sabato 9 marzo 2013

Politica femminile è anche una giornata del fiocco lilla

Politica femminile sa che il privato è politico, e anche il corpo lo è.
E dunque anche ogni cosa che attraverso il corpo si esprime. Per esempio il dolore delle donne che si trasforma in atroce rapporto devastante con il cibo, quella incapacità di esprimersi e di dire: dire il terribile disagio di non essere come le ossessive immagini delle donne perfette che gridano da ogni rivista e da ogni muro... dire la sporcizia che ci ha marchiate per sempre da quando quello zio, o quel maestro, da piccole, ha abusato di noi... dire quell'impotenza e lo spavento di non avere un posto nella vita, un futuro davanti... dire quella solitudine, quel freddo di non sentirsi amate - non sentirsi amate abbastanza.
Quel dolore che, insieme alla crescente sessualizzazione delle bambine e al soffocante mono-modello femminile della donna ipersessualizzata, inchiodata alla competitività fra donne per modelli estetici irraggiungibili, ha fatto crescere in modo veritiginoso anoressia e bulimia. Un'epidemia inarrestabile che oggi minaccia da vicino anche tutte le bambine in età scolare; e, sempre più, anche uomini e ragazzi. 
Le istituzioni - salvo rari appelli che poi cadono nel vuoto - tacciono, da sempre. Nessuna legge, nessun serio programma preventivo, nessun riconoscimento della grave emergenza sociale rappresentata oggi da una malattia una volta rara, e che oggi rappresenta la prima causa di morte delle ragazze fra i 12 e i 26 anni. Un'altra forma di femminicidio, strisciante e di massa.
Fra pochi giorni è il 15 marzo: una data in cui, anni fa, una quasi bambina moriva, a soli 17 anni, di bulimia.

Da allora suo padre lotta perché questa data diventi giornata nazionale di prevenzione e lotta contro i disturbi alimentari, e questa'nno questo progetto verrà presentato a Milano, al teatro Leonardo da Vinci, con una serata di cultura e danza in cui, insieme ad altri 40 ballerini, danzerà come solista anche Mariafrancesca Garritano, che ha fatto propria questa battaglia. 
Perché lei è anche l'autrice di "La verità, vi prego, sulla danza", un libro da cui emerge una verità brutale, ma in fondo nota a tutti: messe sotto una forte pressione, e di fronte a modelli fisici molto difficili da raggiungere, le ballerine soffrono in molti casi di anoressia-bulimia. In tutta risposta, invece di precipitarsi a indagare, il Teatro alla Scala, dove Mariafrancesca era solista, pensò bene di licenziarla: e di questo noi donne dobbiamo chiedere conto.


venerdì 8 marzo 2013

Nell'8 marzo, da donna a donne: scrive Laura Puppato

Ringrazio il blog Politica Femminile per darmi l'occasione, proprio nel giorno dell'8 marzo, di fare una riflessione con tutte le altre donne, che sia anche un augurio. 
Sono felice di poterlo fare in questo giorno prezioso che celebra le lotte di tutte le donne per conquistare rispetto e piena cittadinanza, e nel quale un'autorevole associazione femminile lancia anche un'importante campagna: quella per candidare una donna a Presidente della Repubblica. Da donna a donne, devo dirvi che durante la difficile campagna per le primarie la vigile attenzione sul mio operato (e spesso il sostegno) delle donne è stata per me una spinta costante a sentire ancora più forte le mie responsabilità, e in me sempre più pressanti e imperativi gli ideali per un'altra idea di mondo.  Oggi, scoprendo non solo questo blog, ma anche tutti i blog regionali correlati (con i relativi richiami a una serie di petizioni dirette ai politici), ho ritenuto mio dovere approfondire le riflessioni che vi sono proposte: da cosa si intende per "femminile" a tutta una serie di prerequisiti che vengono sollecitati alle candidate donne.
E mi si è aperto il cuore. Perché vedete, le pressioni da parte dei cittadini (i nostri datori di lavoro!), per noi politici, non sono (o non dovrebbero essere) solo fastidi. Possono essere invece paletti che ci tengono saldi, che danno - a chi è davvero disponibile e intenzionato a farlo - l'occasione di impegnarsi pubblicamente, di prendere partito in un flusso più ampio, che mentre ci aiuta a tenere la rotta ci conduce più in fretta verso certi obiettivi. Non è una cosa da poco, credete, specie in un periodo storico in cui, grazie a leggi scellerate, e all'incancrenirsi di un sistema diffuso delle corruttele, l'alta politica sembra dissolta mentre la distanza fra i partiti e i cittadini è cresciuta in modo disastroso. Voglio dirlo chiaro: con tutto il cuore mi ispiro agli ideali e ai punti fermi che, con il post di Vandana Shiva e quello sui prerequisiti, avete posto all'attenzione della politica. Tutte le petizioni che avete indicato le sottoscrivo in pieno e quegli obiettivi mi impegno a sostenere.
E spero che il più alto numero di colleghe vorrà farlo, a prescindere dagli schieramenti. Queste sono battaglie civili, sono battaglie di tutti. 
Il pezzo che vi lascio di seguito l'ho scritto nel 2009, durante il mio mandato come sindaca di Montebelluna, e fu pubblicato allora da "La Tribuna di Treviso". Non ho cambiato parere. Come era ve lo ripropongo come mio contributo a questo blog, in quanto tratta, precisamente, proprio della politica femminile.
Buon 8 marzo, a tutte, nel senso migliore che possiamo dare a questa data.
Laura Puppato, 8 marzo 2013

Fare politica e governare da donna: una riflessione
Cosa significa rivestire il ruolo di sindaco (parlo della  mia esperienza a Montebelluna) o altri ruoli di amministrazione e governo, essendo donna?… Ci sono caratteristiche che vengono dalla storia e dalla cultura delle persone siano esse indifferentemente uomini o donne e altre che, invece, si ritrovano presenti, più frequentemente, in uno dei due generi.
Quando penso al mio modo di intendere  politica e amministrazione pubblica mi pare diverso, a volte profondamente diverso, rispetto ai miei predecessori o ad altri colleghi, il metodo scelto per amministrare; diversi sono anche gli strumenti adottati ma anche taluni obiettivi prefissati. 
C’è attenzione alle persone perché considero essere queste il vero patrimonio amministrato:  cittadini a pieno titolo dal più piccolo al più anziano, dal più umile al più ricco  compreso il personale dipendente al quale chiedo con chiarezza e decisione di operare nel rispetto di tutti e di impegnarsi seriamente nel servizio alla città.
Ho scelto di essere d’esempio nel lavoro di ogni giorno, che deve risultare proficuo e determinato a raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati, considerando che l’esempio è appunto  il migliore e più efficace strumento  di traino e di reale condivisione dei problemi. Sono pochi gli ordini impartiti dall’alto, non c’è l’autorità precostituita alla quale avvicinarsi con ogni precauzione e alla quale spettino onore e privilegi.
Il senso del mandato è proprio nello stare tra la gente, nel trovare le soluzioni ai problemi, nel lavorare con interesse e pervicacia  volti a raggiungere lo scopo finale del benessere fisico e morale di ogni singolo cittadino.
A me sembra dunque che ci sia una differenza sensibile, nell'amministrare da donna o da uomo. Qualcosa che forse deriva da una forma mentis che si deve anche a una storia millenaria che ha visto le donne assumere in capo a se stesse, quasi sempre e solo, doveri e responsabilità senza l’abitudine a chiedere qualcosa in cambio. Benché sempre neglette e tenute a bada, le figure femminili sono state e sono struttura portante del tessuto della società: nella famiglia e nel lavoro - e quindi risultano presenti, affidabili e rigorose - perché questo è necessario per progredire,  permettere  la pacifica convivenza e sperare in un  futuro per i propri figli. La pace e il senso del futuro, vorrei dire, sono così obiettivi “naturalmente” - quasi fisicamente - propri della mentalità femminile. Senza generalizzare né fare luoghi comuni, mi riferisco alle esperienze personali, che coincidono con le evidenze statistiche.
Un po’ sentinelle un po’ muli, un po’ poetesse e filosofe, un po’ economiste e ingegnere… Difficile schedare con precisione le donne, poco inclini come sono ad una appartenenza acritica. Libere nel pensiero e nell’azione e coscienti che il valore delle cose è nel metodo con il quale si ottengono. Attente ai contesti e ai particolari, alla delicatezza dell’insieme, al pensiero che vola e arriva a meta, ai simbolismi.
Mi torna alla mente quale rappresentazione della diversità di approccio un luogo migrante che si chiama “il circo Bidone”: è un circo francese poetico e molto spettacolare insieme, lì ci sono i clown, come in ogni circo, ma in luogo dei leoni e degli elefanti tormentati ci sono  galline, gatti e cani che sembrano, incredibilmente, partecipi di una vita antropizzata senza essere vessati. La differenza sta nella grande semplicità con la quale vengono fatti partecipare allo spettacolo questi animali comuni,  ovvi e casalinghi, che pare abbiano sposato il vivere in simbiosi con gli uomini e le donne del circo: pare che nessuno ammaestri e domini, e che nessuno venga ammaestrato. Il che manda un senso di poesia e autenticità, lo spettatore ride e si diverte ma senza dileggiare gli animali, come rideremmo affettuosamente noi dei nostri animali che giocano con noi e fra loro. Chissà, forse è solo un'illusione, ma il senso vero del circo è in quello spettacolo semplice e diretto, dove ognuno ha il suo ruolo e tutti imparano a sorridere di se stessi, come in un film di Fellini.
Ecco c’è tanta idealità dietro l’azione femminile, certo c’è coraggio e onestà, attenzione all’ambiente, al  futuro e gioia di rendersi utili ma anche il senso, profondo, della vita con le sue luci e le sue ombre: l’ironia che nasce dal comprendere la relatività del valore dei beni materiali, che sviluppa la sensibilità verso i più sfortunati e la determinazione contro le ingiustizie.
Come disse Helmut Kohl, quando fu insignito del premio De Gasperi, solo gli idealisti sanno essere realisti, anche quando si è capaci di sognare resta comunque difficile realizzare una decente quotidianità, figuriamoci se si nasce già cinici e sconfitti. La politica al femminile è un orizzonte, e quindi idealità e sogno, in una quotidianità per raggiungerlo data dal lavoro e da molta, molta concretezza.
Laura Puppato, 2009

8 marzo: laurea honoris causa a Marisa Rodano

Quante di noi hanno visto, innumerevoli volte, la figura alta e autorevole di Marisa Rodano, china sui suoi appunti, seguire convegni e riunioni senza perdere una parola? Quanti milioni di parole scritte, di idee salvate, quanti progetti concretizzati. Una figura che ha in sè anche l'immagine di una instancabile raccoglitrice, un'operaia del pensiero che come polline raccoglie ogni goccia del pensiero delle donne, sta attenta che niente vada sprecato. 
Ancora oggi, con assoluta incisività, presiede alle fitte riunioni in cui si ritrovano le rappresentanti delle associazioni che aderiscono all'Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria. Poi alza agile dalla poltrona i suoi 92 anni e a volte, cercando le chiavi dell'auto, chiede se "qualcuna vuole un passaggio".
Da ragazza fu studentessa e partigiana, poi madre di 5 figli e attivista attivissima; fu tra le fondatrici dell'UDI e a lungo sua Presidente, prima donna a ricoprire l'incarico di vicepresidente della Camera dei deputati (dal 1963 al 1968), e fino ad oggi attiva in politica italiana e internazionale, sempre al fianco delle donne.
Laureata cento volte nelle pratiche quotidiane e battaglie per tutti, ma il pezzo di carta non l'aveva avuto mai: nel 1943 fu arrestata per le sue attività nella Resistenza, prima di arrivare alla laurea: si portarono via anche tutti gli appunti della mia tesi - dice - chissà cosa pensavano di trovarci.
Oggi però, in questo 8 marzo 2013, in seguito a proposta di Fiorenza Taricone, la laurea che le fu in quel modo "scippata" gliela conferisce L'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale: in Scienze della Comunicazione.
Mai laurea fu più meritata. A lei tutto il nostro affetto e riconoscenza, in questo 8 marzo e ogni giorno.

Così il Presidente Napolitano:
L'odierno riconoscimento dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale sottolinea in modo significativo la continua e importante attività svolta da Marisa Rodano. Sul piano politico e su quello culturale, per la piena attuazione del principio costituzionale dell'uguaglianza e pari dignità di tutti i cittadini - e dunque per la piena affermazione del ruolo civile e sociale della donna nel nostro paese e in tutto il mondo. In questo spirito, esprimo a Marisa Cinciari Rodano il mio vivo apprezzamento per il meritato conferimento accademico e le rivolgo un partecipe e affettuoso saluto.

Il corpo politico delle donne: scrive Edda Billi

Sono passati 40 anni dal mio incontro con il Femminismo.
Dopo i giorni dell’ira quelli della presa di coscienza poiché sapersi soggetto in un mondo che ti aveva sempre cancellata fu la scoperta più travolgente, più intrigante e definitiva, non più inglobata in un maschile totalitario ma libera finalmente dalle strettoie di un sesso secondo.
Non più utopia che cresce nella negazione ma realtà che occupa spazi e territori sconosciuti, in cui esisti per te, con le altre, per andare oltre.
In agguato, da subito, l’omologazione ad un mondo maschile che pretendeva di impedire l’accadimento principe: esistere non più perché riconosciuta dall’altro ma per sé - così da cambiare anche la nostra vita e con la nostra quella di tutti.
Omologazione: alibi feroce poiché amiamo il nostro nemico e non abbiamo saputo impedire che si consumasse quello che io chiamo “FEMMINISTICIDIO”.
Anche da parte di alcune donne (troppe?) perché troppo succube e troppo dipendenti.
Continuare a delegare la nostra libertà all’altro permettendogli di “riconoscerci” è stato l’errore più grande. Potevamo essere noi donne, con le nostre istanze di cambiamento, l’ago della bilancia anche di questa situazione italiana - invece mai e poi mai abbiamo capito che prendersi in mano significava unirsi in una forza che avrebbe finalmente contrastato questo pernicioso patriarcato  che sembra morente ma che morde più di prima.
Di là Moebius passeggia sornione con il suo libro “L’inferiorità mentale della donna” mentre sulla terra si alternano, senza soluzione di continuità, “padri-padroni”.
Avverto tutto questo nei consessi separatisti degli uomini – perché tali sono – sia nelle chiese, sia nei parlamenti e ancora in troppe case.
Le donne sono l’alibi, ormai usurato, per le loro eterne presenze che hanno potere e che quindi davvero contano.
Ma non tutte le speranze sono finite e tutto non è perduto: abbiamo arato e seminato e certamente qualcosa sta germogliando.
Piccoli accenni, anche nelle piazze piene di “basta”, ma con una “controrivoluzione” sempre in agguato.
Io non mi illudo: la strada è tutta in salita perché 40 anni contro 4 secoli sono troppo pochi. Ma se sapremo camminare insieme, senza divisioni, forse riusciremo a contare nel mondo, dato che il mondo è tutto “nato di donna”.
Si diceva: il corpo è mio e me lo gestisco io; oggi dovremmo ripeterlo con l’aggiunta di un aggettivo qualificativo: il corpo politico è mio e me lo gestisco io.
Edda Billi (Presidente Affi), 6 marzo 2013

L'intervento è stato portato all'incontro "La parola che cancella in un mondo che cancella" organizzato da Powergender, il 6 marzo 2013, presso la sede italiana del Parlamento europeo, in via IV novembre a Roma

Anno Domini 2013: una donna Capo dello Stato?

Nell'anno del Signore del 2013, chissà che questa folle idea marziana venga finalmente presa in considerazione?
Donne alla carica. O meglio è tempo di donne in carica. Dopo i risultati delle ultime politiche uno dei pochi dati incontrovertibili è quello riguardante la presenza femminile in Parlamento. Un dato statistico che vede le quote rosa in crescita. Ma ancora a oggi si parla di consultazioni e di rosa di candidati alle più alte cariche dello Stato che non considerano i curricula di donne riconosciute per opportunità e adeguatezza al ruolo a livello nazionale e non solo.
A oggi è stato fatto qualche vago accenno al fatto che sarebbe arrivato il momento di avere una donna al Quirinale, come se questo fosse un miraggio cui l'Italia non può aspirare realmente in questo millennio. C'è il rischio di vedere un'ennesima sequenza di nomine maschili. 

Pari o Dispare (associazione per la valorizzazione di genere nella società e nel mondo del lavoro) lancia una campagna di sensibilizzazione in un momento cruciale per il Paese dal punto di vista politico ed economico in cui il rinnovamento è una questione imprescindibile e l’alternanza di genere potrà garantire una nuova prospettiva in linea con l’esprit du temps. Cuore dell’iniziativa di Pari o Dispare uno spot dal tono provocatorio per andare oltre il concetto di quota rosa e verso una partecipazione attiva e responsabile alle prossime consultazioni politiche.

Allo stato attuale sembra più probabile per una donna impegnata in politica poter accedere a un percorso cardinalizio nel prossimo Conclave che essere inclusa tra i papabili nomi candidati al Colle. E’ cosi nelle scene dello spot proposto Alessandra Faiella, attrice di teatro e protagonista di satira di genere, indossa i panni di un Cardinale dopo aver appreso che oltre alle cariche di Stato altre posizioni di tutta autorevolezza si sono rese disponibili come quella papale.

Una provocazione di pensiero per attirare l’attenzione sull’attualità e sullo spazio da dedicare alle donne: intelligenza e trasparenza per determinare il nuovo Presidente della Repubblica chiamato a rappresentare lo Stato e garante dell’unita’ nazionale e del rispetto della Costituzione. La selezione deve dunque avvenire tra le risorse e le personalità migliori che si sono distinte a livello nazionale e internazionale, in grado di conciliare le diverse istanze e supportando il Paese in questo momento di grave crisi economica.

Lo spot va oltre il "politicamente corretto" e punta direttamente all'assurdo: una donna cardinale. Una provocazione, a trattative politiche in corso e alla vigilia del prossimo conclave,  e una domanda aperta: è più facile per una donna diventare cardinale o salire al Quirinale? L'Italia è ancora ben lontana dalle percentuali determinanti di ruoli di responsabilità affidati alle Donne. 

“Partecipando al dibattito attuale abbiamo pensato – afferma Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare – fosse giunto il momento di creare uno spazio alla candidatura femminile per il Quirinale. In un paese dove si deve ritrovare la giusta rotta, un cambiamento degli schemi e valutazioni più in linea con il resto dell’”Europa rimangono le uniche speranze per tornare a essere competitivi. Nell’interesse di uomini e donne”.

L'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si associa alla promozione del video prodotto da pari o dispare:

 

e condivide l'urgenza per il nostro Paese di donne di talento nelle più alte cariche dello Stato, a partire dalla Presidenza della Repubblica.
Roma, 7 marzo 2013

Contatti con Pari o Dispare: Francesca Maria Montemagno • cell. 340 8735634

mercoledì 6 marzo 2013

Guardando Ballarò: scrive Caterina Della Torre

Ieri sera (5/3/2013) da Ballarò erano ospiti in studio Laura Puppato, Maurizio Pallante e Maurizio Lupi. 
Mondi politici e di vita a confronto. Poi arrivò Renzi con la sua ‘’non chalance’’ di chi sa perdere.
Nuovi e vecchi volti in TV. Una miscellanea quasi ‘’tranquilla’’ quindi ieri sera. Se non fosse che si è parlato in lungo ed in largo del Movimento a 5 stelle e di quello che ‘forse’’ farà nei prossimi giorni. Argomento che getta tutti in ansia perché le rivoluzioni non sono mai indolori.
Dobbiamo ammettere che lo sbarco di così tante novità nella politica italiana ci sta sbilanciando. Ma forse era ora. Come era ora che le donne avessero più voce in capitolo. Perché cose da dire ne hanno. E da fare anche, ma finora a causa della cooptazione dei partiti erano rimaste nell’ombra. Ed ora, grazie all’entrata massiccia del gentil sesso, con il M5S e con il PD che ha svecchiato e ringiovanito le sue file, forse qualcosa cambierà.
Ma quello che mi domando è: cambierà veramente? E sarà utile al paese?
Sentire Laura Puppato ieri sera mi ha rassicurato. Con il suo gentile ed aperto sorriso sembrava quasi regalare allo spettatore le soluzioni economiche che lei, senatrice, persegue e può dire di aver realizzato: a Montebelluna di cui è stata Sindaco con successo, per due mandati.
Contrapposta a Lupi poi, sembrava un agnello di fronte al ‘’lupo’’ cattivo (scusate il gioco linguistico). Ma ha saputo perfettamente rintuzzare gli attacchi del senatore pidiellino. Una Laura diversa dalla prima che aveva esordito sugli schermi di Ballarò, durante le primarie del PD.
Una Laura che ha conquistato il suo posto e che sono sicura porterà avanti le sue lotte anche per noi.
Seguiamola.
Caterina Della Torre, 6 marzo 2013


martedì 5 marzo 2013

Cosa vogliamo dalle elette: scrivono Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri

Cosa vogliamo e cosa non vogliamo dalle donne elette? Ecco pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista; puntando in alto: nelle risposte di Cigarini, Masotto e Melandri, apparse sull'ultimo numero di Via Dogana
Dopo le elezioni del 24-25 febbraio 2013 (questo articolo è stato chiuso in redazione a campagna elettorale ancora in corso) ci saranno molte più donne in Parlamento e nelle Assemblee regionali interessate al voto. Alcune saranno lì come femministe. Molte altre ci arriveranno, pur con storie politiche diverse, sull’onda di un forte movimento delle donne che si è fatto sentire, imponendosi ai partiti. Questo il dato di fatto. Perciò il punto politico al presente è: che relazione intendiamo costruire con loro? Ci interessa oppure no? Per noi la risposta è sì. Ciò che vorremmo mantenere/costruire con le elette ci aspettiamo che sia all’altezza della radicalità del femminismo: pratica politica del partire da sé, relazioni tra soggetti, non rapporti strumentali.
Niente a che vedere, dunque, con la prassi ben nota, anche se in realtà raramente praticata, secondo la quale le elette relazionano al movimento da cui ottengono in cambio sostegno. Questo, in fondo, non sarebbe niente di più e di diverso da un mandato della rappresentanza gestito con trasparenza, cosa a cui, in effetti, siamo poco abituati. Vorremmo altro.
Vorremmo una pratica politica comune con le elette che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

Sappiamo che non sarà facile. Sarà una relazione critica e tempestosa perché chiederemo alle elette molto, sia in termini di pensiero che di gesti di rottura, di cambiamento. Specialmente rispetto alle femministe, entrerà in gioco il giudizio (che si è sempre espresso con reticenza nei gruppi femministi) al quale non si possono sottrarre perché hanno accettato il mandato, e di conseguenza la misura di giudizio maschile, consapevoli del rischio – o addirittura della certezza, per qualcuna – della neutralizzazione. Una bella contraddizione da affrontare.
Noi peraltro non vogliamo arrenderci a una sensazione di perdita, di sottrazione che pure sentiamo. 
E non ci ritroviamo neppure nell’eccitazione di chi pensa “finalmente, adesso sì che…”.
Pensiamo che sia una sfida per tutte e proponiamo di raccoglierla insieme, elette e non. I temi da affrontare non sono da poco. Eccone alcuni, che vogliamo accennare partendo da alcuni no.
• No a leggi “di genere” come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – “dalla parte delle donne”. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. E portano piuttosto a dire che:
a) sulla sessualità non si legifera;
b) le leggi antidiscriminatorie, notoriamente più amate da chi legifera che dalle donne stesse, hanno l’effetto pratico di imbrigliare e normalizzare l’attuale dinamismo culturale e sociale delle donne, che giustamente non amano essere trattate da deboli e vittime;
c) la Costituzione ben usata permette comunque qualsiasi azione legale antidiscriminatoria.
Anche sulle azioni positive poi, abbiamo tutte le informazioni per esercitare un giudizio sottile e all’altezza della consapevolezza delle donne.
Chiediamo, invece, riflessione e lavoro politico comune sui temi cari alla nostra pratica politica. Le parlamentari, tra l’altro, sono in un luogo dove oggi quasi niente si decide: il potere si è dislocato dal parlamento al governo e dal governo nazionale ai vari poteri non trasparenti e che non passano attraverso il dispositivo del consenso elettorale. Il parlamento, in compenso, concede ai suoi abitanti tutto il tempo e gli strumenti (biblioteca, collaboratori, soldi ecc.) necessari alla riflessione e all’azione.
La voglia di essere nei luoghi in cui si decide si manifesta poi anche in altri modi. Molte donne vogliono governare. Avere in mano il potere positivo di fare. Questo desiderio si manifesta spesso, e ai nostri occhi più coerentemente, a livello delle amministrazioni locali (regionali). Anche sotto questo aspetto ci sembra il momento per mettere in discussione i luoghi comuni e le scorciatoie: certo che le donne sono spesso più competenti e meno corrotte! Ma oggi hanno anche la forza politica per non limitarsi ad essere “la brava amministratrice”. Per sottrarsi al santino della donna naturaliter moralizzatrice.
• Non essere l’eccezione femminile che con la sua inclusione “rinnova” una politica screditata, ma imporre un cambio di regole per tutti. 
• Evitando il sottinteso slittamento dal politico al problem solving. 
• E non consentendo l’operazione di impoverimento simbolico che riconosce le competenze femminili senza mettere in discussione l’ordine maschile costituito.
• Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza.
• Non ci interessa oggi una democrazia meno screditata, ci interessa che venga modificata sostanzialmente dall’affermarsi della libertà femminile, dalle trasformazioni nel concetto di cittadinanza, dal riconoscimento dei soggetti come interdipendenti.
• Nello stesso modo abbiamo cambiato il discorso sul lavoro: non più questione femminile, ma soggetti che illuminano tutta la scena del lavoro necessario per vivere, che mostrano ciò che tutti possono permettersi di non vedere.
Se non facciamo questo passaggio, anche il primum vivere si banalizza nella rivendicazione delle donne come portatrici di cura del vivere, invece che di un nuovo conflitto che riguarda il come e il dove vengono prese le decisioni che riguardano da vicino la vita di tutti noi.
A noi stanno a cuore temi e contraddizioni alte: la libertà delle donne (e degli uomini) non è riducibile alla democrazia che conosciamo, al sistema elettorale, alla dittatura della maggioranza e neppure ai diritti, alla politica dei partiti – che fin dagli anni ’70 hanno perso la capacità di intercettare le nuove soggettività – e degli stati esautorati. Bensì, pensiamo che la libertà possa essere affidata alla forza delle pratiche politiche di soggetti che si riconoscono interdipendenti.
Già più di 60 anni fa Hans Kelsen – sottolineando il tendenziale conflitto tra libertà e democrazia – aveva tentato di superarlo con il concetto di libertà democratica.
Oggi più che mai si apre un vuoto pratico-teorico enorme davanti a tutte e tutti.
• Si chiede, perciò, soprattutto alle parlamentari femministe di tenere conto del livello alto della contraddizione e di non adeguarsi alle soluzioni fin qui proposte: democrazia partecipata, cittadinanza attiva, legami con il territorio e gli elettori, ecc. Ne hanno la capacità e la formazione. Possono, dal loro posto (parlamento) e dalla loro pratica femminista (di relazione), avere uno sguardo alto, raccontare le esperienze che hanno acquisito in quel luogo: quali conflitti insorgono quando si ignorano le regole tradizionali del potere? Hanno la forza e il coraggio di contrastare la regola maschile? Che tipo di pratica di relazione intendono costruire?
• Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro.
• Infine, in questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione, che è bella dal punto di vista sociale ma che non affronta affatto la libertà delle singole/i. Non a caso, è bene sottolinearlo, è stata scritta in un tempo nel quale le donne non avevano parola.
• Ma soprattutto non si può affrontare la complessità del presente cercando di ricacciarlo a forza dentro uno schema concettuale pensato su una società e degli Stati profondamente diversi. Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente: soggetti che si relazionano, che cooperano, che si autogovernano, come la politica dei beni comuni. Il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi. L’irruzione, infatti, delle donne nella politica con i loro desideri e bisogni ha fatto cadere la separazione tra privato e pubblico: la soggettività di chi parla in prima persona rispetto all’oggettivazione dei problemi; la singolarità rispetto alla identità di genere, di classe, ecc.
Aspettiamo quindi che le donne elette (senza escludere uomini, senza escludere le candidate non elette) rispondano affermativamente ai nostri inviti: non ci esoneriamo infatti dalla ricerca delle pratiche, delle idee e delle iniziative che possono realizzare quello che pretendiamo da loro. Da loro e da noi.
Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri