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domenica 9 ottobre 2016

La marcia della Pace, il business della guerra

Oggi è il giorno della marcia della Pace; intanto il business delle armi in Italia vola, e nessuna risposta viene data sulle vendite italiane di armi ai paesi in guerra, Arabia Saudita in testa. Paese alquanto poco rispettoso dei diritti umani, di quelli delle donne e della Pace, al quale la nostra Ministra Pinotti ha appena fatto visita. E perché? il sito del Ministero (sempre chiamando la ministra rigorosamente al maschile, il ministro Pinotti) ci informa che questa visita ufficiale a Riad, per una serie di incontri ai massimi livelli, conferma che l’Italia guarda con grande interesse al ruolo dell'Arabia Saudita, per la stabilità della regione, e al rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due paesi. [aiuto, ndr]


E così la nostra ministra si è confrontata con il re sulla situazione internazionale e regionale e sui rischi legati al terrorismo e all'estremismo e, nel rammentare gli ottimi rapporti tra Italia e Arabia Saudita ha discusso le possibili aree di collaborazione con il nostro paese. Durante il colloquio è emersa l’esigenza comune di assicurare la stabilità alle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa allo scopo di garantire alle popolazioni di queste regioni pace e sicurezza. [aiuto, ndr]
Traduzione, sostenuta da ottimi argomenti, di Unimondo: la ministra è andata in Arabia Saudita per nuovi contratti militari.
Ma c'è di peggio: sempre il ministero ci informa che durante il meeting si è parlato dello sviluppo della cooperazione bilaterale con un focus particolare sui settori della formazione e  dell’addestramento militare; toccando, inoltre, l'analisi politico strategica e gli sviluppi della situazione nella regione, i rischi di instabilità e terrorismo.
Per confondere un po' le acque, poi, la nostra ministra ha incontrato alcune donne (esponenti del Consiglio della Shoura e della società civile saudita) con le quali ha avuto scambi di opinioni sullo stato e sulle prospettive della condizione delle donne nel Paese. 
scambi di opinioni ???  molto efficace, davvero. Non vorrai mica parlare di queste quisquilie con il re, vero; fatevi un the fra signore.


La pace è in marcia, la guerra pure; marcia militare a passo di corsa - qui un po' di dati e varie fonti per approfondire. Diritti delle donne al palo. 
Il tutto come si conviene; con buona pace della presunta sensibilità per l'equilibrio di genere millantata da questo governo.

Eppure. Chissà se la ministra Pinotti è fiera di quanto sta facendo per il mondo, in seguito alle responsabilità che si è presa.

Su twitter vola anche l'hashtag #Pinottirisponda; una domanda l'avremmo anche noi: Ministra, di notte lei dorme? 





lunedì 23 novembre 2015

Arabia Saudita: nel paese dove sono vietate le donne anche la poesia è condannata morte

Basta un secondo del vostro tempo: a questo LINK offrite una firma per la vita di Ashraf. O anche qui.
Noi, che come lui siamo vietate, stiamo con il poeta Ashraf Fayadh e invitiamo a sostenerlo con ogni mezzo - incluso rilanciare la campagna #AshrafFayadh promossa su twitter da @MonaKareem.



Si, nessuna esagerazione: ogni donna, in paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati, è una potenziale criminale; così pericolose che non è permesso loro nemmeno denunciare uno stupro. Sarà per questo che le donne vi sono in tutto e per tutto cancellate, censurate, rinchiuse, zittite, imbavagliate, nascoste: insomma: vietate. Così vietate che l'Ikea le dovette perfino cancellare dai propri cataloghi destinati alla sede saudita. E' proibita ogni libertà, sono proibiti i diritti,  e anche la poesia è proibita. Sono invece leciti gli assassini e le torture di Stato, condanne che vengono inflitte con le scuse più ignobili. Dove ogni Bellezza è vietata, perfino essere belli è una colpa imperdonabile: frustate per le donne, se dagli occhi che spuntano dai miseri buchi delle prigioni di stoffa tentano i poveri maschi innocenti, ma anche espulsioni dal paese per gli uomini, se "troppo belli".
Ed è così che un poeta può finire arrestato, frustato e condannato a morte, per la surreale colpa di "non credere in Dio". Ma quale Dio? può esistere un Dio che ispira simili condanne? molto più facilmente esistono uomini (incredibilmente tanti, purtroppo) abitati da demoni al punto di osare scaricare su un Dio la colpa delle loro efferatezze. 
Arrestato nel gennaio 2014, condannato a 4 anni di prigione e 800 frustate, il 17 novembre scorso Ashraf è stato anche condannato a morte con queste accuse: aver promosso l’ateismo con testi inclusi in una sua antologia poetica del 2008, Instructions within; e - ovviamente - relazioni illecite, mancanza di rispetto al Profeta e minaccia alla moralità saudita (e no comment su una moralità che consente condanne come questa).


Bontà sua, la  "giustizia" saudita lascerà la testa sul collo al condannato per almeno 30 giorni: questo il tempo concesso per presentare appello.
Come possiamo definire tutto questo? come, se non terrorismo? legale, ma non meno terrorista di quello illegale.
Il terrorismo islamista, dunque, non è solo l'Isis: ma per esempio un paese ricco e potente, solido "alleato" dell'Italia, grade acquirente di armi italiane (che poi in buona parte finiscono, appunto, all'Isis): l'Arabia Saudita.
Fayadh, (per sua sfortuna) nato qui da genitori palestinesi, ha 35 anni; era tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia, nel gruppo di artisti britannico-saudita Edge of Arabia di cui fa parte.
Stiamo al suo fianco, e non dimentichiamo Raif Badawi - è questo il solo modo di stare al fianco anche di tutti gli Ashraf e i Raif di cui non sapremo mai nulla.  

venerdì 12 giugno 2015

Raif Badawi: basta tacere, è ora che anche i politici raccolgano la sua voce

Oggi, 12 giugno 2015, alle 18 appuntamento davanti all'Ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma (via Giambattista Pergolesi 9). 
Perché oggi è venerdì, giornata "santa" in cui è annunciata la nuova fustigazione del giovane blogger condannato a 10 anni di galera e 50 frustate alla settimana per 1000 frustate totali (!).  E finalmente qualcuno, anche nel nostro sordo e autistico Parlamento, sente la voce di Raif Badawi. Nel silenzio generale, almeno la senatrice Laura Puppato si accorge di lui, annunciando presto una "interrogazione perché il Governo si attivi per sua liberazione".
Dice Puppato: "La settimana prossima depositerò un’interrogazione al Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni perché riferisca sulla situazione del blogger saudita Raif Badawi, condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate. La ferocia della pena, di per sé inaccettabile, non trova ancor più nessuna giustificazione, visto che la ‘colpa’ sarebbe semplicemente quella di aver criticato alcuni membri del governo arabo. Chiederò che il governo si attivi in sede all’Unione Europea perché si facciano pressioni su Ryad al fine di liberare il blogger e di ricongiungerlo alla sua famiglia ospitata in Quebec. Ho voluto portare il tema in Senato anche grazie alle sollecitazioni di molti cittadini giustamente colpiti da questa vicenda: l'Europa, e l’Italia, non possono unirsi di fronte a Charlie Hebdo e poi disinteressarsi di fronte a Raif”.

domenica 6 luglio 2014

In Arabia Saudita il diritto non esiste. Le donne sono schiave, ma con loro lo sono tutti

Quattro sorelle. Quattro figlie del Re: sono queste le oppositrici più famose del regime saudita. Quattro donne dal coraggio sovrumano. 
Quattro prigioniere, ormai da 13 anni segregate a causa della loro battaglia per i diritti umani. Ora attiva una petizione in loro aiuto.
La madre (al centro nella foto) esule a Londra; le figlie separate perfino fra di loro e soggette ad abusi. Come lo è, qualunque sia la sua condizione sociale, qualunque donna saudita, soggetta al potere assoluto dei maschi di famiglia.
Ci vogliono una resistenza e un coraggio sovrumano per non piegarsi e sopravvivere - eppure, loro, ogni tanto riescono a fare uscire da quel buco un messaggio, un appello al mondo, il più clamoroso in occasione dell'ultima visita di Obama al Re, loro padre. Ma chi le ascolta? Nessuno.

L'Arabia Saudita ha troppi soldi, troppo potere. 
Oggi L'Arabia Saudita possiede buona parte, anche, del mondo occidentale: i suoi soldi non puzzano, anche se la sua ferocia fa orrore. Perché spaventi meno, basta non parlarne. 
Su Wikipedia, per esempio, neanche un cenno alla condizione femminile (solo un lapidario cenno al dato pittoresco che le "donne non possono guidare") e tantomeno al trattamento che subiscono gli oppositori. Ad esempio, un ragazzo che affidasse una critica a internet…che fine fa? niente, solo ammazzato dieci volte a frustate e poi (se sopravvive miracolosamente) incarcerato 10 anni. Questa la condanna per Raif Badawi, e quasi la stessa cosa per Omar, di soli 22 anni. In termini di terrore e repressione l'Arabia Saudita non si fa mancare niente; contro le donne nemmeno la caccia alle streghe, con condanne capitali per "maleficio". Non stupisce dunque che le coraggiose donne della "Saudi women revolution" siano state presto zittite e azzerati tutti i loro siti. Qualche esempio della ferocia dell'Arabia Saudita, contro qualunque tipo di opposizione? Basta dare un'occhiata alle più banali notizie che giungono da quel paese - ad esempio scorrendo il tag "Arabia Saudita" sul Fatto Quotidiano. Un regime semplicemente, banalmente, totalmente, favolosamente assolutistico, come nelle più remote favole in cui il Re può tagliare la testa a chiunque in base a qualunque capriccio. Un Paese privo perfino di Costituzione (al posto della "costituzione" è il Libro Sacro stesso, la cui interpretazione è nelle mani del Re - massima guida religiosa). Un capolavoro di repressione  e totalitarismo che avrebbe fatto impallidire Goebbels - eppure qui, proprio qui, c'è il fulcro delle più importanti alleanze mondiali: dagli Usa, alla Cina, alla Russia, tutti sono amici dell'Arabia Saudita.