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venerdì 26 agosto 2016

26 agosto o dell'uguaglianza; e dei suoi contrari e delle amnesie maschili

26 agosto 1789: a Versailles, l'Assemblea Nazionale Costituente francese emana la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino. Da allora i libri e la Storia (rispettando una lunga tradizione e, ad oggi, Wikipedia inclusa) sorvolano sempre su un dettaglio: tale dichiarazione si riferiva all'Uomo esclusivamente in quanto maschio, mentre la donna non vi era minimamente contemplata. Due anni dopo, nel 1791, Olympe De Gouges, raffinatissima letterata e politica, tentò di colmare questa lacuna pubblicando un documento complementare, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: - atto che, insieme alle sue altre coraggiose prese di posizione contro la deriva dittatoriale, le costò poco dopo la ghigliottina.



Un anno dopo la Dichiarazione di de Gouges, (nel 1792), Mary Wollstonecraft pubblicava in Inghilterra la Rivendicazione dei diritti della donna, con critiche ai soggetti politici e morali.
Ma gli uomini restavano del loro parere; la condanna della De Gouges venne lodata dal procuratore della  Comune di Parigi, Chaumette, con la motivazione che la morte sia pienamente meritata da una donna che dimentica le virtù che convengono al suo sesso. Cioè l'obbedienza e la acquiescenza allo stato di schiavitù a cui le donne si devono attenere.
Visione radicalmente capovolta solo dalla vera rivoluzione che, negli stessi anni, si operava nel nuovo mondo, dove la congregazione religiosa degli Shakers proclamava, e realizzava, la piena uguaglianza dei sessi. Comunità evolutissima, un po' troppo per gli americani; e infatti purtroppo già quasi estinta alla fine degli anni Trenta. 




26 agosto 1920: Washington, le donne americane ottengono l'applicazione del 19° emendamento e, con esso, il diritto di voto; dal 1971 il Congresso proclama anche questa data Women's Equality Day.



59 anni dopo il 19° emendamento: fu solo nel 1979 che l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite giunse ad adottare la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw, entrata poi in vigore nel 1981).
I soli Stati membri dell'Onu che NON ratificarono la Convenzione furono Iran, Somalia, Sudan (Stati islamici), inoltre Nauru, Palau, Tonga (3 piccole nazioni insulari del Pacifico), infine proprio gli Stati Uniti (che l'hanno firmata, ma mai ratificata; anche se Obama è sempre stato ben intenzionato in tal senso). 

Purtroppo nello stesso anno in cui l'Onu adottava il CEDAW, in uno staterello dittatoriale che era stato armato fino ai denti dagli Stati Uniti, aveva luogo la malaugurata rivoluzione islamista che, facendo passare il paese dalla padella nella brace, diede formidabile impulso al dilagare dell'islamismo politico e all'immane strascico di tragedie che questo si porta dietro. Tragedie peraltro da costoro benedette, secondo gli insegnamenti della Guida suprema Khomeyni: l'Islam o è politico o non è nulla [...] la guerra è una benedizione per il mondo e per ogni nazione [...] una religione senza guerra è zoppa [...] Allah ordina agli uomini di condurre una guerra e uccidere [...] I nostri giovani combattenti sanno che l'uccisione degli infedeli è uno dei compiti più nobili che Allah affida all'umanità. 

Oltre a tutto ciò questo tizio, nel suo programma politico, metteva in primissimo piano (come è ovvio, e in piena assonanza con i suoi "stranemici" sauditi; e come è caro da sempre a dittatori e nazisti di ogni ordine e grado), l'obiettivo di far sparire le donnericacciandole nella più profonda soggezione e dunque nel comodo ruolo di oggetti al servizio del maschio e dello Stato. Tutte a produrre carne da cannone, servire e sollazzare i maschi, far riposare i guerrieri.






Questa aspirazione è comune a tutti i fondamentalismi (islamico in testa, con la diffusione di gran lunga più estesa e virulenta, ma seguito a ruota anche da esempi di gruppi cristiani ed ebraici). Una cosa tanto mostruosa la si può motivare solo come volere di Dio; che ci vuoi fare! ce lo chiede il divino in persona; questa oggi è anche la strada più facile, e i dittatori non rinunciano di certo a una merce efficace con cui comprare, a tutti gli effetti, l'adesione della popolazione maschile. Perciò c'è questo, al cuore dell'odio per il genere femminile e dello stesso progetto politico che, con l'offensiva dell'Isis, rappresenta il più grave pericolo che oggi minaccia tutti e tutte: la feroce determinazione a fare delle donne un genere-schiavo; nonché piatto di lenticchie per tutti i frustrati. 

96 anni dopo: ed eccoci al 2016; di quanto sopra si parla poco e si capisce ancora meno, oppure si preferisce non capire; lasciando il tema alla disastrosa interpretazione razzistica dei misogini  autoritari; che nel caso, tuonando contro immigrazione e vomitando odio razziale, sono anche i migliori alleati dei loro peggiori nemici.


Ai nostri maschi libertari che, dal canto loro, di Engels si sono dimenticati tranquillamente, si attagliano le parole che Joseph Dèjacques indirizzò a Proudhon, chiamandolo (proprio in relazione alla sua mentalità sui sessi) anarchico del compromesso, liberale e non libertario che, insieme al libero scambio per il cotone e le candele, vuole sistemi che proteggano l'uomo contro la donna nella circolazione delle passioni umane; e che, mentre grida contro gli alti baroni del capitale vuole riedificare l'alta baronia del maschio sulla donna vassalla (da De l'être humain mâle et femelle).
E vabbè, Engels e Dèjacques c'è chi non li avrà mai nemmeno letti; ma molti, gli intellettuali che più pontificano, preferiscono non ricordare. Se così non fosse, di fronte alle battaglie femminili smetterebbero di fare il broncio insofferente del ma insomma, con tutti i problemi più seri che ci sono.
E inizierebbero finalmente a rimboccarsi le maniche insieme a noi.

domenica 17 luglio 2016

Il fanatismo islamico, i killer dell'Isis, il razzismo fascista e l'invasione delle meduse giganti

Per la serie cercare i nessi. Dopo l'ennesima strage islamista ecco gli ennesimi post grondanti revanscismo fascista; ad esempio:


Idee grondanti anche ignoranza e atroce stupidità; perché è proprio vero che solo una politica di pace può sconfiggere il terrorismo

Davanti a queste reazioni dovremmo sempre ricordare l’istruttiva storia della medusa di Nomura, e cioè di quando nel Mar del Giappone ci furono le prime invasioni di meduse giganti. Si tratta in effetti di una temibile medusa (Stomolophus nomurai), scoperta nel 1920 nel Mar della Cina, che può raggiungere diametri di oltre un metro e pesi fra i 100 e i 200 kg. 



Ora, anche a causa del riscaldamento climatico, il ripetersi di  invasioni di questi grossi invertebrati si fa sempre più frequente nelle acque costiere giapponesi. Una tragedia per i pescatori che, sempre più spesso, se ne ritrovano le reti piene e inquinate, il loro veleno infatti contamina i pesci rendendoli non più commestibili. 

Nel tentativo di liberarsene i pescatori hanno dunque iniziato a maciullare le meduse colpendole dalle barche con dei bastoni: esattamente la strategia che vantano tutti i vari Trump, Le Pen, Strache & Co, inclusi i Trump de noantri, come Salvini. 
E sono state sconfitte, da questa virile determinazione, le meduse giganti? Macché. Quelle cretine, anziché diminuire, hanno iniziato ad aumentare esponenzialmente.



Ma come è possibile? ma che vogliono? che gli ha preso?
Ecco cosa: gli ittiologi hanno poi scoperto che quando queste creature vengono colpite brutalmente, reagiscono scatenando a mille il proprio meccanismo riproduttivo: subito le femmine rilasciano tutte le uova e i maschi tutti gli spermatozoi. 

Gli intelligenti uomini, dunque, nella partita hanno avuto la peggio: convinti di sterminarle, hanno finito per causare la loro riproduzione sempre più intensa e veloce, finendo per diventare ancora più schiavi del problema di cui si volevano liberare.

Ed è la stessa, identica cosa con la violenza sociale e politica o religiosa; da dovunque sembri provenire; benché la resistenza anche armata sia la sola opzione, in determinate condizioni, radicalizzare la violenza non è mai la soluzione per ridurre il tasso di violenza; non è mai la guerra che può sconfiggere la guerra. E’ per questo che il fondamentalismo e il razzismo fascista sono parenti e strettamente alleati fra loro. 

Non ci vuole un genio per capire quanto sarebbero diverse le cose oggi se da sempre - ma basterebbe dalla prima guerra del Golfo Persico in avanti! anziché spendere trilioni di triliardi di dollari ed euro in armi e rappresaglie - o anziché solo in quelle - si fosse investito anche in assistenza ai civili, educazione, arte e creatività, ricostruzioni, politiche di pace e di amicizia con quelle popolazioni devastate. 
No, si investiva solo in business (e dunque in corruzione); portando nei luoghi di guerra ancora più violenza, guardando allo stupro come a qualcosa di veniale, e del resto impossibile da debellare (non è la piaga più antica del mondo? e ci sono - sempre - problemi più gravi, no?). E mentre si crivellava tutto si stringevano gli affari più solidi con paesi come l'Arabia Saudita, cha sua volta esportava trilioni di dollari in tutte le periferie del mondo per "assistere" le persone disperate, e (loro si!) "investire in educazione": e cioè aprire in modo capillare una Madrassa dopo l'altra, cosiddette scuole coraniche che tirano su i bambini, fin da piccoli, come fanatici, gente imbottita di dolore e di rabbia, assetata di violenza e pronta a tutto per ristabilire l'ordine contro l'ingiustizia che leggono a senso unico (proprio come i fascisti di cui sopra). 

E così, oggi cos'è cambiato? nelle intelligenti politiche dominanti, niente. Nel mondo è cambiato che le meduse giganti dell'orrore straripano e non si possono più contenere, perché non ci sono più "Paesi", Stati ed eserciti regolari, che si contrastano, ma la guerra è penetrata nel sangue dei singoli, dilagando come un virus. Sono miriadi di singoli, gravemente malati, che muovono guerra ai loro simili e al resto del mondo come fossero Stati, mettendo in campo il loro singolo esercito armato: di tritolo oppure di un tir, come a Nizza; tutto fa brodo.


Ma quelli che gridano cazzate ignoranti, che ne sanno della storia?? 
L’ignoranza è la causa di tutti i mali, del resto; come insegna il buddismo. Ma essendo ignoranti, gli ignoranti continueranno a non saperlo.

Non perdiamo la speranza, perché esistono anche quelli che, invece che dalla pancia e dalle budella, si fanno guidare, nei loro pensieri, anche dal cuore e dal cervello; quindi alle vere soluzioni non smettono di pensare. Vedi ad esempio, sempre a proposito delle invasioni di meduse:


Teniamo saldi i nervi, e stiamo fra quelli.

lunedì 23 novembre 2015

Arabia Saudita: nel paese dove sono vietate le donne anche la poesia è condannata morte

Basta un secondo del vostro tempo: a questo LINK offrite una firma per la vita di Ashraf. O anche qui.
Noi, che come lui siamo vietate, stiamo con il poeta Ashraf Fayadh e invitiamo a sostenerlo con ogni mezzo - incluso rilanciare la campagna #AshrafFayadh promossa su twitter da @MonaKareem.



Si, nessuna esagerazione: ogni donna, in paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati, è una potenziale criminale; così pericolose che non è permesso loro nemmeno denunciare uno stupro. Sarà per questo che le donne vi sono in tutto e per tutto cancellate, censurate, rinchiuse, zittite, imbavagliate, nascoste: insomma: vietate. Così vietate che l'Ikea le dovette perfino cancellare dai propri cataloghi destinati alla sede saudita. E' proibita ogni libertà, sono proibiti i diritti,  e anche la poesia è proibita. Sono invece leciti gli assassini e le torture di Stato, condanne che vengono inflitte con le scuse più ignobili. Dove ogni Bellezza è vietata, perfino essere belli è una colpa imperdonabile: frustate per le donne, se dagli occhi che spuntano dai miseri buchi delle prigioni di stoffa tentano i poveri maschi innocenti, ma anche espulsioni dal paese per gli uomini, se "troppo belli".
Ed è così che un poeta può finire arrestato, frustato e condannato a morte, per la surreale colpa di "non credere in Dio". Ma quale Dio? può esistere un Dio che ispira simili condanne? molto più facilmente esistono uomini (incredibilmente tanti, purtroppo) abitati da demoni al punto di osare scaricare su un Dio la colpa delle loro efferatezze. 
Arrestato nel gennaio 2014, condannato a 4 anni di prigione e 800 frustate, il 17 novembre scorso Ashraf è stato anche condannato a morte con queste accuse: aver promosso l’ateismo con testi inclusi in una sua antologia poetica del 2008, Instructions within; e - ovviamente - relazioni illecite, mancanza di rispetto al Profeta e minaccia alla moralità saudita (e no comment su una moralità che consente condanne come questa).


Bontà sua, la  "giustizia" saudita lascerà la testa sul collo al condannato per almeno 30 giorni: questo il tempo concesso per presentare appello.
Come possiamo definire tutto questo? come, se non terrorismo? legale, ma non meno terrorista di quello illegale.
Il terrorismo islamista, dunque, non è solo l'Isis: ma per esempio un paese ricco e potente, solido "alleato" dell'Italia, grade acquirente di armi italiane (che poi in buona parte finiscono, appunto, all'Isis): l'Arabia Saudita.
Fayadh, (per sua sfortuna) nato qui da genitori palestinesi, ha 35 anni; era tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia, nel gruppo di artisti britannico-saudita Edge of Arabia di cui fa parte.
Stiamo al suo fianco, e non dimentichiamo Raif Badawi - è questo il solo modo di stare al fianco anche di tutti gli Ashraf e i Raif di cui non sapremo mai nulla.  

sabato 14 novembre 2015

Il dopo Parigi: questa guerra mondiale è dell'odio di tutti contro tutti. Combattiamo dunque resistenze; in cui le donne hanno da insegnare al mondo quello che hanno imparato nei millenni

l’11 settembre fu dichiarazione di guerra all’America; il 13 novembre di Parigi è una dichiarazione (ufficiale) di guerra mondiale. All’1emezza del 14 novembre i morti prevedibili sono già oltre 100; ma la gravità di questo eccidio va ben oltre questi già spaventosi numeri. La gravità sta in un conflitto trasversale che conduce, inevitabilmente, alla guerra di tutti contro tutti. 



Quando invece avremmo bisogno di ben altro.
Tante volte, negli ultimi anni, mi è capitato di tornare a casa dal lavoro e quasi stupirmi di vedere intorno una città ancora tranquilla, apparentemente pacifica, in cui le persone pensano agli affari propri: tra mille difficoltà, forse, ma pur sempre, ancora in tempo di pace. Mille volte, la sera, mi è capitato di pensare con compassione ai disperati in mare [oh, l'immagine di quel neonato sottratto alle acque gelide], o alle prese con i fili spinati, ringraziando di avere ancora un letto, una casa amica.
Come è possibile che tanti, tantissimi, reagiscano invece solo schiumando rabbia, invocando rappresaglie e altra guerra? E per giunta, spesso, prendendo a bersaglio proprio chi dalle guerre scappa. Nelle stesse ore pare che bruci (nuovamente) la giungla di Calais: la bidonville dei profughi giunti in Francia e che vi restano bloccati: gli è impedito di raggiungere la Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica, a causa di accordi bilaterali tra i ministri degli interni di Londra e Parigi, che non riconoscono loro lo status di rifugiati. La bidonville diventa dunque anche un focolaio di malessere contro cui si riversa la collera dei cittadini, fomentati dall’estrema destra xenofoba.

Eppure. Eppure molti di questi migranti provengono da Siria e Iraq: fuggono dall’Isis, per diventare poi bersagli di chi dell’Isis si vuole vendicare. Quando capiremo che l'islamismo, e in particolare l'islamismo politico (quello dell' "Islam will dominate the world"!) nulla a che fare con una fede che, con tutte le sue contraddizioni include anche la grazia e il pacifismo dei Sufi? essere musulmani è una cosa, essere islamisti un'altra.

Scrive il sito Wakeup che "per eliminare i jihadisti l’Occidente deve collaborare con Putin e Assad": negli ultimi mesi l’Occidente, Stati Uniti in primis, hanno espresso parole di condanna nei confronti del Presidente russo Putin, il quale ha deciso, d’accordo con il Governo di Damasco, di attaccare i terroristi presenti sul popolo siriano. Invece che unirsi alla lotta contro i jihadisti, i leader occidentali hanno preferito parlar male degli unici due capi di Stato che combattono i terroristi: Putin e Assad.
Davvero? In verità abbiamo memoria corta, se dimentichiamo che l'attaccamento di Assad al proprio potere dittatoriale è stata primaria causa dello scatenarsi di questo inferno.
Ma forse si! forse a questo punto serve un'alleanza anche con loro. Resta il fatto che anche questi leader sono fra quelli che hanno seminato instancabilmente guerre e anche nella loro “lotta all’Isis” perseguono il modello guerrafondaio invasivo che produce inevitabilmente altra violenza. Come loro il presidente turco Erdogan che, sostenendo di voler intervenire "contro l’Isis", ha iniziato a bombardare la Siria: ma il suo scopo era invece colpire il vero, principale (e davvero effettivo) avversario dell’Isis sul campo: la resistenza curda. Erdogan [il dittatore islamista Erdogan] è stato un alleato conclamato dell'Isis; e ora, nonostante l'orribile strategia della tensione che ha fomentato pur di re-impadronirsi dalla Turchia, osa profondere ipocrisia sugli attacchi contro Parigi.
Lo stesso dicasi dell'ambiguo cordoglio degli stati islamici [che anch'essi hanno nutrito Isis con fiumi di denaro].
A noi sembra invece ora che il mondo riconosca quali sono i soli e veri alleati contro terrorismo; ora di sostenere, dall’interno, la resistenza: di chi davvero difende la civiltà contro la barbarie, promuovendo democrazia. Ora di sostenere la strenua resistenza curda contro l'Isis per esempio.

La soluzione non sono le guerre; ma semmai, se non c'è stata prevenzione, le resistenze. Quando ci sveglieremo?
Quando comprenderemo che siamo condannati ad amarci? Oppure [vedi la sintesi della nostra amica Gioia], a farci del male tutto il tempo l’un l’altro, come imbecilli.
Le donne profondano un crescente contributo a rifiutare la logica patriarcale della violenza che - come lucidamente argomentava Virgina Woolf - è all'origine di tutte guerre.
Ps • qualcuno ricorda la meravigliosa reazione che ebbe la Norvegia dopo la strage del 2011? Tornare per un istante con la mente a quei giorni..
Stasera le strade di Oslo sono invase dall'amore"; "risponderemo con più umanità, più democrazia". Queste parole resteranno nella storia, sono come una zattera a cui aggrapparsi per salvare il mondo e noi stessi.

sabato 31 ottobre 2015

31 ottobre 2015: Roma in piazza per il Kurdistan

Domani le elezioni in Turchia; intanto la catena di intimidazioni contro l'informazione curda non accenna a finire, pochi giorni fa la polizia turca ha fatto irruzione in una tv privata durante una diretta tv, secondo Human Rights Watych si tratta della repressione peggiore contro la stampa dal golpe del 1980. Ovunque manifestazioni a sostegno dei curdi contro la prepotenza di Erdogan; a Roma oggi manifestazione organizzata dall'Ufficio Informazione Kurdistan in Italia e dal Coordinamento Rete Kurdistan: l'appuntamento è in Piazza dell'Esquilino alle ore 15.00).

La Manifestazione partecipa alla giornata di Mobilitazione Globale per la Ricostruzione di Kobane e per l’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco siriano. 
A distanza di un anno dalla liberazione di Kobane, le politiche repressive del governo turco mettono sempre più a dura prova non solo l'opposizione interna, ma anche la resistenza contro l'Isis. Oggi Roma risponde all’appello per una mobilitazione generale per la pace e la democrazia in Siria e in Turchia, contro la strategia della tensione e per una svolta nella politica del governo turco.

giovedì 27 agosto 2015

Kobane: appello per corridoio umanitario / open up a corridor between Kobane and Turkey

Kobane è allo stremo; oramai da molti mesi; li si gioca una battaglia che difende anche tutti noi, eppure in suo sostegno non si fa abbastanza. Come mai? Dal Kobane Reconstruction Board rilanciamo un disperato appello perché venga creato un corridoio umanitario fra la città e la confinante Turchia [dal cui governo, invece, vengono solo nuovi pericoli]. 
Per aderire all'appello scrivete a reconstructkobane@gmail.com [di seguito il testo completo]. Nel frattempo la rete che sostiene la resistenza contro l'Isis sta organizzando, per il 15 settembre (anniversario del primo attacco di Isis al cantone di Kobanê), una manifestazione a Suruç, città gemella di Kobanê, a pochi chilometri dal confine siriano (colpita dal gravissimo attentato di luglio), con l'obiettivo, per le prossime settimane, di un convoglio umanitario come atto concreto della solidarietà internazionale: l'invito (a singoli attivisti, istituzioni, sindacati, partiti politici, ONG, autorità locali e internazionali) è di aiutare a creare una grande carovana internazionale per promuovere la pace e sostenere la stabilità in Siria e nelle regioni liberate dal terrorismo. La prima urgenza è appunto l’apertura del corridoio umanitario, sollecitando l’ONU che, implementando la Risoluzione 2165 del 14 Luglio 2014, art. 2, potrebbe essere in grado di garantire l’apertura di un ulteriore valico di confine (vedi anche il testo sotto all'appello in inglese).

Appeal for a “Humanitarian Corridor” / open up a corridor to Kobane
Kobane desperately needs our help to rebuild itself and for this to take place, the establishment of a humanitarian corridor between Kobane and Turkey is an urgent requirement.
As of today, July 2015, the city of Kobane, located on the Syrian-Turkish border, remains subject to the merciless attacks of ISIS. Equipped with far less sophisticated weapons and with limited resources, the people of Kobane’s unflinching determination to survive is their only real means of opposing ISIS, to hold on to their independence and to be free from this brutal violence. And this is what they have undertaken, at times supported by the US air force as part of the international coalition to resist the advance of ISIS. The price of Kobane’s resistance has been high: countless dead and injured, and an almost completely destroyed city infrastructure, which has left essential supplies of water, electricity, food and medicine in a state of collapse. And the threat from ISIS has still not been eliminated. 
During the fight for Kobane, ISIS laid millions of mines to obstruct the population from returning home and to make the cultivation of agriculture on which they depend for their livelihoods impossible. Kobane is almost completely closed off from the outside world and every day it has to deal with new attacks. The only way that people can obtain essential supplies needed for their survival and protection is to go north across the Turkish border. This corridor is for the most part kept closed by the Turkish government. Turkey has provided asylum to many people from Kobane and hospital care. Nonetheless, given the scale of ISIS's war and the catastrophic situation in the city, this is by no means sufficient, especially since many of those who had fled have since returned to their destroyed city in order to rebuild it. Whilst international humanitarian aid to other regions of Syria is being provided through the Turkish border, it must also be possible for the population in Kobane to receive supplies. Only if the border with Turkey is open will the people of Kobane be able to receive all the aid and assistance which has been offered to supply, protect and rebuild their community. Reconstruction of the destroyed infrastructure will only be possible if international emergency helpers and experts are able to gain access on the ground to the cities that are in urgent need.

That is why we are calling on the Turkish government to urgently open up a corridor to Kobane to allow the city to live again and for the reconstruction to begin.
We are also calling on all international institutions and European governments to exert their influence with the Turkish Government to this end.
The United Nations should extend decision S/RES/2165 (2014) of 14 July 2014, Article 2, in order to guarantee an additional border crossing to Kobane. In the past, the international community, in particular the UN has been able to establish humanitarian corridors by political and diplomatic intervention.
The opening up of the border, and the support for the reconstruction of this city, are now matters of humanitarian urgency.
Universal values such as democracy and freedom are being defended in Kobane.
First signatures: Thomas Schmidt, Lawyer, Secretary General of ELDH, Germany; Prof. Dr. Norman Paech, International Law  -Germany; Dr.h.c. Hans von Sponeck, UN Assistant Secretary-General a.D. -Germany; Murat Çakır, Geschäftsführer der Rosa-Luxemburg-Foundation Hessen-Germany; Prof.Dr.med.Ulrich Gottstein, Frankfurt/Main-Germany; Prof. Dr. Elmar Altvater, Germany; Janet Biehl, Writer, Eco-Feminist -US; Sukla Sen , Peace activist, India; Emma Wallrup, Swedish, member of parliament for the Left, Sweden; Benny Gustafsson, The support comittee for Kurdistan, Sweden; Prof.dr Franco Cavalli, president of cancer fight association, former MP, Switzerland; Nina Rasmussen og Hjalte Tin , Denmark; Harem Karem, editor, Pasewan, India; Caroline Lucas, MP for Brighton Pavilion, House of Commons; Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Liliane Maury Pasquier , Fderal MP and member of EC- Switzerland; Carlo Sommuruga , MP Social Democratic Party of Switzerland; Jean Zigler ,Membre du comité consultatif du Conseil droits de l'Homme des Nations Unies- Switzerland; Bernard Kouchner ,Co-Founder of DOctor without Borders and former Foreign Affairs Minister- France; Patrice Franceschi , Author of the Book `Die for Kobane` France ;Edourd Martin , MEP -France; Vittorio Agnoletto, World Social Forum  International Conciel,  Italy; Claudio Bisio, Actor, presenter, voice actor, comedian and writer - Italy; Luisa Morgantini, Former Vice-President of European Parliament- Italy; Rete Kurdistan ,Kurdistan Solidarty Network- Italy; Blade Nzimande : Minister of Higher Education and Traning and General Secretary of the SACP, ANC, NEC and NWC, Soth-Africa; Joyce Moloi Moropa : Member of South African Parliament (ANC), Soth-Africa' Zingiswa Losi : 2nd Deputy President of COSATU, Soth-Africa ; Jeef Radebe : Minister in the Presidency for Performance Monitoring and Evaluation (ANC), Lawyer, Former Political Prisoner, Soth-Africa; Lechesa Tsenoli: Deputy Speaker of the South African National Assembly, Former Minister of Local Government and Traditional Affairs, Soth-Africa; Celiwe Madlopha : Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa ; Mugwena Maluleka : general secretary of the South African Democratic Teachers Union (SADTU), Soth-Africa; Mluleki Dlelanga : National secretary of the YCLSA (Young Comunist League of South Africa; Hillary Qjukuru : Niigeria, Editor of Uharu (Freedom) Magazine based in South Africa; Adrian Williams: Member: National Assembly (Parliament) Soth-Africa; George Mashamba : SACP Central Committee Member and former Robben Island Prisoner; Che Mathloke: SACP Central Committe member and Secretary for International Affairs and General Secretary of Friends of Cuba Society in South Africa; Jeremy Cronin : SACP 1st General Deputy Secretary and Deputy Minister of Public Works, Soth-Africa; Fiona Treggana: proffesor of economy, Soth-Africa; Sabir Abu Saadia: Representative of the SPLM-N Sudan in South Africa; Vuyani Iyhali : Communist Party of Lesotho (CPL) , Soth-Africa; Inter Parliamentary Work Group in Belgium; Coordination Stop the War against Kurds, Belgium; Kurdish Institutions in Belgium: ; Info-Turk,Belgium; VREDE, Belgium; Solidarity committee with Rojava, Belgium; Union of the Socialist Women in Belgium; Belgium Immigrants Collective,Belgium; Anni Pues, Human Rights Lawyer, International Committee Scottish Green Party, UK ;Minoo Alinia, Associate Professor in Sociology, Department of Sociology, Uppsala University, Sweden; Joost Jongerden, , Assistant Professor, Wageningen University, the Netherlands; Shannon Brincat, Academic, Griffith University, Australia; Sukla Sen, peace activist, India; Abdalkareem Atteh, Phd Student, Essex University, UK; Caroline Lucas MP, Green Party of England and Wales, UK; Derek Wall, International Coordinator of the Green Party of England and Wales; UK; Kate Osamor MP, House of Commons, UK; Val Swain, Phd candidate, University of East Anglia, UK; Houzan Mahmoud, Kurdish feminist activist; Sean Hawkey, photo journalist, UK; Harem Karem, editor, Pasewan.com, UK; Isabel Kaser, PhD candidate SOAS, UK; Stephen Smellie, UNISON South Lanarkshire, Scotland' John Hunt, editor, writer; UK; Corporate Watch, UK; Julia Iglesias, Newroz Basque-Kurdish Friendship Association, Basque Country; Joe Ryan, Chair of Westminster Diocese for Peace and Justice, UK; Bob Rossi, Labour and solidarity activist, US; Thomas Schmidt, lawyer, Secretary General of ELDH ;Bob McGlynn, Neither East Nor West-NYC, US; Andreas Gavrielidis, Greek-Kurdish Solidarity, UK; Trevor Rayne Lecturer in Economics and Public Service Management  & Fight Racism! Fight Imperialism! UK; Sarah Parker, human rights activist, UK; Bronwen Jones, barrister, UK; Peter Tatchell, Director, Peter Tatchell Foundation, UK; Dashty Jamal, Secretary , International Federation of Iraqi Refugees-IFIR, UK; Khatchatur I. Pilikian, Prof of Music & Art, UK; Oonagh Cousins, Film Producer, UK; Joshua Virasami, Social Justice Activist, Black Dissidents, UK; Richard Haley, Chair, Scotland Against Criminalising Communities; Scotland; Nick Hildyard, policy analyst, UK; Isil Altan, Student, Kurdish Society of Nottingham Trent University, UK; Kardo Bokani, Assistant Lecturer , University College Dublin (UCD); Ireland; Jonathan Bloch, author; UK; Azad Dewani, PhD candidate; UK; Baris Oktem, Post Graduate Sociology Department, University of Essex; UK; Campaign Against Criminalising Communities UK; Dr Meryem Kaya, Trainee doctor, Kurdish Professionals Network, UK; Tara Jaff, musician, UK; Kat Glover, IT developer, UK; Neil Taylor LL.M, PGCM, MCIPR, Lawyer and Journalist, UK; Roza Salih, Human Rights Activist (Glasgow Girl) and the Co-founder of the Scottish Solidarity with Kurdistan, UK; Jasim Ghafur, Visual Artist and Welfare Rights advisor, UK; Raoof Sofie, Accountant-UK; Tim Cooper, treasurer Nottingham Unite Community and Nottingham Kurdish Solidarity campaign, UK; Melissa Cowell, PhD student, Nottingham Kurdish Solidarity Campaign, UK; Yasin Aziz,  Author, poet, UK; Penny Papadopoulou, freelance journalist, UK; National Union of Journalists (NUJ), Manchester Branch, UK.

[da un ponte per]: Il 15 settembre 2014 Isis ha lanciato la prima ingente offensiva contro il cantone di Kobanê, in Siria. La popolazione curda, guidata dalle forze di autodifesa del popolo (YPG e YPJ) ha organizzato una grande difesa contro l’attacco. La resistenza di uomini e donne all’interno di Kobanê, è stata una battaglia per la democrazia, per i diritti umani, per un futuro comune, per la legittimazione e l’uguaglianza delle donne nella società. Il supporto della Coalizione Internazionale è stato prezioso ma non sufficienteKobanê è stata liberata dopo 134 giorni di resistenza, ma gli attacchi non si sono fermati: tra il 25 e il 27 giugno l'ISIS ha compiuto l’ennesima strage a Kobane dove più di 200 civili, la maggior parte dei quali donne e bambini, sono stati brutalmente assassinati. Il 20 luglio un attentato suicida ha colpito in territorio turco il centro culturale Amara di Suruç, punto di riferimento della solidarietà internazionale con Kobane, provocando 32 vittime e 100 feriti tra i giovani dell’organizzazione dei giovani socialisti in procinto di partecipare alla ricostruzione della città siriana. A seguito di questo ultimo attacco la Turchia, pur mantendendo l’embargo su Kobane, ha dichiarato la propria partecipazione alla Coalizione Internazionale contro l’Isis, attuando però unicamente una politica feroce di attacco alle postazioni curde dello YPG, dello YPJ e del PKK, unici avversari in campo aperto delle bande dello Stato Islamico e contemporaneamente aprendo una campagna repressiva verso i sostenitori dei partiti di opposizione della Sinistra Turca e dei partiti filocurdi Hdp, Dbp e Dtk, arrestando piu di 1200 persone in territorio turco.
La resistenza della Rojava nonostante ciò continua e Kobane ha piu che mai necessità del sostegno internazionale. I servizi essenziali quali acqua ed elettricità, i rifornimenti di cibo e le cure sanitarie sono ai minimi livelli o addirittura inesistenti ed è necessario garantire ai rifugiati la possibilità di rientro nella propria città in modo sicuro, sostenendo la ricostruzione delle infrastrutture basilari, al fine di assicurare loro una vita dignitosa. Kobanê e la regione del Rojava sono circondate ancora oggi da Isis. L’apertura del confine con la Turchia risulta quindi fondamentale. La popolazione di Kobanê ha urgentemente bisogno di un corridoio umanitario per ricevere gli aiuti necessari al fine di proteggere, rifornire e ricostruire la propria città.
Dopo la riconquista di Kobane, le forze anti-Isis curde hanno conquistato città strategiche come Tal Abyad, Ain Issa, Sarrin, Hasaka, e continuano l’avanzata liberando villaggi verso Raqqa, capitale dello Stato Islamico in Siria. La ricostruzione di Kobane e il sostegno alla Rojava garantiscono oggi l’unico percorso possibile per una democratizzazione della Siria e dell’intera area, mentre l’obiettivo della Turchia di creare una buffer zone tra i cantoni di Kobane e Afrin, favorirà nei fatti l’avanzata delle forze jihadiste e qaediste mettendo a rischio centinaia di migliaia di vite umane. La situazione richiede una straordinaria attivazione della solidarieta internazionale.

sabato 4 aprile 2015

Kobane has been saved from ISIS, here’s why we must talk about Kobane.

Testo italiano qui • I want to celebrate you, women of Kobane, because the Kurdish Resistance is saving every one of us. Because you have won, but your victory is hardly spoken of.  Your smiles are more credible, now. The women of Kobane have been resisting for months and have kept smiling throughout, even in the most devastating – apparently desperate – situations.  
Love is how every superiority is called, every ability to understand, to smile when in pain. It is love for ourselves and for our destiny, it’s a loving adherence to what the inscrutable has in mind for us – even when we can’t see or understand it, yet. It is what we aim for". (Herman Hesse).
Is this what it is? Love?
Some say that the opposite of fear isn’t courage at all, it’s love – precisely – and we better believe them. There’s nothing like love, for somebody or for oneself that gives us the guts to react, no matter what’s at stake. In celebrating these brave and intelligent women, I’ll also try to explain why we must talk about Kobane, speaking in a loud voice and passing on current factual and significant information, and we must keep doing it.


Women in those regions have been fighting fundamentalism not just in the last few months against ISIS: they’ve been engaged for years on the front line of their exhausting battle. The following video, shot in 2012, is one of three making up a documentary meant to introduce the viewer to the Female Fighters in Kurdistan and the environment they operate in:


Kobane has been freed from ISIS now. But how much coverage did this victory get from international media? Virtually none, if one considers what’s at stake here, something concerning all of us. Yes, virtually none, really, if one thinks of the horrific rise of ISIS, a very real threat to all of us.
And, look out: we’re not simply threatened by a bunch of cutthroats, rather by a continuously expanding economic power. A world power, maybe the richest terrorist party in history, past or current:  it is fed billions by some entities that profit from its growth. They are the breed of powers that has declared the third world war. And not to one or a few countries, to everyone of them, to everybody. This war is waged against the very concept of democracy.
Given all this (do journalists who write for major multinational newspapers know all this? Or is it only girlies who know such stuff?), given all this, - I was saying -, does it make sense that so little is written about this victory?
Virtually no coverage, really, if you consider that the Kobane fighters are defending all of us, as Charb – Charlie Hebdo’s editor -, aptly wrote: Aujourd’hui, je suis kurde. Je pense kurde, je parle kurde, je chante kurde, je pleure kurde – today I am Kurdish. I think Kurdish, I speak Kurdish, I sing Kurdish, I cry Kurdish. The Kurds besieged in Syria are not “Kurds”, they are the whole of Humanity, resisting darkness. They fight to defend their life, their families, their country all right, but – willy-nilly – they are the only bastion against the progress of the “Islamic State”. They are protecting us all, not so much against the blurred Islam that the Daech terrorists do not represent, rather against the most barbarian of gangsterisms. How can we trust the so-called coalition against the slaughterers when many of its members have shared with same slaughterers strategic, political and economical interests? And often still do? Today, against cynicism and death stands only the Kurdish people. This is what Charb was writing, before being himself wiped out by that very danger that he had recognised so well.
And he was right. Yes, they are saving us too. Had they lost, it would have been a mighty problem, wouldn’t it? Still, all of that has passed by barely noticed. Try and ask your plumber or a friend who’s not on twitter, what they know about it.
This is weird. It’s weird this story didn’t make the news: when you look at the disparity in strength between winners and losers it looks like a miracle.

And somebody did notice! Somebody who, back in November, was writing: ISIS is about to be beaten by lightly armed, tea-drinking feminists. If this doesn’t prove God’s existence... what does?

The town has won its resistance but has paid a dear price: it’s virtually flattened – just like many cities at the end of WWII.
But it pulled through, and this is some kind of miracle, considering that nobody – or very few – provided any real help. On one side there was an army armed to the teeth with heavy weaponry provided by powerful allies (many of them from the western world) and on the other side just civilians, poor in resources, lightly armed, with little late help form outside.

Small strategic Kobane was squeezed between ISIS’ cutthroats and Turkey, a traditional enemy of the Kurds, whose pro-Islam government is even thought to be one of the financial backers of the “Islamic State” in Iraq and Syria. Seriously, how could they prevail? Their hopes rested on the courage of an extraordinary people, an equalitarian cohesive society, where women count.



The press at that moment jumped at the opportunity of emphasizing the folkloric sides of this desperate battle. While the true supporters of the Kurd people looked on in great apprehension, sending their pledges of solidarity, bearing no hope. Bernard Henry-Levy wrote, on October 12th 2014: Kobane will fall, it’s a matter of hours, days maybe. And he went on explaining what a catastrophe this fall was going to be for the western world.

 Distruzioni e lutti si sono susseguiti a lungo...











And against all odds, Kobane resisted. The hopeless battle has been won, in such a heroic way as to be epic, in such an epic way as to appear as a sort of mocking prove of God’s existence, in the face of those bloody murderers, claiming to be God-sent, they thought they were taking a stroll.





ISIS beaten by lightly armed, tea-drinking feminists. This is something worth celebrating!



The news of this wonderful victory against this new Nazism was confirmed on January 27th 2015, the Day of Remembrance. A splendid piece of news that should have sparked fever and fireworks in the media and among the peoples, and was instead kind of muted, disposed of in cursory reports.
Yes, it was hardly talked about, if one considers that the recent carnage in Paris is but a small sign of how close and serious the threat of this fundamentalism is, one which has already sparked a new world war. It is not a conventional war, it’s fought on different fronts and with different methods, as compared to the ones in the past century.
Some independent newspapers have talked about it (but not very much) and the keen “peones” of the net – we’re proud to be counted among them.







Among the latter somebody took the trouble to go and see, some sent us news, some have provided us with documentary evidence.

And some harboured hope to the point of believing: at the beginning of the siege, Malali Joya wrote to the women of Kobane: you’re not alone in this challenge, all the people who love freedom and progress are with you. With your fight against oppression, you women are a kick in the stomach of ISIS and all medieval minded fundamentalists who value women half of what they value men, and consider them tools for their own beastly cravings’ satisfaction. (…) Today our people, inspired by your fearless fight and in order to be at your side, will rub the taleban and jihadi terrorists’ snouts in the dirt, the snouts of these bloody and cruel creatures of the United States. Your nation, one whose brave women take up arms and fight side by side with its men against oppression and colonisation will never be conquered. Victory is yours. In the past you already squashed and humiliated the brutal ISIS, and all progressive people stand in awe of you.
All of this was true and while the battle seemed to be a lost one some newsmakers paid some attention. But why is it then that once victory had been secured, all major media outlets were distracted and silent about a victory that should be considered historic?

Thank God for twitter that keeps us abreast. The media, absent-minded as they have been, were also inappropriate because they didn’t understand – or pretended not to – the extraordinary role women played in this battle. Women and ISIS are systems, two political systems deeply set against one another.
This is news: ISIS was defeated by neither the United States nor by the powers within Muslim territories that have declared war on it: neither Iran, nor Saudi Arabia have done anything. Isis was defeated by a persecuted people, one that those same powers have a hard time recognising, let alone thanking; a very advanced people in terms of their political vision, when it comes to inter-gender relations. This is why nobody, really nobody, is keen on celebrating this victory. Women’s role is at the heart of what’s at stake in the current world war, a war that has women as its primary targets, whether the war wagers are aware of it or aren’t. And if you don’t agree, before you hang on to your prejudice, before you formulate hasty judgements, take the time to read the links provided here, for a little more in depth understanding. This post is very much based on images, but there’s a lot of content. It’s just a matter of feeling a little curiosity.

By the way there’s people – even among men – who already understand these issues. Some do sense something and, not without some confusion, clearly relate the concept of how “opposites” can in fact be very close to one another. 
Bottom line, the stakes here are high and they concern each and every one of us. They demand that we explore the roots and heart of patriarchal violence in order to understand it, as the only way to defeat and overcome it.

The struggle here  – as Charb had understood – is between giving re-birth to a possible civilisation and letting all justice be defeated.
This worldwide struggle is going to be long, bloody and hard. In Kurd lands the fight is certainly not over, it’s fully ablast (and luckily Isis seems to keep losing ground).
This struggle is also among us: it concerns us and we too are fighting it every day: by being or not being there, by paying or not paying attention, we are choosing sides, and we count.
With the victory in Kobane a very important challenge has been overcome, a seed has been planted that could save us all.

Thank you, you Kurd resistants. To you, women of Kobane, a very special thank you. I want to thank you, celebrate you, remind the whole world about you.
Traduzione di Francesca M. (grazie Francesca!)
Fonte: Kobane è salva, parliamo di Kobane / politicafemminile