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martedì 27 settembre 2016

Lesbiche contro l'utero in affitto: nessun regolamento sul corpo delle donne

Questo è un testo contro i regolamenti volti a introdurre la GPA [utero in affitto, ndr], invocati da più parti specialmente nella sinistra. Non è un testo proibizionista, ma è contrario ai contratti e agli scambi di denaro per comprare e vendere esseri umani.


Scambi ora illegali in Italia, perché il contratto non è valido (non per la proibizione della legge 40, è una questione di molto più lunga data). Questa presa di posizione è necessaria, in un momento in cui l'intero movimento gay lesbico e trans sembra militare sotto le bandiere del presunto "dono" dovuto alla grande generosità femminile, e avallare così il commercio di bambini. 

Lesbiche contro la GPA: Nessun regolamento sul corpo delle donne 
La maternità surrogata, detta gestazione per altri (GPA), praticata in alcuni paesi, è la messa a disposizione del corpo di una donna che genera bambini su commissione. 
Solitamente si impiantano nell’utero delle madri surrogate embrioni di ovociti prelevati da altre donne, al fine di recidere il legame genetico tra la gestante e chi nascerà. Chi organizza questa attività spera così di recidere anche il legame affettivo tra madre surrogata e neonato/a, come se il legame dipendesse dal codice genetico e non dalla gravidanza e dal parto. Si tratta di metodiche invasive e pericolose per la salute materna su cui si sorvola, così come si tace del fatto che di norma si impedisce l’allattamento al seno del/neonato/a per interrompere l’attaccamento. 
Lungi dall’essere un generoso gesto individuale questa pratica sociale è limitata ai pochi paesi che hanno introdotto la validità del contratto di surrogazione, proposto da imprese che si occupano di riproduzione umana in un sistema organizzato che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie, tutti mossi dal proprio interesse monetario. Nella maternità surrogata non ci sono né doni né donatrici, ma solo affari e attività lucrative promosse dal desiderio genitoriale di persone del primo mondo. 



Questo sistema ha bisogno di donne come mezzi di produzione, in modo che la gravidanza e il parto diventino un mestiere (nemmeno riconosciuto come tale, in nessun luogo) e i neonati dei prodotti con un valore di scambio. 


L’invasione del mercato in tutti gli ambiti della vita - sanità, istruzione, servizi una volta detti pubblici - con la globalizzazione rischia così di arrivare alla riproduzione umana
Diciamo no a prestazioni lavorative che invadono il nostro stesso corpo e mercificano un nuovo essere umano, che diventa il prodotto della gravidanza. 


Certe donne acconsentono a impegnarsi in tale contratto che aliena la loro salute, la loro vita e la loro persona (ad esempio attribuendo la decisione su eventuali aborti al medico che risponde ai committenti) sotto pressioni multiple: i rapporti di dominazione famigliari, sessisti, economici, geopolitici, e la sempreverde mistica della maternità - questa volta per altri - con la glorificazione dell’autosacrificio femminile, che rende felici i committenti - molto più spesso eterosessuali, in minore proporzione gay. 
Le madri surrogate infatti privilegiano il proprio rapporto con i committenti a quello con la loro creatura, rimanendo comunque prive di diritti rispetto alla frequentazione o all’informazione sul futuro dei figli che hanno affidato ad altri. 
Non è accettabile diventare madre per altri obbligate da un contratto né seguendo le norme di regolamenti che normalizzano questa pratica avendo come conseguenza ultima la creazione di una sottoclasse di fattrici, che non possono considerare propria la creatura il cui sviluppo nutrono, anche con l’influenza epigenetica. 



I neonati nati da contratto sono programmati per essere separati dalla madre alla nascita, non per cause di forza maggiore come quando la madre viene a mancare o decide di non riconoscerli causandone la messa in adozione, ma in modo predeterminato, togliendo loro la fonte ottimale di nutrimento e interrompendo la loro relazione privilegiata con la donna che li ha generati, fonte anche di rassicurazione. 
Le convenzioni internazionali come la Convenzione ONU sui diritti del bambino (Stoccolma 1989) e la Convenzione sull’adozione internazionale (l’Aja 1993) garantiscono la continuità della vita familiare, cioè il diritto dell’infante a stare con la donna che lo ha partorito (cioè la madre), cui si può derogare solo nelle adozioni. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla biomedicina (Oviedo 1997) rende inoltre indisponibili al profitto le parti prelevate del corpo umano, come ad esempio gli ovociti. 

Di conseguenza, in nome dell’autodeterminazione delle donne e dei diritti dei neonati, noi, firmatarie della dichiarazione: 
RIFIUTIAMO:
• la mercificazione delle capacità riproduttive delle donne;
• la mercificazione dei bambini;
CHIEDIAMO A TUTTI I PAESI:
di mantenere la norma di elementare buon senso per cui la madre legale è colei che ha partorito e non la firmataria di un contratto né l’origine dell’ovocita;
• di rispettare le convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambino di cui sono firmatari e di opporsi fermamente a tutte le forme di legalizzazione della maternità surrogata sul piano nazionale e internazionale, abolendo le (poche) leggi che l’hanno introdotta.

[Vi ricordiamo, in tema, anche la Carta per l'abolizione della maternità surrogata, che potete firmare qui; promossa dalle associazioni femministe francesi che trovate qui; ndr] 

Le prime 50 firme: Lorenza Accorsi (attivista e disegnatrice di architettura e arredamento); Claudia Barilla (La Porta); Edda Billi (lesbofemminista); Svetlana Blokhina (ingegnera); M. Pia Brancadori (docente di filosofia, Cagliari); Cinzia Bucchioni (bibliotecaria); Giovanna Camertoni (operatrice Centro antiviolenza); Paola Cavallin (autrice e attrice di Solo queer shows); Alessandra Cenni (scrittrice); Anna Chiodi (pediatra di famiglia, attivista Arcilesbica); Lucilla Ciambotti (fisioterapista); Antonia Ciavarella (bibliotecaria e attivista); Yvette Corincigh (attivista); Ana Cuenca (La Porta); Eleonora Dall’Ovo (insegnante e giornalista di Radio Popolare); Daniela Danna (ricercatrice in scienze sociali); Teresa de Lauretis (Distinguished Professor of the History of Consciousness, University of California, Santa Cruz www.teresadelauretis.com); Amalia dell’Aquila (naturopata e insegnante di danza ); Rosaria D’Emilio (insegnante); Sabrina Di Lenardo (educatrice); Silvia Dradi (responsabile Comunità di accoglienza minori); Gloria Fenzi (danzattrice); Flavia Franceschini (femminista e attivista lesbica); Raffaella Gallerati (femminista); Lucia Giansiracusa (attivista); Cristina Gramolini (insegnante e attivista); Jacqueline Julien (Bagdam Espace lesbien, Toulouse, Francia); La Carlina (Carla Benvenuti, lesbostar); Lucy Lanfranconi (impiegata); Rosa Maria Lettieri (imprenditrice); Satia Marchese Daelli (consulente direzionale responsabilità sociale d'impresa); Carmela Mendola (medico); Cristina Moretti (attivista); Alessandra Novelli (Prato); Rosanna Palla (manager artistica/pubblicitaria, attivista femminista); Mariagrazia Pecoraro (insegnante e artista); Daniela Pellegrini (60 anni di impegno politico nel movimento delle donne); Marcella Pirrone (avvocata); Chantal Podio (psicoterapeuta, responsabile progetto “Uomini non più violenti si diventa”); Francesca Polo (editrice e attivista di ArciLesbica); Valeria Santini, project & event manager e attivista di Azione Gay e Lesbica); Simonetta Spinelli (insegnante in pensione (militante lesbo-femminista); Annarita Silingardi (commerciante); Anna Maria Socci (redattrice giuridica); Mafalda Stasi (sociologa, Università di Coventry); Maria Elisabetta Vendemia (insegnante); Luisa Vicinelli (libera ricercatrice di studi delle donne); Stella Zaltieri Pirola (attivista); Anna Zani (bibliotecaria); e Tu? 
Sostengono l’iniziativaAurelio Mancuso (giornalista e blogger, presidente Equality Italia); Gianpaolo Silvestri (fondatore di Arcigay, ex senatore dei Verdi). Inoltre, fra alcune femministe di fama internazionale: Silvia Federici, attivista femminista e Emerita presso l’Hofsra University, New York; Ariel Salleh (scrittrice ed attivista femminista, Sydney University); Barbara Katz Rothman (autrice di studi sulla maternità, City University of New York); Silvia Federici (Italian American scholar, teacher, and activist from the radical autonomistfeminist Marxist tradition). 
Contatti stampaDaniela Danna, 3405398566 [autrice di Contract Children, Questioning Surrogacy (Ibidem, Stoccarda, 2015 - e di molti altri lavori: Amiche compagne amanti. Storia dell’amore tra donne (Mondadori 1994), Stato di Famiglia. Le donne maltrattate di fronte alle istituzioni (Ediesse 2009), curatrice di Crescere in famiglie omogenitoriali (FrancoAngeli 2009)].

sabato 20 febbraio 2016

Perché non si è voluta emendare la Cirinnà in modo da blindare la stepchild contro l'utero in affitto?

Grazie a Paola Tavella per il suo pezzo sulla legge per le unioni civili che annaspa in Senato. L'incipit punta il dito, giustamente, sulla voce che circola da settimane di una imminente paternità di Nichi Vendola. Come? via utero californiano in affitto.

Ora, si chiede la Tavella, con che coraggio il Pd e Sel si presenteranno di nuovo in Senato e davanti al paese, mercoledì, e ci diranno che il ddl Cirinnà non permette e non facilita l'utero in affitto? Ha ragione da vendere. E ci dà anche una chiave per capire di più di questa legge e del groviglio delle volontà politiche che si nascondono dietro il dito generico dei diritti. Scrive Tavella: C'è un dato politico di prima grandezza dietro questa vicenda. Chi ha accusato di ipocrisia i senatori che, più o meno in buona fede, con argomenti talvolta nobili e talvolta disgustosi, si sono detti contrari alla stepchild adoption come prevista dall'articolo 5 del ddl Cirinnà perché apre all'utero in affitto, si trova con i pantaloni calati nel bel mezzo di una piazza. E se nasce un bambino in California il burlone che ha tirato giù i pantaloni a tutti è Nichi Vendola. Già è strano che si sia fatto finta di nulla davanti all'evidenza che il senatore Sergio Lo Giudice, uno degli estensori del ddl Cirinnà, ha comprato un ovocita per impiantarlo nell'utero di una donna che ha portato avanti la gravidanza in California, entrambe pratiche vietate in Italia. Sergio Lo Giudice e suo marito hanno rilasciato un'intervista a Le Iene dove hanno detto che "un bambino è una vita e non è una merce", che il pagamento della madre surrogata "non incide sulla valenza etica del suo gesto", che "è importante che da subito tra la surrogata e il neonato non ci sia un rapporto madre-figlio". Si può credere a questo punto che ci sia buona fede in chi dice che fra il ddl e la surrogacy non c'è nessuna relazione? La verità incontrovertibile è che con la stepchild due uomini uniti in base al ddl Cirinnà possono decidere di affittare un utero all'estero ed essere sicuri, già al momento del contratto preliminare, che tornando in Italia disporranno di un percorso privilegiato - quello previsto dalla Cirinnà - perché il neonato a contratto sia adottato automaticamente dall'altro padre, e abbia un certificato di nascita dove non esiste né mai è esistita una madre.
Dovremo credere all'onestà di Sel che nega questo nesso mentre il suo capo affitta un utero in California? E perché mai questi paladini della libertà non hanno fatto una battaglia a viso aperto, dicendo che l'utero in affitto è una pratica etica, da legalizzare in Italia? E che ci diranno le femministe di Sel e del Pd della sorte dei bambini nati così? A rigor di logica, se è la psiconalisi è una trascurabile sciocchezza e si può ignorare l'importanza della vita prenatale e la profondità del trauma e del dolore di un neonato separato e abbandonato dalla madre, allora saranno sciocchezze anche quelle scritte da psicologi e psicoanalisti a proposito della genitorialità gay e il favore di molti illustri specialisti all'adozione da parte di coppie delle stesso sesso. Oppure, come io credo, entrambe queste tesi sono vere e fondate. La verità è che le azioni di questi uomini politici hanno ipotecato la legge sulle unioni civili, mettendo a repentaglio i diritti di decine di migliaia di persone e, semi-affondando la stepchild adoption, che riguarda non già pochissimi privilegiati ricchi che vanno a comprare figli negli Stati Uniti ma migliaia di famiglie qualunque composte da donne e dai loro figli, ovvero la stragrande maggioranza di chi ha diritto alla stepchild di bambine e bambini generati da una madre con l'eterologa, senza affittare corpi di altri. Resta dunque da chiedersi perché non si è voluta emendare la Cirinnà in modo da blindare la stepchild contro l'utero in affitto, né riformare contestualmente l'istituto della adozione speciale per rendere impossibile procurarsi un neonato a contratto all'estero e poi far riconoscere gli effetti giuridici di questo contratto in Italia. Se l'utero in affitto venisse davvero contrastato, chi protesterebbe?
Il modo ci sarebbe, basta volerlo. Fingiamo che si presenti davanti al Tribunale dei Minori una coppia italiana che vuole regolarizzare un neonato dichiarando che la signora ha partorito inaspettatamente in Ucraina, in Nepal, in India, in Guatemala, in Belgio, in Cambogia, a Los Angeles. Basta un'analisi del Dna per scoprire se il bambino è figlio di colei che dichiara di essere sua madre, basta una visita per scoprire se lei lo ha partorito o no. E d'altra parte non è certo difficile intercettare le coppie dello stesso sesso. Allora, una volta accertata la verità, come è dovere del Tribunale, non si infliggono sanzioni penali, non si portano via bambini a nessuno, nulla di tutti questi orrori. Però si commina una sanzione amministrativa, ovvero una multa così salata che ci vorranno generazioni per pagarla.
Va aggiunto anche che i paesi dove la surrogacy è legale e possibile, ovvero dove esistono le condizioni teniche e sanitarie per attuarla ed essere affidabili agli occhi delle abbienti coppie occidentali, sono molto pochi. E quindi per evitare che siano aggirato i divieti di surrogacy nei paesi di origine dei committenti, è sufficiente stringere accordi ufficiali con i paesi meta di turismo procreativo e subordinare il rilascio del visto per motivi sanitari alla dichiarazione dell'Ambasciata che prova come la pratica che si va a fare è legale. Per esempio l'eterologa in India si può fare perché in Italia è legale, la surrogacy no perché è illegale.
È in questa direzione che si sta orientando la Francia, e così gli altri paesi europei in cui la Gpa è vietata e si intende mantenerla tale, in base alle indicazioni del Parlamento europeo che ha approvato nel dicembre scorso il Rapporto sui diritti umani che "condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce; considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l'uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare il caso delle donne vulnerabili nei Paesi in via di sviluppo, debba esser vietato e trattato come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani" a disposizione dell'Ue nel dialogo con i Paesi terzi.
Ma i paesi europei che non vogliono la Gpa, fra cui ufficialmente c'è anche l'Italia, sono minacciati dalle sentenze della Corte europea dei diritti umani (Cedu), che li condanna perché non trascrivono l'atto di nascita ai bambini nati con la surrogacy pagata da loro cittadini. La Cedu non fa parte dell'Unione europea ed è un organo ben distinto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.
La Cedu è un organismo legato al Consiglio d'Europa, di cui fanno parte 47 stati, fra i quali molti in cui il business della maternità surrogata è fiorente e in piena espansione. I pronunciamenti dell'organismo sono al centro di un fortissimo conflitto. Il Consiglio d'Europa il 15 marzo esaminerà la relazione sulla ammissibilità della Gpa scritto dalla ginecologa e deputata belga de Sutter, contestatissima per conflitto di interessi poiché ella stessa praticante la surrogacy a pagamento nella sua clinica a Gand (in Belgio la Gpa non è né vietata né regolamentata) e anche in una clinica in India. "Da quello che sappiamo - ha detto la socialista Laurence Dumont, vicepresidente del Parlamento francese dove si è tenuta il 2 febbraio scorso una assemblea mondiale per la messa la bando della surrogacy in tutto il mondo - il documento è favorevole a una regolazione legale della Gpa nei 47 paesi che compongono i Consiglio d'Europa, e fra questi per esempio c'è l'Ucraina che ha investito moltissimo in Gpa". Quando la Cedu ha multato l'Italia e la Francia che non hanno riconosciuto documenti anagrafici ai figli della surrogacy, 7 giudici si sono espressi in maniera contraria, e fra loro l'italiano Guido Raimondi e l'islandese Robert Spano. Raimondi è il vicepresidente della Cedu. I 7 giudici contrari hanno scritto: "Se è sufficiente creare all'estero un legame illegale con un neonato per obbligare le autorità del proprio Stato a riconoscere l'esistenza di una vita familiare, è evidente che la libertà dei Paesi di non riconoscere gli effetti giuridici del ricorso alle madri surrogate - libertà che tuttavia la giurisprudenza della Corte riconosce - è ridotta a nulla".