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mercoledì 21 gennaio 2015

Auguri Marisa Rodano: attiva più che mai al fianco delle donne

Oggi è il compleanno di Marisa Rodano: un ottimo giorno per ringraziarla di essere sempre stata al fianco delle donne nel passato e di esserci ancora (oggi attraverso l'importante lavoro dell'Accordo di Azione Comune), più vigile che mai. 
Mentre si discute la nuova legge elettorale, mandando un monito al parlamento perché non faccia un passo indietro, le dedichiamo un pensiero affettuoso prendendo a prestito le sue stesse parole, in questa intervista di Maria Serena Palieri, che inizia con il noto dubbio: perché le ragazze italiane di oggi sembrano (spesso) rifiutare l’eredità del femminismo? 
La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono paritariamente coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo. Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima c’era: "Memorie di una che c’era" s’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana. E che essa subisca oggi una totale rimozione. Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte. Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln. 
Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi? «Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito». 
Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica? «Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza». 
Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare? «I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».
La Chiesa? «Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione». 
Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46.
Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci? [in proposito reinviamo anche a questa cruciale testimonianza di un'altra che c'era allora, e ancora oggi combatte come una leonessa, ndr] «Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente». Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana... 21 donne su 556, solo 5 di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza? «Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro.  Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata». 
Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli? «Nello statuto, adottato al I° Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».  Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene preso dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile? «Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo». 
Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti?  «Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non poté essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII° Congresso del Pci». 
"Emancipazione" è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava?  Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi? «Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» - le neofemministe - si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale…
C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».

mercoledì 2 luglio 2014

Matteo Renzi, rispondi alle donne: vogliamo una Ministra per la Pari Opportunità

Al Presidente del Consiglio Matteo Renzi
Egregio Presidente,
l’Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che raccoglie 55 associazioni, gruppi e reti femminili e ha per scopo la promozione della parità di genere nelle Istituzioni,  e  che ha, già in passato, espresso apprezzamento per la presenza di un numero paritario di Ministre e Ministri, e di alte funzionarie ed esperte a posti di comando, si augura che tale presenza  sia il primo segnale di un cambiamento di passo sulle questioni di genere nel nostro Paese, che appare in ritardo rispetto ai maggiori paesi europei, come appare, solo per fare un esempio, dalla percentuale di donne presenti nel mondo del lavoro (47%).

Alla luce delle discriminazioni che ancora colpiscono le donne italiane, auspichiamo, come già più volte richiesto sia dall’Accordo sia da altre associazione e con interrogazioni parlamentari, che la delega alle politiche di Parità e delle Pari Opportunità venga  attribuita al più presto a una Ministra. Precisando che la Ministra dovrebbe svolgere un’azione di coordinamento per il “mainstreaming” della politica di genere in tutti i dicasteri del Governo.
La nostra richiesta è motivata anche dal fatto che l’Italia assumerà tra pochi giorni la Presidenza europea per il prossimo Semestre e in particolare per l’appuntamento del 23 ottobre durante il quale l’EIGE presenterà il suo rapporto sullo stato delle questioni di genere nell’Unione europea. In questo incontro, presieduto dall’Italia (e a lato del quale la società civile vorrebbe organizzare un evento di rilievo), pensiamo che la presenza di una Ministra sia necessaria, sia come segnale della volontà di garantire l’effettiva applicazione delle raccomandazioni europee in Italia, sia. per assicurare che l’incontro si svolga, come merita il tema della parità e delle pari opportunità, a livello politico,  con le Ministre degli altri paesi, e non solo a livello tecnico,.
Saremmo liete di poterla incontrare per presentarle il nostro Accordo, che presumiamo abbia svolto un ruolo non secondario nel cambiamento di approccio sulle questioni di genere nel nostro Paese.  
In attesa di un Suo gentile riscontro, Le porgiamo i nostri migliori saluti
Per l'Accordo, Daniela Carlà e Marisa Rodano

sabato 21 giugno 2014

Sulla Riforma del Senato: un comunicato

Riforma del Senato: e ancora, come sempre, ignorata la parità di genere?
Sono in corso incontri tra i gruppi parlamentari, il Governo e le forze politiche, sulla Riforma del Senato, che, secondo notizie giornalistiche, dovrebbe esser composto di 100 membri, di cui 71 eletti dalle Regioni, 21 Sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica. 
Si propone di assicurare una presenza degli eletti dalle Regioni bilanciata in base al numero degli abitanti e ci si preoccupa di garantire un rapporto tra maggioranza e opposizione non dissimile da quello uscito dai risultati elettorali. Nulla viene detto sulla parità di genere.
L'Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che raccoglie oltre 50 tra Associazioni, Gruppi e Reti femminili (prefiggendosi l'equilibrio di genere nelle istituzioni e nei luoghi di decisione), chiede alle forze interessate e ai parlamentari come intendano garantire nella futura assemblea una rappresentanza paritaria di uomini e donne. 
Sarebbe assurdo che, nel momento in cui si mette mano alla riforma dell'ordinamento dello Stato, venissero violate le norme degli articoli 3 e 51 della Costituzione e non si tenesse conto del ruolo che le donne svolgono oggi in campo economico, sociale e culturale.  
E, in merito alle competenze del nuovo Senato, l'Accordo propone che venga inclusa la valutazione sull'impatto di genere della legislazione.
Per l'Accordo di Azione Comune 
Daniela Carlà e Marisa Rodano

lunedì 10 febbraio 2014

A tutte le parlamentari in vista delle votazioni sulla legge elettorale

Gentile Onorevole,
a nome e per conto dell'Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria vogliamo esprimere la nostra soddisfazione per la presentazione degli emendamenti alla legge elettorale sulla parità di genere, sottoscritti dalle parlamentari di quasi tutti gli schieramenti politici.
Cogliamo ora l'occasione per tornare a sottolineare quanto riteniamo sia fondamentale la più ampia condivisione possibile per ottenere la corretta alternanza di genere nelle liste elettorali e il reale 50% e 50% nei capilista
Ci rivolgiamo a tutte le parlamentari, e anche ai parlamentari di buona volontà, perché appoggino e votino gli emendamenti presentati. Sarebbe auspicabile il voto palese per permettere a ciascuno di assumersi pubblicamente la responsabilità della sua scelta.
per l'Accordo di Azione Comune,
Daniela Carlà,  Marisa Rodano, Roberta Morroni



NB • in data da destinarsi si terrà la conferenza stampa delle parlamentari firmatarie degli emendamenti per la democrazia paritaria. Per informazioni: danielacarla2@gmail.com


venerdì 24 gennaio 2014

Valeria Fedeli: l'alleanza delle donne per cambiare l'#Italicum

Legge elettorale: Senatrici, Testo Italicum non garantisce rappresentanza di genere 
Rilancio ancora sul cambiamento della bozza dell’Italicum, di cui parlo anche su Donneuropa.

E di seguito vi riporto tutte le dichiarazioni di ieri, a partire da quella che ha aperto il dibattito firmata insieme alle colleghe Mussolini e Bianconi.

Legge elettorale: Senatrici, “Testo Italicum non garantisce rappresentanza di genere” 
“Il testo base di legge elettorale presentato nella serata di ieri, è del tutto deludente per quel che riguarda la rappresentanza di genere. Non viene, infatti, salvaguardato il principio antidiscriminatorio previsto dagli art.3 e 51 della Costituzione, articoli che sanciscono la pari dignità sociale dei cittadini e condizioni di eguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Niente di tutto questo lo ritroviamo nel testo base del cosiddetto “Italicum”. Nonostante l’elemento positivo introdotto all’art.1, comma 9, ovvero l’inammissibilità delle liste che violano il principio di pari opportunità, la stravagante alternanza dei generi due a due maschera in realtà un ritorno al passato cancellando di fatto l’ unico elemento capace, come è noto, di garantire una reale rappresentanza.”
“Stando così le cose, per rendere realmente efficace il principio di pari opportunità nella rappresentanza politica è necessario introdurre un vincolo all’alternanza di genere uno a uno nelle liste e la medesima alternanza nei capilista. Immaginiamo, infatti, che andando a votare con questa legge risulteranno eletti soltanto i primi due nomi in lista, se non addirittura solo il primo. Insomma, quella presentata ieri è una formula del tutto inadatta con la quale rischiamo di perdere l’occasione di un cambiamento profondo: una democrazia realmente paritaria attraverso una legge elettorale che garantisca l’equità di genere”.
Sen. Valeria Fedeli (Pd)
Sen. Alessandra Mussolini (Fi)
Sen. Laura Bianconi (Ncd)

Legge elettorale: Fedeli (Pd), “Rappresentanza di genere, gli uomini sono pronti alla sfida?” 
“Il testo base dell’Italicum non rispetta affatto la rappresentanza di genere come invece si è voluto far intendere. In esso infatti è sì prevista la parità tra donne e uomini nelle liste, ma non c’è nessun avanzamento rispetto alle garanzie di una parità sostanziale tra numero di elette ed eletti, nei fatti prefigurando ancora lo scenario di un Parlamento con forti discriminazione di genere.”

martedì 21 gennaio 2014

La nuova legge elettorale e la vera democrazia. Le donne fanno presente. Per l'ennesima volta

Riunite sotto l'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria, sono oltre 50 le associazioni che, in Italia, da anni si battono perché siano introdotte nelle disposizioni elettorali norme di garanzia che diano visibilità alle donne e consentano la loro elezione. 
Oggi, mentre tanto si discute di legge elettorale, le donne politiche hanno promosso una conferenza stapa sulla nuova legge elettorale e le donne.  
Qui il video integrale dell'incontro:


Le richieste delle donne, come cittadine ed elettrici, sono così riassunte dal comunicato di Se non ora quando
le donne chiedono, anzi esigono, che nella nuova legge elettorale siano indicate "precise azioni per assicurare, quale che sia il sistema prescelto, norme che garantiscano una presenza paritaria fra i sessi.
Siamo preoccupate per le modalità e i toni con cui si sta affrontando il tema della riforma della legge elettorale. Ci pare che la discussione sia più incentrata sui vantaggi che le singole forze politiche trarrebbero nell'immediato dall'adozione di questo o quel sistema elettorale, più che sul reale interesse per il bene comune del Paese e sulla determinazione di scrivere regole che restituiscano ai cittadini e alle cittadine un vero potere di scelta. Manca l'ascolto e prova ne sia il fatto che continua a esserci scarsa attenzione al tema della democrazia paritaria da parte di quasi tutte le forze politiche.
Se nel nuovo Parlamento ci sono più donne tra gli eletti, ciò non è avvenuto grazie alla legge, ma semmai malgrado essa: solo per le scelte di alcune formazioni politiche di scegliere le candidature attraverso elezioni primarie, con l'uso della doppia preferenza o designazioni online. 
La presenza di un maggior numero di elette ha influito sull'agenda del Parlamento e ha accresciuto l'attenzione sui problemi drammatici di cui oggi sono vittime le donne nel nostro paese: disoccupazione, precarietà, disparità salariale, licenziamenti per matrimonio o maternità, mancanza di servizi per la famiglia, violenza e femminicidio, ogni genere di distorsione degradante dell'immagine femminile. Anche per questo è indispensabile assicurare la presenza paritaria delle donne in Parlamento. Chiediamo a tutte le forze politiche un'assunzione di responsabilità per rendere finalmente compiuto il nostro sistema rappresentativo. Si tratta di una emergenza democratica: e come tale va trattata. In caso contrario sarà una sconfitta che non pagheranno solo le donne, ma tutto il Paese.
Ci sembra tutto molto chiaro. Saremo ascoltate? Quante volte le donne dovranno riunirsi e lanciare appelli che vengono poi abilmente dribblati? Una vera partecipazione politica delle donne deve essere al centro dell'attenzione di tutte e di tutti; fino a quando questo non avverrà la strada resterà sempre in salita. 
Ma in troppi continuano ignorare l'insegnamento di Einstein: non si può risolvere alcun problema utilizzando lo stesso modo di pensare che lo ha causato. E se continuiamo a subire sempre gli stessi ritriti schemi mentali, non chiediamoci poi perché il paese continua ad arrancare di fallimento in fallimento.
A cambiare le cose, noi, continueremo a provarci.

lunedì 2 dicembre 2013

Se non è paritaria che democrazia è?

C'è poco da girarci intorno: se non è #paritaria non è democrazia. Dunque è ora di andare a fondo dei problemi che impediscono a questo paese una piena partecipazione delle donne, a partire da quelli legati alle leggi elettorali. 
L'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria ha organizzato per martedì 3 dicembre, a Roma, un importante incontro pubblico sulle riforme delle leggi elettorali: presso la sede del Parlamento Europeo (via IV Novembre n. 149). Fra i vari interventi quello di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato.
Per info e contatti: Daniela Carlà e Roberta Morroni

venerdì 28 giugno 2013

Risposta sbagliata, sig. Premier. Le diamo un'altra opportunità

Leggiamo oggi, sul Corriere e altrove, che il premier Letta abbia così risposto alle perplessità sulle (sue esclusive) scelte di smembrare il Ministero lasciato vacante dalle dimissioni di Josefa Idem, e in poche ore redistribuirne le deleghe: «sulle Pari opportunità io non faccio alcun passo indietro». Eppure, non sono voci isolate, quelle che hanno espresso allarme. E capiamo non voglia rispondere ai social network. Sono voci autorevoli che si sono rivolte a lui - e addirittura, in via preventiva, attraverso una lettera ufficiale sottoscritta da oltre 50 associazioni, e un'altra specificamente indirizzatagli da Se non ora quando.
Ma il premier non dà cenno di averla ricevuta.
Risponde invece - e indirettamente, che lui sa il fatto suo. Come se un chirurgo richiamato da un ingegnere ne liquidasse piccato le obiezioni come un banale elemento di disturbo, facendo sapere a terzi che lui i calcoli da ingegnere li sa fare benissimo.
E di ciò il premier fornisce le proprie ragioni, beninteso, a partire dal nome da lui scelto con paterna premura verso gli interessi delle donne. Le sue ragioni, appunto; secondo il metodo unilaterale e impositivo della politica maschile che ci affligge da sempre.

Ci perdoni l’insistenza, sig. Premier. 
Premesso che non è un nome l’oggetto del contendere.
Ma vede… noi ci troviamo nella posizione di chi sta scomoda negli spifferi di una casa fatiscente da sempre; la posizione di chi  - nell’eventuale crollo di quella casa a cui lei ha messo le mani in modo unilaterale – resterebbe travolto. 
Perché chi resta da sempre travolto dall’assenza di una politica seria per le pari opportunità siamo noi, infatti: le donne, eterna minorità nell’umanità – e con noi quei soggetti non inclini alle omologazioni di genere, le cosiddette “minoranze” ufficiali che (come le donne) devono lottare per essere rispettate.
Sulle Pari opportunità restiamo del parere che lei un passo all'indietro l'ha fatto eccome, forse due. Forse senza volerlo. Il perché, le forze migliori che in questo paese si occupano da sempre di questi argomenti sono disposte a spiegarglielo. Un passo indietro, questa volta richiesto, potrebbe farlo adesso e, almeno su ciò che più le riguarda, provare ad ascoltare le donne. Non è un dispetto, sa? La prenda come un'altra opportunità


Come ha fatto, nel breve intenso inizio del suo mandato, la ministra ora dimessa, inaugurando un metodo che non dimenticheremo facilmente, e che reclamiamo venga adottato anche per il futuro.
Insomma, signor premier Enrico Letta: la risposta è bagliata. Una risposta giusta - giusta per principio! avrebbe potuto essere: e voi, cosa suggerite?

Nel frattempo, le donne rumoreggiano: come scrive la Rete per la Parità, lo spacchettamento delle deleghe della ministra dimissionaria Josefa Idem non può essere una soluzione definitiva. Su fb, chiamano a raccolta sul tema delle pari opportunità un evento per i prossimi 3 mesi, e un gruppo di discussione. Sui giornali - da Barbara Stefanelli sul Corriere a Stefanella Campana, su La Stampa, a Luisa Betti su Il Manifesto, a Viviana Pizzi su Infiltrato a Pia Locatelli su Il Fatto...
Ed è stata anche aperta una petizione.

martedì 25 giugno 2013

Le dimissioni della ministra non sono una ragione per smembrare il Ministero delle Pari Opportunità

Femminicidio, violenza e discriminazioni non si combattono a parole, ma tramite le azioni e istituzioni serie. E' gravissimo che, nel giro di poche ore dalle dimissioni della ministra Josefa Idem, il premier abbia serenamente annunciato che le sue deleghe "saranno ridistribuite. Scrivono dunque al Premier le oltre 50 associazioni aderenti all'Accordo di Azione Comune:
Onorevole Presidente Enrico Letta,
a prescindere dal merito delle dimissioni della Ministra delle pari opportunità, riteniamo preoccupante quanto da Lei dichiarato in merito a una redistribuzione delle deleghe di cui la Ministra era titolare.

Riteniamo infatti essenziale che vi sia nel Governo un punto di riferimento per le politiche nei confronti delle donne in un momento in cui la crisi economica le colpisce doppiamente in quanto lavoratrici e in quanto erogatrici di lavoro di cura: problemi quali  la disoccupazione femminile, in particolare delle giovani,  il precariato che penalizza le donne più ancora degli uomini, la violenza perpetrata contro le donne, la necessità di difendere l'immagine femminile contro le distorsioni operate sui media, la carenza di servizi sociali dovuta alle ridotte risorse degli enti locali, la esigenza di promuovere la parità della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali non possono essere trascurati.

Consideriamo pertanto necessaria la nomina di una donna, Ministra o Sottosegretaria per Le Pari Opportunità, che abbia un curriculum di attività in favore dei diritti delle donne e che sia in grado tra l'altro, di avere un rapporto di interlocuzione con l'insieme dell'associazionismo femminile. 
Fiduciose che Ella comprenderà la rilevanza del problema, restiamo in attesa di un Suo cortese cenno di riscontro.
Accordo  di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, 25 giugno 2013

mercoledì 5 giugno 2013

Revisione della legge elettorale: Accordo di Azione Comune scrive alle parlamentari

Alle Donne Parlamentari
Camera dei Deputati
Senato della Repubblica
                                                                                   
Illustre deputata/senatrice
ci permettiamo rivolgerci a Lei, fiduciose nella sua attenzione e comprensione, a nome dell’ “Accordo di azione comune per la democrazia paritaria”, che raccoglie più di cinquanta associazioni, reti e movimenti di donne attive nella società civile allo scopo di promuovere la presenza paritaria delle donne nella vita politica in attuazione del principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 della Costituzione e del principio di pari opportunità nell’accesso alle cariche elettive di cui all’art. 51  della Costituzione e in armonia con la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea divenuta vincolante per gli stati con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (Art. 23).
Quali che possano essere i prossimi sviluppi della situazione politica, sembra certo che uno dei primi impegni del Parlamento dovrebbe essere una riforma della legge elettorale politica.

E’ noto che nessuna legge elettorale di per sé è in grado di assicurare una presenza paritaria delle donne nelle assemblee elettive; è tuttavia possibile introdurre nelle disposizioni elettorali, norme di garanzia che favoriscano la elezione delle donne: un intervento normativo appare oggi necessario ed urgente, indipendentemente dal sistema elettorale di riferimento. 

Si possono, infatti, individuare misure efficaci sia per il sistema di tipo proporzionale sia di tipo maggioritario nelle loro diverse variabili.

Qualora si adotti in tutto o in parte un sistema proporzionale, la prima garanzia può consistere in una disposizione che preveda che le liste comprendano un numero eguale di candidati uomini e di candidate donne; se fosse prevista l’espressione delle preferenze, dovrebbe essere introdotto, come è avvenuto con la legge 23 novembre 2012 n. 215  per le elezioni amministrative, la possibilità di esprimere due preferenze, purché una sia per una donna.    

Qualora si adotti, in tutto o in parte un sistema proporzionale, senza preferenze (le cosiddette liste bloccate), dovrebbe essere prevista l’alternanza in lista di uomini e di donne, compreso un ugual numero di donne e di uomini quali capilista.

Dovrebbe inoltre essere previsto che, in caso di dimissioni o di decadenza, per qualsiasi motivo, di uno o più eletti/e, debba subentrare il primo dei non eletti/e dello stesso genere dei dimissionari/e o dei decaduti/e.

Qualora invece si adottasse, in tutto o in parte, un sistema fondato sui collegi, bisognerebbe prevedere collegi non uninominali, ma binominali, nei quali vengono presentati un uomo e una donna, come, ad esempio prevede la legge attualmente in discussione al Parlamento francese.  Ogni voto è assegnato al ticket uomo/donna, che  in caso di vittoria del collegio sono eletti ambedue. In tal caso dovrebbero essere ridisegnati i collegi. Sarebbe inoltre opportuno, a nostro avviso, prevedere la possibilità di presentare le candidature in un unico collegio.

Auspichiamo che le donne elette sappiano fare rete e intervenire su tale materia in favore delle pari opportunità.   

Siamo a Vostra disposizione qualora desideriate maggiori dettagli in materia e vi porgiamo i più cordiali saluti e auguri di buon lavoro. 
Accordo di azione comune per la democrazia paritaria
danielacarla2@gmail.com • morronir@libero.it

giovedì 16 maggio 2013

Al Presidente del Consiglio Letta: NO ad altri comitati monogenere/maschili

A quanto pare, Quagliariello e il premier Letta starebbero lavorando, tra decine di curricula, alla composizione del comitato di 20-25 esterni che entro 100 giorni presenterà un progetto per il testo di una nuova legge elettorale. Sui membri del Comitato, per ora, c'è ancora silenzio, ma ecco il totonomi: da Luciano Violante e Valerio Onida a Cesare Mirabelli, Francesco Paolo Casavola e Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Stefano Ceccanti, Michele Ainis, Paolo Armaroli, Edoardo Frosini, Beniamino Caravita, Marcello Pera, Vincenzo Lippolis, Vincenzo Tondi delle Mura, Francesco Clementi... Ora: vi sembra di vedere qualche nome femminile? 
NO. Naturalmente no.
Perché come al solito, senza che nemmeno si venga sfiorati dal più lieve senso del ridicolo, i nomi indicati come papabili sono tutti maschili. Manco si dovesse eleggere, veramente, sempre il Papa.

Un comunicato
Accordo di azione comune per la democrazia paritaria chiede al Presidente del Consiglio di comporre in modo PARITARIO il gruppo che, sembra, sarà incaricato di predisporre le proposte di riforme. Prime tra queste, per urgenza e importanza, le modifiche del sistema elettorale.  
Le associazioni, i gruppi e movimenti firmatari dell’Accordo, a prescindere dalla validità dell’iter ipotizzato (che deve comunque garantire il ruolo primario del Parlamento!), si rivolgono al Presidente Letta affinché, se si dovesse giungere alla nomina di esperti, sia assicurata la presenza di donne competenti, [e ribadiamo: di donne competentindr] e in numero pari a quello degli uomini.

Oltre che in contrasto con i principi costituzionali, non sarebbe accettabile una decisione del Governo che, trascurando l’importanza della forza innovatrice delle donne, non si avvalga delle tante esperte che dedicano la propria attività professionale ai temi che saranno all’attenzione del gruppo che dovrebbe essere incaricato di elaborare le proposte che il Parlamento dovrà esaminare.

Accordo di azione comune, Roma, 16 maggio 2013

giovedì 28 marzo 2013

Una senatrice raccoglie gli intenti dell'accordo di azione comune e propone iniziativa di legge: è Laura Puppato

Carissime amiche, 
seguo con grande interesse e condivisione il vostro lavoro nell'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria e il vostro impegno per far sì che donne e uomini siano presenti con uguale rappresentanza, e potere di scelta e di voto, in tutte le istituzioni e in tutti i luoghi in cui si decide.
Sicuramente oggi, e non solo per la maggior presenza di donne in Parlamento, c'è un terreno più favorevole per rendere concrete le richieste che voi e moltissimi altri movimenti femministi e femminili proponete.

Vi scrivo dunque per dirvi che sosterrò tutti i principi promossi dall'Accordo di azione comune, e per informarvi di alcune iniziative che intendo intraprendere.

1. una proposta di legge condivisa
Mi riferisco prima di tutto ai punti da voi indicati nel vostro comunicato del 21 marzo, e che anche a me stanno a cuore: legge elettorale, riforma dei partiti, trasparenza e costi della politica. 
Su questi punti vorrei confrontarmi con voi per arrivare ad una proposta condivisa da portare all'attenzione non solo del mio partito, ma del Parlamento, in un dibattito il più ampio e condiviso possibile, che non deve a mio avviso vedere protagoniste solo le forze politiche ma l'intera società e, soprattutto, le donne.

2. una piattaforma partecipativa online
La seconda cosa che mi interessa condividere con voi è la piattaforma partecipativa online (che uscirà a breve) "Tu Parlamento", a cui ho deciso di dar vita proprio per non disperdere il patrimonio di idee e di proposte che vengono da gruppi, movimenti e singole persone.
Si tratta (si tratterà..) di uno spazio innovativo nel quale cittadini e parlamentari possono proporre alla discussione pubblica idee e bozze per proposte di legge, che nella loro definizione finale possono essere votate dalla cittadinanza e che i parlamentari promotori si impegnano poi a portare in Parlamento. Considero infatti prioritario far emergere la collaborazione sui temi, a prescindere dagli schieramenti, mettendo al centro i principi di un reale cambiamento - trasparenza, lotta alla corruzione, democrazia paritaria, ambiente e cultura.. insomma, i temi che vedo nel DNA stesso di tutte le istanze femminili.

Partiamo intanto da noi, da ciò che pensiamo e vogliamo e, insieme, portiamolo all'attenzione di tutti.
Creiamo noi, insieme, un nuovo metodo di lavoro: di confronto, di ascolto e di operatività, che può essere capace, a mio avviso, di invertire la tendenza che ha purtroppo portato molte e molti a guardare con distacco e sfiducia al ruolo delle istituzioni e delle elette ed eletti.
Io mi dichiaro disponibile sin da ora. E sicuramente non sono e non sarò la sola.

In attesa di incontrarci e confrontarci (sul web e di persona) voglio augurare non solo a voi, ma a noi tutte, un buon lavoro per tutte e tutti. 
Nel salutarvi vorrei rivolgere le mie congratulazioni a Marisa Rodano per il meritato riconoscimento appena ricevuto, e per la determinazione con cui è sempre presente.
Laura Puppato 24 marzo 2013

venerdì 8 marzo 2013

Anno Domini 2013: una donna Capo dello Stato?

Nell'anno del Signore del 2013, chissà che questa folle idea marziana venga finalmente presa in considerazione?
Donne alla carica. O meglio è tempo di donne in carica. Dopo i risultati delle ultime politiche uno dei pochi dati incontrovertibili è quello riguardante la presenza femminile in Parlamento. Un dato statistico che vede le quote rosa in crescita. Ma ancora a oggi si parla di consultazioni e di rosa di candidati alle più alte cariche dello Stato che non considerano i curricula di donne riconosciute per opportunità e adeguatezza al ruolo a livello nazionale e non solo.
A oggi è stato fatto qualche vago accenno al fatto che sarebbe arrivato il momento di avere una donna al Quirinale, come se questo fosse un miraggio cui l'Italia non può aspirare realmente in questo millennio. C'è il rischio di vedere un'ennesima sequenza di nomine maschili. 

Pari o Dispare (associazione per la valorizzazione di genere nella società e nel mondo del lavoro) lancia una campagna di sensibilizzazione in un momento cruciale per il Paese dal punto di vista politico ed economico in cui il rinnovamento è una questione imprescindibile e l’alternanza di genere potrà garantire una nuova prospettiva in linea con l’esprit du temps. Cuore dell’iniziativa di Pari o Dispare uno spot dal tono provocatorio per andare oltre il concetto di quota rosa e verso una partecipazione attiva e responsabile alle prossime consultazioni politiche.

Allo stato attuale sembra più probabile per una donna impegnata in politica poter accedere a un percorso cardinalizio nel prossimo Conclave che essere inclusa tra i papabili nomi candidati al Colle. E’ cosi nelle scene dello spot proposto Alessandra Faiella, attrice di teatro e protagonista di satira di genere, indossa i panni di un Cardinale dopo aver appreso che oltre alle cariche di Stato altre posizioni di tutta autorevolezza si sono rese disponibili come quella papale.

Una provocazione di pensiero per attirare l’attenzione sull’attualità e sullo spazio da dedicare alle donne: intelligenza e trasparenza per determinare il nuovo Presidente della Repubblica chiamato a rappresentare lo Stato e garante dell’unita’ nazionale e del rispetto della Costituzione. La selezione deve dunque avvenire tra le risorse e le personalità migliori che si sono distinte a livello nazionale e internazionale, in grado di conciliare le diverse istanze e supportando il Paese in questo momento di grave crisi economica.

Lo spot va oltre il "politicamente corretto" e punta direttamente all'assurdo: una donna cardinale. Una provocazione, a trattative politiche in corso e alla vigilia del prossimo conclave,  e una domanda aperta: è più facile per una donna diventare cardinale o salire al Quirinale? L'Italia è ancora ben lontana dalle percentuali determinanti di ruoli di responsabilità affidati alle Donne. 

“Partecipando al dibattito attuale abbiamo pensato – afferma Cristina Molinari, presidente di Pari o Dispare – fosse giunto il momento di creare uno spazio alla candidatura femminile per il Quirinale. In un paese dove si deve ritrovare la giusta rotta, un cambiamento degli schemi e valutazioni più in linea con il resto dell’”Europa rimangono le uniche speranze per tornare a essere competitivi. Nell’interesse di uomini e donne”.

L'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si associa alla promozione del video prodotto da pari o dispare:

 

e condivide l'urgenza per il nostro Paese di donne di talento nelle più alte cariche dello Stato, a partire dalla Presidenza della Repubblica.
Roma, 7 marzo 2013

Contatti con Pari o Dispare: Francesca Maria Montemagno • cell. 340 8735634

venerdì 1 marzo 2013

Donne in Parlamento e nelle Regioni: parla Accordo di azione comune

Comunicato dell' Accordo di azione comune per la democrazia paritaria
Le associazioni, reti e movimenti aderenti all’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria si felicitano del fatto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, oltre il 25% degli eletti nel nuovo Parlamento siano donne, e tra esse, molte giovani: in dettaglio (salvo aggiornamenti dovuti alle opzioni) 86 elette al Senato (27,3%) e 179 alla Camera (28,4%). Desta però preoccupazione che ciò avvenga in un quadro di grande incertezza politica dovuta alla mancanza di maggioranza al Senato della coalizione giunta prima alla Camera dei Deputati, col rischio di una breve durata della legislatura e che, perciò, le elette non siano poste in condizione di esercitare l’azione di rinnovamento di cui potrebbero essere protagoniste.
Le firmatarie dell’accordo chiedono che si tenga conto della  accresciuta presenza femminile e che, perciò, vengano assegnati alle donne posti di responsabilità e di potere nelle Presidenze delle Assemblee, delle Commissioni e delle Giunte parlamentari e ritengono che, poiché si dovrà  in ogni caso procedere alla elezione del Capo dello Stato, si possa avanzare la proposta di eleggere una donna alla Presidenza della Repubblica. Esse chiedono altresì che la metà dei ministri del Governo che comunque dovrà  costituirsi siano donne.

Le firmatarie dell’accordo ritengono che la pressione esercitata dai movimenti delle donne che operano nella società civile, in particolare da quelle riunite nell’Accordo, abbia contribuito a convincere almeno alcune delle formazioni politiche scese in campo in questa competizione elettorale della necessità di mettere donne in lista per dimostrare che si voleva operare un rinnovamento del personale politico.

Tuttavia non si può ignorare la circostanza che, in gran parte, la accresciuta presenza delle donne in Parlamento sia (malgrado alcuni partiti siano ricorsi a primarie per la scelta dei candidati o alla loro designazione tramite il Web) più il risultato di un processo di cooptazione e di scelta compiuta dagli uomini, anche grazie alla legge elettorale vigente, che non a una vera elezione. Se ne trova conferma nel risultato, meno soddisfacente, ottenuto dalle donne nelle elezioni del Lazio, della Lombardia e del Molise:  secondo i dati finora disponibili,  il 18% nel Lazio, il  18,75% in Lombardia, due sole donne elette in Molise. Gran parte delle elette provengono dai “listini” del Presidente: è dunque evidente che è urgente introdurre, in tutte le elezioni in cui si vota con preferenza, la doppia preferenza di genere.

Le firmatarie dell’Accordo chiedono che in ogni caso il nuovo Parlamento:
•  metta mano subito alla modifica della legge elettorale introducendo “regole elettorali women friendly” che, quali che sia il metodo elettorale adottato,  prevedano norme di garanzia per la presenza delle donne nelle liste e per assicurare parità di opportunità per essere elette e che raccordi i rimborsi elettorali  (sia pur adeguatamente ridotti) alla percentuale di donne elette;
• una legge che regoli il sistema dei partiti secondo l’articolo 49 della Costituzione, prevedendo anche norme per la parità di genere negli organi politici, in particolare quelli incaricati della selezione delle candidature.       
•  norme di trasparenza e di riduzione dei costi delle campagne elettorali           

Le firmatarie dell’accordo chiedono inoltre ai  neoeletti  Presidenti di Lazio, Lombardia e Molise:
• di comporre giunte con il 50% di donne 
• di pronunciarsi per modifiche delle leggi elettorali regionali volte a introdurre la doppia preferenza di genere.

Roma, 1 marzo 2013