo 134 giorni di resistenza, ma gli attacchi non si sono fermati: tra il 25 e il 27 giugno l'ISIS ha compiuto l’ennesima strage a Kobane dove più di 200 civili, la maggior parte dei quali donne e bambini, sono stati brutalmente assassinati. Il 20 luglio un attentato suicida ha colpito in territorio turco il centro culturale Amara di Suruç, punto di riferimento della solidarietà internazionale con Kobane, provocando 32 vittime e 100 feriti tra i giovani dell’organizzazione dei giovani socialisti in procinto di partecipare alla ricostruzione della città siriana. A seguito di questo ultimo attacco la Turchia, pur mantendendo l’embargo su Kobane, ha dichiarato la propria partecipazione alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, attuando però unicamente una politica feroce di attacco alle postazioni curde dello YPG, dello YPJ e del PKK, unici avversari in campo aperto delle bande dello Stato Islamico e contemporaneamente aprendo una campagna repressiva verso i sostenitori dei partiti di opposizione della Sinistra Turca e dei partiti filocurdi Hdp, Dbp e Dtk, arrestando piu di 1200 persone in territorio turco.
La resistenza della Rojava nonostante ciò continua e Kobane ha piu che mai necessità del sostegno internazionale. I servizi essenziali quali acqua ed elettricità, i rifornimenti di cibo e le cure sanitarie sono ai minimi livelli o addirittura inesistenti ed è necessario garantire ai rifugiati la possibilità di rientro nella propria città in modo sicuro, sostenendo la ricostruzione delle infrastrutture basilari, al fine di assicurare loro una vita dignitosa. Kobanê e la regione del Rojava sono circondate ancora oggi da Isis. L’apertura del confine con la Turchia risulta quindi fondamentale. La popolazione di Kobanê ha urgentemente bisogno di un corridoio umanitario per ricevere gli aiuti necessari al fine di proteggere, rifornire e ricostruire la propria città.
Dopo la riconquista di Kobane, le forze anti-Isis curde hanno conquistato città strategiche come Tal Abyad, Ain Issa, Sarrin, Hasaka, e continuano l’avanzata liberando villaggi verso Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria. La ricostruzione di Kobane e il sostegno alla Rojava garantiscono oggi l’unico percorso possibile per una democratizzazione della Siria e dell’intera area, mentre l’obiettivo della Turchia di creare una buffer zone tra i cantoni di Kobane e Afrin, favorirà nei fatti l’avanzata delle forze jihadiste e qaediste mettendo a rischio centinaia di migliaia di vite umane. La situazione richiede una straordinaria attivazione della solidarieta internazionale.

venerdì 20 febbraio 2015

La lettera del giovanissimo Saman Naseem, fra i curdi condannati a morte in Iran

La lettera di Saman non è personale, come quella che Reyaneh (giustiziata in Iran pochi mesi fa) aveva indirizzato alla mamma.
E' una fredda accusa che fa la cronaca di un trattamento disumano da parte di un sistema giudiziario dittatoriale - e particolarmente crudele.  
Saman doveva essere "giustiziato" (che ridicola parola) ieri, ma l'impiccagione sembra reinviata a sabato 21 febbraio. Al momento non si sa dove sia Saman [vedi aggiornamento a fondo pagina], e si teme una esecuzione in segreto, alla larga dalle proteste.
Esecuzione data per certa da diversi messaggi sui social, ma che per ora non trova conferme: le organizzazioni umanitarie stanno indagando. Nel frattempo di lui dobbiamo parlare, come di molte altre cose importanti e correlate. E prima di tutto bisogna dire che la resistenza curda va sostenuta dal basso, perché chi ha potere i Curdi li ignora, sul piano delle notizie, e li perseguita, nei fatti: e se tutti - Iran incluso - attaccano i Curdi dobbiamo chiederci il perché. Ricordando che, contro l'abominevole minaccia dell'Isis, e della Jihad sanguinaria, i Curdi stanno difendendo tutti.
Cara madre, Sholeh dal cuore tenero, nell'altro mondo siamo tu ed io gli accusatori, e gli altri gli accusati. Vedremo quale sarà la volontà di Dio. Così si concludeva la lettera di Reyaneh, anche lei arrestata giovanissima, e poi condannata a morte - non dall'Isis, ma dallo stesso regime chiamato in causa oggi. E questo è l'atto di accusa di Saman:
La tortura è iniziata immediatamente, con l'arrivo nell'isolamento. Una cella dalle pareti trattate con materiali speciali e progettata espressamente per torturare. Dopo un solo assaggio degli strumenti usati per la mia tortura, quelle terrificanti esperienze hanno iniziato a ripetersi nella mia mente come un film in replay. Le celle della prigione sono così piccole che ci si può appena sdraiare, con il WC separato da un muro aperto: la superficie della stanza è solo 2 metri di lunghezza e 50 centimetri di larghezza. Tutto appariva diverso, con una videocamera sopra la mia testa che registrava tutti i miei movimenti, anche nel bagno. Era l'inizio di 97 giorni di torture e sofferenze. In questo periodo sono stato torturato in ogni modo, con tutto. Nei primi giorni le torture erano talmente pesanti che non ero in grado di camminare. Tutto il mio corpo era nero e blu. Per ore stavo appeso al soffitto per le braccia e le gambe. Durante la tortura e l'interrogatorio mi tenevano gli occhi bendati e non potevo vedere i miei torturatori. Hanno tentato con ogni mezzo disumano di ottenere una confessione. Continuavano a dire che avevano arrestato la mia famiglia, che mi avrebbero seppellito con un caricatore come avevano già fatto ai miei compagni, che mi avrebbero ammazzato qui e fatto una tomba di cemento. Di notte, quando cercavo di dormire, facevano forti rumori che me lo impedivano. Avevo solo 17 anni quando mi hanno arrestato. Per tutto questo tempo non ho mai avuto alcun contatto con la mia famiglia. Hanno registrato il mio interrogatorio mentre ero sotto questa pressione e tortura, bendato e semi-inconscio. Io dichiaro che riprese e intervista sono state fatte in queste condizioni. 
Più tardi, quando un programma di news della TV nazionale iraniana (canale 1) ha trasmesso il mio appello, sono stato liberato e mandato a casa. Ma era solo una bugia e una messa in scena per il pubblico: dopo la quale mi hanno riarrestato e condannato a morte.
Il processo e ogni difesa in tribunale sono stati del tutto superficiali, perché i miei avvocati non potevano difendermi, il giudice mi ha perfino minacciato più volte di pestaggio. I miei avvocati ha dovuto dimettersi a causa delle pressioni dei servizi segreti iraniani. Alla fine, sono stato condannato a morte; e dopo la condanna della Corte di Mahabad, il 16 febbraio 2013 sono stato trasferito da Mahabad nella prigione centrale di Orumiye. Dopo 2 anni la sentenza di morte è stata confermata dalla Corte suprema. La possibilità di un nuovo processo non è ancora chiara, ma poiché la mia sentenza è definitiva la possibilità della mia esecuzione è  imminente.
Saman Naseem, prigioniero politico curdo nel braccio della morte, carcere centrale di Orumiye, Iran
Febbraio 2015
Che ne è, oggi, di Saman? Firmiamo l' appello di Amnesty per la sua salvezza, e quest'altra petizione in suo favore - mentre le speranze sono sempre più esili.
NB - a poche ore da questo post, la notizia dell'avvenuta esecuzione di Saman -  e purtroppo anche dei 2 fratelli Ali Efşarî e Habîbullah Efşarî ! è data per certa dal sito inglese di ANF News.



sabato 1 novembre 2014

1 novembre 2014 manifestazione globale contro lo Stato islamico, per l'umanità

1 novembre 2014: Manifestazione globale contro lo Stato Islamico, per Kobane e per l’Umanità: appuntamenti in tutta Italia e nel mondo.  

Raccogliamo l'appello della Resistenza curda contro l'ISIS:
Vi chiediamo di unirvi alla Manifestazione Globale del 1 novembre per Kobanê. Invitiamo le persone in tutto il mondo a mostrare la loro solidarietà: scedete in piazza e manifestate, dovunque viviate. Se il mondo vuole democrazia in Medio Oriente sostenga la resistenza kurda a Kobanê. 
Solo l’autonomia democratica nel Rojava e il suo modello (che pratica una posizione laica, non settaria, di unità nella diversità) può promettere un futuro libero per tutti i popoli in Siria.   

Il duro assedio attuale, dei criminali dell'ISIS a Kobane, regione curda nel nord della Siria, è solo l'ultimo di una serie di violenti attacchi a quest'area. Nel gennaio di quest’anno i curdi di Rojava (Kurdistan occidentale) hanno costituito amministrazioni locali sotto forma di tre cantoni, uno dei quali è Kobane. Al nord della zona si trova il confine turco, mentre tutti gli altri lati sono circondati da territori già controllati dai miliziani fanatici dell'ISIS, i quali avanzano con forti dotazioni di armi pesanti di fabbricazione USA, perpetrando una efferata carneficina (secondo i curdi "il più brutale genocidio della storia moderna").

Senza risorse e armati solo di armi leggere, gli abitanti di Kobane resistono da soli, assistiti unicamente dalle Unità di Difesa del Popolo e dalle ormai celebri unità di resistenza in cui tanto ruolo hanno le donne - senza alcun aiuto internazionale, e senza nessun sostegno dalla vicina Turchia. Non solo la cosiddetta coalizione internazionale per combattere ISIS non aiuta la resistenza all'Isis in modo efficace, ma in particolare la Turchia (il cui governo è tradizionalmente nemico della minoranza curda), è ritenuta addirittura tra i sostenitori finanziari e militari del terrorismo dello "Stato islamico" in Iraq e Siria. Per questo, dicono gli organizzatori, è urgente e vitale una mobilitazione internazionale e per questo è importante la Manifestazione Globale del 1 novembre. 

domenica 12 ottobre 2014

Alle combattenti di Kobane: prendendo a prestito le parole di Malalai Joya

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Grazie, grazie, grazie alle combattenti curde, e al loro popolo, a cui tutto il mondo sta guardando con speranza. Alcune di queste donne abbiamo avuto occasione di conoscere da vicino, ieri a Roma - [qui l'intervento integrale di una di loro, Havin Guneser].
Ci uniamo alle parole di Malalai Joya, e le facciamo nostreUn ardente saluto alle donne coraggiose di Koubane. In questi giorni, il loro coraggio e la loro resilienza ha stupito tutto il mondo. 
Per difendere il loro territorio dai criminali assassini dell'ISIS, loro non hanno sperato negli Stati Uniti e nella NATO, né - per difendere la loro terra da terroristi e stranieri, come i gruppi di analisti mercenari in Afghanistan - hanno chiamato in aiuto l'Occidente e gli USA. I nobili abitanti di Koubane, uomini e donne, generosamente difendono la loro dignità, la libertà e la loro patria con le loro proprie mani, accettando ogni genere di sacrifici per farcela. Eroine di Koubane, io appoggio profondamente la vostra ispirata resistenza contro i criminali di Isis e umilmente imparo dalla vostra orgogliosa dedizione al paese. Voi siete un'invincibile bandiera di coraggio e fierezza. Con la vostra implacabile battaglia contro questi criminali ignoranti voi siete assurte a simbolo universale di umanità e di lotta per la libertà.

Non siete sole in questa gloriosa sfida. Tutte le persone del mondo che amano la libertà e il progresso sono con voi. Con la vostra lotta contro l'oppressione, voi donne siete un calcio nella pancia del'ISIS e di tutti i fondamentalisti dalla mentalità medievale, che valutano le donne la metà degli uomini, e le vedono come oggetti per soddisfare la loro brame animalesche. 
Voi avete dimostrato come le donne siano capaci di stare al fianco dei loro fratelli, anche con le armi, nelle circostanze più difficili e terribili, per difendere la libertà e la giustizia e affrontare nemici armati fino ai denti. Negli ultimi decenni il popolo afghano ha sofferto per la dominazione della mentalità di tenebra dei famigerati fondamentalisti fratelli di Isis. Oggi la nostra gente, ispirata dalla vostra lotta senza paura, per stare al vostro fianco strofinerà nella polvere il muso dei terroristi talebani e Jehadi, queste efferate e crudeli creazioni degli Stati Uniti.
Una nazione in cui donne coraggiose prendono le armi per combattere accanto agli uomini contro l'oppressione e la colonizzazione non sarà mai sconfitta. La vittoria è vostra! Già in passato avete schiacciato e umiliato i bruti ISIS e tutta l'umanità progressista vi ammira per questo.

Nel nome delle donne e degli uomini che vogliono la libertà, vi invio il mio caldo saluto e offro la mia piena solidarietà a ciascuna e ciascuno di voi, care persone, e con calore vi stringo forte le mani.
Non dobbiamo dubitare: sconfiggeremo i fondamentalisti barbarici e i loro padroni occidentali.
Malalai Joya, Afghanistan 12 ottobre 2014

Come ha scritto Fabio Marcelli, queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative. Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità. 


Criticano la società patriarcale e il capitalismo
Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina, affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione. Le radici dell’oppressione nei confronti della donna, sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole. 
Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento. (…) Il progetto che queste donne portano avanti va ben al di là della necessaria e prossima sconfitta delle orde di terroristi drogati che fanno parte dell’Isis

Esso comprende una società nuova, caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali, così come da quello del capitalismo da rapina che opera nella zona. A un compito così vasto e profondo possono provvedere, con buona pace dei maschilisti che proliferano nell’attuale società italiana e sono nascosti, ahimè, all’interno di ciascuno di noi maschi, solo delle donne. Donne armate, non solo di kalashnikov (strumenti che pure in certe situazioni risultano assolutamente indispensabili), ma anche e soprattutto di una forte consapevolezza di sé, merce purtroppo sempre più rara dalle nostre parti. Donne che, anziché attendere passivamente che qualcuno, magari rivestito da qualche bandiera occidentale, venga a salvarle, si armano e provvedono in prima persona alla sicurezza propria e dei propri concittadini. 


E, provvedendo alla sicurezza, gettano anche le basi per una società autenticamente democratica basata sull’eguaglianza effettiva fra i generi.
Grazie Fabio Marcelli, non avremmo saputo dirlo meglio.
A tutto il popolo di Kobane, ma soprattutto alle donne combattenti che, con ogni mezzo, dall'Irak alla Siria, si sono poste in prima linea contro la barbarie, tutta la nostra vicinanza, con l'affetto più profondo e sincero.


In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava. Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità. Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili. Anche in questa guerra, l’uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”
Un vero e proprio femminicidio di massa. Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee: il 23 novembre 2011 a Parigi, il 3 dicembre 2011 a Stoccolma, il 14 gennaio 2012 a Londra e l’11 febbraio 2012 a Ultrecht. In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a Ginevra, alle Nazioni Unite. La conferenza di Roma dell’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, calandolo nella dimensione del conflitto in atto. A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a Ginevra, l’ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici. Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia. 
La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto. Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale. Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani.
Un'immagine dall'incontro (ph. Paola Mazzei):