lunedì 2 febbraio 2015

Così parlò Mattarella: sul virus che intacca i partiti, e sul valore e la qualità dei rapporti

La politica dei cittadini ha pubblicato una parte dell’eccellente intervista rilasciata da Sergio Mattarella il 17 febbraio 1989, tre anni prima del ciclone di Mani Pulite, a Giampaolo Pansa in merito alla crisi dei partiti e, in particolare, del suo, cioè la Democrazia Cristiana. 
(…) parole molto schiette e preveggenti. Le sue considerazioni evidenziano problemi ancora parzialmente attuali nel nostro sistema politico ed evidenziano il contributo che deve venire dalla società civile se si vuole rinnovare davvero tale sistema: “Bisogna cominciare dallo stato del tesseramento. E’ molto gonfiato e questo rende dubbia la legittimità della rappresentanza nel partito. Il Chi rappresenta Chi e in virtù di che cosa. E c’è di peggio. I tanti padroni delle tessere in sede locale paralizzano la vita della DC. I leader nazionali sono prigionieri di questi concessionari del marchio democristiano. Ne nasce un rapporto inverso a quello normale: non comandano i vertici del partito, bensì i gruppi periferici che sono i veri padroni dei vertici nazionali. C’è poi un secondo male. Non è soltanto della DC, anche se noi democristiani ce ne stiamo accorgendo prima di altri. Il reclutamento dei dirigenti in periferia  avviene per linee sempre più interne: i partiti pescano i loro quadri soltanto tra i professionisti della politica già all’opera nelle correnti, nelle sub correnti o nelle istituzioni. Questo rende i partiti asfittici e sempre più distanti dal loro retroterra sociale. Infine i quadri selezionati in questo modo risultano mediocri. Anche la DC si trova in questa trappola molto rischiosa. Dobbiamo riuscire a rompere il sistema che Le ho descritto, inserendo nei partiti energie nuove, raccolte dentro la società civile. Oppure i partiti moriranno. Non abbia timore ad attribuirmi questa previsione nera.
In pochissimi anni i partiti italiani diventeranno dei corpi sempre più separati dalla società. E sempre meno qualificati. Nella periferia della Democrazia Cristiana sta già accadendo. Il virus è molto esteso. E rischia di intaccare in modo irreparabile i piani alti del partito”.
Nella sua sola intervista reperibile in rete, Mattarella parla del crescere insieme - attraverso la memoria della sua esperienza di studente e della qualità dei rapporti con docenti e fra amici e compagni di classe:



Ed ecco cosa scrive, per esteso, Gianpaolo Pansa, il 1 febbraio 2015:
Ho conosciuto Sergio Mattarella in un momento cruciale per la Democrazia cristiana e per l’area di Ciriaco De Mita, la sua corrente. I demitiani erano la tribù bianca che poteva vantare una quantità di tipi umani che non tutti i clan della Balena avevano. De Mita svettava sull’intera parrocchia. E ti catturava come pochi sapevano fare. Mi diceva sempre: «Pansa, tu non capisci i miei ragionamenti. Ma se non mi comprendi, come puoi pretendere di intervistarmi?». Clemente Mastella, il suo addetto stampa, m’incoraggiava: «Ciriaco fa così perché ti stima». Riccardo Misasi, il capo della segreteria, amava De Mita e lo riteneva il nuovo Giulio Cesare della politica italiana. Quanto a Mattarella era tutta un’altra storia.

domenica 1 febbraio 2015

Buon compleanno Teresa Mattei, buon anniversario voto femminile

#‎mestruazioni Deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». Teresa Mattei: «So che molti uomini non ragionano tutti i giorni del mese». Questo celebre scambio di battute ebbe luogo in occasione di un discorso della giovane Mattei, eletta deputata a Montecitorio, sulla necessità di ammettere entrambi i sessi alla Magistratura. Eh si; con che scuse le donne ne sono state escluse fino al 1963? e si, un argomento per cui le donne sarebbero (oltre che notoriamente più stupide degli uomini) anche bizzose e inaffidabili, e - soprattutto - oltre ad avere già da fare a spazzare e a cucinare - un argomento ricorrente era proprio quello: perché hanno le mestruazioni. Come si può affidare loro il compito di giudicare, quando sono soggette per tutta la vita, in quei giorni, a dare i numeri? del resto in Italia fino a pochi anni prima le donne erano escluse anche dal voto (ed è ancora così, tutt'oggi, in rilevanti parti del mondo). 
Il voto femminile in Italia compie oggi 70 anni. Pochi anni prima di quel 1 febbraio 1945, a soli 17 anni, la Mattei dava la maturità come privatista, preparandosi con Piero Calamandrei. Era stata infatti radiata da tutti gli istituti del Regno d'Italia per aver protestato contro la propaganda razzista in classe: esco per non assistere a questa vergogna. 
In quel 1 febbraio, nel 1945, la Mattei, che sarebbe stata la più giovane fra le Madri costituenti, compiva 24 anni; e fu senz'altro fiera di vedere quel suo compleanno coincidere con il riconoscimento del voto alle donne.
Infatti il 31 gennaio 1945, con l'Italia non del tutto liberata, e il Nord ancora sotto l'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri aveva emanato la disposizione del suffragio universale, confermata con decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbraio 1945. E così, oggi, per il voto femminile è un importante anniversario. Un voto, ricordiamolo, senza il quale l'Italia non avrebbe avuto nemmeno la Repubblica, ma sarebbe rimasta invischiata negli anacronismi della monarchia. 
Insomma oggi è una buona occasione per parlare un po' di voto femminile, a partire dall'Italia. Una battaglia di minima civiltà a cui, però, in tutto il mondo, gli uomini - i maschi - di tutti gli orientamenti politici si sono storicamente opposti compattamente, e spesso con irriducibile ferocia. 
Una battaglia che in diversi paesi è ancora in corso. Là dove è stata vinta, combatterla costò moltissimo. 
Acqua passata, per alcuni; ma sotto ai ponti fiumi di sangue e di vite distrutte: di donne generose e coraggiose, che furono ininterrottamente oltraggiate come galline senza cervello, che scompostamente starnazzavano - ah queste donne eternamente incuranti dei veri problemi..! - reclamando onori maschili, del tutto fuori dalla loro portata. Donne obnubilate e terrificanti.
Donne avvelenate fin da piccole dalla mania del potere!
Donne che avrebbero finito per pretendere di fumare in pubblico!
Donnette ridicole e odiose da mettere a tacere con disprezzo.
E in Italia? prima dell'Unità, solo in alcune regioni (Lombardia, Toscana e Veneto), e in modo molto ridotto e soggetto al controllo degli uomini, però le donne potevano in qualche misura accedere al voto, e perfino essere elette. Perciò le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, là dove alle donne non era mai stata riconosciuta alcuna vera "cittadinanza", nei giorni dell'unificazione presentarono alla Camera una petizione che rivendicava il loro diritto di voto precedente all'Unità, chiedendo che venisse esteso a tutto il paese. E la petizione era questa:
Petizione alla Camera de’ deputati 
Se Dio ha posto nell’uomo un’irresistibile tendenza alla libertà, perché nell’uso della libertà diventi migliore; se Dio benedice agli sforzi che la Nazione Italiana fa per rendersi libera, fondamento principalissimo di questo progressivo miglioramento dev’essere l’affermazione la più larga possibile dell’emancipazione della donna. I primi otto anni dell’educazione dell’uomo appartengono quasi esclusivamente alla madre. 
Considerando che sui diversi Codici delle provincie Italiane si sta elaborando un Codice unico per tutto il Regno d’Italia; considerando che nelle provincie Lombarde, dove è vigente tuttora il Codice austriaco, la donna è parificata all’uomo nella facoltà di disporre delle proprie sostanze in ogni contrattazione anche senza la tutela maritale; considerando che il Codice Albertino, § 130, sottopone, nelle antiche provincie, la donna alla tutela maritale nell’esercizio dei diritti di proprietà; le sottoscritte, Cittadine Italiane, fanno al Parlamento rispettosa istanza, affinché nella compilazione del nuovo Codice civile italiano, alle donne di tutte le provincie vengano estesi i diritti riconosciuti fino ad oggi nelle donne Lombarde. Milano 1861 (Raccolte storiche del Comune di Milano).
Furono ascoltate dai maschi innovatori, votati al progresso?
Ma naturalmente NO. Se di mezzo ci sono le donne, il coraggio dei più arditi combattenti viene meno. Ben impresso nell'inconscio di ogni maschio italico resiste, evidentemente, l'avvertimento terrorizzante di Catone il Censore, che così ammoniva i Romani: non appena (le donne) diventeranno vostre uguali, vi comanderanno


E così dal 1861, con l'avvento dell'Unità, perfino tutti i diritti di voto che erano già garantiti alle donne, almeno localmente, vennero spazzati via, e si diede per scontata la loro netta esclusione dalla vita politica. Tanto che la formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell'Italia unita si riferiva per tacito accordo di tutte le parti politiche (che erano al 100% maschili), ai soli cittadini maschi. 
A onor del vero, immediatamente dopo l'Unità d'Italia, ci furono anche uomini che si spesero perché le donne fossero ammesse al voto, beninteso non politico - solo amministrativo (da Minghetti e Ricasoli a Ubaldino Peruzzi). Fra tutti dobbiamo la nostra riconoscenza al deputato meridionale Salvatore Morelli (autore nel 1865 di "La donna e la scienza"), vero paladino dei diritti femminili, non per niente soprannominato “il deputato delle donne”; i cui discorsi e proposte parlamentari - infatti - caddero sempre nel vuoto. Ascoltata e largamente approvata, invece, la visione dell'on. Ignazio Boncompagni Ludovisi (relatore alla Camera sul progetto Petruzzi), che nel 1865 chiuse la questione sentenziando che “i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”, e dichiarando la donna non eleggibile, come gli analfabeti, i falliti, i condannati (art. 26, legge 2248 20/3/1865).
I nuovi tentativi che si ebbero successivamente da parte di altri (da Lanza e Nicotera, a Cairoli e Depretis) tutti insabbiati o liquidati con tesi come quella di Giuseppe Zanardelli che dichiara che la natura maschile del suffragio è maschile per definizione (in quanto devota all'impegno civile e politico, in antitesi con quella femminile che si occupa da sempre dell'educazione, della famiglia). O di Francesco Crispi (che pure ottenne un primo allargamento del suffragio maschile), il quale affermava non conveniente e inopportuno estendere il diritto di voto alle donne in quanto le tradizioni la vedevano ancora troppo legata alla sfera privata.
Era passato quasi un secolo dalla Rivoluzione francese. E dunque da quella Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina che così esordiva: “Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della Nazione chiedono di potersi costituire in Assemblea Nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna”. Dichiarazione che non condusse affatto a quei diritti. Valse invece alla sua autrice, Olympe de Gouges, la ghigliottina - secondo quel copione per cui, se non obbligato, nessun dominatore concederà mai nulla agli schiavi - che siano questi per razza o per genere.
E così, tra una tautologia e l'altra (la donna non può liberarsi perché è oppressa - e abituata ad esserlo, sostanzialmente), dall'Unità di Italia ci volle quasi un altro secolo, per arrivare a una conquista che, rendiamoci conto, è ancora molto giovane. Un secolo in cui le voci delle donne si fecero sempre più alte e autorevoli [qui se ne fa un rapido excursus, e vi rimandiamo anche a questa sintesi molto interessante], e senza le quali nulla si sarebbe fatto.
E oggi: fra le donne più consapevoli e impegnate ce ne sono molte che sminuiscono gli sforzi delle elette insieme agli uomini in politica. In diverse, fra noi, letteralmente disprezzano i passi istituzionali che ancora si stanno facendo con fatica - e lo fanno anche in nome del femminismo, e del fiero, e lecito, desiderio di non partecipare a partite comunque truccate. A tutte loro, e a noi stesse, non ci resta che ricordare: la strada è in salita e piena di insidie, lo sappiamo; ma se non aumentano le donne, non possiamo aspettarci altro che 1 passo avanti, e 2 indietro.
Perciò:  stiamoci vicine. Votiamo le donne, sosteniamo le donne. Confidiamo nelle donne. 
Uniamo le nostre forze, e usiamole.

Nemmeno stavolta hanno eletto una donna Presidente. Ma almeno...

E così - che strano - a eleggere una donna non ci hanno nemmeno pensato. Ma almeno, a quanto pare, hanno eletto un uomo, e non un quacquaracqua. 
Benché sia partita la corsa di chi cerca i peli nell'uovo - oppure pagliuzze negli occhi avendo travoni nei propri. Un certo Salvini, ad esempio, che fa marce coi fascisti in sodalizi che, a rigor di leggi della Repubblica, dovrebbero essere fuorilegge (e invece se ne stanno lì a ingrassare tranquilli). Bè, costui dichiara: non è il nostro presidente
E per fortuna! e chi volevi che fosse eletto, un fascista?
No, preferiamo uno che seppe dimostrare di sapersi ergere contro veri soprusi - e chissenefrega se negli stessi anni si espresse "contro la minigonna a scuola". Non è perfetto, chi lo è? ma qualche garanzia in più di tanti nomi da accapponare al pelle, che abbiamo sentito, certo la dà. Come scrive oggi Laura Caputo, l'albero lo riconosci dai frutti, l'uomo dai suoi comportamenti, e finora quest'uomo ha fatto 2 cose che ci sono piaciute - anzi 3 e che suonano come un programma: dire poche parole, ma importanti: portare un omaggio alle Fosse Ardeatine e dedicare la sua nomina alla moglie e al fratello ammazzato dalla mafia.
Bè, buon lavoro presidente. Il giorno dell'elezione non si è mancato di notare che un bell'arcobaleno si è stagliato sopra i palazzi del potere…
Speriamo ci porti fortuna. Altrove è già successo. Al presidente Mattarella, e a tutt* noi, facciamo gli auguri anche con le parole di una politica che viene dalla sua stessa terra, la Sicilia. 
Scrive Mila Spicola:
Sono solo gli ideali a iniettare fiducia nelle vene anche quando tutto è perduto. Anche se non convengono quasi mai. E ditemi voi cosa manca oggi, se non la fiducia. Gli ideali disegnano il futuro, se non si vivono vite schiacciate sul presente. 
20 anni in una cella di 3 metri quadrati, Mandela. 
20 anni blindati e poi ammazzati: Falcone, Borsellino, Livatino, Mattarella, La Torre. 
Isolato e poi ucciso: Matteotti. 
In galera per anni: Gramsci. 
Consapevolmente suicida: Leonida alle Termopili. 
No, gli ideali non convengono, ma son quelli che nutrono l’anima collettiva nei momenti più neri e fanno andare avanti individui, popoli, nazioni e Storia. Aiutano a dire no. E’ giusto sopperire ai bisogni dei popoli, meno giusto mascherare come tali mediocri convenienze. Alla lunga le semplici convenienze, singole o di parte, succhiano sangue, spengono motivazioni e bloccano la vera ricchezza di ogni persona. Annullandone l'anelito a una vita superiore. E allora io mi chiedo: cosa conviene di più in una vita se non desiderare di andare oltre la vita per motivi nobili? Se non arrendersi a una vita serenamente retta, in cui le ragioni del rigore, dell’onestà quotidiana, degli ideali siano difesi nella normalità di ogni giornata e trasmessi ai nostri figli nella verità dell’esempio, non nell’ipocrisia di un discorso? Senza il clamore dell’eccezionalità, se no si presta il fianco al pensare che agire così non sia normale, non sia atto dovuto al regalo della vita. 
La Mafia, la disonestà, il basso cabotaggio, le strumentalità del potere e l’assenso ad esso, la sudditanza conveniente che tutto giustifica e tutto sottintende, converranno sempre. Sta a noi vivere d’altro e non di convenienze, pensando che gli ideali non siano un Pantheon eccezionale bensì una regola di vita quotidiana, alla portata di ciascuno e che non sempre ciò che conviene sia bene.
Questo post è stato scritto col sottofondo dello scrutinio per l'elezione del Presidente. Il nome di Mattarella questo mi ha evocato, un tempo di ideali e di fiducia in essi. (Mila Spicola)

giovedì 29 gennaio 2015

Verso il 50e50: al Senato la democrazia paritaria fa un passo in avanti con il nuovo Italicum

Non entriamo nel merito della legge nel suo complesso, ma una cosa bisogna ammetterla: l'Italicum non è più (solo) a misura del maschio italico

Con le nuove misure (che in buona parte hanno accolto le proposte di Valeria Fedeli) donne e uomini,  nelle liste, affronteranno la competizione elettorale quasi alla pari. La nuova legge elettorale votata al Senato ha infatti profondamente riscritto il testo originario dell’Italicum.  
Le liste saranno formato al 50% da candidate e candidati che si alterneranno nell’ordine di una a uno o viceversa, pena l’esclusione della lista. Il corpo elettorale potrà esprimere oltre al voto per la lista anche le preferenze col doppio voto di genere. Chi esprimerà la preferenza per una donna potrà usare la seconda solo per  un uomo o l'inverso. Sarà bloccato ed eletto senza preferenza solo la o il capolista. Nella scelta che ciascun partito farà nell’indicare le/i capilista nessun genere potrà essere rappresentato oltre il 60%. Questo spiega il “quasi alla pari” che ho usato. E’ infatti mancato il coraggio, la volontà politica e la coerenza del 50e50 dimostrata invece con le liste, l’alternanza dei candidati e la doppia preferenza di genere.
E’ comunque un importante e positivo passo in avanti rispetto al testo varato dalla Camera, dove gli emendamenti per la parità presentate dalle deputate di quasi tutti gli schieramenti politici erano stati bocciati con il voto segreto. Richieste che le deputate prima e le senatrici dopo hanno fatto proprie grazie ad un prezioso raccordo e battaglia comune con le donne di associazioni, movimenti e gruppi. Prima fra tutte l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che raccoglie oltre 50 associazioni, gruppi e reti di donne e che si prefigge l’eguaglianza della presenza delle donne nelle istituzioni .
Le senatrici, determinate e agguerrite come erano state le deputate, sono stavolta riuscite a fare breccia nella maggioranza. L’emendamento (prime firmatarie Valeria Fedeli e Monica Cirinnà), appoggiato in modo trasversale dalle senatrici, è stato in parte recepito nel maxi emendamento presentato dalla maggioranza (prima firmataria Anna Finocchiaro) che ha ottenuto il sì dell’Aula. I fan del termine quote, possono dire, con qualche fondamento, che le attuale quote celesti del 70% in parlamento, hanno ricevuto un colpo.
Insomma il sistema elettorale proporzionale-maggioritario e con le preferenze uscito dal Senato è profondamente diverso da quello votato a marzo dalla Camera. Non solo per quel che riguarda la Democrazia paritaria. Come spiega la giornalista Angela Bianchi nel servizio di Rai Parlamento, queste le principali novità: 
La soglia di ingresso dei partiti a Montecitorio è scesa dall'8 al 3%. Così la percentuale che assegna il premio di maggioranza (340 seggi su 630) che passa dal 37 al 40%. Altrimenti c'è il ballottaggio tra le prime due liste, e non più tra le coalizioni come previsto nella prima versione. I collegi saranno 100, nei quali ciascun partito presenta una lista di 6/7 nomi. Punto di polemica è stato il capolista bloccato, nominato dal partito, mentre gli altri verranno eletti con le preferenze. L'elettore potrà esprimerne massimo due, e alternate per sesso. Se non sarà rispettata questa regola, la seconda preferenza verrà annullata. Ogni capolista potrà candidarsi in 10 collegi. E ogni partito non potrà candidare più del 60% dei capolista dello stesso sesso. Anche la scheda elettorale verrà modificata. Così come, alle elezioni, insieme al simbolo dovrà essere depositato anche lo statuto del partito. Per la prima volta sarà consentito il voto agli italiani temporaneamente, almeno da tre mesi, all'estero per motivi di studio, di cura, di lavoro. L'entrata in vigore della legge, la cosiddetta clausola di salvaguardia, è prevista il 1 luglio del 2016.
Cinzia Romano

martedì 27 gennaio 2015

La Memoria. Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e contro i diversi di ogni genere

La memoria è necessaria: dobbiamo ricordare, perché le cose che si dimenticano possono ritornare (Mario Rigoni Stern). Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e anche contro gli zingari, gli omosessuali, le lesbiche, i non-ariani: i diversi di ogni genere.
La persecuzione colpisce i diversi - e dunque le donne stesse. Che - come i gay dichiarati - sono le  diverse per eccellenza dal maschio dominatore. Riconoscere  questo tiene lontani da dichiarazioni negazioniste come quelle di chi arriva a sostenere che "il nazismo fu largamente rappresentato dai gay perché c'erano gay nazisti nei vertici" (!): no, sig. Giovanardi: i veri diversi-dal-maschio-dominatore sono i gay dichiarati e quelli non sarebbero mai stati in quei vertici; solo gli striscianti traditori di se stessi; e lo stesso vale per le donne. Perché… 
C'è dunque la memoria, e  poi c'è anche il necessario portare alla luce quello che è rimasto oscuro - per esempio la particolare brutalità che il nazismo ha dedicato - indistintamente - alle donne. E che ancora dedica loro, sempre e ovunque, come ogni ideologia autoritariaIl nazismo come l'Isis - in tutto e per tutto: alle donne le peggiori torture e la certezza dei più orrendi abusi sessuali. Dove c'è brutalità, le donne sono sempre le vittime privilegiate, poste all'apice dell'attenzione e di tutte persecuzioni. Ad esempio.
L'ordine venne da Heinrich Himmler nel 1942: istituire bordelli nei campi di concentramento nazisti. Destinati non agli ufficiali delle SS (che già godevano di altri svaghi), ma ai prigionieri. Un «premio» - questa fu l' idea, copiata dai gulag di Stalin - che potesse incrementare la loro «produttività». Tra il 1942 e il 1945 furono così creati dieci bordelli: anche ad Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Neuengamme, Buchenwald. Eppure, di questa pagina del terrore nazista, di quest' appendice non marginale d' obbrobrio del «sistema campi di concentramento» quasi nulla è stato finora pubblicato. 
Das Bordell Kz, di Robert Sommer, 35enne ricercatore cresciuto nella Germania dell' Est, è il primo vero studio sul tema. Qualcosa era già emerso, soprattutto nei primi anni dopo la guerra, quando i «bordelli», le «forzate della prostituzione» compaiono in alcune memorie dei sopravvissuti. Ma è negli anni Cinquanta, quando l' esperienza dell' Olocausto in Germania cominciò a sedimentarsi in forme di memoria condivisa - dice lo storico Hartmut Böhme - che le «schiave del sesso» restarono fuori dal canone delle «vittime» ufficiali. Né aiutò il grande sforzo di memoria compiuto dalla generazione del Sessantotto, che costrinse la Germania a confrontarsi col suo passato nazista, seguendo però altre priorità politiche. L' oblio fu il destino di queste donne. Come successe alle decine di migliaia di berlinesi stuprate dai sovietici nell' aprile-giugno 1945, rimosse per fastidio e vergogna dalla coscienza collettiva, finché il bellissimo libro Una donna a Berlino, il diario, scoperto e pubblicato da Hans Magnus Enzensberger, di una moglie stuprata a ripetizione, che neanche dopo la morte volle che venisse svelato il suo nome, diventò un caso editoriale nel 2002 [Ma ricordiamo anche, ad esempio, "la baracca dei tristi piaceri", ndr]. Sommer ha esaminato documenti in Germania, Austria, Polonia, Stati Uniti. Ha cercato le donne, ne ha trovate alcune, ma pochissime hanno accettato di raccontare. Durante la guerra, erano almeno duecento. Auschwitz arrivò a «impiegarne» 21. Non erano, in nessun caso, ebree, ma tedesche «asociali», slave, rom. 
E del resto, dalla «ricompensa» gli ebrei erano esclusi, il «piacere» era riservato a detenuti politici, prigionieri di guerra, kapò, insomma a quella che agli occhi delle SS era l' élite del lager. Per di più, gli «accoppiamenti» venivano decisi su base razziale, slavi con slavi, tedeschi con tedeschi. «Per quanto assurdo possa sembrare - dice Sommer - i bordelli facevano parte integrante dell' ideologia razziale hitleriana. Non solo, ma vi si applicavano con coerenza anche le sperimentazioni mediche, gli aborti forzati, le manie igieniste dei nazisti». 
Le ragazze, di norma, venivano reclutate nella prigione femminile di Ravensbrück, età media 23 anni. Quelle selezionate venivano nutrite, visitate dai medici, «ricostruite». Taglio di capelli e ritorno agli abiti civili: ad Auschwitz oltre alle camicette (proprie) ricevevano in dotazione anche corte gonne di lino bianco. Spesso veniva loro promessa la libertà dopo sei mesi, ma questo non avveniva mai. Vivevano nei Sonderbauten, speciali baracche con acqua calda e bidet. Ricevevano anche cibi migliori, frutta, e una porzione di carne quasi ogni giorno. Tutto nei Sonderbauten veniva regolato da una rigida burocrazia. Le visite avvenivano la sera durante la settimana, solo la domenica tutto il giorno. I detenuti prima d' incontrare le ragazze dovevano farsi il bagno, la stanza d' attesa era una sala medica, dove venivano periodicamente esaminate. 
Qui il libro, mentre riporta con dovizia di particolari la routine quotidiana, e ricostruisce dai registri, con la precisione dello storico, la vita del bordello, davvero commuove. E si capisce perché, doppiamente umiliate, uscite dai lager queste donne abbiano taciuto. «È un' altra dimensione del terrore nazista - dice Sommer - Nei bordelli si costringevano le vittime a diventare a loro volta carnefici delle donne». 
Con sistematico puntiglio - sostiene Sommer - secondo un preciso disegno. Mara Gergolet, 2009  

domenica 25 gennaio 2015

Quelle donne uccise nelle piazze delle rivoluzioni tradite, ieri e oggi

Lei si chiamava Sondos Reda Abu Bakr e aveva solo 17 anni. L'altra lei si chiamava Shaima El Sabbagh: ne aveva 34, e aveva un bimbo di 5 anni; e portava in mano dei fiori. 
Loro le hanno freddate con due colpi, si direbbe deliberatamente e a sangue freddo. Tutto ciò nell'anniversario della rivoluzione egiziana del 2011; che fu purtroppo seguita dalla vittoria dei Fratelli Mussulmani, il cui presidente, Morsi, è stato presto spodestato dal colpo di Stato che ha insediato in sua vece una giunta militare. Sono state loro le prime vittime di un anniversario che ha poi portato a un bilancio gravissimo, con molti morti e feriti.

Quella nella foto è Shaima: nell'istante in cui sta per crollare a terra morta, inutilmente soccorsa da un ragazzo che cerca di sostenerla.
L'altra lei ha solo 11 anni, è rimasta solo gravemente ferita, e non ne conosciamo il nome.
Hoda Abdel-Moneim, portavoce della coalizione rivoluzionaria delle donne egiziane, ha protestato contro i continui crimini della polizia contro le donne, e condannato la giunta militare "per l'implacabile campagna di crimini brutali contro le figlie patriottiche dell'Egitto", dichiarando alla stampa che questo omicidio a sangue freddo arriva proprio nel momento in cui, si suppone, il regime festeggia un anniversario (25 gennaio 2011) spazzato via dal colpo di stato: "il messaggio della giunta militare a tutti i rivoluzionari è dunque che il colpo di stato è stato fatto solo per uccidere e stroncare la rivoluzione, eliminando ogni manifestazione rivoluzionaria in patria, anche quelle altamente civili e dignitose, salutate come benvenute da tutto il mondo. Gli uomini e le donne della rivoluzione dovrebbero rispondere a tale messaggio persistendo nella loro attività rivoluzionaria, che da quattro anni non si placa, per eliminare tirannia, dispotismo e oppressione, e per liberare l'Egitto dalla regola militare autoritaria repressiva". 
D'accordo su tutto... Ci convince molto meno la fiduciosa conclusione di Hoda: "mentre assistiamo a sempre più crimini da parte della giunta contro le ragazze e le donne d'Egitto, tutti apprezziamo la grandezza e nobiltà del legittimo eletto Presidente, il cui messaggio al popolo di Egitto incoraggia e promuove il rispetto per le donne [???, ndr]. Ciò induce tutti a sostenere il Presidente Morsi e a fare ogni sforzo per ripristinare, a qualunque costo, la legittimità che lui rappresenta".
Che l'alternativa proposta alla giunta militare sia un Presidente pro-sharia non può tranquillizzare nessuno.. o meglio, nessuna. Purtroppo, se fatto fuori un dittatore se ne fa un altro, se quell'altro è "religioso" si cade dalla padella nella brace. Perciò - con quel che abbiamo già visto in Irak e in Siria, quel "a qualunque costo" ci tranquillizza ancor meno.
E di tutto ciò una cosa fa veramente paura: che dietro a tutto ciò ci siano affari tali, per cui gli Stati della democrazia, quelli che a parole sanno tanto bene condannare e tracciare spartiacque, veri passi di diplomazia e di pace non ne sanno fare, né vogliono e possono farne. E' questo il vero ordine di problemi con cui è ora di cominciare a misurarci.

Young Women Network invita a un incontro per imparare a parlar bene in pubblico

Giovedì 29 gennaio 2015 alle 18.30 al Vodafone Village di Milano (Via Lorenteggio, 240) si terrà un incontro sul tema Public speaking. L’arte del comunicare, nell'ambito degli incontri Young Women Network rivolti a giovani donne che vogliono migliorare le proprie risorse in ambito lavorativo.
Gli incontri sono promossi dall'associazione di promozione sociale Young Women Network (per saperne di più su YWN) con Vodafone Italia: “il rapporto di collaborazione con Vodafone è nato dall’incontro con Mariagrazia Bizzarri, Head of HR Commercial di Vodafone Italia, in occasione di un evento YWN a cui ha partecipato come speaker” dice Alessandra Bernini, Financial Manager di Young Women Network. “La partnership tra YWN e Vodafone rappresenta la conseguenza spontanea di una condivisione di valori quali l’importanza di valorizzare le potenzialità dei giovani e di sviluppare un network eterogeneo”.
Il workshop sul public speaking
Nelle moderne società della comunicazione, la forma conta quanto il contenuto. Vale lo stesso per un qualsiasi discorso pubblico: non basta curare i contenuti, bisogna anche comunicarli in modo efficace. Una competenza che non è più appannaggio solo di politici navigati e speaker professionisti, ma è ormai necessaria a chiunque: per superare con successo un colloquio di lavoro, proporre un’idea innovativa o chiedere un aumento di stipendio, per esempio.  Il workshop del 29 gennaio (promosso da YWN e Vodafone) è preceduto da un un aperitivo di benvenuto per favorire la condivisione e il networking tra le partecipanti.
Ad aprire l’incontro sarà Chiara Laudanna (Head of Organization, Development and Resourcing di Vodafone Italia), che introdurrà l’ospite Benedetta Arese Lucini. Benedetta condividerà la sua esperienza personale e professionale di general manager in una realtà dinamica e innovativa quale Uber. Partendo dal racconto della giovane manager, il giornalista e media trainer Nicola Bonaccini fornirà consigli su come imparare a parlar bene in pubblico. “L’idea è di affrontare il public speaking da due punti di vista”, spiega Teresa Budetta, presidente di Young Women Network. “Da un lato la giovane manager che, in un contesto amichevole e colloquiale, racconta la sua esperienza professionale e umana. Dall’altro, un esperto che analizza il modo di comunicare della manager, dando alle partecipanti trucchi e consigli pratici per migliorare le loro capacità di parlare in pubblico. Una competenza chiave e utilissima per le giovani donne a inizio carriera, che costituiscono il target di YWN”.
Dice Mariagrazia Bizzarri: Vodafone sostiene il talento femminile attraverso iniziative concrete di formazione e mentorship per offrire alle donne la possibilità di lavorare sull’autoconsapevolezza e sul proprio percorso di carriera. L’attenzione al gender balance per noi rappresenta un vantaggio competitivo che facilita il raggiungimento degli obiettivi di business”.