sabato 13 ottobre 2018

Aborto, sicari, civiltà. Una riflessione di Luisa Muraro sulle ultime, controverse, parole del Papa

Non stupisce, ovviamente, che un religioso debba fermamente respingere il concetto stesso di aborto; ma ultimamente il Papa ha detto parole che sono state interpretate come un durissimo attacco alla regolamentazione dell'aborto, nonché offensive per i pochi che resistono nel tentare di far rispettare una legge dello Stato sempre più attaccata e isolata, mentre le donne rischiano di ricadere nel risucchio dagli orrori dell'aborto clandestino.


Un bel dilemma, quello dell'aborto, qualcosa che chi ha una vera coscienza non può risolvere con la semplificazione moralista. Né con i giudizi con l'accetta. E qui la faccenda, riguardando la capacità riproduttiva stessa e la autodeterminazione delle donne, è ancora più complessa, e sempre in modo molto attento occorrerebbe rifletterci sopra. E' uscito ieri, sulla Libreria delle donne, un commento di Luisa Muraro; lo sottoponiamo dunque anche alla vostra riflessione. Scrive la Muraro:
Il Papa insegna regolarmente il catechismo cattolico e lo fa con tutta la libertà e l’autorità che vanno riconosciute ad ogni insegnante. Anche lui, come gli altri e le altre che lo fanno, lo fa più o meno bene. Arrivato al quinto comandamento, Non uccidere, il papa ha parlato del valore della vita e ha detto: la vita è aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l’uomo, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto, e da tutti i sistemi che sottomettono l’esistenza umana a calcoli di opportunità, mentre un numero scandaloso di persone vive in uno stato indegno.
Subito dopo si è messo a parlare del problema dell’aborto.
Il problema dell’aborto esiste, le donne lo sanno. Ma era questo il momento e il modo giusto per parlarne?
Le parole usate dal papa suggeriscono una parziale giustificazione della sua scelta. Ha detto: «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema». Forse non sta parlando dell’aborto in generale ma di un ulteriore problema che si sta ponendo ai nostri giorni. Sta diventando possibile tracciare il DNA del feto con l’analisi del sangue materno, e diagnosticare così la possibilità di futuri problemi di salute nella creatura nascente. In caso di diagnosi infausta, la futura madre (e non lei soltanto) si troverebbe in una drammatica situazione.
Apro una parentesi: chiamo futura madre la donna che, trovandosi incinta, ha detto sì, ci sto. E così, con la sua accettazione, il progetto di vita che è l’embrione si è convertito in un progetto di vita umana. La dottrina cattolica non fa questa distinzione, che invece è di primaria importanza e che io mi autorizzo, in ipotesi, ad attribuire al papa.
Domanda: quando il papa dice «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema», si rivolge alla futura madre per convincerla a restare fedele alla sua iniziale accettazione nonostante una diagnosi infausta? Risposta: sì e no.
Se fosse semplicemente sì, sarebbe come non avere idea del vissuto di una donna che si scopre incinta di una creatura (la sua creatura!) che è più o meno gravemente malata. Sarebbe metterla in croce, cosa che la morale sessuale cattolica ha già fatto in un passato che speriamo sia veramente passato. Sarebbe, insomma, una risposta non umana né cristiana.
Sì e no, ho detto. Le parole citate sono rivolte alle donne, ma non alla singola lasciata sola e neanche lasciata sola con la sua dottoressa per tentare una decisione che fatalmente andrà sul piano inclinato della salvezza personale, a meno di un’impennata eroica che io non raccomando a nessuna. Le parole sono rivolte a una donna inserita in una civiltà degna di questo nome, dove le possibilità offerte dalla conoscenza non sono comandate dal profitto e dal successo ma hanno il tempo di maturarsi nella ricerca del meglio per sé e gli altri, mai l’uno senza gli altri.
Uno scienziato francese, impegnato in queste ricerche, ha detto: siamo premuti dagli investimenti privati in cerca di profitti; questa, che si annunciava una promettente rivoluzione scientifica, sta mutandosi in una rivoluzione sociale che va troppo in fretta (fonte: Le monde, Science & Médecine, 26 settembre 2018). 


Accade così che le persone singole siano prematuramente caricate di scelte funzionali non al bene comune dei più, ma al profitto dei meno. Penso in primo luogo alle donne, perché si tratta, ancora una volta, di loro e del potere di dare la vita
Esattamente questo, infatti, è capitato con la PMA, la procreazione medicalmente assistita, che ha fatto da strumento per il business della cosiddetta GPA, come ho scritto sul Sottosopra intitolato Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda, al seguito degli studi di Laura Corradi e di tante altre femministe.
Se la mia lettura si avvicina al vero, nel catechismo del papa non c’è stato un brusco passaggio dalla critica dell’ordine, anzi disordine dell’economia globale, al problema dell’aborto; non c’è stato l’uso pretestuoso della sofferenza dei molti per una condanna dell’aborto, come tanti giornali hanno inteso in buona o cattiva fede. L’insegnamento del Non uccidere riguarda anche l’aborto, sì, ma solo per dire che per essere buoni ci vuole una civiltà e che, oggi, questa necessaria civiltà della convivenza sta venendo meno.

venerdì 28 settembre 2018

Fermati, ascolta, danza. Settimana della DanzaMovimentoTerapia APID

di Simonetta Ottone • Nei prossimi giorni si svolgerà in tutto il paese una manifestazione che coinvolgerà migliaia di persone in ogni ambito e che metterà in movimento tantissime donne: è la settimana (qui il programma) della DanzaMovimentoTerapia.
Le iniziative dell'Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia (APID, che conta al suo interno centinaia e centinaia di donne e qualche preparatissimo uomo) vedono spesso la partecipazione di donne che trovano in quest'attività un'ottima risposta al loro naturale desiderio di evoluzione e benessere; invitiamo dunque tutte a partecipare: QUI l'evento su Facebook a cui aderire e da far girare.

Saranno giornate di luce aperta: davvero tante le iniziative in programma, e soprattutto interessanti, originali, coraggiose! Quest’anno siamo di più, in più parti del paese: nuove Regioni si sono mobilitate e nuove realtà si vanno ad aggiungere al già lungo elenco di chi organizza questo appuntamento d’inizio autunno.
Sui nostri canali web trovate tutto ciò che succederà nella prossima settimana, soprattutto i luoghi e i titoli delle iniziative, perché tant* sono le/i soci* che mettono a disposizione la loro professionalità, il loro tempo e la loro energia, in una mobilitazione generale che va oltre i nomi e le appartenenze personali.
Le/i professionist* della DanzaMovimentoTerapia APID sanno lavorare insieme, sono punto d’incontro tra realtà istituzionali, realtà del privato sociale, enti pubblici e privati, perché per tutt* l’appartenenza è ad un solo mondo:
quello della Danza, quello del Movimento, quello della Terapia, tre parole di tre mondi inscindibili.
Perché si sa, l’Arte unisce prima di tutto il resto e ciò che produce avrà risvolti globali, in primis in ambito culturale e scientifico, perché la Danza ed il Movimento sono una straordinaria sintesi, velocizzano metabolismi in ogni parte di Noi e si fanno promotori di Salute in ogni ambito della società.
Le iniziative vertono su quadri tematici decisivi, su cui APID sta lavorando da tempo:
Embodiment e violenza di genere
Embodiment, trauma e resilienza
Embodiment, inclusione sociale e intercultura.

APID in più di venti anni ha portato questa straordinaria sintesi in Italia, svolgendo un’azione di avanguardia costante, in rapporto alle istituzioni e ai vari settori dell’Educazione, Riabilitazione, Prevenzione, Ricerca. Si inizierà Domenica 30 Settembre con Legami, il flashmob della DanzaMovimentoTerapia: inviteremo al silenzio e all’ascolto della pulsazione, ci guarderemo l’uno nell’altro con un augurio: Fermati, Ascolta, Danza.
Da Catania, a Palermo, Pescara, Napoli, Reggio Calabria, Perugia, Spoleto, Roma, Frosinone, Grosseto, Livorno, Firenze, Pontedera, Genova, Padova, Vicenza, Novara, Monza, Milano, Torino e decine e decine e decine di province e territori sparsi nelle periferie più preziose per fantasia, originalità e coraggio. Una manifestazione che assurge ad auspicio e invito a unire idealmente tutto il paese, in tutti i suoi “pezzi, belli e diversi”, in un movimento forte, pieno di vita, bellezza e idee!

domenica 26 agosto 2018

Stalking a Cosenza: una storia di impunità, una donna che non si arrende

La violenza non è solo uno schiaffo o portare dei lividi corpo, è molto di più: è vergogna, è paura, è ansia, è timore di non essere compresi, è timore di non essere creduti; è, sopratutto, la consapevolezza di scontrarsi con un muro di gomma quale l’omertà e sapere che chi è preposto ad aiutarti non lo farà.
Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l'omertà intorno a te, ma l'omertà e l'abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto... quella proprio no, non la si può accettare.


Da anni, tramite articoli e campagne varie si sensibilizzano le donne, che subiscono silenziosamente violenza, incoraggiandole a uscire dal silenzio, a farsi coraggio e soprattutto a fidarsi e affidarsi alle Istituzioni, denunciando chi, senza rispetto per niente e per nessuno, fa leva in modo vigliacco su stati di ansia e paura.
E poi? Cosa succede? Difficile immaginarlo se non hai toccato con mano ma io si; lo so bene. 
Io voglio raccontare la mia storia e nello specifico cosa succede: varchi la soglia dell'Istituzione alla quale decidi di chiedere aiuto e tutela, dopo un'enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere, con un senso finalmente di sollievo e pensando che ti accoglieranno dandoti tranquillità, serenità e un senso di protezione.
E invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili. Vorresti sentirti dire: tranquilla, ora ci siamo noi. Invece trovi scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarti, sguardi solo di curiosità, nessuno che ti dà il beneficio del dubbio. Con poca professionalità e poco tatto sei sbattuta da un ufficio all'altro; nonostante tu abbia appreso, dalle varie campagne di sensibilizzazione, che c’è un ufficio con gente che dovrebbe occuparsi solo di te, creato solo per quello, la tua richiesta scritta passa da un dipendente all'altro, il quale, dopo aver letto, guarda caso, non è mai l'addetto preposto ad apporre una semplice firma e un protocollo sulla tua denuncia/richiesta di aiuto.
Non c'è una persona alle 9.30 del mattino, a metà  settimana, ad accogliere una donna che chiede aiuto; non c'è una sola persona che ti fa accomodare in un ufficio, ma attendi nei vari corridoi mentre oltre 15 impiegati a turno si fanno il passamano della tua richiesta di aiuto, facendo ognuno le "opportune" chiamate di rito (a non so chi!), allontanandosi da te, o chiudendo la porta davanti a te, che attendi sempre in piedi nel corridoio.
Alla fine delle sterili consultazioni nessuno vuole apporre una firma; fino a quando, esasperata e chiaramente offesa e infastidita, con voce ferma pretendi un protocollo sulla ricevuta della tua richiesta.
Vai via demotivata, incredula e delusa dalla mancanza di accoglienza, dalla leggerezza con la quale viene gestita una richiesta di aiuto per violenza di genere; dovrai attendere il mattino seguente l'invito a ritornare per firmare un “verbale di ratifica” che poteva essere compilato il giorno prima con meno disagi.
Inizia cosi una triste e anomala vicenda, con un finale vergognoso che racconterò sommariamente, dovendo per privacy, omettere nomi e alcuni episodi.
Malgrado la copiosa documentazione allegata alla richiesta depositata, la persona segnalata, che per inciso porta una divisa, incurante della tua denuncia ha continuato ad assillarti per oltre 15 giorni. Finché tu, sempre più incredula e scoraggiata, ti rivolgi nuovamente all’Autorità e, integrando la documentazione con le prove dei contatti successivi, chiedi, sempre con più timore, che questo soggetto sia chiamato e allontanato da te.
Malgrado la documentazione e una molteplicità di allegati forniti, le indagini per attestare che sei insistentemente infastidita e perseguitata continuano e durano ancora per ben 4 mesi, alla fine dei quali arriva finalmente “l'inevitabile" provvedimento amministrativo richiesto.
Provvedimento al quale lo stalker, come da sua facoltà, fa ricorso al TAR e questo, con sentenza abbreviata emessa nella stessa mattina della prima udienza, lo rigetta, quale chiaro segno di non fondatezza.
Allora tu pensi finalmente è finita! Malgrado tutti gli ostacoli ho fatto bene a denunciare!
Ma immediatamente  il penoso e vergognoso epilogo: dopo soli 20 giorni dall'ordinanza del TAR, lo stalker chiede nuovamente la revoca del provvedimento all’Autorità che lo ha emesso, benché il TAR si sia opposta al suo annullamento. E, udite udite: la ottiene.




E perché? Le motivazioni di revoca, praticamente, sono che ha fatto il bravo per 6 mesi (4 dei quali nel periodo in cui duravano le indagini + il mese del suo ricorso al TAR).
Ma se è vero che solo 20 giorni prima la stessa Autorità si era fermamente opposta  all’annullamento del provvedimento, mi spiegate che senso ha?
Donne: denunciate. Denunciate! Non abbiate timore: così si legge; ma la realtà è diversa. Mentre sarete costrette a difendervi a spese vostre, nonostante gli atti persecutori si gioca con la vostra dignità, con il vostro dolore e la vostra sofferenza, si calpestano i vostri diritti. 
Si, denunciate; ma soprattutto: attenzione a chi denunciate! 
Sappiate che ci sono categorie di uomini che si possono denunciare e altre categorie che non si toccano.
Non ci sono parole per definire questa vicenda e spero che qualcuno se ne vorrà interessare; è a disposizione un'ampia documentazione a riprova di quello che sostengo.
Perché, a prescindere dalla mia vicenda personale, non è accettabile che ancora oggi nelle Istituzioni (dove ho anche incontrato rari esempi di persona splendide), ci siano simili vergognosi comportamenti che, così operando, non solo non tutelano chi denuncia, ma avallano, coprono e dunque autorizzano persone malate a ledere la libertà altrui. 
Alle Istituzioni dico: prima di avviare campagne di sensibilizzazione alle vittime di violenza sensibilizzatevi voi! Perché siete ancora ben lontani dai concetti di rispetto e libertà. 
E io devo continuare a difendermi da sola.
Cosa che continuerò a fare: mi hanno deluso, ma nelle istituzioni voglio continuare ad avere fiducia; per questo farò a mia volta ricorso al Prefetto. Come diceva Giovanni Falcone lo Stato siamo noi e la giustizia la dobbiamo pretendere. 
Grazie a tutte e tutti coloro che vorranno sostenermi.
D. B., vittima di stalking a Cosenza

venerdì 10 agosto 2018

Cara Ida Faré

30 anni fa (anzi 31), un colloquio tra un uomo raffinato e intelligente, gentile e dotato di sense of humour, e una donna delle stesse qualità: sono Primo Moroni e Ida Faré.
Il tema affrontato è l’insicurezza maschile, e le reazioni nei maschi, di fronte alla comparsa del movimento femminista nei decenni precedenti e al crescere dell’autodeterminazione femminile.


Entrambi non ci sono più; lui fine intellettuale e notissimo libraio, ci ha lasciati nel 1998, lei architetta e docente al Poli di Milano (dove animò il Gruppo Vanda), antropologa e scrittrice, madre di 3 figli, se n'è andata proprio ieri: l’8 agosto 2018.



Cara Ida, che sei sempre stata vicina alle donne, seminando conoscenze e intelligenza, ti dedichiamo questo ricordo con riconoscenza; augurandoci che tante e tanti vorranno approfittare di questo prezioso documento, meditarlo e farlo conoscere.

mercoledì 8 agosto 2018

Tutti maschi, solo maschi: il potere che odia le donne si manifesta

C’è qualcuno (Michele Serra, oggi su Repubblica) che pone finalmente attenzione alle falangi di maschi di razza bianca che si concentrano contro le donne. Una scena che diventa sempre più comune in qualunque paese occidentale, in cui alle battaglie femminili si oppongono forze che diventano sempre più aggressive.


Si, se nei paesi musulmani ci pensano l'integralismo e le figure che se ne servono (dagli ayatollah agli Erdogan), se oltreoceano ci pensano i suprematisti bianchi, da noi lo fanno i fascisti e i leghisti, e quel mix che inizia a farsi chiamare “sovranista”.
Dice Serra che, per non cadere nei luoghi comuni, debite differenze storiche, territoriali, politiche vanno sicuramente fatte. Vero. Ma il filo comune di una feroce misoginia accomuna i partiti che, compattandosi dietro nemici confezionati ad arte, scatenano guerre fra poveri sventolando bandiere ipocrite di simulacri religiosi usati solo a simbolo del tradizionalismo, e quelle vergognose di razzismo, sessismo e omofobia.
Fra i cosiddetti “valori” dei loro supporter Serra nota opportunamente che c’è un “vigoroso, quasi festoso anti-femminismo, come se qualcuno avesse finalmente levato il coperchio al pentolone ribollente della frustrazione maschile. Questo ultimo aspetto (il revanscismo maschile) è esplicito nel caso di Pro Vida e di tutti i movimenti analoghi, per i quali l’autonomia del corpo femminile è un attentato non alla vita (come dice una propaganda che di fronte all’aborto clandestino non ha mai fatto una piega) ma all’ordine patriarcale. Ma sarebbe il caso di considerarlo più estesamente, più attentamente, come una delle componenti fondamentali della grande revanche della destra politica (comunque la si voglia chiamare) in tutto l’Occidente”.
C’è, evidentemente qualcosa di molto profondo e sostanziale, continua, “a provocare tutte queste adunate di maschi in posa da maschi: e questo qualcosa è l’autodeterminazione delle donne in sé, della quale l’interruzione di gravidanza è una delle pagine più complicate e più inevitabili, con la legalizzazione a fare da discrimine secco tra un prima di sottomissione e un dopo nel quale le scelte della femmina contano, scandalosamente, tanto quanto quelle del maschio. 
Se vale l’ipotesi che siano l’insicurezza del maschio e la sua disperata voglia di rivincita, uno dei motori delle nuove destre in marcia [si, vale, ndr], allora andrebbe percentualmente ridimensionata l’influenza che la crisi economica ha sull’aggressività montante da un lato; e sulla crisi della democrazia dall’altro. È un’influenza oggettiva, quella della crisi economica, e di grande rilievo: ma se ne parla sempre come dell’unica benzina che alimenta il motore delle destre nazionaliste, insieme all’additivo, potente, della paura dello straniero
Molto meno si parla del brusco processo di respingimento, sia esso cosciente o istintivo, che le donne subiscono all’interno degli assetti del nuovo potere
Del trionfo di quella quintessenza del maschio alfa che sono i nuovi leader populisti, i Trump, i Putin, gli Erdogan, giù giù fino a Orban e Salvini; della pallida presenza femminile (anche a sinistra...) negli ultimi scorci – così decisivi – della politica italiana; degli undici maschi su undici nello staff social di Matteo Salvini; della presenza marginale, e quasi mai menzionata, delle donne nel nuovo agone mediatico, che sembra costruito a misura di maschio a partire dalla vocazione all’insulto, alla sopraffazione, alla prova di forza che soppianta ogni dialettica e ogni riflessione”. 
Finalmente qualcuno si decide a dirlo, fra i commentatori “ufficiali”. Qualcuno, peraltro, che scrive su un quotidiano anch’esso gravemente soggetto (quanto tutti gli altri), alla sindrome del #tuttimaschi
Nel panorama politico di donne-maschi purtroppo ce ne sono, a partire dalle esecrabili Le Pen; e anche tantissime donne, con i loro voti, continuano a nutrire chi rema contro di loro. Vero anche che tantissimi uomini combattono per il bene di tutti e per la pace.
Ma è ora di riconoscere che l’ “organismo collettivo femminile”, nel suo insieme, si muove sempre più verso la democrazia, l’equilibrio fra i diritti, la cura dell’ambiente, la ricerca di soluzioni comuni; mentre c'è un “organismo collettivo maschile” che si rifiuta di guardare ai veri problemi del mondo, agisce in favore dei privilegi e resta ancorato alla guerra. 
Ne è un’immagine simbolo il confronto fra due famose foto di firme a provvedimenti: in una si vede Trump, con il suo staff interamente maschile, che taglia aiuti alla strutture sanitarie che offrono informazioni sull’aborto e sulla pianificazione familiare, l’altra mostra la ministra svedese Lovin, con le sue più strette collaboratrici, che firma un impegno alla riduzione delle emissioni che (parole sue) sancisce una nuova era nelle politiche svedesi sul clima.

La guerra imposta ai sessi dal patriarcato sta venendo a galla in tutte le sue implicazioni politiche: l'atavico conflitto del maschile contro il femminile che è alla base di tutti gli sfruttamenti in modo più primordiale (come ben sottolineava Engels) e ancor più feroce della lotta fra le classi.
Di tutto questo bisognerà parlare più a fondo e parlare di più.

Per inciso; collegata a questo tema ci sembra un'altra notizia di oggi: quella della incredibile guerra dichiarata dal vicesindaco leghista di Trieste, nonché assessore ai Grandi eventi (guerra pienamente sostenuta dal governatore leghista della Regione e dai vertici del partito), contro il manifesto per il 50enario della Barcolana, la regata più frequentata al mondo che, a Trieste, festeggia quest’anno il suo cinquantenario. 
E perché? bè, nel manifesto appare l’artista Marina Abramovic, una bandiera in mano con il monito: siamo tutti sulla stessa barca.
Non sia mai! attacco alla Lega! La delirante definizione del vicesindaco è «un manifesto che fa inorridire, diffuso proprio mentre il ministro degli Interni Matteo Salvini è impegnato a ripulire il Mediterraneo». 
E, a parte il delirio di una simile affermazione, il manifesto è stato creato a gennaio, dunque ben prima delle elezioni (e della triste situazione che ne è seguita). 
Ma non importa; con l’ignoranza censoria e con le code di paglia che vanno a fuoco non si discute; e così, democraticamente: o il manifesto sparisce oppure verranno negati i 30.000 euro di finanziamenti già decisi, i permessi per l’occupazione del suolo pubblico, la sicurezza e la partecipazione delle Frecce Tricolori.


Il presidente della Barcolana aveva ben chiarito che “il poster lancia un messaggio universale per salvare il mare e dunque la terra”. Bravo ora ad affermare: “Non solo non sarà censurato, ma rifarei la stessa scelta perché la nostra regata, oltre che una festa di sport che vede campioni e principianti sullo stesso piano, è anche un evento culturale. Non voglio alimentare polemiche, ma a Marina Abramovic dobbiamo dire grazie perché ci ricorda che oggi ogni problema va affrontato insieme. Salvare il pianeta non è secondario e sul fronte dell’umanità siamo davvero tutti sulla stessa barca”. 
Grazie agli uomini come lui, e come Serra, e a tutti gli altri che sulla barca con noi donne (e con l'umanità intera) ci vogliono stare.

giovedì 26 luglio 2018

Roma Capitale contro le donne: revoca immediata della concessione alla Casa Internazionale

Vergogna, ignoranza e la solita vigliaccheria di tirare affondi alla chetichella: in quel vuoto che si crea sull'orlo delle vacanze. Ecco come disinvoltamente si cancella a Roma anche la storia e la cultura del movimento delle donne in Italia. E colmo dell'ironia ci voleva la "prima sindaca di Roma", una donna! per fare questo scempio? Su questo punto viene proprio da dare ragione a Natalia Aspesi, che scrive: care donne, vi propongono di spartire il potere? non cascateci! il potere che ci tocca è solo una presa in giro.


Dopo tante promesse di garanzie, e di voler dare alla storia della Casa il suo giusto valore, è stato invece scelto il giusto momento per cancellarlo: giusto giusto in vista delle chiusure di agosto viene respinta in toto la memoria consegnata dalla Casa a fine gennaio 2018, proposte di riduzione del debito comprese. 
Nel corso dell’incontro tra il direttivo della Casa e le assessore Castiglione, Baldassarre e Marzano, con la consigliera Guerrini, l’assessora Castiglione ha infatti annunciato la revoca immediata della Convenzione che regola il rapporto fra la Casa internazionale delle donne e Roma Capitale. Eppure era stata proposta una transazione per chiudere la questione del debito. L'attacco della giunta di Roma alla Casa, con tutte le attività e servizi erogati dal Buon Pastore, è un attacco diretto al femminismo e alla vita associativa della città. 
Un attacco che invece lascia indenni situazioni (e non discutiamo in merito alla loro qualità) ben più gravi sul piano economico; come riporta correttamente l'Espresso: il palazzo sede ufficiale di CasaPound è un edificio pubblico occupato senza titolo dal 27 dicembre 2003. In più di 14 anni neanche un tentativo di sgombero. E non si tratta di un appartamentino popolare in uno dei quartieri periferici (..). Si tratta invece di 60 vani, almeno una ventina di appartamenti in una zona dove i prezzi di mercato sono tra i più alti di Roma. Sei piani, una quarantina di finestre con affaccio sulla centralissima via Napoleone III, una terrazza con vista mozzafiato. Una sala per gli incontri politici all’ultimo piano dove ospitare presentazione di libri, conferenze stampa e confronti in diretta streaming con le star del giornalismo. Il Grand Hotel dei neofascisti non ha prezzi popolari. «Un appartamento normale per una famiglia con due camere da letto in via Napoleone III? Non meno di 1.100 euro al mese», spiega all’Espresso una agenzia immobiliare di piazza Vittorio. Un valore sul mercato degli affitti di circa 25 mila euro al mese - includendo anche gli spazi per le iniziative politiche - 300 mila all’anno, più di quattro milioni nei 14 anni di occupazione abusiva. Soldi che ha perso il Demanio, ovvero lo Stato, proprietario dell’immobile. Il Comune di Roma nel 2007 aveva inserito il palazzo in una lista di occupazioni da parte di famiglie in emergenza abitativa. Nell’aprile del 2016 il commissario straordinario Francesco Tronca aveva compilato una shortlist di 16 immobili da sgomberare, rispetto ai quasi cento edifici occupati abusivamente nella capitale. La sede di CasaPound, però, era inclusa in una più ampia lista, non interessata in quel momento da operazioni di sgombero. La decisione su questi altri immobili era rinviata a «successivi provvedimenti». Da allora nulla è accaduto, qui. 
A maggior ragione è grave e inspiegabile questo accanimento contro la Casa delle donne, e dunque a tutte le donne di Roma.
Rilevando che questa revoca senza appello avviene proprio alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese, le donne della Casa presenti alla riunione (la presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi, Loretta Bondì), hanno dichiarato che faranno "opposizione a tutto campo"; e chiedono il sostegno di tutte e tutti; ove possibile anche con un contributo economico [qui l' IBAN: IT38H0103003273000001384280].

martedì 24 luglio 2018

Il mondo brucia. Dichiarare l'emergenza ambientale globale

Atene oggi brucia (domani sarà la California o l'Amazzonia!) perché il mondo brucia. Incendi dolosi, l'estremo calore fa il resto. Corruzione + riscaldamento globale: in fondo 2 facce della stessa medaglia. Svegliamoci: anche Atene va a fuoco non per caso: ma perché il pianeta nel suo insieme sta bruciando e annegando
A causa del riscaldamento globale brucia perfino il Polo Nord; brucia il nord del mondo dalla Svezia alla Lapponia. Ma solo l' 1% degli incendi è causato "dai fulmini": la causa di tutti gli altri è l'uomo. Come Cassandre che gridano nel deserto, gli ecologisti lo dichiarano da quando esiste la parola ecologia: non c'è più tempo. Bisogna agire subito. Agire drasticamente per proteggere il pianeta, contro la corruzione e contro i danni ambientali causati da corruzione e ignoranza.
Oggi tocca alla Grecia: già oltre 70 morti accertati fra le persone, ma se ne temono oltre cento; una catastrofe immane per perdita di animali e di foreste, interi borghi distrutti; ma tutto ciò non è un "disastro naturale".


Periodicamente da qui lo gridiamo; ad esempio lo avevamo dichiarato già in un post dedicato alle alluvioni - che sono l'altra faccia degli incendi. E in questo video del 2013 di chiamata urgente delle donne per il clima:

Poiché esiste uno Stato di Emergenza Climatica e Ambientale Planetario, se avessimo dei politici che, invece di fare zuffe per il proprio piccolo potere personale, sanno vedere e ascoltare, sarebbe già dichiarato da un pezzo lo Stato di Emergenza Ambientale globale.
E qui lo ripetiamo. Quando fin dagli anni Settanta chi sapeva vedere già iniziava ad avvertire cosa sarebbe successo, la replica più frequente era: si! a sentire gli ecologisti, fra 20 anni.. Poi venne il tormentone le stagioni non sono più quelle di una volta - anch'esso con sfumatura ironica, come fosse la solita cazzata assurta a neo-luogocomune. Ma in realtà, le "allarmiste" previsioni ecologiste erano molto ottimistiche: si sono avverate tutte, ma in peggio. Le ecologiste (si, donne in prima fila) e gli ecologisti sono ancora lì - ci sono sempre stati - ma nessuno li ascoltava allora e nessuno li ascolta adesso. Eppure l'Emergenza Climatica Planetaria non la stiamo inventando noi Cassandre, è un fatto accertato; e non solo perché dichiarato dall'Onu e anche dal Papa. E' chiara da tanto a chiunque capisca di territorio e, francamente, a ognuno che abbia un cervello. Dunque, se esiste una emergenza planetaria, ogni governante che abbia cervello dovrebbe dichiarare l'emergenza nazionale; e, tutti insieme, gli organismi internazionali dovrebbero dichiarare l'emergenza ambientale globale: questa è la priorità, il vero nemico; non le miriadi di pretesti trovati da tutti per far nuove guerre, contro la Terra e contro i poveracci.
E invece no; non vorremo mica allarmare le masse. Meglio trovare piccoli nemici contro cui è più facile convogliare la rabbia; meglio costruire muri.
Così quel che ci allarma più di tutto è l'irresponsabilità con cui, dove si decide, si continua a far finta di nulla, dedicandosi a zuffe infami. E là dove non si fa finta di nulla, e si lanciano allarmi, anche là si fa un doppio gioco.
Perciò da qui, siamo solo un sussurro che grida nel deserto, ma ancora noi lo chiediamo: serve dichiarare lo Stato di Emergenza Ambientale permanente, con tutto quello che ne consegue.
Cari politici, ma di quale crescita stiamo parlando? basta: smettete di promettere la luna, svendendo la Terra. 
Alla luna che promettete è ridicolo credere. Vogliamo invece la Terra: qui, e ora; la vogliamo perché non è nostra, ma degli esseri viventi presenti e futuri, dei nostri bambini e dei loro bambini.