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sabato 17 dicembre 2016

Sugli attacchi a Valeria Fedeli

Scrive Luciana Castellina: Io non so come siano andate le cose per quanto riguarda i titoli di studio di Valeria Fedeli. Penso si sia probabilmente trattato di definizioni imprecise che spesso vengono date ai diplomi da scuole o corsi anomali come quello che Valeria ha frequentato a suo tempo a Milano. E che dunque non ci sia stato, da parte sua, alcun dolo nel recepire quel documento.


Per la cronaca, il linciaggio mediatico di omofobi che contesta alla Fedeli di non aver conseguito nemmeno il diploma di istruzione secondaria superiore, gioca in modo sporco sulle terminologie: avendo lei infatti conseguito il diploma di abilitazione all'insegnamento nelle scuole materne, titolo magistrale istituito negli ordinamenti di studio italiani di scuole o istituti magistrali di durata triennale vigenti fino al 1997. Tale titolo magistrale (che (nel previgente ordinamento dava accesso alla formazione per le professioni sanitarie, sociali ed educative, come alle scuole per infermieri, assistenti sociali e educatori professionali) è infatti riconosciuto in Italia di istruzione secondaria superiore, benché allo stato attuale non consenta il proseguimento degli studi universitari.
A prescindere da tutto questo, da parte nostra ci troviamo perfettamente d'accordo con quanto scrive ancora la Castellina: Sono però scandalizzata per il dibattito che ne è seguito, segno – questo sì davvero – del regresso civile e politico del nostro paese, purtroppo anche di qualche pezzo della sua sinistra. Ma come sarebbe: parlamentari e ministri devono essere tutti laureati? E cioè la rappresentanza politica dovrebbe esser circoscritta ai ceti che per tradizione (e generalmente non per merito) hanno completato il curriculum degli studi fino all’ultimo grado? Ma vi rendete conto di cosa c’è dietro questa orrenda polemica? Uno dei vanti dei comunisti, che tutt’ora rivendico, è di aver avuto parlamentari operai e braccianti, che spesso non avevano neppure completato le elementari. Ne ricordo molti. Con rimpianto. In particolare l’ultimo con cui ho parlato (per via di un libro che stavo scrivendo), solo un paio di anni fa, scomparso ormai come quasi tutti: Riccardo Di Corato, senatore e bracciante, protagonista di storiche lotte pugliesi.
Valeria Fedeli non appartiene a quella generazione e dunque immagino che di scuole ne abbia frequentate ben più di Riccardo. Ma è scandaloso che si sia sviluppata una campagna come quella che infuria ora sui giornali, col contributo anche di qualcuno che così pensa di attaccare il governo.
Ma  Fedeli – immagino l’obiezione – non è solo parlamentare, è Ministro proprio dell’Istruzione, che ha dunque competenza sull’Università di cui non può occuparsi visto che non l’ha frequentata. Ebbene, proprio questo a me pare un dato positivo: mi piace pensare che sulla formazione universitaria venga rivolto finalmente lo sguardo di chi ne è stato escluso. In un tempo in cui il valore della competitività a tutti i costi sta diventando il valore centrale del nostro sistema, e si vorrebbero trasformare ovunque le università – secondo l’orribile modello britannico – in macchine per selezionare una élite prestigiosa (e privilegiata), lasciando che gli altri si arrangino e vengano via via marginalizzati, ben venga chi per propria storia terrà conto che quel che serve è l’inclusione. Che, cioè, un buon sistema educativo è quello che tiene conto dell’ultimo e non solo del primo. (La mia, sia chiaro, non è la difesa di questo governo, né delle posizioni politiche di Valeria Fedeli, compagna con cui in passato ho persino condiviso un partito, ma da cui oggi sono politicamente assai distante. La mia è rabbia per il tipo di posizioni che sono emerse attorno alla vicenda dei suoi titoli di studio). [Fonte: "A proposito della ministra Valeria Fedeli", Il Manifesto del 16/12/2106]

L'esperienza delle donne è che Valeria Fedeli sia una persona seria, equilibrata e preparata, politicamente e giuridicamente; quasi un'eccezione, in un panorama di politici totalmente analfabeti sulle questioni più banali. Come scrive Valentina Santarpia sul Corrierein realtà la ministra è stata presa di mira in particolare per il suo curriculum dagli organizzatori del Family Day per la sua militanza femminista e la sua lotta alle discriminazioni di genere. La Fedeli intanto ha commentato: «Va bene sostenere i migliori ma mai dimenticarsi di chi non ha avuto le condizioni per poter partecipare e studiare fino al percorso universitario». Alla sua prima uscita pubblica da ministra per l’inaugurazione della nuova residenza per studenti fuori sede dell’università Lumsa di Roma, ha risposto implicitamente così agli attacchi che le erano stati rivolti. «Credo che il diritto allo studio sia la chiave indispensabile per moltiplicare il benessere creativo e intellettuale, per rendere la società inclusiva. Affronterò con umiltà e dedizione il mio nuovo incarico, mettendo testa e cuore e pensando sempre agli studenti e alle attese delle loro famiglie. Obiettivo importante del mio mandato sarà innovare senza escludere, ascoltare e dialogare senza urlare, procedere senza dividere».

Ci auguriamo che la ministra abbia modo di dimostrare le sue capacità nella pratica, potendo svolgere il mandato che le è stato affidato, e che pensiamo sia perfettamente in grado di rispettare.
Questa disgustosa storia, aggiungiamo, assomiglia troppo al disgustoso fuoco incrociato che colpì la ministra Josefa Idem non appena fu presentato il suo ottimo progetto di lavoro per le donne,  e che l'abbatté prima ancora che potesse muovere un passo. Con il solito metodo da sempre efficace contro le donne: quello dei 2 pesi e 2 misure.
Lasciandoci, da allora e come sempre, SENZA un ministero né una ministra per le Pari Opportunità.

martedì 3 febbraio 2015

Le due presidenti che hanno guidato i grandi elettori per l'elezione del nuovo presidente della Repubblica: in un'intervista doppia

di Luisa Betti 
Per la prima volta nella storia d'Italia abbiamo avuto due donne alla guida degli oltre mille grandi elettori chiamati a eleggere il Presidente della Repubblica. In un'intervista parallela rispondono qui alle domande su come andare verso un paese che sia (anche) per donne.
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Il Paese che vorrei

Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali: Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al Senato [e poi Presidente del Senato dal 14 gennaio 2015 per tutta la durata della supplenza in cui Pietro Grasso è stato chiamato a svolgere il ruolo temporaneo di Presidente Supplente della Repubblica Italiana, ndr]. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.
Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?
Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.
Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.
Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?
Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.
La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.
Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.
Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.
La scuola è un ambito su cui intervenire?
I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.
Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.
Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?
La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.
Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.
Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?
Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.
È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?
In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.
Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.
Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?
In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.
Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?
Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.
È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?
Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.
Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.
Proposte?
Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.
Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.
Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale 
(da La 27esimaora – Corriere.it )

lunedì 8 dicembre 2014

Dall'incontro di Roma del 5 dicembre: una riflessione verso gli Stati Generali delle Donne

Il 5 dicembre è stata convocata una riunione sugli Stati Generali delle Donne, con un invito (di cui abbiamo dato informazione qui) che è stato accolto con entusiasmo da un gran numero di altre singole e associazioni. Anche noi - inteso con questo noi alcune donne al servizio della Rete delle Reti Femminili - abbiamo collaborato e siamo state presenti, per ascoltare e documentare. Anche questa volta il nostro contributo sarà di collaborare a nutrire connessioni: verso gli Stati Generali delle Donne.. tenendo conto che al sogno degli Stati Generali stanno prestando i propri pensieri, da anni, molte donne e gruppi di donne.
Un simile evento, se organizzato davvero collettivamente, rappresenterebbe un’occasione storica di fare il punto sugli stati delle donne, per fare emergere la volontà femminile con una modalità forte e davvero inclusiva; qualcosa che da sempre sogniamo. Senza andare troppo lontano ricordiamo, ad esempio, il 3 ottobre 2010: quando 700 donne riunite a Milano cercano il modo di iniziare a fare rete: è lì che fu lanciato, veramente, il progetto degli Stati Generali delle Donne. E da allora attendiamo di realizzarlo. Da lì nacque la mobilitazione del 29 gennaio a Milano, che con tanti altri contribuì all'avvio della Italian Women's revolution. Che di lì a pochissimo portò all'immensa piazza di Se non ora quando.

Un'occasione storica tante volte evocata, anche con annunci ufficiali che però non hanno avuto ancora sbocchi rilevanti; o addirittura con iniziative a sproposito.
Oppure ancora vanno ricordati gli Stati generali avviati a livello locale in Puglia, una regione che ne ha quanto mai bisogno. Ma se, a livello nazionale, ad oggi in poche hanno osato pronunciarne il nome se non nel campo dei desideri e dei progetti futuri, una ragione c’è: lì, in quel termine - Stati Generali, c’è un patrimonio di tutte le donne e un potenziale che, per la sua importanza, va trattato con la massima cura e senza dimenticare nessuna.
In bocca al lupo, dunque: mettendosi ciascuna al servizio di tutte. Chi più si è spesa per arrivare fino qui avrà la gratitudine delle altre se saprà portare la responsabilità molto grande che ha ora sulle spalle. Una responsabilità che impegna a rivolgersi a tutte le donne mettendosi al loro servizio - appunto - e, ci auguriamo, mai a capo. Non sarà un’organizazione facile, ma proprio per questo ha bisogno dell’aiuto di tutte. La cura dell’ambito collettivo farà la differenza. Nel rispetto di quelle che, già ora, hanno risposto generosamente, e di tutte quelle che potranno farlo in futuro. Fra le prime, la sentarice Valeria Fedeli che, intervenuta all'incontro del 5 dicembre, ha posto l'accento in modo efficace sullo stato delle cose sul lato delle Istituzioni e delle leggi, prefigurando possibili obiettivi futuri.




NB - con dispiacere constatiamo che da questa iniziativa non è uscito poi un gruppo di lavoro aperto, quindi non sono previste nuove riunioni di confronto in cui elaborare un programma, quindi il percorso verso gli attesi "stati generali delle donne" ci appare interrotto. vedi > aggiornamento del 15 gennaio 2015  



lunedì 4 agosto 2014

Riforme costituzionali e democrazia paritaria: passa un emendamento cruciale

Quasi inosservato dalla stampa, e poco richiamato perfino dai siti femminili, è stato approvato un emendamento che rafforza quel principio di parità nella rappresentanza tra donne e uomini, già espresso negli artt. 3 e 51 della Costituzione. L'emendamento (prima firmataria Valeria Fedeli, parlamentare Pd e vicepresidente del Senato) sancisce che le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.
Ed essendo ad oggi quei 2 articoli alquanto disattesi, non è un risultato da poco, per la democrazia. Che, se non è paritaria, non è democrazia
Sia con il voto alla Camera sulla legge elettorale che ora con l'esame al Senato della Riforma Costituzionale, "democrazia" è la parola che maggiormente ricorre. Termine che ognuno, a ragione, interpreta come vuole. Democrazia è - fra le altre cose: non avere soglie di sbarramento; avere le preferenze;  avere un Senato eletto dai cittadini; avere la possibilità di presentarsi in più collegi o circoscrizioni elettorali; è, addirittura, avere una doppia lettura solo per le leggi di natura etica. La normale dialettica tra maggioranza e opposizione offre versioni fantasiose e spesso di comodo, della cosiddetta democrazia. Ne fa un vessillo da usare anche come clava nella lotta tra i partiti e all'interno dei partiti stessi. Soprattutto in queste giornate di voto sulla riforma costituzionale. Ormai sappiamo tutto su emendamenti e canguro! Ci è toccato pure vedere sventolare cartelli, da membri della commissione cultura, con su scritto "qual'è" (sic!).
Non entro qui nel merito della riforma come della legge elettorale, su cui ciascuna ha proprie opinioni. Una stravaganza va però sottolineata: l'emendamento di cui sopra è stato approvato nell'indifferenza (o distrazione?) dei media e dei tanti campioni della "democrazia è…". Eppure sancisce qualcosa (specie per la storia italiana), di niente affatto secondario: le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza
In realtà il suo testo originario era anche più netto: affermava infatti che le modalità di composizione del Parlamento promuovono la parità nella rappresentanza dei generi. Troppo, per i relatori, che hanno chiesto una modifica. 
La mediazione trovata è stata approvata a larghissima maggioranza. E personalmente ritengo sia una mediazione accettabile. Mentre i paladini della politica monosex al maschile si dovrebbero forse preoccupare.
Già, per loro c'è poco da scherzare: perché se il termine paritario evoca subito il temuto 50e50, difficile comunque che la "bilancia" della rappresentanza parlamentare si possa ritenere in equilibrio con un 60e40 o, peggio, con un 70e30. Se l'equilibrio non è un'opinione…
In sostanza, cosa comporterà, dunque,  questo emendamento sulla riforma del Senato e  sulla legge elettorale il cui iter è per ora fermo al Senato?
Intanto si parla di Parlamento: quindi anche il nuovo Senato, magari non elettivo ma formato da rappresentanti di Regione e Comuni, non potrà essere monosex. Eventualità finora nient'affatto remota: vista la dose pediatrica di donne oggi presenti nelle assemblee di Regioni e Comuni. E ora, proprio grazie a questo emendamento, anche le Regioni che hanno bocciato la doppia preferenza di genere (ad esempio Puglia, Calabria, Sardegna, Abruzzo e ultima la Liguria), si ritrovano con leggi elettorali incostituzionali - e come minimo dovranno rivedere le norme, per evitare che nel nuovo Senato finiscano proprio e solo le poche elette. Per non parlare dei nuovi ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato che, se già hanno fatto bocciare giunte comunali e regionali ostaggi delle "quote celesti", col solo art. 51 della Costituzione e poi con le nuove leggi elettorali dei Comuni, potranno ora puntare anche su questa norma.
Anche l'Italicum, nella formulazione votata e licenziata dalla Camera, ora non sta più in piedi. Mica basta candidare il 50% delle donne, per poi lasciarle a casa grazie alle liste bloccate. Dove magari i capilista sono tutti uomini o si alternano nei collegi 2 uomini e una donna, con la certezza che non sarà eletta. Grazie a questo emendamento, in Parlamento ci dovrà appunto essere equilibrio tra  le elette e gli eletti, mica solo tra candidate e candidati.
Una modifica Costituzionale per me non di poco conto (benché di per sé confermi la Costituzione). Forse perché, nella mia idea di democrazia, le donne  ci devono essere. In tutti i luoghi in cui si decide, per tutti e anche per noi.
Cinzia Romano

lunedì 17 marzo 2014

Sulla parità di genere si gioca la credibilità delle istituzioni

Scrive Valeria Fedeli che sulla parità di genere si gioca la credibilità del Pd e delle istituzioni, la qualità del processo democratico e del rilancio del Paese: La mancata modifica all’Italicum in merito alla parità di genere è una sconfitta per l’Italia. Una sconfitta che mostra provincialismo e visione miope, assenza di coraggio e attitudine, invece, a un conservatorismo difensivo e lontano dagli interessi del Paese. Una sconfitta cui è necessario rimediare nel passaggio al Senato.

Un obiettivo già difficile, e secondo Fedeli è irrealistico tentare di andare oltre - ma su questo punto non ci si può arrendere, ecco dunque l'appello che fa al proprio partito: 
Si può giudicare come si vuole il testo uscito dalla Camera. Ognuno ha legittimamente la propria opinione. Il punto politico oggi è quello di evitare di riaprire la discussione in generale. Sbaglia chi pensa che su soglie o preferenze ci siano margini di modifica. (...) Inserire correzioni per garantire che la nuova legge elettorale sia effettivamente paritaria è il (solo, ndr) punto di modifica possibile nel passaggio della legge al Senato. E su questo si deve concentrare l’impegno del Pd nel costruire le condizioni politiche che rendano possibile l’intesa sulla parità di genere. Si parte già dall’esistenza di un largo fronte di battaglia, che si è manifestato nel Paese e alla Camera, e che è stato sconfitto dal voto segreto, dalla pavidità di qualche deputato e dal maschilismo di molti. È un fronte trasversale, che unisce donne e uomini di tutte le forze politiche che hanno sostenuto l’accordo e approvato la legge. Un fronte che pur rispettando l’accordo, vuole migliorarlo in un elemento significativo che incide sulla qualità intrinseca della democrazia che vogliamo realizzare anche attraverso la legge elettorale.
Vogliamo una democrazia paritaria non per un capriccio, ma perché è l’unico modo per cui davvero la nostra democrazia può accettare la sfida del cambiamento, governare le trasformazioni in atto nel Paese e nel mondo mettendo insieme le energie, le competenze e la forza di tutte e tutti. 
La parità di genere non è una questione tecnica, di procedura normativa, ma una questione politica, culturale e strategica decisiva: di qualità della rappresentanza, della democrazia, della competitività e delle possibilità di rilancio dell’Italia. È una questione di valori, una questione che precede ogni riforma, e che deve essere prevista da ogni processo riformatore. Fin dal primo momento in cui si è iniziato concretamente a parlare della nuova legge elettorale, alla fine dello scorso anno, abbiamo detto - e iniziato a costruire un’alleanza larga - che, quale fosse il sistema alla fine scelto, avrebbe dovuto rispettare parità di candidature femminili e maschili e parità tra elette ed eletti.
Non si tratta di quote, di un riequilibrio statistico, di un tema di parte, di una battaglia femminile. Una legge elettorale, effettivamente paritaria dal punto di vista di genere è un modo per rendere viva e attuata la nostra Costituzione (lavorando per la rimozione degli ostacoli all’uguaglianza - art.3 - e la promozione delle pari opportunità - art.51 -), un modo per scegliere l’innovazione culturale e di sistema, per dare forza e concretezza alle speranze di cambiamento. Le forze politiche che hanno sostenuto la riforma si comportino in modo responsabile e si assumano l’onore - perché di onore si tratta, non di un onere - di una scelta storica. Il Senato, che non è interessato dalla riforma, che vedrà cambiare la propria natura e funzioni, e che per l’ultima volta si esprimerà in materia di legge elettorale, ha la possibilità di intestarsi questa innovazione, un’innovazione che fa bene all’Italia.
Un’innovazione che riguarda non solo la legge elettorale nazionale, ma anche quella per il rinnovo del Parlamento europeo, con il voto della settimana prossima sul ddl di cui sono prima firmataria per introdurre la doppia preferenza di genere. Una norma che va approvata, senza scaricare strumentalmente su di essa i malcontenti legati all’Italicum e invece facendo in modo che la legge sia attuata già dalle Europee di maggio. 
Lo dico chiaramente, allora, a tutte e tutti, leader politici, senatori e senatrici, uomini e donne: sulla parità di genere ci giochiamo la credibilità nostra e delle istituzioni, la qualità del processo democratico e del rilancio del Paese, il futuro di tutte e tutti, a partire dalle ragazze e dai ragazzi che saranno cittadine e cittadine dell’Italia di domani. Pensiamo a loro quando dovremo votare, e non agli interessi di una parte politica o della parte sola maschile del Paese.
Valeria Fedeli, 17 marzo 2014

venerdì 24 gennaio 2014

Valeria Fedeli: l'alleanza delle donne per cambiare l'#Italicum

Legge elettorale: Senatrici, Testo Italicum non garantisce rappresentanza di genere 
Rilancio ancora sul cambiamento della bozza dell’Italicum, di cui parlo anche su Donneuropa.

E di seguito vi riporto tutte le dichiarazioni di ieri, a partire da quella che ha aperto il dibattito firmata insieme alle colleghe Mussolini e Bianconi.

Legge elettorale: Senatrici, “Testo Italicum non garantisce rappresentanza di genere” 
“Il testo base di legge elettorale presentato nella serata di ieri, è del tutto deludente per quel che riguarda la rappresentanza di genere. Non viene, infatti, salvaguardato il principio antidiscriminatorio previsto dagli art.3 e 51 della Costituzione, articoli che sanciscono la pari dignità sociale dei cittadini e condizioni di eguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Niente di tutto questo lo ritroviamo nel testo base del cosiddetto “Italicum”. Nonostante l’elemento positivo introdotto all’art.1, comma 9, ovvero l’inammissibilità delle liste che violano il principio di pari opportunità, la stravagante alternanza dei generi due a due maschera in realtà un ritorno al passato cancellando di fatto l’ unico elemento capace, come è noto, di garantire una reale rappresentanza.”
“Stando così le cose, per rendere realmente efficace il principio di pari opportunità nella rappresentanza politica è necessario introdurre un vincolo all’alternanza di genere uno a uno nelle liste e la medesima alternanza nei capilista. Immaginiamo, infatti, che andando a votare con questa legge risulteranno eletti soltanto i primi due nomi in lista, se non addirittura solo il primo. Insomma, quella presentata ieri è una formula del tutto inadatta con la quale rischiamo di perdere l’occasione di un cambiamento profondo: una democrazia realmente paritaria attraverso una legge elettorale che garantisca l’equità di genere”.
Sen. Valeria Fedeli (Pd)
Sen. Alessandra Mussolini (Fi)
Sen. Laura Bianconi (Ncd)

Legge elettorale: Fedeli (Pd), “Rappresentanza di genere, gli uomini sono pronti alla sfida?” 
“Il testo base dell’Italicum non rispetta affatto la rappresentanza di genere come invece si è voluto far intendere. In esso infatti è sì prevista la parità tra donne e uomini nelle liste, ma non c’è nessun avanzamento rispetto alle garanzie di una parità sostanziale tra numero di elette ed eletti, nei fatti prefigurando ancora lo scenario di un Parlamento con forti discriminazione di genere.”

giovedì 9 gennaio 2014

Laura Puppato raccoglie l'appello di Patrizia Emiliani dal Centroafrica

Il 27 dicembre abbiamo pubblicato la richiesta disperata della dott.ssa Patrizia Emiliani che chiedeva aiuto dal suo piccolo ospedale nel Centroafrica. Siamo felici oggi di apprendere che, in relazione al suo appello, tra i politici qualcuno si è mosso: è la senatrice Laura Puppato che si è immediatamente attivata per trasmetterlo alla Farnesina
Oggi Puppato è intervenuta in Senato rendendo conto di quanto avvenuto negli ultimi giorni; ecco il suo intervento integrale, e la risposta della presidenza, che era in quel momento tenuta da Valeria Fedeli:
[Parla Laura Puppato]: Signora Presidente, ho chiesto d'intervenire a fine seduta perché voglio rendere evidente quello che sta accadendo nella Repubblica Centrafricana nel silenzio dei media. Una tragedia sulla quale è intervenuto recentemente solo papa Francesco, chiedendo vivamente ai Paesi occidentali di occuparsene.
La vicenda riguarda un Paese di 4 milioni e mezzo di abitanti, 460.000 dei quali, secondo le ultime informazioni fornite dall'ONU, sono stati mandati via dalle loro case e stanno vagando senza alcuna protezione all'interno del Paese, con le truppe Seleka che hanno insediato a marzo del 2013 il nuovo leader, Michel Djotodia, assolutamente incapace di gestire la situazione nel Paese, dopo che era stato estromesso forzosamente il precedente presidente, François Bozizé, rappresentante dei cristiani, che è scappato in Camerun.
Il Paese, dunque, dopo la fame e l'incapacità del precedente Presidente, si è trovato nella fame e con l'incapacità dell'attuale Presidente di gestire la situazione umanitaria e i gravi problemi che stanno creando le diverse truppe rispondenti all'uno e all'altro dei Presidenti (ovvero non rispondenti più a nessuno), e che massacrano a colpi di machete bambini inermi e moltissime donne.
La denuncia proviene da nostri medici, che hanno voluto rimanere nei presidi di Bangui e di Bimbo. Medici che hanno continuato ad operare con la guerra che continuava ad essere combattuta fuori dalle porte dei piccoli ospedali messi in piedi attraverso la solidarietà di moltissimi cittadini italiani, e dei piccolissimi presidi che hanno continuato ad esistere, rappresentati molto spesso dalla comunità cattolica e dai volontari, che non hanno però mai fatto mancare assistenza a qualunque parte della popolazione si presentasse, in particolare a donne e bambini, a prescindere dalle loro origini religiose.
La mia richiesta non è solo di informazione, ma di appello alla Farnesina, con la quale sono in contatto da ormai oltre 20 giorni, e alla quale è stato richiesto un aiuto umanitario fondamentale per salvare vite umane che non sono più nella condizione di essere salvate perché mancano medicinali di prima necessità, quali semplicemente gli antimalarici e le aspirine.

Noi li abbiamo già raccolti e siamo già in condizioni di fornirli in misura massiccia. Serve però un aereo sanitario militare, che trasporti queste medicine e queste strumentazioni mediche. Vi sono inoltre alcuni medici disposti a dare il cambio ai nostri in quei territori. È sufficiente che la Farnesina se ne occupi subito, seguendo l'appello del Papa e rispondendo all'appello che da questa Aula facciamo.

[Risponde la Presidente]: Ritengo sia importante che anche la Presidenza del Senato sostenga questa richiesta di intervento urgente.

Alla seduta del Senato è seguito un comunicato in cui Puppato ha ringraziato Valeria Fedeli (che presiedeva), per avere "fatto propria" la sua richiesta; e altrettanto facciamo noi. Speriamo facciano presto; questa l'ultima mail giunta oggi da Patrizia:
Oggi abbiamo chiuso l'ospedale x mancanza di farmaci, la popolazione quasi ci sbrana, comunque sia le sole mani non curano nessuno, speriamo.
Aggiornamento del 10 gennaio:
Laura Puppato ha reso conto della sua iniziativa, dando ragguagli sulle azioni in corso, in questo post nel suo blog, a cui vi rimandiamo.

lunedì 2 dicembre 2013

Se non è paritaria che democrazia è?

C'è poco da girarci intorno: se non è #paritaria non è democrazia. Dunque è ora di andare a fondo dei problemi che impediscono a questo paese una piena partecipazione delle donne, a partire da quelli legati alle leggi elettorali. 
L'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria ha organizzato per martedì 3 dicembre, a Roma, un importante incontro pubblico sulle riforme delle leggi elettorali: presso la sede del Parlamento Europeo (via IV Novembre n. 149). Fra i vari interventi quello di Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato.
Per info e contatti: Daniela Carlà e Roberta Morroni