venerdì 27 gennaio 2017

Cosa c’è da ricordare. Una giornata qualunque nel Terzo Reich

Quanto segue riporta quasi interamente un pezzo di Jacopo Giliberto, su un eccidio che rappresenta, anche, una giornata qualunque dell'epoca, per molti ebrei e per molti nazisti. 

La stessa storia è raccontata nei dettagli anche nel libro "I volonterosi carnefici di Hitler", di cui QUI si trova un intero brano
Oggi più che mai si ricorda perché è la giornata della memoria ma, come cantava Leonard Cohen, I can't forget, I can't forget, but I don't remerber what... così anche noi, forse, non possiamo dimenticare, ma non ricordiamo cosa
Ok, la cosa è questa: è un attimo ricaderci. 
E' un attimo che ciò che un attimo prima sembrava inconcepibile diventi normale. Così, tanto per dirne una, fino a pochi mesi fa sembrava inconcepibile che un pazzo irascibile, dichiaratamente simpatizzante nazista, che nega la crisi ambientale, vuole annientare l'assistenza sanitaria e dichiara di voler spazzar via la memoria stessa di Obama sulla terra, vuole fare un muro di 3.000 km ecc, potesse diventare presidente della potenza più influente sul pianeta. 
Eppure è successo
So what? 
cosa diventerà normale ora? tutti gli orrori che vediamo ogni giorno sfilare sotto gli occhi nelle immagini che arrivano da tutto il pianeta sono ancora chiamati orrori; ancora chiamiamo mostri quelli che li approvano; ma siamo certi che tutto ciò non possa, impercettibilmente, cambiare? diventare semplicemente quella normalità che per i nazisti era morale? 
Per capire come si può cadere in una mentalità che consente simili barbarie, velocemente e in modo irreversibile, è molto utile vedere il bellissimo film Conspiracy del 2001, che narra nei dettagli la celebre Conferenza di Wannsee; e di cui il video sotto mostra qualche istante. 



Ed ecco il racconto. 
"1942, Polonia, alle porte di Jòzefòw. Un convoglio di autocarri si ferma poco lontano dal paese, ne scendono 500 uomini: soldati tedeschi, battaglione 101, polizia ordinaria dello Stato. In semicerchio intorno al loro comandante, ascoltano il maggiore Trapp che comunica loro la missione di oggi: “è molto difficile, un compito duro". Il paese che devono circondare è pieno di ebrei, 1.800 circa (…) tra loro circa 300 maschi in grado di lavorare, vanno rastrellati e portati a un campo di lavoro; tutti gli altri bisogna ammazzarli. Il maggiore Trapp ha la voce rotta, sembra faccia fatica a trovare le parole, ha gli occhi lucidi; è una cosa che colpisce molti soldati, e dice: "eppure bisogna farlo, bisogna eseguire gli ordini; può aiutare i soldati, sapere che questa guerra l’hanno voluta gli ebrei?” ma se qualcuno non se la sente di eseguire l’ordine, dice che lo assegnerà ad altri incarichi.
Uno solo si fa avanti per consegnare il fucile. il comandante della sua compagnia comincia a urlargli addosso, ma il maggiore lo zittisce e ripete l’invito; altri uomini si fanno avanti, una dozzina; verrà dato loro il compito di scortare gli ebrei maschi, assieme al sottotenente che già la sera prima aveva annunciato che non avrebbe eseguito l’ordine.
Tutti gli altri si muovono verso il paese; una compagnia circonda il villaggio con l’ordine di sparare a vista su chi cerca di scappare, le altre due compagnie vi entrano e cominciano a sfondare le porte: separano gli uomini e radunano donne, vecchi e bambini nella piazza centrale (…) Un poliziotto ha scritto: anche sotto minaccia di morte le madri non si separavano dai bambini. (…)
Il primo gruppetto di ebree con i loro figli viene scortato a un boschetto, là vengono fatte sdraiare e i soldati sparano loro addosso, e qui cominciano i problemi perché le vittime in buona parte sono donne, madri con bambini e neonati: difficile sparare la madre da un neonato; e impossibile che una madre non reagisca. Molti uomini sparano alto, alcuni (pochi in verità) gettano il fucile e chiedono di essere dispensati, altri pèrdono il controllo, imbrutaliti, sparano troppo vicino e si ritrovano l’uniforme lorda di pezzi di cervello, sangue, ossa.
(…) quando sentono la prima salva gli ebrei ammassati in piazza esplodono in un urlo spontaneo, collettivo, ma poi sembrano accettare la morte, nessuno piange a parte i neonati (…). Nel primo pomeriggio ci si rende conto che a questo ritmo ci saranno ebrei ancora vivi in nottata. Le compagnie accelerano i ritmi, per quanto è possibile, nel bosco comincia a essere difficile trovare terreno libero in cui far adagiare le vittime.
Comincia a circolare la vodka, questo aiuta. I soldati comunque, almeno quelli che sparano ancora (altri hanno ceduto), sono molto arrabbiati con il loro comandante che per tutta la giornata non si è fatto vedere. Il maggiore Trapp passerà tutta la giornata chiuso in una locanda, piangendo a dirotto; questo non lo salverà dalla Corte polacca che nel 1947 lo condannerà a morte per questo ed altri crimini di guerra.
E’ notte quando il battaglione finisce il lavoro. Il villaggio è del tutto deserto, il bosco è pieno di cadaveri (…) il battaglione 101 torna in caserma.
E’ solo una giornata nella vita del battaglione 101, per il quale una giornata così si ripete decine di volte, e va moltiplicata per gli 11 battaglioni (5.550 uomini in totale) di polizia inviati da Himmler in Unione Sovietica; per le due brigate SS (11mila uomini), per i quattro Einsatzgruppen (12mila) al seguito dei tre gruppi d’armata tedeschi nel 1941; vanno aggiunte le centinaia di pogrom in Polonia, Ucraina e paesi baltici.
Se le parole non bastano a descrivere quanto accaduto ci sono immagini e le testimonianze tedesche dell’epoca. La strage di Jòzefòw non è di per sé eccezionale, ma lo è come documentazione. Due aspetti rendono eccezionale lo sterminio di questa cittadina: 
1) la figura del maggiore Trapp, che con la sua debolezza così poco militare diede ai suoi soldati l’opportunità di non partecipare 
2) il processo intentato dai giudici di Amburgo ad alcuni ufficiali del battaglione, nei primi anni Sessanta.
Gli incartamenti del processo contengono gli interrogatori approfonditi di oltre 100 membri del battaglione, una buona parte della forza in organico; è grazie a questi atti che possiamo ricostruire con tanta precisione (…) che pensavano questi assassini? chi erano? la risposta è nel titolo del libro con cui Cristopher Browning descrive quest’orrore: "uomini comuni".
Erano uomini comuni; nella quasi totalità venivano da Amburgo, una delle città meno naziste della Germania; in massima parte riservisti, appartenevano alle classi operaie: camerieri, portuali, facchini, marinai, occupazioni in cui era fortissima la presenza, prima del 1933, dei partiti socialista e comunista. Avevano poi un’età media sui trent’anni scarsi, ma non erano adolescenti influenzabili. La percentuale di iscritti al partito nazista – anche tra gli ufficiali – era molto bassa; e infine erano in buona parte sposati, padri di famiglia, con figli, gente tranquilla.
Loro stessi, venti anni dopo, durante il processo ad Amburgo, faticavano a capire; sembra, a noi viaggiatori del tempo, che in quegli anni in Europa esistesse un altro quadro di riferimento morale. Ciò che oggi appare con forza sbagliato, orribile, osceno, all’epoca era – se non normale – un compito sgradevole ma necessario; alcuni degli intervistati si giustificarono dicendo che non volevano sembrare vigliacchi. Altri – con un’idea più chiara di che cosa fosse veramente il coraggio – dissero che furono troppo vigliacchi per non sparare.
Spicca però – in questa desolazione morale – la figura del primo soldato, quello che si fece in avanti all'appello di Trapp, o del sottotenente che la sera prima, appena saputo della missione, aveva seccamente rifiutato di partecipare; o degli altri, che buttarono i fucili dopo aver visto quello che si chiedeva loro.
In quegli uomini restavano vivi, anche in mezzo ad una dittatura totalitaria che poneva la razza alla base dell’etica, altri e più solidi princìpi. Della maggioranza, la cosa migliore che può essere detta è questo: per essi la cosa più importante era fare ciò che la società si aspettava da loro. Non deludere i compagni e uniformarsi alle decisioni del gruppo – qualunque esse fossero.
La barriera che ci separa da quelle politiche e da quell'universo morale è fragile. Sta a noi tutti, nel nostro piccolo, difendere e coltivare i princìpi che in quegli anni furono calpestati". 
FonteJacopo Giliberto, sul Sole24Ore

6 commenti:

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  3. grazie per tutti!!!
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