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domenica 7 giugno 2020

Dopo decenni di allarmi la rottura del permafrost

È curioso, ma non divertente, che nel 1972, con previsioni attraverso un modello computerizzato, il MIT avesse già stabilito che, in assenza di cambi di rotta, la scadenza per il punto di non ritorno fosse proprio il 2020. Previsione poi progressivamente confermata; vedi ad esempio nel 2012 Scientific American nell'articolo Apocalypse soon, o Le Scienze. Il tutto abbastanza spaventoso, visto che proprio in quest'anno, dopo incendi, pandemia, cavallette, il 29 maggio si è verificata anche una brusca spallata al permafrost, uno degli elementi più cruciali nell'equilibrio del pianeta, creando i presupposti per una catastrofe irreparabile.
In Italia solo alcuni quotidiani hanno riportato la notizia di un grave "incidente" in Siberia che avrebbe fatto arrabbiare Putin. 
Ma forse è meglio essere più precisi e dire che non è un incidente: è disastro climatico. Dal 1972 ad oggi siamo andati avanti imperterriti, assottigliando la spessa calotta protettiva dei ghiacci e minacciando il permafrost permanente. Qualche giorno fa, cioè proprio adesso, lo abbiamo anche bucato causando, con il crollo di una enorme cisterna che vi poggiava sopra, lo sversamento di decine di migliaia di tonnellate di petrolio nel sistema di fiumi della Siberia. Bisogna anche pensare che nell'Artico sono centinaia le strutture che poggiano sul suolo ghiacciato, per questo l'accelerarsi del suo scioglimento potrebbe causare altri crolli.
Ma a questi disastri e avvelenamenti si aggiunge un altro grave pericolo; visto che il permafrost, oltre a tenere intrappolata una quantità di CO2 che fuoriuscendo ci annienterebbe, può liberare virus e batteri ora dormienti, davvero letali.


Per molte ragioni dunque danneggiare il permafrost può causare lo sconvolgimento totale del Pianeta. Si tratta del peggior incubo (sia per ragioni di clima sia sanitarie), su cui climatologi e studiosi ambientali da anni lanciano allarmi. Ora che questo incubo si manifesta, la domanda, nuovamente, è sempre la stessa: ma come mai il problema di salvarsi non assurge ancora a priorità che deve surclassare qualunque altro argomento?
Non se ne parlava prima, quando il disastro era annunciato, né ora, che è conclamato.

Nella sconcertante latitanza dell'informazione e della politica, forse bisognerebbe lanciare almeno dei webinair informativi rivolti ai cittadini e alla stampa. In questo senso un primo passo è stato fatto programmando a breve un webinar urgente > QUI, a cui speriamo ne seguiranno altri.
Perché no: quello che è appena successo non è un fatto locale né un “incidente”, ma un disastro globale che va fermato, e per farlo non se ne può parlare solo nei circoli più ristretti degli studiosi (che a quanto pare sono ascoltati solo dalle Cassandre).
Il quadro climatico generale è (era) già di per sé abbastanza preoccupante. Ma ora, l'ulteriore indebolimento del permafrost, oltre ad aver causato uno dei più gravi incidenti petroliferi della storia, fa profilare il pericolo immediato di una ondata di tremende conseguenze a tutti i livelli. Si pensava di avere più tempo.. qualche decina d'anni ancora; ma le cose sembrano andare più in fretta del previsto.
Del resto, secondo gli studi genetici la comparsa dell’essere umano moderno risale a circa 200.000 anni fa, su un pianeta che ha oggi 4,6 miliardi di anni; e, se guardiamo all'organismo della Terra come se, in scala, fosse un essere di 46 anni, e l'umanità un microrganismo ospite, in proporzione, siamo comparsi su questo organismo da sole 4 ore. La nostra rivoluzione industriale è iniziata 1 minuto fa; e in questo solo minuto abbiamo distrutto oltre il 50% delle foreste del mondo; quindi in modo fulmineo abbiamo portato il nostro organismo ospite al collasso. Ci siamo comportati come una malattia, tanto più fulminante quanto meno ci poniamo domande. 


Per maggiore informazione, di seguito alcuni stralci da una nota della AFP che ieri (fornendo peraltro anche dati disponibili già da tempo), descriveva così la situazione climatica intorno al permafrost:
In Siberia, sede di gran parte del permafrost della Terra, nel mese scorso le temperature sono aumentate di 10 gradi Celsius rispetto alle medie annuali, mentre il mondo intero ha registrato il suo mese di maggio più caldo. La rete di monitoraggio del clima dell'Unione europea, il Copernicus Climate Change Service (o C3S), ha dichiarato che nel 2020 il mese di maggio è stato più caldo di 0,63 °C rispetto alle sue medie dal 1981 al 2010, con temperature sopra la media in diverse parti dell'Alaska, Europa, Nord America, Sud America, aree dell'Africa e dell'Antartide. La Siberia occidentale, in particolare, è stata insolitamente calda per diversi mesi consecutivi. Freja Vamborg (scienziata senior C3S) rivela che "le anomalie veramente grandi sono iniziate a gennaio e da allora questo segnale è stato piuttosto persistente".
(...) L'ondata di calore su regioni della Siberia e dell'Alaska provocherà un particolare allarme nelle zone già travolte l'anno scorso da enormi incendi boschivi alimentati da calore record e dove, come Copernicus avverte, gli "zombi" infuocati che bruciano sottoterra potrebbero riappiccare il fuoco.
Secondo la rete di monitoraggio, per tutto il periodo da marzo a maggio 2020 in Siberia le temperature "molto anomale" hanno raggiunto un innalzamento di quasi 10 °C oltre la media 1981-2010 nelle zone dei fiumi Ob e Yenisei, ove "è stato riportato uno scioglimento record del ghiaccio fluviale". Mentre in gran parte dell'Artico le temperature salivano ben oltre la media, la primavera è stata più fredda nel nord del Canada, in varie parti d'Europa, dai Balcani alla Scandinavia, in Australia, nell'Asia meridionale e negli Stati Uniti orientali.
Ma gli ultimi 12 mesi (da maggio 2019 a maggio 2020) sono stati il periodo più caldo mai registrato (...) come anche gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati, così come lo è stato tutto l'ultimo decennio.
In particolare nella regione artica le temperature medie sono aumentate di 2 gradi Celsius dalla metà dell'Ottocento, quasi il doppio della media globale. È questo che ha accelerato lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia (il cui spessore è normalmente di oltre 2 km), causando una perdita netta di 600 miliardi di tonnellate di massa di ghiaccio all'anno, pari a circa il 40% dell'innalzamento del livello del mare nel 2019. Il permafrost nelle foreste russe e canadesi contiene fino a 1,5 trilioni di tonnellate di anidride carbonica, cioè una quantità di CO2 pari a circa 40 volte le emissioni annuali attuali.

martedì 2 giugno 2020

Cara Rai, per favore migliora l'informazione ambientale

Come abbiamo scritto citando l'ottimo esempio di The Guardian, riteniamo di importanza cruciale la corretta informazione per combattere i pericoli della crisi climatica in atto. Ci uniamo quindi con convinzione alla lettera rivolta al presidente (Marcello Foa) e al direttore della Rai (Giuseppe Carboni), da ben 15 associazioni (vedi sotto l'elenco), che dichiarano di porre estrema attenzione nella divulgazione di informazioni scientifiche, consapevoli dell’impatto che hanno i temi ambientali sulla opinione pubblica in generale e, soprattutto, in questa particolare fase

E che per queste ragioni scrivono: "siamo molto meravigliati della banalizzazione con cui il servizio di TG1 ambiente del 26 maggio 2020, “Alberi per purificare l’aria”, di Marilù Lucrezio, ha raccontato agli ascoltatori che piantare alberi potrebbe non contribuire, anzi in alcune circostanze danneggiare, la lotta alla crisi climatica.
La fonte del servizio è con tutta probabilità l’articolo di Michael Marshall “Planting trees doesn’t always help with climate change”, pubblicato su BBC Future lo stesso 26 maggio. Tuttavia la versione andata in onda in Italia ne ha banalizzato alcuni punti, arrivando a comunicare che in Europa e in Nord America piantare alberi sarebbe climaticamente inutile. Ma secondo la miglior scienza disponibile l’insieme di tutte le soluzioni basate sulla natura, che comprendono piantare alberi, gestire le foreste esistenti in modo climaticamente intelligente, fermare la deforestazione tropicale, conservare le aree umide e le torbiere, praticare l’agricoltura conservativa potrebbe aiutarci a conseguire il 30% della mitigazione climatica necessaria al 2030 per  contenere il riscaldamento a fine secolo entro 2°C rispetto all’epoca pre-industrale [Griscom, B.W. et al., 2017a: Natural climate solutions. Proc. Natl. Acad. Sci., 114, 11645–11650, doi:10.1073/pnas.1710465114]. 
La sola espansione delle foreste in tutte le aree disponibili (escludendo quelle agricole, urbane e ad alto contenuto di biodiversità come le savane) potrebbe garantire, tramite la fotosintesi aggiuntiva, un sequestro addizionale di oltre 10 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno [PCC Special Report on Climate Change and Land, 2019]. Un contributo non sufficiente da solo, ma di cui non è possibile fare a meno se si vuole raggiungere l’obiettivo degli accordi di Parigi. Un contributo che però non è scontato. Anzitutto, per realizzare questo potenziale occorre piantare gli alberi giusti al posto giusto, e assicurare alle nuove foreste cura e protezione dalla siccità e degli incendi, soprattutto nei primi anni. La scienza oggi conosce bene le tecniche migliori per realizzare foreste resistenti, resilienti e funzionali, e che siano in grado di auto-sostenersi ecologicamente una volta arrivate a maturità [vedi ad esempio > QUI].
In secondo luogo, come suggerisce il servizio del TG1 Ambiente, ci sono situazioni in cui piantare alberi potrebbe innescare conseguenze opposte a quelle desiderate. Sono i cosiddetti effetti biofisici dovuti al fatto che alberi e foreste hanno altri modi, oltre alla fotosintesi, per modificare il clima locale:
• il cambiamento di colore della superficie terrestre, da bianco (aree innevate senza alberi) o marrone (suoli tropicali deforestati) a mediamente scuro (nuove aree con alberi). Nel primo caso, corrispondente alle zone artiche e boreali, un colore superficiale più scuro si tradurrebbe in un riscaldamento, per lo stesso fenomeno che sperimentiamo quando entriamo in una automobile scura in una calda giornata d’agosto;
• la maggiore evaporazione di acqua da parte dei nuovi alberi, che può favorire la formazione di nubi (effetto raffreddante) ma anche aumentare la quantità di vapore acqueo in atmosfera, un gas serra naturale (effetto riscaldante);
• l’aumento della rugosità superficiale, che favorisce la dispersione di calore mediante turbolenze (effetto raffreddante);
• la produzione di metano da parte di foreste delle aree caldo-umide o paludose (effetto riscaldante), e l’emissione dalle foglie di composti organici volatili che possono favorire la formazione delle nuvole (effetto raffreddante).
Tuttavia, le poche ricerche condotte finora hanno fornito risultati contrastanti sul loro effetto complessivo - un dibattito estremamente attivo, ma non raccontato dal servizio del TG1 (come invece fatto dal pezzo della BBC).
Questa incertezza è determinante perché, secondo l’IPCC,  c’è un’alta probabilità che su scala locale gli effetti biofisici siano più importanti di quelli determinati dalla fotosintesi. In realtà il bilancio netto sul clima dipende dall’area geografica dove si piantano le nuove foreste, dalla specie utilizzata, e dall’umidità del suolo. Secondo i modelli considerati dall’IPCC, un aumento di foreste ai tropici causerebbe un rinfrescamento sia globale che locale (2,5°C in meno nel Sahel, 1.2 in meno in Cina, e fino a 8 °C in meno nel Sahara occidentale).
Contrariamente a quanto riportato da TG1 ambiente, il cui claim è basato su una ricerca vecchia ormai di 13 anni e superata da nuovi studi, secondo il rapporto speciale dell’IPCC anche in Europa e Nord America un effetto rinfrescante è possibile come risultato dell’espansione delle foreste, tranne nelle zone più aride, dove non c’è abbastanza acqua da far evaporare e l’effetto inscurimento sarebbe prevalente.
Secondo alcuni ricercatori, le ondate di calore del 2003 e del 2010 in Europa sarebbero state molto più deboli in caso di afforestazione su larga scala. L’unica area dove i due effetti si compensano a vicenda sembra essere quella boreale-artica dove, a causa dell’effetto-colore, la messa a dimora di nuove foreste avrebbe un effetto climatico tre volte meno efficace rispetto alle zone tropicali. Secondo gli studi più recenti, considerando sia gli effetti biofisici che la fotosintesi, l’afforestazione di 800 milioni di ettari a livello mondiale risulterebbe in una diminuzione della temperatura di 1 grado nelle regioni temperate e 2,5 in quelle boreali.
Ma c’è un terzo punto, il più importante.
Le città del mondo stanno subendo le più dure conseguenze dei cambiamenti climatici: ondate di calore estivo, precipitazioni intense e improvvise, il peggioramento della qualità dell’aria [e, aggiungiamo, la crisi sanitaria conclamata ora con il Covid19, che ha anch'essa una genesi importante proprio in deforestazione e surriscaldamento; ndr]. E gli alberi hanno, nei confronti di queste minacce, poteri eccezionali.
Non tanto tramite l’assorbimento di CO2, di entità estremamente limitata in confronto alle emissioni di una città, ma facilitando l’adattamento dei cittadini. Rinfrescando l’aria durante le ondate di calore, assorbendo parte degli inquinanti e delle polveri sottili, riducendo il deflusso delle acque superficiali. Migliorando in sintesi, la salute e il benessere dei cittadini, in modo “altamente probabile” – come conclude anche il rapporto IPCC su Climate Change e Land. Confidando nell’utilità di questa nostra comunicazione per migliorare l’informazione del servizio pubblico, con l’occasione si  inviano cordiali saluti."

Associazioni firmatarie: Legambiente, Sisef, PeFC Italia, Uncem, Federforeste, Kyoto Club, Aiel, Conaf, Federparchi, Slow Food Italia, FSC Italia, Fondazione Symbola, Centro di Ricera FL Crea, Conai BO, Pro Silva Italia