sabato 7 febbraio 2015

Kobane è salva. Ma ecco perché dobbiamo parlare di Kobane

Vi voglio celebrare, donne di Kobane, perché la Resistenza curda salva tutti noi. Perché avete vinto, ma della vostra vittoria quasi non si parla, e questo vuole dire qualcosa. Sorridono più credibilmente, ora, le donne di Kobane. Per molti mesi hanno resistito e continuato a sorridere, pur nelle condizioni più devastanti - e all'apparenza disperate.
Si chiama amore ogni superiorità, ogni capacità di comprensione, ogni capacità di sorridere nel dolore. Amore per noi stessi e per il nostro destino, affettuosa adesione a ciò che l'Imperscrutabile vuole fare di noi - anche quando non siamo ancora in grado di vederlo e di comprenderlo. Questo è ciò a cui tendiamo (Herman Hesse). Sarà questo? L'amore?
C'è chi dice che il contrario della paura non sia affatto il coraggio, ma l'amore - appunto - e c'è da credergli. Niente come l'amore per qualcuno, o per se stessi, dà il coraggio di reagire, a qualunque prezzo. Nel celebrare queste donne coraggiose e intelligenti, cercherò anche di spiegare perché di Kobane si deve parlare, forte e attentamente, anche in futuro.

Le donne di quelle regioni non combattono contro il fondamentalismo solo dagli ultimi mesi, contro l'Isis: sono anni che sono impegnate in prima linea in questa estenuante battaglia. Questo video, del 2012, è il primo di 3, di un documentario che accompagna a conoscere le combattenti curde e il contesto in cui si muovono:

Ora Kobane è liberata. Ma quanto hanno parlato di questa vittoria i media internazionali?
Quasi niente, se si considera la posta in gioco, che ci riguarda tutti da vicino.
Si, quasi niente davvero, se si pensa alla mostruosa ascesa dell’Isis, che ci minaccia concretamente.
E occhio: chi minaccia non è affatto un gruppetto di tagliagole e basta, ma una potenza economica che continua a crescere [né sono da meno i finanziamenti che si riversano su quell'altra organizzazione sanguinaria di Boko Haram]. Una potenza mondiale - si, è questo il più ricco partito terroristico della storia, e attualmente esistente: nutrito a miliardi da qualcosa che ha interesse a vederla crescere. Sono potenze come questa che hanno dichiarato la 3° Guerra Mondiale. A qualche "paese"? no, a tutti: la guerra è al concetto stesso di democrazia basilare.
E sapendo queste cose (ma i giornalisti di testate che appartengono a grandi multinazionali, queste cose le sapranno? o certe cose le sanno solo le suorine?) - pur sapendo queste cose, dicevo, strano che di questa vittoria si sia parlato così poco, no?
Quasi niente davvero, se si pensa che i resistenti di Kobane ci stanno difendendo tutti - come scriveva intelligentemente Charb, il direttore di Charlie Hebdo: Aujourd’hui, je suis kurde. Je pense kurde, je parle kurde, je chante kurde, je pleure kurde - oggi io sono curdo, penso curdo, canto curdo, piango curdo. I Curdi assediati in Siria non sono dei "Curdi”, sono l’Umanità intera che resiste alle tenebre. Difendono la loro vita, le loro famiglie, il loro paese ma, che lo vogliano o no, rappresentano la sola difesa contro l’avanzata dello "Stato Islamico”. Ci difendono tutti, non contro quell'Islam fantasmizzato che i terroristi di Daech non rappresentano, ma contro il gangsterismo più barbaro. Come può essere credibile la presunta coalizione contro gli sgozzatori, dato che, per diverse ragioni, molti dei suoi membri hanno condiviso con questi (gli sgozzatori, ndr), e ancora per certi versi lo fanno, interessi strategici, politici, economici? Contro il cinismo e la morte, oggi, non c’è che il popolo curdo.
Ecco cosa scriveva, Charb, prima di essere spazzato via lui stesso da quel pericolo, che aveva ben riconosciuto.
E aveva ragione. Si, stanno salvando anche noi - sarebbe stato un bel problema se avessero perso.. o no? Eppure, tutto ciò è passato quasi inosservato. Provate a chiedere un po' cosa ne sa il vostro panettiere, o qualche amico che non usa twitter. Il che è strano. Strano la cosa non abbia fatto notizia, specie si guarda  all’incredibile disparità di forze fra vinti e vincitrici/vincitori, che farebbe gridare al miracolo. E, giustamente, c'è chi non manca di notarlo! qualcuno che, già a novembre, scriveva: gli Isis stanno per essere battuti da femministe armate di armi leggere, che bevono tè. Se non è questa una prova dell'esistenza di Dio, cos'è?

La città ha vinto la sua resistenza a caro prezzo: è praticamente rasa al suolo - proprio come tante città alla fine della seconda guera mondiale.

Però ce l'ha fatta, il che - considerato che (quasi) nessuno ha fatto qualcosa di serio, per aiutare, è una specie di miracolo, non c'è che dire. Da un lato un esercito armato fino ai denti di armi pesanti - fornite da alleati potenti (pensa un po', in buona parte anche molto occidentali!) - dall’altro solo popolazione civile, senza risorse e dotata solo di armi leggere; che ha ricevuto aiuti pochi e tardivi.

La piccola, ma strategica, e altamente simbolica, Kobane era schiacciata fra i tagliagole dell’Isis e la Turchia, paese tradizionalmente nemico dei Curdi, e il cui governo filoislamico è ritenuto addirittura tra i finanziatori dello "Stato islamico" in Iraq e Siria. Seriamente, come poteva farcela?
Le sole speranze le dava proprio l'incredibile coraggio mostrato da una popolazione fuori dal comune, dalla struttura paritaria e coesa, in cui così centrali sono le donne.
 NB / documentario su combattenti curde: rimosso  > vedi nostro commento in fondo.
In questa fase la stampa ha colto l’occasione di sottolineare gli aspetti folcloristici di questa battaglia disperata.
E i sinceri sostenitori dei resistenti hanno guardato con grande apprensione, mandando solidarietà; ma senza speranze. Bernard-Henri Levy scriveva, il 12 ottobre 2014: Kobane cadrà: è questione di ore. Forse di giorni. Spiegando anche bene quale catastrofe sarebbe stata, per il mondo occidentale, questa caduta.
Un esercito di donne nella disperata battaglia per difendere Kobane dallo Stato Islamico, scriveva il Daily Mail il 17 ottobre.

Distruzioni e lutti si sono susseguiti a lungo...











Eppure no! Kobane ha resistito. Eppure...

Eppure la battaglia senza speranze è stata vinta: in modo talmente eroico da essere epico. In modo talmente epico da apparire come una sorta di prova beffarda che Dio esiste, da sventolare sotto il naso degli agguerriti assassini che, sedicenti inviati da Dio stesso, credevano di andare a una passeggiata.



Gli Isis battuti da femministe armate solo di armi leggere, che bevono tè. Se non è questa una prova dell'esistenza di Dio, cosa lo è?



Si, è stato qualcosa davvero da festeggiare!!
La notizia fantastica della vittoria contro il nuovo nazismo,  è stata confermata proprio nel Giorno della Memoria, il 27 gennaio 2015. Notizia bellissima di una vittoria mai certa, quasi imprevedibile - proprio perché tanto difficile: avrebbe dovuto scatenare una febbre nell’informazione - e dunque nei popoli! Invece è passata quasi in sordina, media ufficiali alquanto sbrigativi.
Bè, non ne hanno parlato quasi niente, specie se si pensa che la recente strage di Parigi è solo un piccolo segnale di quanto vicina, e grave, sia la minaccia di un fondamentalismo che ha già scatenato una guerra mondiale. Anche se non convenzionale, anche se scatenata su fronti e con metodi nuovi, rispetto alle guerre del secolo scorso.
Ne hanno parlato (non troppo) i giornali indipendenti, e i volonterosi peones della rete - cui ci vantiamo di appartenere…







Tra questi c'è chi si è scomodato ad andare a vedere di persona, chi ci ha mandato notizie, e chi ha documentato per noi. 


E chi ci sperava tanto da crederci; all’inizio dell’assedio Malalai Joya scriveva, alle donne di Kobane: non siete sole in questa sfida, tutti coloro che amano la libertà e il progresso sono con voi. Con la vostra lotta contro l'oppressione, voi donne siete un calcio nella pancia del'ISIS e di tutti i fondamentalisti dalla mentalità medievale, che valutano le donne la metà degli uomini, e le vedono come oggetti per soddisfare la loro brame animalesche. (..) Oggi la nostra gente, ispirata dalla vostra lotta senza paura, per stare al vostro fianco strofinerà nella polvere il muso dei terroristi talebani e Jehadi, queste efferate e crudeli creazioni degli Stati Uniti. Una nazione in cui donne coraggiose prendono le armi per combattere accanto agli uomini contro l'oppressione e la colonizzazione non sarà mai sconfitta. La vittoria è vostra! Già in passato avete schiacciato e umiliato i bruti ISIS e tutta l'umanità progressista vi ammira per questo.
Questo era vero e si, anche dai media, mentre la partita sembrava persa, qualche attenzione c'è stata. Ma come mai, al momento buono, quando la vittoria c'è stata davvero, i grandi media sono stati alquanto distratti e silenti, su una vittoria che sarebbe invece da considerare epocale?

Per fortuna c'è twitter, che ci informa. I media, distratti, sono stati anche poco appropriati: perché non hanno compreso - o fanno finta di non vedere - la straordinaria importanza del ruolo avuto dalle donne in questa epica battaglia. Perché le donne e l'Isis sono due sistemi: e sono 2 sistemi contrapposti, per ragioni politiche profonde.
E allora dunque il problema è proprio questo: l'Isis non è stato battuto dagli Stati Uniti, e nemmeno dai potenti che in territori musulmani hanno dichiarato di volerli combattere: né l'Iran né l'Arabia Saudita hanno fatto nulla. Ma da un popolo perseguitato, che i potenti fanno già fatica a riconoscere, figurarsi a ringraziare; un popolo con una visione politica molto avanzata, sul piano del rapporto fra i sessi. Perciò a nessuno, ma proprio a nessuno - se non ai veri resistenti, va di celebrare questa vittoria. In tutto ciò, il ruolo delle donne va appunto al cuore delle poste in gioco della guerra mondiale che si combatte oggi, che è diffusa, e che ha fra i suoi primi target proprio le donne - che si sia in grado di capirlo o meno. E se non siete d'accordo, prima di ancorarvi ai vostri pregiudizi, e di tirare giudizi affrettati, prendetevi la briga di andare a leggere i link di approfondimento. Questo è un post a immagini, ma il contenuto c'è, eccome: e si trova fra le righe - basta aver voglia di approfondire.
Per inciso qualcuno, anche fra gli uomini, certe cose già le capisce benissimo. Altri intuiscono qualcosa, e - apparentemente confusamente, restituiscono lucidamente il concetto di quanto certi "opposti" siano nella sostanza molto vicini.
In conclusione, la posta in gioco è alta e ci riguarda da vicino. La posta in gioco richiede di andare al cuore della violenza patriarcale per comprenderla, unico modo per sconfiggerla e superarla.


La battaglia - come ben aveva capito Charb - si gioca fra il risorgere di un un'ipotesi di civiltà e la sconfitta di ogni giustizia. 
A livello mondiale sarà ancora lunga, cruenta e difficile. Nell'area curda, dopo questa vittoria cruciale, le battaglie non sono certo finite, ma ancora in pieno svolgimento (e grazie al cielo, al momento l'Isis sembra continuare ad arretrare).

Rendiamoci conto che questa guerra è anche fra noi; ci riguarda e la combattiamo anche noi, ogni giorno: con la nostra assenza, con la nostra attenzione, noi scegliamo da che parte stare, e contiamo.


Con la vittoria di Kobane una sfida importantissima è stata vinta; è stato posto un seme che può salvarci tutti.
Grazie resistenti curdi e curde. Donne di Kobane, in particolare grazie a voi. Vi voglio ringraziare, vi voglio celebrare, vi voglio ricordare al mondo intero.
NB / idem: documentario su combattenti curde: rimosso  > vedi nostro commento in fondo.



AGGIORNAMENTO del 25 agosto 2016 • a distanza di 1 anno e mezzo, la resistenza curda ha fatto ancora molti progressi contro l'Isis; tranne il principale: lo stabilirsi di giuste alleanze. Anziché attaccare l'Isis, le più grandi forze nella regione continuano ad accanirsi contro i curdi. A partire dal potente eserciti turco (nonché strategico alleato Nato); il regime dittatoriale si è consolidato in Turchia, specie dopo il colpo di stato-farsa, sferrando contro i curdi offensive sempre più dure, in casa e fuori (e cioè in Siria); l'ultima è proprio quella di questi giorni, che vede l'esercito turco in Siria muovere proprio contro le forze curde, mentre queste sono strenuamente impegnate nella liberazione di Jarablus dallo Stato Islamico.
Perché la battaglia era, e resta, fra democrazia e teocrazia islamista: e quest'ultima, che sia imposta dall'Isis o dalla Turchia, dittatura barbarica è, e rimane.
Per inciso: come potete notare, 2 su 2 documentari sulle combattenti curde, che erano stati pubblicati in questo post, sono stati fatti sparire; e non possiamo ripostarli perché sono letteralmente, ora, introvabili; e in rete le più belle testimonianze non si trovano più. Lasciamo questo, in sostituzione; sperando che non verrà fatto sparire anch'esso:

Fai pace! a un mese dalla strage di #CharlieHebdo: in tutta Italia azioni di pace contro terrorismo, guerra e violenza

E' passato un mese esatto dalla strage di Parigi: altro sangue scaturito da un odio orribile che devasta l'umanità, che non si può certo combattere esercitando altro odio. La Resistenza si, non si può evitare; ma la guerra è un'altra cosa. Abbiamo bisogno di guarigione: i sentimenti sono gli ormoni dell'umanità; e questa umanità gronda secrezioni di paura, odio e di follia. Qualcosa che deve essere riequilibrato con il suo esatto contrario.
Oggi, in più di cento città italiane, si svolgono incontri pubblici di riflessione; moltissimi  nelle scuole, altri nelle piazze: fiaccolate e iniziative tese a rafforzare l’impegno per la pace contro la cultura dello scontro e dell’indifferenza.
L'iniziativa è promossa dalla Tavola della pace, come Giornata nazionale contro il terrorismo, la guerra e la violenza, con l'invito: Reinventiamo la libertà, l’uguaglianza, la fraternità! A questo LINK trovate l'elenco degli incontri inn molte città.
Una giornata di testimonianza, e di solidarietà e vicinanza a tutte le persone perseguitate dalle guerre, dalle dittature, dalla violenza e dalla miseria.
Come dice Flavio Lotti: per vincere questa sfida abbiamo bisogno di una moltitudine di persone consapevoli e responsabili. Il pericolo è grande e dobbiamo sentirci tutti impegnati a reagire con intelligenza e lungimiranza. Dobbiamo innanzitutto contrastare quelle idee pericolose che ci invitano alla “guerra santa contro l’Islam” o che inducono alla rassegnazione. Agli irresponsabili che soffiano sul fuoco delle nostre paure, a quelli che inneggiano alla legge del taglione e delle rappresaglie, dobbiamo contrapporre l’impegno deciso di chi sa che le guerre non risolvono i problemi, semmai li aggravano. E che a forza di rispondere “occhio per occhio” si diventa ciechi.

martedì 3 febbraio 2015

Le due presidenti che hanno guidato i grandi elettori per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica: in un'intervista doppia

di Luisa Betti 
Per la prima volta nella storia d'Italia abbiamo avuto due donne alla guida degli oltre mille grandi elettori chiamati a eleggere il Presidente della Repubblica. In un'intervista parallela rispondono qui alle domande su come andare verso un paese che sia (anche) per donne.
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Il Paese che vorrei

Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali: Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al Senato [e poi Presidente del Senato dal 14 gennaio 2015 per tutta la durata della supplenza in cui Pietro Grasso è stato chiamato a svolgere il ruolo temporaneo di Presidente Supplente della Repubblica Italiana, ndr]. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.
Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?
Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.
Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.
Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?
Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.
La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.
Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.
Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.
La scuola è un ambito su cui intervenire?
I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.
Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.
Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?
La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.
Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.
Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?
Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.
È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?
In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.
Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.
Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?
In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.
Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?
Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.
È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?
Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.
Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.
Proposte?
Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.
Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.
Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale 
(da La 27esimaora – Corriere.it )