domenica 1 febbraio 2015

Buon compleanno Teresa Mattei, buon anniversario voto femminile

#‎mestruazioni Deputato liberale: «Signorina, ma lei lo sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». Teresa Mattei: «So che molti uomini non ragionano tutti i giorni del mese». Questo celebre scambio di battute ebbe luogo in occasione di un discorso della giovane Mattei, eletta deputata a Montecitorio, sulla necessità di ammettere entrambi i sessi alla Magistratura. Eh si; con che scuse le donne ne sono state escluse fino al 1963? e si, un argomento per cui le donne sarebbero (oltre che notoriamente più stupide degli uomini) anche bizzose e inaffidabili, e - soprattutto - oltre ad avere già da fare a spazzare e a cucinare - un argomento ricorrente era proprio quello: perché hanno le mestruazioni. Come si può affidare loro il compito di giudicare, quando sono soggette per tutta la vita, in quei giorni, a dare i numeri? del resto in Italia fino a pochi anni prima le donne erano escluse anche dal voto (ed è ancora così, tutt'oggi, in rilevanti parti del mondo). 
Il voto femminile in Italia compie oggi 70 anni. Pochi anni prima di quel 1 febbraio 1945, a soli 17 anni, la Mattei dava la maturità come privatista, preparandosi con Piero Calamandrei. Era stata infatti radiata da tutti gli istituti del Regno d'Italia per aver protestato contro la propaganda razzista in classe: esco per non assistere a questa vergogna. 
In quel 1 febbraio, nel 1945, la Mattei, che sarebbe stata la più giovane fra le Madri costituenti, compiva 24 anni; e fu senz'altro fiera di vedere quel suo compleanno coincidere con il riconoscimento del voto alle donne.
Infatti il 31 gennaio 1945, con l'Italia non del tutto liberata, e il Nord ancora sotto l'occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri aveva emanato la disposizione del suffragio universale, confermata con decreto legislativo luogotenenziale nº 23 del 2 febbraio 1945. E così, oggi, per il voto femminile è un importante anniversario. Un voto, ricordiamolo, senza il quale l'Italia non avrebbe avuto nemmeno la Repubblica, ma sarebbe rimasta invischiata negli anacronismi della monarchia. 
Insomma oggi è una buona occasione per parlare un po' di voto femminile, a partire dall'Italia. Una battaglia di minima civiltà a cui, però, in tutto il mondo, gli uomini - i maschi - di tutti gli orientamenti politici si sono storicamente opposti compattamente, e spesso con irriducibile ferocia. 
Una battaglia che in diversi paesi è ancora in corso. Là dove è stata vinta, combatterla costò moltissimo. 
Acqua passata, per alcuni; ma sotto ai ponti fiumi di sangue e di vite distrutte: di donne generose e coraggiose, che furono ininterrottamente oltraggiate come galline senza cervello, che scompostamente starnazzavano - ah queste donne eternamente incuranti dei veri problemi..! - reclamando onori maschili, del tutto fuori dalla loro portata. Donne obnubilate e terrificanti.
Donne avvelenate fin da piccole dalla mania del potere!
Donne che avrebbero finito per pretendere di fumare in pubblico!
Donnette ridicole e odiose da mettere a tacere con disprezzo.
E in Italia? prima dell'Unità, solo in alcune regioni (Lombardia, Toscana e Veneto), e in modo molto ridotto e soggetto al controllo degli uomini, però le donne potevano in qualche misura accedere al voto, e perfino essere elette. Perciò le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, là dove alle donne non era mai stata riconosciuta alcuna vera "cittadinanza", nei giorni dell'unificazione presentarono alla Camera una petizione che rivendicava il loro diritto di voto precedente all'Unità, chiedendo che venisse esteso a tutto il paese. E la petizione era questa:
Petizione alla Camera de’ deputati 
Se Dio ha posto nell’uomo un’irresistibile tendenza alla libertà, perché nell’uso della libertà diventi migliore; se Dio benedice agli sforzi che la Nazione Italiana fa per rendersi libera, fondamento principalissimo di questo progressivo miglioramento dev’essere l’affermazione la più larga possibile dell’emancipazione della donna. I primi otto anni dell’educazione dell’uomo appartengono quasi esclusivamente alla madre. 
Considerando che sui diversi Codici delle provincie Italiane si sta elaborando un Codice unico per tutto il Regno d’Italia; considerando che nelle provincie Lombarde, dove è vigente tuttora il Codice austriaco, la donna è parificata all’uomo nella facoltà di disporre delle proprie sostanze in ogni contrattazione anche senza la tutela maritale; considerando che il Codice Albertino, § 130, sottopone, nelle antiche provincie, la donna alla tutela maritale nell’esercizio dei diritti di proprietà; le sottoscritte, Cittadine Italiane, fanno al Parlamento rispettosa istanza, affinché nella compilazione del nuovo Codice civile italiano, alle donne di tutte le provincie vengano estesi i diritti riconosciuti fino ad oggi nelle donne Lombarde. Milano 1861 (Raccolte storiche del Comune di Milano).
Furono ascoltate dai maschi innovatori, votati al progresso?
Ma naturalmente NO. Se di mezzo ci sono le donne, il coraggio dei più arditi combattenti viene meno. Ben impresso nell'inconscio di ogni maschio italico resiste, evidentemente, l'avvertimento terrorizzante di Catone il Censore, che così ammoniva i Romani: non appena (le donne) diventeranno vostre uguali, vi comanderanno


E così dal 1861, con l'avvento dell'Unità, perfino tutti i diritti di voto che erano già garantiti alle donne, almeno localmente, vennero spazzati via, e si diede per scontata la loro netta esclusione dalla vita politica. Tanto che la formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell'Italia unita si riferiva per tacito accordo di tutte le parti politiche (che erano al 100% maschili), ai soli cittadini maschi. 
A onor del vero, immediatamente dopo l'Unità d'Italia, ci furono anche uomini che si spesero perché le donne fossero ammesse al voto, beninteso non politico - solo amministrativo (da Minghetti e Ricasoli a Ubaldino Peruzzi). Fra tutti dobbiamo la nostra riconoscenza al deputato meridionale Salvatore Morelli (autore nel 1865 di "La donna e la scienza"), vero paladino dei diritti femminili, non per niente soprannominato “il deputato delle donne”; i cui discorsi e proposte parlamentari - infatti - caddero sempre nel vuoto. Ascoltata e largamente approvata, invece, la visione dell'on. Ignazio Boncompagni Ludovisi (relatore alla Camera sul progetto Petruzzi), che nel 1865 chiuse la questione sentenziando che “i nostri costumi non consentirebbero alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, per recare il suo voto”, e dichiarando la donna non eleggibile, come gli analfabeti, i falliti, i condannati (art. 26, legge 2248 20/3/1865).
I nuovi tentativi che si ebbero successivamente da parte di altri (da Lanza e Nicotera, a Cairoli e Depretis) tutti insabbiati o liquidati con tesi come quella di Giuseppe Zanardelli che dichiara che la natura maschile del suffragio è maschile per definizione (in quanto devota all'impegno civile e politico, in antitesi con quella femminile che si occupa da sempre dell'educazione, della famiglia). O di Francesco Crispi (che pure ottenne un primo allargamento del suffragio maschile), il quale affermava non conveniente e inopportuno estendere il diritto di voto alle donne in quanto le tradizioni la vedevano ancora troppo legata alla sfera privata.
Era passato quasi un secolo dalla Rivoluzione francese. E dunque da quella Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina che così esordiva: “Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della Nazione chiedono di potersi costituire in Assemblea Nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna”. Dichiarazione che non condusse affatto a quei diritti. Valse invece alla sua autrice, Olympe de Gouges, la ghigliottina - secondo quel copione per cui, se non obbligato, nessun dominatore concederà mai nulla agli schiavi - che siano questi per razza o per genere.
E così, tra una tautologia e l'altra (la donna non può liberarsi perché è oppressa - e abituata ad esserlo, sostanzialmente), dall'Unità di Italia ci volle quasi un altro secolo, per arrivare a una conquista che, rendiamoci conto, è ancora molto giovane. Un secolo in cui le voci delle donne si fecero sempre più alte e autorevoli [qui se ne fa un rapido excursus, e vi rimandiamo anche a questa sintesi molto interessante], e senza le quali nulla si sarebbe fatto.
E oggi: fra le donne più consapevoli e impegnate ce ne sono molte che sminuiscono gli sforzi delle elette insieme agli uomini in politica. In diverse, fra noi, letteralmente disprezzano i passi istituzionali che ancora si stanno facendo con fatica - e lo fanno anche in nome del femminismo, e del fiero, e lecito, desiderio di non partecipare a partite comunque truccate. A tutte loro, e a noi stesse, non ci resta che ricordare: la strada è in salita e piena di insidie, lo sappiamo; ma se non aumentano le donne, non possiamo aspettarci altro che 1 passo avanti, e 2 indietro.
Perciò:  stiamoci vicine. Votiamo le donne, sosteniamo le donne. Confidiamo nelle donne. 
Uniamo le nostre forze, e usiamole.

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