martedì 27 gennaio 2015

La Memoria. Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e contro i diversi di ogni genere

La memoria è necessaria: dobbiamo ricordare, perché le cose che si dimenticano possono ritornare (Mario Rigoni Stern). Memoria delle orribili persecuzioni contro gli Ebrei, e anche contro gli zingari, gli omosessuali, le lesbiche, i non-ariani: i diversi di ogni genere.
La persecuzione colpisce i diversi - e dunque le donne stesse. Che - come i gay dichiarati - sono le  diverse per eccellenza dal maschio dominatore. Riconoscere  questo tiene lontani da dichiarazioni negazioniste come quelle di chi arriva a sostenere che "il nazismo fu largamente rappresentato dai gay perché c'erano gay nazisti nei vertici" (!): no, sig. Giovanardi: i veri diversi-dal-maschio-dominatore sono i gay dichiarati e quelli non sarebbero mai stati in quei vertici; solo gli striscianti traditori di se stessi; e lo stesso vale per le donne. Perché… 
C'è dunque la memoria, e  poi c'è anche il necessario portare alla luce quello che è rimasto oscuro - per esempio la particolare brutalità che il nazismo ha dedicato - indistintamente - alle donne. E che ancora dedica loro, sempre e ovunque, come ogni ideologia autoritariaIl nazismo come l'Isis - in tutto e per tutto: alle donne le peggiori torture e la certezza dei più orrendi abusi sessuali. Dove c'è brutalità, le donne sono sempre le vittime privilegiate, poste all'apice dell'attenzione e di tutte persecuzioni. Ad esempio.
L'ordine venne da Heinrich Himmler nel 1942: istituire bordelli nei campi di concentramento nazisti. Destinati non agli ufficiali delle SS (che già godevano di altri svaghi), ma ai prigionieri. Un «premio» - questa fu l' idea, copiata dai gulag di Stalin - che potesse incrementare la loro «produttività». Tra il 1942 e il 1945 furono così creati dieci bordelli: anche ad Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Neuengamme, Buchenwald. Eppure, di questa pagina del terrore nazista, di quest' appendice non marginale d' obbrobrio del «sistema campi di concentramento» quasi nulla è stato finora pubblicato. 
Das Bordell Kz, di Robert Sommer, 35enne ricercatore cresciuto nella Germania dell' Est, è il primo vero studio sul tema. Qualcosa era già emerso, soprattutto nei primi anni dopo la guerra, quando i «bordelli», le «forzate della prostituzione» compaiono in alcune memorie dei sopravvissuti. Ma è negli anni Cinquanta, quando l' esperienza dell' Olocausto in Germania cominciò a sedimentarsi in forme di memoria condivisa - dice lo storico Hartmut Böhme - che le «schiave del sesso» restarono fuori dal canone delle «vittime» ufficiali. Né aiutò il grande sforzo di memoria compiuto dalla generazione del Sessantotto, che costrinse la Germania a confrontarsi col suo passato nazista, seguendo però altre priorità politiche. L' oblio fu il destino di queste donne. Come successe alle decine di migliaia di berlinesi stuprate dai sovietici nell' aprile-giugno 1945, rimosse per fastidio e vergogna dalla coscienza collettiva, finché il bellissimo libro Una donna a Berlino, il diario, scoperto e pubblicato da Hans Magnus Enzensberger, di una moglie stuprata a ripetizione, che neanche dopo la morte volle che venisse svelato il suo nome, diventò un caso editoriale nel 2002 [Ma ricordiamo anche, ad esempio, "la baracca dei tristi piaceri", ndr]. Sommer ha esaminato documenti in Germania, Austria, Polonia, Stati Uniti. Ha cercato le donne, ne ha trovate alcune, ma pochissime hanno accettato di raccontare. Durante la guerra, erano almeno duecento. Auschwitz arrivò a «impiegarne» 21. Non erano, in nessun caso, ebree, ma tedesche «asociali», slave, rom. 
E del resto, dalla «ricompensa» gli ebrei erano esclusi, il «piacere» era riservato a detenuti politici, prigionieri di guerra, kapò, insomma a quella che agli occhi delle SS era l' élite del lager. Per di più, gli «accoppiamenti» venivano decisi su base razziale, slavi con slavi, tedeschi con tedeschi. «Per quanto assurdo possa sembrare - dice Sommer - i bordelli facevano parte integrante dell' ideologia razziale hitleriana. Non solo, ma vi si applicavano con coerenza anche le sperimentazioni mediche, gli aborti forzati, le manie igieniste dei nazisti». 
Le ragazze, di norma, venivano reclutate nella prigione femminile di Ravensbrück, età media 23 anni. Quelle selezionate venivano nutrite, visitate dai medici, «ricostruite». Taglio di capelli e ritorno agli abiti civili: ad Auschwitz oltre alle camicette (proprie) ricevevano in dotazione anche corte gonne di lino bianco. Spesso veniva loro promessa la libertà dopo sei mesi, ma questo non avveniva mai. Vivevano nei Sonderbauten, speciali baracche con acqua calda e bidet. Ricevevano anche cibi migliori, frutta, e una porzione di carne quasi ogni giorno. Tutto nei Sonderbauten veniva regolato da una rigida burocrazia. Le visite avvenivano la sera durante la settimana, solo la domenica tutto il giorno. I detenuti prima d' incontrare le ragazze dovevano farsi il bagno, la stanza d' attesa era una sala medica, dove venivano periodicamente esaminate. 
Qui il libro, mentre riporta con dovizia di particolari la routine quotidiana, e ricostruisce dai registri, con la precisione dello storico, la vita del bordello, davvero commuove. E si capisce perché, doppiamente umiliate, uscite dai lager queste donne abbiano taciuto. «È un' altra dimensione del terrore nazista - dice Sommer - Nei bordelli si costringevano le vittime a diventare a loro volta carnefici delle donne». 
Con sistematico puntiglio - sostiene Sommer - secondo un preciso disegno. Mara Gergolet, 2009  

domenica 25 gennaio 2015

Quelle donne uccise nelle piazze delle rivoluzioni tradite, ieri e oggi

Lei si chiamava Sondos Reda Abu Bakr e aveva solo 17 anni. L'altra lei si chiamava Shaima El Sabbagh: ne aveva 34, e aveva un bimbo di 5 anni; e portava in mano dei fiori. 
Loro le hanno freddate con due colpi, si direbbe deliberatamente e a sangue freddo. Tutto ciò nell'anniversario della rivoluzione egiziana del 2011; che fu purtroppo seguita dalla vittoria dei Fratelli Mussulmani, il cui presidente, Morsi, è stato presto spodestato dal colpo di Stato che ha insediato in sua vece una giunta militare. Sono state loro le prime vittime di un anniversario che ha poi portato a un bilancio gravissimo, con molti morti e feriti.

Quella nella foto è Shaima: nell'istante in cui sta per crollare a terra morta, inutilmente soccorsa da un ragazzo che cerca di sostenerla.
L'altra lei ha solo 11 anni, è rimasta solo gravemente ferita, e non ne conosciamo il nome.
Hoda Abdel-Moneim, portavoce della coalizione rivoluzionaria delle donne egiziane, ha protestato contro i continui crimini della polizia contro le donne, e condannato la giunta militare "per l'implacabile campagna di crimini brutali contro le figlie patriottiche dell'Egitto", dichiarando alla stampa che questo omicidio a sangue freddo arriva proprio nel momento in cui, si suppone, il regime festeggia un anniversario (25 gennaio 2011) spazzato via dal colpo di stato: "il messaggio della giunta militare a tutti i rivoluzionari è dunque che il colpo di stato è stato fatto solo per uccidere e stroncare la rivoluzione, eliminando ogni manifestazione rivoluzionaria in patria, anche quelle altamente civili e dignitose, salutate come benvenute da tutto il mondo. Gli uomini e le donne della rivoluzione dovrebbero rispondere a tale messaggio persistendo nella loro attività rivoluzionaria, che da quattro anni non si placa, per eliminare tirannia, dispotismo e oppressione, e per liberare l'Egitto dalla regola militare autoritaria repressiva". 
D'accordo su tutto... Ci convince molto meno la fiduciosa conclusione di Hoda: "mentre assistiamo a sempre più crimini da parte della giunta contro le ragazze e le donne d'Egitto, tutti apprezziamo la grandezza e nobiltà del legittimo eletto Presidente, il cui messaggio al popolo di Egitto incoraggia e promuove il rispetto per le donne [???, ndr]. Ciò induce tutti a sostenere il Presidente Morsi e a fare ogni sforzo per ripristinare, a qualunque costo, la legittimità che lui rappresenta".
Che l'alternativa proposta alla giunta militare sia un Presidente pro-sharia non può tranquillizzare nessuno.. o meglio, nessuna. Purtroppo, se fatto fuori un dittatore se ne fa un altro, se quell'altro è "religioso" si cade dalla padella nella brace. Perciò - con quel che abbiamo già visto in Irak e in Siria, quel "a qualunque costo" ci tranquillizza ancor meno.
E di tutto ciò una cosa fa veramente paura: che dietro a tutto ciò ci siano affari tali, per cui gli Stati della democrazia, quelli che a parole sanno tanto bene condannare e tracciare spartiacque, veri passi di diplomazia e di pace non ne sanno fare, né vogliono e possono farne. E' questo il vero ordine di problemi con cui è ora di cominciare a misurarci.

Young Women Network invita a un incontro per imparare a parlar bene in pubblico

Giovedì 29 gennaio 2015 alle 18.30 al Vodafone Village di Milano (Via Lorenteggio, 240) si terrà un incontro sul tema Public speaking. L’arte del comunicare, nell'ambito degli incontri Young Women Network rivolti a giovani donne che vogliono migliorare le proprie risorse in ambito lavorativo.
Gli incontri sono promossi dall'associazione di promozione sociale Young Women Network (per saperne di più su YWN) con Vodafone Italia: “il rapporto di collaborazione con Vodafone è nato dall’incontro con Mariagrazia Bizzarri, Head of HR Commercial di Vodafone Italia, in occasione di un evento YWN a cui ha partecipato come speaker” dice Alessandra Bernini, Financial Manager di Young Women Network. “La partnership tra YWN e Vodafone rappresenta la conseguenza spontanea di una condivisione di valori quali l’importanza di valorizzare le potenzialità dei giovani e di sviluppare un network eterogeneo”.
Il workshop sul public speaking
Nelle moderne società della comunicazione, la forma conta quanto il contenuto. Vale lo stesso per un qualsiasi discorso pubblico: non basta curare i contenuti, bisogna anche comunicarli in modo efficace. Una competenza che non è più appannaggio solo di politici navigati e speaker professionisti, ma è ormai necessaria a chiunque: per superare con successo un colloquio di lavoro, proporre un’idea innovativa o chiedere un aumento di stipendio, per esempio.  Il workshop del 29 gennaio (promosso da YWN e Vodafone) è preceduto da un un aperitivo di benvenuto per favorire la condivisione e il networking tra le partecipanti.
Ad aprire l’incontro sarà Chiara Laudanna (Head of Organization, Development and Resourcing di Vodafone Italia), che introdurrà l’ospite Benedetta Arese Lucini. Benedetta condividerà la sua esperienza personale e professionale di general manager in una realtà dinamica e innovativa quale Uber. Partendo dal racconto della giovane manager, il giornalista e media trainer Nicola Bonaccini fornirà consigli su come imparare a parlar bene in pubblico. “L’idea è di affrontare il public speaking da due punti di vista”, spiega Teresa Budetta, presidente di Young Women Network. “Da un lato la giovane manager che, in un contesto amichevole e colloquiale, racconta la sua esperienza professionale e umana. Dall’altro, un esperto che analizza il modo di comunicare della manager, dando alle partecipanti trucchi e consigli pratici per migliorare le loro capacità di parlare in pubblico. Una competenza chiave e utilissima per le giovani donne a inizio carriera, che costituiscono il target di YWN”.
Dice Mariagrazia Bizzarri: Vodafone sostiene il talento femminile attraverso iniziative concrete di formazione e mentorship per offrire alle donne la possibilità di lavorare sull’autoconsapevolezza e sul proprio percorso di carriera. L’attenzione al gender balance per noi rappresenta un vantaggio competitivo che facilita il raggiungimento degli obiettivi di business”.

mercoledì 21 gennaio 2015

Auguri Marisa Rodano: attiva più che mai al fianco delle donne

Oggi è il compleanno di Marisa Rodano: un ottimo giorno per ringraziarla di essere sempre stata al fianco delle donne nel passato e di esserci ancora (oggi attraverso l'importante lavoro dell'Accordo di Azione Comune), più vigile che mai. 
Mentre si discute la nuova legge elettorale, mandando un monito al parlamento perché non faccia un passo indietro, le dedichiamo un pensiero affettuoso prendendo a prestito le sue stesse parole, in questa intervista di Maria Serena Palieri, che inizia con il noto dubbio: perché le ragazze italiane di oggi sembrano (spesso) rifiutare l’eredità del femminismo? 
La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono paritariamente coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo. Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima c’era: "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln. 
Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi? «Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito». 
Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica? «Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza». 
Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare? «I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».
La Chiesa? «Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione». 
Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46.
Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci? [in proposito reinviamo anche a questa cruciale testimonianza di un'altra che c'era allora, e ancora oggi combatte come una leonessa, ndr] «Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente». Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... 21 donne su 556, solo 5 di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza? «Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro.  Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata». 
Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli? «Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».  Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile? «Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo». 
Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?  «Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non poté essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci». 
"Emancipazione" è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?  Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale…
C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

lunedì 19 gennaio 2015

Contratto di servizio Rai: lettera pubblica al Ministero dello Sviluppo Economico

Riguardo al Contratto di Servizio Pubblico (e privato):
Gentile Ministra Guidi,
come associazione che lavora da anni sul tema della rappresentazione delle donne nei media, siamo consapevoli che servano regole precise per arginare il sessismo.
In particolare per quanto riguarda la televisione pubblica, sappiamo che la RAI deve firmare ogni tre anni, con il Suo Ministero, il Contratto di Servizio Pubblico. A questo proposito, ci risulta che la nuova edizione del suddetto contratto, scaduto alla fine del 2012, non sia ancora firmata nonostante abbia superato anche il vaglio della Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi a maggio 2014. L’argomento ci interessa particolarmente perché abbiamo contribuito alla nuova edizione del contratto, dapprima inviando all’ex Viceministro Catricalà le nostre osservazioni, che abbiamo anche discusso successivamente durante un incontro avuto il 2 settembre 2013, e poi siamo state audite dalla Commissione sopra citata l’8 gennaio 2014.
Ci riteniamo soddisfatte del risultato raggiunto e possiamo sostenere che, se già il Contratto di Servizio scaduto conteneva per la prima volta nella storia della tv pubblica alcuni emendamenti sull’immagine della donna in televisione, la nuova edizione ha fatto un progresso verso una rappresentazione delle donne meno stereotipata e più attenta alla realtà. Auspicando quindi che il nuovo contratto venga firmato quanto prima, attendiamo da Lei notizie in merito. 
Riteniamo però che anche le televisioni private debbano essere considerate.
ll Suo Ministero, nell’ambito della task-force istituita presso il Dipartimento delle Pari Opportunità per la redazione del Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere, è stato delegato a coordinare il Sottogruppo Comunicazione e rappresentazione dell’immagine femminile nei media ed ha elaborato sia una bozza di codice di autoregolamentazione, sia delle linee guida (art. 5 comma b, legge n° 119 del 15/10/2013), effettuando altresì pubbliche audizioni, in merito alle quali abbiamo inviato un nostro contributo. 
Ci permettiamo quindi di sollecitare la ripresa dei lavori affinché siano portati a compimento nel più breve tempo possibile e restiamo a sua disposizione per eventuali chiarimenti.
In attesa di una Sua gradita risposta, porgiamo distinti saluti.
Milano, 18.01.2015, DonneinQuota

Al Ministero Sviluppo Economico, cortese attenzione di: Ministra Federica Guidi
e per conoscenza a:
• Sottosegretario Antonello Giacomelli
• Viceministri Carlo Calenda e Claudio De Vincenti
• Presidente del Consiglio Matteo Renzi
• Consigliera in Pari Opportunità Giovanna Martelli

sabato 17 gennaio 2015

Ci voleva Janet Yellen perché l'economia mondiale si ponesse finalmente il problema della giustizia sociale

Si, ci voleva lei: una donna a capo della Federal Reserve. Ecco, questo è il dashboard di quella che da esattamente 1 anno è presidente della potentissima Banca Centrale degli Stati Uniti, e come tale la voce economica più potente del mondo. 
Janet Yellen è la prima presidente donna nella storia della Federal Reserve.
Una donna che, ricordiamo, era in lizza per quella posizione con Larry Summers.

Si, quello che ebbe a dichiarare che le donne, a causa della loro conformazione del cervello, non sono in grado di dominare le materie scientifiche (e dunque l’economia). 

Che smacco, povero Summers! Proprio lui, scalzato dalla prima  donna al mondo in grado di spezzare uno fra i più duri soffitti di cristallo al mondo..
E - possiamo dirlo - con risultati a dir poco interessanti, a un solo anno di distanza. 
Una donna, ricordiamo, che fu anche fortemente osteggiata nella sua candidatura: tanto che gruppi conservatori arrivarono perfino a promuovere una petizione per metterla fuori gioco.
Tentativi prontamente bilanciati da molte contro-petizioni, fra cui una lettera in suo favore scritta per iniziativa dell'Iwpr (Institute for Women's Policy Research), e firmata da ben 400 economisti. E così, alla faccia di conservatori e maschilisti, la Yellen è lì.
E da quando sta su quella poltrona spinge i mercati finanziari a rivedere tutti gli assunti che, dominando il pensiero economico negli ultimi 40 anni, ci hanno portato dove siamo ora: e cioè non proprio a vette luminose. E tra i cambiamenti più notevoli c'è lo smettere di temere, anzi addirittura accogliere positivamente, l'ipotesi di una vera crescita dei salari reali (cioè la loro crescita al di sopra e al di là del tasso di inflazione).

Sembrerebbe logico che sia così! ma in effetti è proprio il contrario, perché la crescita dei salari reali è stata per decenni uno spauracchio, qualcosa visto solo come un grosso problema: come segnale di allarme di inflazione e  motivo per alzare i tassi). Per approfondire quanto sopra, rimandiamo a questa chiara spiegazione.
A dire il vero, il linguaggio economico non è mai molto chiaro. Anche se proprio l'economia dovrebbe misurare le condizioni di vita delle persone, i trader statunitensi e gli economisti di Wall Street (quelli che pendono da dati quali tassi di crescita del PIL, aggiornamenti sugli ordini di beni strumentali, prestiti commerciali e industriali, tassi di utilizzo della capacità produttiva ecc) non dicono mai nulla di concreto su come se la stiano passando le famiglie (in questo caso americane). Anche dal rapporto mensile sui posti di lavoro non si trae una visione chiara: infatti un tasso di disoccupazione in calo può significare più assunzioni (bene) o più persone buttate fuori dal mercato del lavoro (male); ma, se peggiorano le condizioni di lavoro e di salario, la crescita di assunzioni non sempre significa che le persone stiano meglio.  

Nell'ultimo anno, però, qualcosa è cambiato riguardo agli indicatori tenuti d’occhio a Wall Street: prende piede un nuovo indice, semplice e chiaro, sulla salute delle famiglie americane: quello del salario.
Citando da Quartz:
La nostra attenzione va su altri indicatori principali della crescita dei salari (analisti economici Morgan Stanley, 8 agosto);
il fattore chiave da mettere a fuoco è il salario... (analisti azionari Credit Suisse, 13 agosto 2014);
il salario reale medio del lavoratore dipendente non sta andando da nessuna parte (analisti dei titoli a reddito fisso, Credit Suisse, 14 agosto);
Gli attori del mercato stanno esaminando una serie di indicatori salariali per valutare le prospettive di crescita dei salari... (Analisti economici RBS, 15 agosto).
Non se ne parla ancora abbastanza, e comunque questa nuova attenzione di Wall Street per il destino finanziario dei lavoratori si deve a lei, la Yellen. Sempre Quarz, nel pezzo già citato, scriveva che la FED di Janet Yellen è più rivoluzionaria di quanto sia mai stata quella di Ben Bernanke: spiegando come la nuova presidente abbia non solo focalizzato la propria attenzione sull'occupazione, ma anche riportato nel dibattito economico concetti che erano stati azzerati, come appunto l’aumento dei salari e la curva di Phillips. Del resto Janet Yellen punta il dito (finalmente e come altri non hanno mai fatto) sul legame tra politica monetaria e disuguaglianza:
E, dichiarando tutta la sua preoccupazione per l’aumento delle diseguaglianze economiche, smonta l’idea che la politica monetaria possa essere neutra, sostenendo anzi che essa ha sempre effetti distributivi: ha dunque azione diretta sull’aumentare o ridurre le disuguaglianze.
E, come osserva eunews, è un segnale importante, e storico, che la Federal Reserve si ponga il problema di come intervenire in prima persona per mitigare l’ingiustizia sociale. Qualcosa che dovrebbe ispirarci a fare pressioni anche sulle banche europee.

Dopo un solo anno di mandato, il lavoro della Yellen vede risultati positivi sia dal punto di vista del Pil sia da quello dell'occupazione, visto che il numero dei senza lavoro è sceso ai minimi storici; e anche il dollaro si è rafforzato. Ora secondo alcuni lei sarebbe pronta ad alzare i tassi, pensando di rinvigorire l'economia americana sul medio periodo (trascurando momentaneamente le ripercussioni negative che il provvedimento avrà sul mercato). Lei ha sempre detto chiaro di non apprezzare la grande volatilità delle Borse che veniva originata proprio dai provvedimenti Fed: la sua attenzione si sposta dunque a far si che l'economia riprenda a camminare con le proprie gambe.

giovedì 15 gennaio 2015

Stati generali di un malessere generale

È con grande dispiacere che constatiamo come, molto rapidamente, dobbiamo abbandonare le speranze che avevamo espresso all'annuncio dei sospirati Stati generali delle donne. Dalla prima riunione di questa "grande iniziativa", di cui abbiamo parlato QUI e poi anche QUI, non è uscito infatti nessun gruppo di lavoro collettivo e aperto, né un programma di lavoro accessibile a tutte verso dei veri stati generali delle donne. Quindi il percorso che ci aspettavamo è stato, semplicemente e obiettivamente, interrotto. 
Che percorso ci aspettavamo? quello di cui da anni si discute, a partire dal progetto già annunciato fin dalla grande riunione del 2 ottobre 2010.

Peccato; molte di noi hanno risposto a questo invito con grandissimo entusiasmo, in quanto se ne stava discutendo da tempo. Ma dopo la prima grande riunione del 5 dicembre scorso, diverse donne che sollecitano di proseguire nel processo organizzando un lavoro comune sono deluse di ricevere solo comunicazioni unilaterali, attraverso un mailing list chiuso. Dobbiamo anche prendere atto che esiste un sito "stati generali delle donne" che però non è impostato come una piattaforma di discussione, non è nato da una discussione comune né nasce da un collettivo riconoscibile con cui si può interloquire pubblicamente: appare gestito piuttosto in modo "privato" e chiuso. 
Questo praticamente preclude a tutte l'opportunità di usare ancora la definizione "stati generali delle donne" liberamente, come un termine che è patrimonio collettivo, quale dovrebbe essere.
Per molte di noi quanto sopra è ragione sufficiente per abbandonare questo "progetto" e per dichiarare che riteniamo simili modalità un metodo incompatibile con quello che definiamo il metodo della politicafemminile, e come tale lo rigettiamo.
Sempre disposte a cambiare idea e a rettificare, qualora si torni a porre le condizioni per degli Stati generali delle donne accessibili davvero.
Questo post è chiuso ai commenti perché non è nostra intenzione avviare qui una polemica. 
Il nostro intento è lasciare un invito, semmai, a ragionare in tutti gli ambiti sul metodo come fulcro della differenza che possono portare le donne