sabato 21 novembre 2015

La risposta della guerra: un appello a tutte le politiche e alle parlamentari donne

Care amiche politiche: fatevi sentire, là dove si decide, promuovete politiche produttive e sensate contro il terrorismo e le guerre.
Vi chiediamo di ascoltare quanto si dice nel pezzo che trovate a questo LINK [tenendo possibilmente conto delle fonti a cui, anche, vi si rimanda] e poi, soprattutto, di dire la vostra

Gli approcci tradizionali alla soluzione dei conflitti (quelli in cui i gruppi armati si incontrano a porte chiuse per produrre a ripetizione brevi tregue) falliscono definitivamente, di fronte alle guerre contemporanee. Negli ultimi dieci anni il numero dei conflitti armati è molto aumentato; nel 2014 il mondo ha versato il più alto tributo di morti in battaglia dai tempi della Guerra Fredda. Intanto cresce sempre più la richiesta di approcci inclusivi, quale nuovo mezzo per affrontare queste sfide. 
In tutto ciò ancora in pochi capiscono il pieno impatto della partecipazione delle donne sui risultati per la pace e la sicurezza. 
Su questo tema i nostri (già carenti) politici dovrebbero attrezzarsi di più; rimandiamo QUI i più volonterosi: vi troveranno preziosi riferimenti di studi su cui approfondire.
Molto utile anche la breve sintesi a questo LINK: che, basandosi sui dati esistenti, mostra come, se le donne possono influenzare nelle loro comunità le decisioni e riescono a governare iniziative contro l'estremismo, aiutano immancabilmente a prevenire i conflitti, creano pace e sostengono la sicurezza dopo la fine di una guerra.
[Sul tema "Isis" in particolare vedi anche, ad esempio: la resistenza di Kobane contro Isis • ma anchela resistenza delle donne contro l'Isis].

Che con le donne si alzino le probabilità di risolvere le crisi senza ricorrere alla violenza è un fatto. Ci sono prove schiaccianti che l’empowerment femminile e la parità di genere sono strettamente associati con la pace e la stabilità nella società. Vi chiediamo dunque di usare tutta la vostra voce, tutto il vostro potere.
Chiamiamo a raccolta tutte le donne a questo compito - particolarmente se attiviste e giornaliste, ma voi, politiche ed elette, più di tutte, perché è nelle vostre mani la responsabilità più grande.

mercoledì 18 novembre 2015

Mariana è una Fukushima del Brasile: l’ennesima tragedia dell’avidità che grida vendetta

Due dighe hanno ceduto il 5 novembre in Brasile, causando morti, dispersi e il peggior disastro ecologico nella storia del paese, le cui conseguenze sono talmente gravi da essere anche, al momento, impossibili da valutare. Ma non è tutto: altre 2 sono a rischio di fare la stessa fine, e perfino la Samarco Mineração, che irresponsabilmente e strenuamente, negava ogni pericolo, ieri (martedì 17 novembre) ha ammesso che, per le forti piogge, nuove strutture potrebbero cedere.

La Samarco Mineração (che riunisce i giganti minerari Vale SA e BHP Billiton), proprietaria della miniera che ha causato il primo disastro, non aveva nessun piano di monitoraggio né ha mai dato alcun preavviso di pericolo (come rivela Nilo Davila di Greenpeace Brasile); non solo! ma poiché nei giorni precedenti il crollo c'erano state piccole scosse di terremoto, la società aveva comunicato che i suoi tecnici avevano fatto ispezioni "senza rilevare niente di anomalo". Un'ora dopo questa dichiarazione è scoppiato l'inferno. E anche ora la Samarco peggiora la situazione, dichiarando che la marea di fango che ha travolto tutto “non è materiale tossico”. Biologi ed esperti ambientali sono unanimi, invece, nel dichiarare che è pericolosissimo; molti animali domestici e selvatici, oltre a tutti gli animali acquatici e anfibi che popolavano il fiume che dava vita alla valle, sono morti tra atroci sofferenze, e le autorità locali hanno dato disposizione, alla popolazione già poverissima scampata al disastro, di smaltire i vestiti e gli oggetti entrati in contatto con i fanghi.

Al di là delle tragedie che riguardano le vittime e coloro che hanno perso tutto, e di Mariana e dei suoi dintorni (bellissime cittadine storiche di Minas Gerais), l'intero ecosistema è devastato. La catastrofe di Mariana è un disastro ecologico fra i peggiori nella storia del paese, e del mondo intero: una sorta di Fukushima del Brasile.



Le dighe venivano infatti utilizzate per contenere rifiuti minerari. Questi ora hanno invaso, con la colata di fango, oltre 500 km, traboccando dallo Stato di Minas Gerais a quello di Espirito Santo, e coprendo una distanza maggiore di quella tra Rio e San Paolo. Il sistema delle acque del Rio Doce (e affluenti) è gravemente contaminato (i risultati dei test saranno disponibili solo nelle prossime settimane), ma non solo: il limo che si depositerà sul fondo dei fiumi è tanto che modificherà il loro stesso corso. E, secondo i geologi, quando il fango si consoliderà renderà difficile coltivare.Secondo gli esperti ambientali la colata tossica non solo danneggerà gravemente tutta la vegetazione e le specie animali, ma potrebbe seppellire la barriera corallina: creando danni su una scala "incommensurabile", secondo Marco Vinicio Polignano, dell'Università di Minas Gerais.
Secondo una relazione di valutazione del 2014 (che è nelle mani del Ministero delle Miniere e dell'Energia), c’è almeno una decina di altre dighe il cui livello di rischio è considerato elevato; del resto altri disastri simili, anche se di entità minore, avevano già avuto luogo negli anni passati, ma non se ne è quasi parlato, nessuno è corso ai ripari.
Alla miniera è stata immediatamente imposta una multa di 250 milioni di reais (61 milioni di euro).
Una multa che non solo è una miseria; ma un insulto. 
Fosse anche comminata una multa mille volte tanto, l’ipotetico risarcimento in denaro non coprirebbe mai nemmeno lontanamente i danni che ricadranno sulla regione e su tutta l’umanità.
Quello che deve cambiare è un intero paradigma di pensiero: dobbiamo smettere di accettare che, per fare denaro, la vita stessa sia minata alla base.
Con tutte le nostre forze dobbiamo stare al fianco di tutte le piccole Màxima Acuna del mondo, contro lo strapotere suicida dei forzati del profitto.

sabato 14 novembre 2015

Il dopo Parigi: questa guerra mondiale è dell'odio di tutti contro tutti. Combattiamo dunque resistenze; in cui le donne hanno da insegnare al mondo quello che hanno imparato nei millenni

l’11 settembre fu dichiarazione di guerra all’America; il 13 novembre di Parigi è una dichiarazione (ufficiale) di guerra mondiale. All’1emezza del 14 novembre i morti prevedibili sono già oltre 100; ma la gravità di questo eccidio va ben oltre questi già spaventosi numeri. La gravità sta in un conflitto trasversale che conduce, inevitabilmente, alla guerra di tutti contro tutti. 



Quando invece avremmo bisogno di ben altro.
Tante volte, negli ultimi anni, mi è capitato di tornare a casa dal lavoro e quasi stupirmi di vedere intorno una città ancora tranquilla, apparentemente pacifica, in cui le persone pensano agli affari propri: tra mille difficoltà, forse, ma pur sempre, ancora in tempo di pace. Mille volte, la sera, mi è capitato di pensare con compassione ai disperati in mare [oh, l'immagine di quel neonato sottratto alle acque gelide], o alle prese con i fili spinati, ringraziando di avere ancora un letto, una casa amica.
Come è possibile che tanti, tantissimi, reagiscano invece solo schiumando rabbia, invocando rappresaglie e altra guerra? E per giunta, spesso, prendendo a bersaglio proprio chi dalle guerre scappa. Nelle stesse ore pare che bruci (nuovamente) la giungla di Calais: la bidonville dei profughi giunti in Francia e che vi restano bloccati: gli è impedito di raggiungere la Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica, a causa di accordi bilaterali tra i ministri degli interni di Londra e Parigi, che non riconoscono loro lo status di rifugiati. La bidonville diventa dunque anche un focolaio di malessere contro cui si riversa la collera dei cittadini, fomentati dall’estrema destra xenofoba.

Eppure. Eppure molti di questi migranti provengono da Siria e Iraq: fuggono dall’Isis, per diventare poi bersagli di chi dell’Isis si vuole vendicare. Quando capiremo che l'islamismo, e in particolare l'islamismo politico (quello dell' "Islam will dominate the world"!) nulla a che fare con una fede che, con tutte le sue contraddizioni include anche la grazia e il pacifismo dei Sufi? essere musulmani è una cosa, essere islamisti un'altra.

Scrive il sito Wakeup che "per eliminare i jihadisti l’Occidente deve collaborare con Putin e Assad": negli ultimi mesi l’Occidente, Stati Uniti in primis, hanno espresso parole di condanna nei confronti del Presidente russo Putin, il quale ha deciso, d’accordo con il Governo di Damasco, di attaccare i terroristi presenti sul popolo siriano. Invece che unirsi alla lotta contro i jihadisti, i leader occidentali hanno preferito parlar male degli unici due capi di Stato che combattono i terroristi: Putin e Assad.
Davvero? In verità abbiamo memoria corta, se dimentichiamo che l'attaccamento di Assad al proprio potere dittatoriale è stata primaria causa dello scatenarsi di questo inferno.
Ma forse si! forse a questo punto serve un'alleanza anche con loro. Resta il fatto che anche questi leader sono fra quelli che hanno seminato instancabilmente guerre e anche nella loro “lotta all’Isis” perseguono il modello guerrafondaio invasivo che produce inevitabilmente altra violenza. Come loro il presidente turco Erdogan che, sostenendo di voler intervenire "contro l’Isis", ha iniziato a bombardare la Siria: ma il suo scopo era invece colpire il vero, principale (e davvero effettivo) avversario dell’Isis sul campo: la resistenza curda. Erdogan [il dittatore islamista Erdogan] è stato un alleato conclamato dell'Isis; e ora, nonostante l'orribile strategia della tensione che ha fomentato pur di re-impadronirsi dalla Turchia, osa profondere ipocrisia sugli attacchi contro Parigi.
Lo stesso dicasi dell'ambiguo cordoglio degli stati islamici [che anch'essi hanno nutrito Isis con fiumi di denaro].
A noi sembra invece ora che il mondo riconosca quali sono i soli e veri alleati contro terrorismo; ora di sostenere, dall’interno, la resistenza: di chi davvero difende la civiltà contro la barbarie, promuovendo democrazia. Ora di sostenere la strenua resistenza curda contro l'Isis per esempio.

La soluzione non sono le guerre; ma semmai, se non c'è stata prevenzione, le resistenze. Quando ci sveglieremo?
Quando comprenderemo che siamo condannati ad amarci? Oppure [vedi la sintesi della nostra amica Gioia], a farci del male tutto il tempo l’un l’altro, come imbecilli.
Le donne profondano un crescente contributo a rifiutare la logica patriarcale della violenza che - come lucidamente argomentava Virgina Woolf - è all'origine di tutte guerre.
Ps • qualcuno ricorda la meravigliosa reazione che ebbe la Norvegia dopo la strage del 2011? Tornare per un istante con la mente a quei giorni..
Stasera le strade di Oslo sono invase dall'amore"; "risponderemo con più umanità, più democrazia". Queste parole resteranno nella storia, sono come una zattera a cui aggrapparsi per salvare il mondo e noi stessi.

mercoledì 11 novembre 2015

Le donne nella lotta al cambiamento climatico: appello alla COP21 di Parigi 2015

Abbiamo già invitato da questo blog a mobilitarsi in vista dell'accordo della 21° Conferenza per il Clima che avrà luogo a breve a Parigi. Invitiamo anche a riconoscere i veri focus del problema: e che l'aggravarsi del clima, l'aumento delle guerre, il dilagare della povertà e la riduzione dei diritti sono tutte questioni strettamente collegate.

In questo ambito chiediamo a tutte e tutti di leggere, firmare e condividere l'appello che segue, facendolo circolare il più possibile:

Noi, Presidenti del Consiglio superiore per l'uguaglianza di genere, della Delegazione per i diritti della donna dell'Assemblea nazionale e del Senato di Francia, così come le istituzioni e le associazioni partner, desideriamo condividere la nostra ambizione a ottenere un solido impegno politico e finanziario a sostegno dell’empowerment femminile e della parità di genere, nell'accordo da concludersi alla COP21 (21° Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all'11 dicembre 2015. 
Per questo abbiamo elaborato il documento di richiesta intitolato «Le donne, attrici della lotta al cambiamento climatico», volto a convincere gli Stati partecipanti, e i loro negoziatori, dell'importanza di tener conto del contributo delle donne nella lotta al cambiamento climatico nell’Accordo attualmente in fase di negoziazione. Come si vedrà, oltre ad essere le prime vittime delle conseguenze del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, le donne sono già le principali risorse in materia di sviluppo sostenibile, nonostante i molti ostacoli che devono superare. Eppure il loro contributo non è sufficientemente riconosciuto e, ad oggi, il loro accesso ai processi decisionali, nonché ai meccanismi di finanziamento e di trasferimento di tecnologie rimane limitato. E invece le donne saranno tanto più efficaci quanto più verranno sostenute e messe in grado di esercitare pienamente i propri diritti.
L'appello che chiediamo di firmare, «Sostenere le donne nell'affrontare i cambiamenti climatici: perché ci siamo impegnati?» si propone di mobilitare il più possibile i leader politici e la società civile in tutto il mondo. E' attraverso l'azione collettiva che riusciremo ad integrare la parità di genere in modo esplicito e l'emancipazione femminile nell’accordo stesso della COP 21, così come nelle strategie per affrontare il cambiamento climatico, e relativi fondi. Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete darci firmando e facendo circolare il più possibile tra i vostri amici e colleghi.

L'appello
Dalla COP 21 del prossimo dicembre a Parigi dovrà uscire un accordo per contenere il riscaldamento globale e i suoi numerosi impatti negativi. In tale accordo deve essere pienamente riconosciuta l’importanza del contributo delle donne alla lotta contro il cambiamento climatico. Politici, artisti, associazioni, cittadine e cittadini, noi ci siamo tutte e tutti impegnati in questa chiamata.

Nei paesi in via di sviluppo il cambiamento climatico ha conseguenze ancora più gravi per le donne che per gli uomini 
Nella vita di tutti i giorni, la crisi climatica colpisce le donne povere più severamente rispetto agli uomini: la crescente scarsità delle risorse naturali allunga i percorsi - sono loro che devono procurare l'acqua e il legno ancor più faticosamente - e ne aumenta le ore di lavoro e la precarietà delle condizioni di vita.

E quando c'è una catastrofe climatica, sono loro le più vulnerabili perché le più esposte: l'80% delle vittime del ciclone Sidr in Bangladesh (2007) e il 61% delle vittime di Nargis in Birmania (2008) erano donne e bambine. Nelle zone colpite l'assistenza sanitaria e l'accesso alla contraccezione sono spesso ridotti a zero, ostacolando ulteriormente la loro capacità di controllare le nascite, condizione essenziale per la loro emancipazione.

Riconoscere le donne come attrici della lotta contro il cambiamento climatico
Nonostante questi ostacoli e la discriminazione che devono affrontare, le donne sono in prima linea nella lotta per ridurre le emissioni di gas serra e l'adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici: sono loro che innovano in tutti i continenti ricorrendo all’agricoltura conservativa (che riduce i consumi e gli impatti), organizzando serbatoi idonei per irrigazione e acqua potabile, creando profondi processi di riciclaggio dei rifiuti ... [e salvaguardando la biodiversità difendendo i semi e piantando alberi, ndr].
Eppure le loro azioni, spesso condotte a livello locale, sono poco valorizzate e raramente finanziate. Attrici misconosciute di questa battaglia, le donne sono poco coinvolte nelle decisioni a livello nazionale e nei negoziati internazionali. E saranno tanto più efficaci quanto più potranno essere autonome e messe pienamente in grado di esercitare i loro diritti.

COP 21 deve segnare un decisivo passo avanti inscrivendo nell’accordo di Parigi impegni concreti in materia di parità tra donne e uomini, e nelle strategie e finanziamenti futuri.

Noi chiediamo:
• L'inclusione nell'accordo di Parigi dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere, valorizzando il contributo delle donne e rafforzando la loro partecipazione a tutti i livelli della lotta contro il cambiamento climatico.

• L'attuazione pratica di tali impegni, garantendo che i progetti e finanziamenti dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici promuovano la parità di genere e l'empowerment femminile.
9 novembre 2015 [traduzione di La rete delle reti femminili]

Vi rimandiamo anche a quest'altro appello delle reti femminili, rivolto al COP21 per includere nei termini dell'accordo i temi della salute e dell'empowerment femminile.
E infine, anche alla dichiarazione-appello per azioni urgenti per il clima promossa da WECAN (Women's Earth and Climate Initiative); appello che, già 2 anni fa, avevamo rilanciato anche tramite il video che segue: vi segnaliamo che non si tratta banalmente di uno spot, ma di un video informativo pieno di dati e di proposte concrete, che può rappresentare uno strumento concreto di formazione e sensibilizzazione utilizzabile in molti ambiti, per esempio nelle scuole.

domenica 8 novembre 2015

Dalla marcia di Madrid del 7 novembre: per un ponte fra sorelle

Care sorelle, vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre.


L'invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave.

Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. 

In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Nonostante questo, abbiamo deciso di portare comunque in Spagna un messaggio dall'Italia, non rappresentiamo certamente tutte le italiane, ma non ce la sentiamo di restare indifferenti a tutti gli episodi di violenza che colpiscono le donne.
Desideriamo tornare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Siamo consapevoli che il nostro spazio di azione, di pensiero e di confronto non può coincidere più soltanto con i luoghi fisici e ideali del nostro paese, ma dobbiamo imparare a rapportarci anche all'esterno, soprattutto all'Europa, come popolo e come progetto di comunità europea.
In Italia manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne, soprattutto a quelle che non riescono a far sentire la loro voce. La realtà ci dice che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, i fatti ci illustrano che oggi si denuncia di più, ma resta comunque ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network. Si tenta di contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici, ossia alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza. E lì che troviamo il patriarcato, che con un’azione reiterata di “restaurazione” riporta le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi, come conferma l’ultimo Piano antiviolenza, con il quale è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che sia organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza di questo Piano antiviolenza è un efficace Piano anti-tratta, che tenti di mettere in campo le migliori strategie per arginarne il fenomeno. Manca finanche una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze di genere. Ma come approntare misure del genere ove manchi un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento?
Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta, trattate alla di esseri sub-umani che possono essere uccise, cancellate, deportate perché non rientrano nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.
La violenza non ha mai senso o giustificazione! La violenza non deve avere spazio nelle nostre vite! Basta violenze, basta femminicidi, non dobbiamo assuefarci alla violenza. La violenza deve diventare una questione di stato ai primi posti dell’agenda politica.
Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione.
Auspichiamo misure cautelari più stringenti per gli uomini che sono stati denunciati per aver commesso atti di violenza, perché la donna che denuncia deve sentirsi tutelata e protetta veramente. Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita.
Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze.
Il vostro lavoro, care compagne spagnole, deve essere di sprone a chi sente forte in sé il senso di un impegno in tal senso. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 novembre siete riuscite nell’obiettivo di portare in pubblico donne che a viva voce reclameranno i propri diritti e chi, come noi ha deciso di tentare infruttuosamente il vostro percorso, non solo marcerà idealmente con voi a Madrid, ma proverà nel prossimo futuro a rendere fattivamente concrete le ragioni delle rivendicazioni delle donne italiane. Ognuna con le proprie capacità e competenze, per raggiungere quanto più sia auspicabile l’obiettivo non di rappresentarle, ma di renderle consapevoli che possono rivendicarle da sé in prima persona quelle stesse ragioni.
E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero tutte/i.
Per cercare di donare al nostro paese un clima di verità e giustizia.
• Per adesioni a questa lettera: lasciate un commento a questo post [del gruppo fb Noi non ci stiamo].

• Rimandiamo inoltre anche a questa lettera che, sia in italiano sia in spagnolo, è stata indirizzata alle amiche spagnole da Resistenza Femminista.

giovedì 5 novembre 2015

Sessismo. Il recidivo Mineo e il gradino sempre più in basso


Cherchez la femme, sempre e comunque. E c’è sempre un gradino più in basso; il senatore Corradino Mineo [in questo senso recidivo: vedi questo post; e ricordando che altrove - qui - lo abbiamo citato anche in positivo] si candida a scenderli tutti per dimostrare che, ahinoi,  al peggio non c’è mai fine. Per le sue rovinose discese sceglie sempre lo stesso terreno, forse a lui più congeniale, quello trito e ritrito della misoginia sfrenata. Stavolta condita in salsa mafiosetta, con la penosa e anacronistica parodia del maschio siculo. “Renzi non si fa scrupoli, rivela conversazioni private, infanga per paura di essere infangato. E sa che io so. So quanto si senta insicuro quando non si muove sul terreno che meglio conosce, quello della politica contingente». Non pago, ecco la stoccata finale del senatore Mineo: «So  quanto possa sentirsi subalterno a una donna bella e decisa. Fino al punto di rimettere in questione il suo stesso ruolo al governo».
E così l’autonominatosi maître à penser della “sinistra sinistra” o “cosa rossa” si scaglia contro il “meschino, arrovinato da sta fimmina”. Poco importa chi sia l’arpia che prende a scappellotti il premier Renzi, tanto , ci rassicura Mineo, “lui sa che io so”. Per gli amanti del "cherchez la femme" c'è già chi scrive si tratti della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi. Nel caso, c’è da notare come sia salita nella considerazione di Mineo. Un anno e mezzo fa, proprio durante il famoso dibattito su “Matteo ragazzino autistico”  (per rinfrescare la memoria, il già citato post) liquidava così la ministra: ”Si è convinta che poteva fare tutto, ma non è assolutamente in grado. Si è convinta che lei poteva trattare con Berlusconi e Calderoli, non è in grado". Il cammino della riforme (ogni critica politica è lecita e salutare, ma non è il caso del capolista Pd in Sicilia) ha dimostrato che a babbiare  è semmai il recidivo Mineo.
Che conferma di meritare un posto d’onore nell’Olimpo dei parlamentari misogini e sessisti, quali Barani e D’Anna e i tanti altri che si sono distinti per volgarità emeschinità. Poveri uomini vecchi (non solo anagraficamente) e ridicoli costretti a competere con donne giovani (e magari belle) e preparate. Cosa che di alcuni di loro proprio non si può dire
Cinzia Romano

domenica 1 novembre 2015

Meditazione mondiale per la Terra e per il clima

Oggi, 1 novembre 2015, giornata mondiale di meditazione per il clima e per la Terra. Parte da Parigi, in vista del COP 21 (il prossimo summit sul clima), un'iniziativa condivisa con eventi in tutto il mondo, e con meditazioni nel privato di milioni di persone.

Noi crediamo nel potere del pensiero e della meditazione, invitiamo dunque a partecipare.
Vi rimandiamo inoltre a questo post, rilanciando la nostra richiesta: serve un Piano Nazionale per il Clima. Chiedendo a tutte e tutti di leggerlo e di condividerne i contenuti.