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sabato 22 febbraio 2014

Il primo governo paritario italiano: tra speranze e preoccupazioni

Ci diciamo buongiorno, oggi, nel primo giorno in cui l'Italia, dalla nascita della Repubblica, si sveglia con un governo paritario. E' una data storica, almeno in quanto sfonda una consuetudine grottesca che fino ad oggi nessuno aveva mai incrinato. Sappiamo che niente ci è regalato: se abbiamo ottenuto questo primo risultato, almeno sui numeri, lo dobbiamo a un lungo e tenace lavoro. Un lavoro condotto da tantissime donne e a cui in particolare si dedica in modo mirato, da tempo, l'Accordo di azione comune per la democrazia paritaria. Dopodiché.. naturalmente non tutte vedono, in questo nuovo governo, solo ragioni per rallegrarsi. Rimandiamo in particolare alle preoccupazioni espresse ieri da Cristina Biasini, Cecilia D'Elia e Giorgia Serughetti, sul Manifesto. Staremo a vedere. Ora più che mai, paradossalmente, le donne dovrebbero vigilare e stare unite: è il momento di alzare il tiro rispetto alle richieste di qualità della politica
E proprio oggi, in questo giorno così significativo, ha luogo a Firenze anche l'assemblea nazionale dei comitati di Se non ora quando.. ecco un'immagine dalla sala:
La discussione può essere seguita qui in streaming
L'assemblea ha aperto con questo comunicato, che racchiude in sè quella commistione di speranze e preoccupazioni che tutte abbiamo in cuore:

L’assemblea nazionale di SeNonOraQuando? vede fatto un primo passo verso una migliore democrazia che sin dalla sua nascita ha perseguito con determinazione. La cultura del nostro Paese sta lentamente cambiando e la composizione paritaria di questo governo ne è un segno: i numeri ci sono, ora sono decisive le nuove politiche. Ci aspettiamo che le donne e gli uomini del primo governo paritario d’Italia si mettano al lavoro per migliorare la vita di tutte e tutti.
Da oggi più che mai saremo attente, intransigenti e pronte.
SeNonOraQuando?, Firenze, 22 febbraio 2014

lunedì 26 agosto 2013

La Siria specchio del mondo e di una politica universale: il vero colpevole da avversare

Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano" (vedi sotto). Una tragedia su cui proponiamo qui una piccola riflessione.
L'immane pasticcio siriano non è che un tassello nell'immenso pasticciaccio mondiale, risultato attuale della guerresca politica maschile che infuria da sempre sul pianeta. Shimon Peres ha dichiarato che "gli stranieri non sono in grado di comprendere quello che succede in Siria", suggerendo che l'Onu deleghi alla Lega Araba il compito di occuparsi di un governo provvisorio siriano, previa rimozione delle armi chimiche (si, ma come?). Forse ha ragione, ma in questo torbido, incomprensibile orrore, una sola cosa risulta chiara: i protagonisti delle possibili decisioni, da qualunque lato li si guardi, fanno tutti paura. Mentre gli estromessi, da qualunque lato si guardi la cosa, sono sempre gli stessi, e i soli che potrebbero pervenire a soluzioni sensate: le persone pacifiche, i cittadini ovunque schiacciati, le donne, le famiglie, i bambini. I contendenti, con i loro colpevoli litigi o inazioni, li travolgono in massa, passando come un carrarmato su tutte le persone inermi, sugli animali, la terra, la vita selvatica.
Gli estromessi di oggi sono, soprattutto, i protagonisti della rivolta pacifica che a suo tempo ha destabilizzato Assad: lì era il momento di intervenire, e di farlo in tutt'altro modo.

Comprendiamo molto bene le parole di Eva Ziedan, nell'indignata "lettera ai pacifisti italiani" di oggi: da mesi leggo del vostro sostegno al “laico” Asad, contro gli estremisti religiosi (anche quando non erano ribelli armati). Ma non avete speso mai una parola per i pacifisti siriani – quelli sì veri pacifisti – arrestati, torturati, alcuni anche uccisi, per aver chiesto la libertà nel Paese, o per aver raccontato le violenze del regime.
Non è del tutto vero: la rete di parole ne ha spese... ma certo i giornali che possono muovere l'opinione se ne sono lavati le mani, perché questi giornali appartengono agli stessi che ovunque comandano. E purtroppo fra chi comanda nessuno pensa a loro - alla gente che soffre, ai Siriani, a noi, a se stesso - all'umanità come a un organismo che ha bisogno di pace.
Tutti costoro pensano invece a come attivarsi per arraffare qualcosa nell'immenso saccheggio che è l'esercizio del potere. E anche per il futuro la loro lungimiranza guarda a un solo scenario: come diventare più potenti, come imporre se stessi ancora più forti e di più, dove e quanto arraffare di più e meglio. Chissenefrega se il mondo nel frattempo viene eroso alla velocità della luce? Si andrà su Marte - il pianeta perfetto per loro. Noi, che andremmo più volentieri su Venere, non contiamo di poterci arrivare. E così oggi eccoci di nuovo qua.
Déjà vu dell'Iraq di 10 anni fa (e della Libia di 2 anni fa, e della tragedia afghana: quante volte dovremo rivedere lo stesso film? Come al solito la solita politica - guerresca e machista - delle convenienze e delle alleanze ai fini più bassi non è stata capace di nessuna diplomazia per contenere la tragedia siriana, tutti hanno sguazzato nella melma di conflitti incrociati in cui la corruzione domina e i peggiori faccendieri si arricchiscono e finanziano sempre, a qualunque livello, la stessa politica, in un diabolico circolo senza fine. Così la situazione è deflagrata al punto che oggi ci troviamo di fronte all'ennesimo rebus impossibile, la cui soluzione è sempre: guerra; guerra, guerra. L'industria che non va mai in crisi, il business perfetto. Con il rischio di infiammare il mondo intero. 
Sul fronte del regime di Assad - impresentabile e sanguinario - si schierano dittature altrettanto spaventose: l'Iran (che minaccia forti reazioni), la Russia e la Cina. Ma non possono certo rassicurare nemmeno quelli che sono contro Assad: a partire dalla Lega Araba (con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi), né le ragioni degli interventismi: a partire dalla Turchia, con Francia e Gran Bretagna. O degli Stati Uniti, che pur tergiversano, con Italia e Germania.  
Dopo la notizia diffusa il 21 agosto dalla controversa Coalizione nazionale siriana (Cns), di circa 1.300 morti causati da un presunto raid dell'esercito con gas nervino la temperatura è andata alle stelle. Il regime nega, Amnesty international e Medici senza frontiere stanno cercando di verificarla, ma le potenze interventiste sono convinte che sia vera: avremmo dunque raggiunto «la linea rossa dell'impiego di armi chimiche» oltre la quale gli Usa hanno dichiarato un intervento non più rimandabile. 
E lo spettro di un Iraq/Afghanistan al cubo si avvicina sempre più. In un solo anno, dal 2003 al 2004, l'operazione Iraqi Freedom ha sterminato circa 150.000 iracheni, 4.500 militari Usa e centinaia di altre vittime provenienti dai pù diversi paesi.
Ma, soprattutto, tutto ciò non è valso a risolvere la situazione: l'Iraq (come l'Afghanistan) è oggi un campo di battaglia che gronda ancora sangue e pieno di insidie. Cosa garantisce che in Siria non accada anche di peggio?
Il presidente della Coalizione Nazionale Siriana è un ultrareligioso antisemita e amico di fondamentalisti. L'opposizione al sanguinoso regime di Assad è impestata di figure sordide, anch'esse impegnate solo a versare altro sangue, a ribaltare il dittatore per instaurare un'altra dittatura, se possibile anche peggiore perché religiosa e volta alla guerra totale con l'Occidente. Alla fine, una versione peggiorata di quanto sta accadendo anche in Egitto.
In tutto ciò, oltre alla corruzione e ai fiumi di denaro mossi dall'industria della guerra, i soli fenomeni che lievitano paurosamente sono il fondamentalismo, la miseria, le ondate di profughi.
E la mattanza reciproca, scatenata gli uni contro gli altri da sciiti e sunniti, ma uniti contro ebrei, cristiani, drusi, curdi. 
La nostra ministra degli Esteri, Emma Bonino, invita a "pensare mille volte" alla gravità delle possibili conseguenze di un intervento. E suggerisce che si potrebbe tentare una campagna internazionale per l'esilio del presidente siriano Bashar al Assad o il suo deferimento alla Corte penale internazionale. Si, pensiamoci mille e mille volte, ma soprattutto ripensiamo la politica.
Non c'è più tempo, il mondo è alla frutta. Salga dal basso una nuova coscienza, una coalizione di pace che tolga il mazzo alla coalizione internazionale del machismo guerresco e distruttivo.

Sit in per la Siria
Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano", appuntamento  alle 18.00 in Piazza Santi Apostoli. L'invito è a portare tutti un lenzuolo bianco con cui coprirsi e a stendersi a terra uno di fianco all'altro, con un cartello bianco con questi due versi: io amo la vita /sulla terra tra i pini e gli alberi di fico/ ma non posso arrivarci così (Mahmud Darwish, Martire).
L'intento dichiarato dagli organizzatori è sollevare l'attenzione sul dramma della Siria e sull'immobilismo internazionale. Ecco: un'ottima iniziativa, che dovrebbe avere la massima partecipazione. Ma forse la scelta di  altri versi sarebbe stata migliore. 
Mahmud Darwish è un grande poeta ma scegliere proprio le 2 righe pronunciate, in una sua poesia, da un martire a giustificazione del proprio martirio.. bè, data la situazione appare un po' equivoco.  
I versi - tratti dalla poesia Stato d'assedio - nel loro contesto più ampio sarebbero:
Il martire mi spiega: non ho cercato al di là della spianata
le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
ma era inaccessibile, così ho preso la mira
con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
nel corpo dell’azzurro.

Perciò chiediamo: non sarebbe stato meglio evocare la pace, invece che la (santa) guerra?
Obbligatorio, se considerariamo quello che sta succedendo in Siria, ove fazioni fondamentaliste hanno messo a tacere i rivoltosi pacifici, imponendosi come leadership dei resistenti.  
Ma soprattutto se capiamo che cercare ragioni per scegliere fra diverse fazioni della guerra è il terreno stesso su cui tutto questo si riproduce.

Claudia, all'evento su fb ha mandato questa osservazione:
E perciò...

giovedì 1 agosto 2013

Task Force contro la violenza da un lato, via libera a stalker e corruttori dall'altro

C'è qualcosa che non ci torna. Il 22 luglio la Viceministra Maria Cecilia Guerra ha ri/convocato la Task Force interministeriale contro la violenza verso le donne, già istituita dalla Ministra Josefa Idem: e  il Dipartimento per le Pari Opportunità  informava che vi hanno partecipato tutti i capi di gabinetto o i loro rappresentanti dei vari ministeri coinvolti: istruzione, lavoro, giustizia, salute, economia, integrazione, esteri, difesa nonché il Consigliere per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio del ministero dell'interno. E che tutte le amministrazioni hanno condiviso  la necessità di un'azione coordinata tra le varie istituzioni, ognuna per le proprie competenze, per prevenire, oltre che contrastare, il dilagante  fenomeno della violenza alle donne.

Pochi giorni dopo, però, nell'indifferenza generale, tutta la maggioranza in Commissione Giustizia al Senato ha accolto un emendamento al decreto «Svuota carceri» che abolisce la custidia cautelare per il reato di stalking. Complimenti! 
Ripetiamo: c'è qualcosa che non ci torna. Ma poi rischia di tornare, con il sospetto di qualcosa di ancora più aberrante: e cioè che tale emendamento sia stato posto per salvare (soprattutto), i corruttori: è infatti un colpo di spugna che elimina il carcere per i reati di finanziamento illecito ai partiti, di falsa testimonianza ai pm e di favoreggiamento e contraffazione.

E come si raggiunge lo spettacolare risultato? stabilendo che la custodia cautelare e i domiciliari possano scattare solo per i reati per cui è prevista una pena di 5 anni. Non più di 4, dunque: e 4 anni è proprio il massimo di pena previsto per gli stalker e corruttori, appunto. E la corruzione è l'humus della politica-solo-al-maschile che da sempre ci ammorba, che ci fa schifo e di cui siamo stufe marce. E troviamo molto simbolico, che questo emendamento mandi a spasso a braccetto gli stalker con i corruttori: perché anche la corruzione è stalking. Stalking violento contro la comunità.
E non deve bastarci che ora, con l'approvazione di tutti i partiti, per ridurre la cagnara si parli di rimediare sul reato di stalking: questo emendamento è inaccettabile in toto, là dove dà il via libera a tutti questi odiosi reati, già fin troppo tollerati. I reati che già ci hanno portato alla povertà e alla disperazione sociale.

giovedì 16 maggio 2013

Al Presidente del Consiglio Letta: NO ad altri comitati monogenere/maschili

A quanto pare, Quagliariello e il premier Letta starebbero lavorando, tra decine di curricula, alla composizione del comitato di 20-25 esterni che entro 100 giorni presenterà un progetto per il testo di una nuova legge elettorale. Sui membri del Comitato, per ora, c'è ancora silenzio, ma ecco il totonomi: da Luciano Violante e Valerio Onida a Cesare Mirabelli, Francesco Paolo Casavola e Gustavo Zagrebelsky, Stefano Rodotà, Stefano Ceccanti, Michele Ainis, Paolo Armaroli, Edoardo Frosini, Beniamino Caravita, Marcello Pera, Vincenzo Lippolis, Vincenzo Tondi delle Mura, Francesco Clementi... Ora: vi sembra di vedere qualche nome femminile? 
NO. Naturalmente no.
Perché come al solito, senza che nemmeno si venga sfiorati dal più lieve senso del ridicolo, i nomi indicati come papabili sono tutti maschili. Manco si dovesse eleggere, veramente, sempre il Papa.

Un comunicato
Accordo di azione comune per la democrazia paritaria chiede al Presidente del Consiglio di comporre in modo PARITARIO il gruppo che, sembra, sarà incaricato di predisporre le proposte di riforme. Prime tra queste, per urgenza e importanza, le modifiche del sistema elettorale.  
Le associazioni, i gruppi e movimenti firmatari dell’Accordo, a prescindere dalla validità dell’iter ipotizzato (che deve comunque garantire il ruolo primario del Parlamento!), si rivolgono al Presidente Letta affinché, se si dovesse giungere alla nomina di esperti, sia assicurata la presenza di donne competenti, [e ribadiamo: di donne competentindr] e in numero pari a quello degli uomini.

Oltre che in contrasto con i principi costituzionali, non sarebbe accettabile una decisione del Governo che, trascurando l’importanza della forza innovatrice delle donne, non si avvalga delle tante esperte che dedicano la propria attività professionale ai temi che saranno all’attenzione del gruppo che dovrebbe essere incaricato di elaborare le proposte che il Parlamento dovrà esaminare.

Accordo di azione comune, Roma, 16 maggio 2013

sabato 20 aprile 2013

Dieci saggi e il resto donne. Il resto di niente: e lo respingiamo al mittente


"I dieci saggi e il resto donne" per dare un segnale di cambiamento: è la formula sintetica che "trapela" sull'Huffington Post dai colloqui riservati fra Berlusconi, Bersani e Giorgio Napolitano. Magari non vera alla lettera, ma comunque sintomatica. 
Vera o sintomatica, la respingiamo al mittente. 
Le donne non sono il resto di niente, di una politica maschile annientata come quella che si sta sfarinando sotto i nostri occhi. 
Giá rimosse da quel triste comitato di saggezza pubblica, non avremmo in veritá gradito farne parte. Tanto meno gradiremmo, ora, esserne "il resto", né fare la parte del lato innovativo di una manovra che 'salva' la democrazia parlamentare con un'ennesima mossa emergenziale di natura presidenzialista. 
Le donne hanno nomi, cognomi, storie, biografie, posizioni politiche. Nessuna puó essere ridotta a segnale d'altro, né al resto di niente.
Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Ida Dominijanni, Bianca Pomeranzi, Gabriella Bonacchi, Fiorella Cagnoni, Ornella Cioni, Maria Rosa Cutrufelli, Rosetta Stella, Francesca Cok, Marina Graziosi, Luana Zanella, Cristina Mosca, Paola Bono, Stefania Vulterini, Angela Ronga, Danila De Angelis, Rita Trasei, Marina Fiamberti, Nadia Ruggeri, Edda Billi, Giovanna Carnevali, Cristina Mecci, Cristiana Scoppa, Maria Brighi, Marisa Nicchi
Lettera aperta, 20 aprile 2013