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martedì 8 giugno 2021

Siamo tutte Saman

L’orribile assassinio di Saman lascia pietrificati, il cuore quasi si ferma nel vedere i filmati di padri e zii con la vanga in mano, nell’intuire le discussioni e la preparazione che ha preceduto un delitto che non può maturare in famiglia, da parte di chi dovrebbe amare e proteggere. 




È qualcosa che sembra possibile solo da parte di criminali incalliti ed estremi: mafiosi. Crimini estremi intesi per lo più a difendere quella cosa intoccabile: la Cosa nostra; la fonte e custode di quel potere che non è lecito mettere in discussione. 

In questo senso, letteralmente, “Cosa nostra” è anche la mentalità mafiosa del patriarcato che ancora in tutto il mondo offre comprensione esplicita agli uccisori di donne e ancora in troppi paesi (anche da noi fino a pochi anni fa) consente sconti surreali di pena o addirittura impunità per i femminicida. 

A ben vedere, di delitti così orribili ne vediamo in continuazione: fidanzate, mogli, figlie e bambini piccoli condannati a morte a sangue freddo per vendetta e spesso trucidati in modi raccapriccianti (fino a seppellire o bruciare vive) e tutto ciò avviene in un’indifferenza pressoché generale, perché per lo più la strage di donne viene vissuta come un effetto collaterale inevitabile dell’esistere, “come gli incidenti stradali”. Un'indifferenza che è anche delle istituzioni.

Improvvisamente, però, questo delitto evoca qualcosa anche in tutti quelli per cui il femminicidio non esiste e i loro sodali che il concetto di “femminicidio” addirittura lo irridono: e questi si svegliano perché il delitto non avviene in nome della "gelosia" o del raptus, ma della religione; anche se più precisamente qui è in nome dell'onorabilità familiare, in un ambito in cui la legge religiosa impone simili comportamenti come riparazioni di comportamenti vergognosi. 

Di fatto questo evento apre le porte ad altre forti emozioni, quelle del terrore delle orde islamiche; una paura che non si può liquidare nello stesso modo, irridendola.

Si, costoro fingono di non sapere che ogni anno, nella nostra civile culla cristiana, non solo ex compagni ma anche padri indegni premeditano, pianificano e attuano con ferocia inaudita esecuzioni di donne di famiglia; costoro in tutti questi casi gridano alla “pazzia” mentre se l’assassino è straniero accusano l’Islam, per criminalizzare gli stranieri (e chi cerca di risolvere i problemi della loro presenza). 

È un processo distorto, ma questa paura ha un fondamento, e la cosa che fa più paura è che non facciamo niente di veramente serio per affrontare questo problema

Qualcosa di serio non è certo criminalizzare, respingere e radicalizzare chi fugge con i suoi bagagli di dolori e di retaggi culturali.

Qualcosa di serio è un lavoro sociale e culturale serio; quello che in Occidente ha fatto ininterrottamente, ormai da un secolo, solo il movimento delle donne.

Si: è vero che oggi i paesi in cui le donne sono più in difficoltà sono quelli a guida religiosa, o filo-religiosa, di matrice islamica, paesi in cui i retaggi culturali agitati dai fanatici  creano anche vere e proprie prigioni mentali di massa. Questo non si può liquidare come irrilevante. 

E si, anche da noi fino a pochi anni fa, non dimentichiamolo mai: anche da noi (che abbiamo dedicato agli uccisori di donne fior di canzoni romantiche), uccidere donne era praticamente depenalizzato, lo stupro non era nemmeno reato contro la persona

Ma di questo non è lecito accusare (solo) le religioni con tutto il loro portato di oppressione: la capacità intimidatoria delle religioni è solo uno strumento (il più efficace!) usato dal patriarcato come arma pesante contro le donne. 

E qui una piccola parentesi: quando nel 2016 Sadiq Khan si candidò come sindaco di Londra, con quel nome spaventoso e la sua religione di origine sollevò un’ondata di timori, e poi la sua elezione fu vista come l’inizio dell’islamizzazione di Londra. Invece si è dimostrato un sindaco tollerante e veramente progressista, amministratore capace e capace di ridurre i conflitti e infatti, pur nel clima di litigiosità che continua a peggiorare, è stato rieletto un mese fa per un secondo mandato

Allora si può essere mussulmani e tolleranti? difensori dei diritti di tutte e di tutti? Si, si può. 

Ma allora: è la "religione" da criminalizzare e combattere, o l'integralismo e le barriere culturali che lo alimentano? 

Come dice Waris Dirie (che fuggita dalla Somalia dopo essere stata infibulata combatte da decenni per i diritti delle donne), le persone che fuggono da paesi estremamente arretrati e penalizzati, dove si subisce molta violenza, andrebbero accolte con ancor più cura, e non “lasciate in un angolo”. In quell'angolo dove, isolati e disprezzati, gruppi chiusi finiscono per perpetuare forme di cultura tribale e relativi riti cruenti contro le donne


 

Sono decenni che (come si preconizzavano i disastri climatici che si stanno puntualmente avverando), si preconizzano ondate inarrestabili di migrazioni, dovute appunto all’intensificarsi di guerre, dittature, povertà e, appunto, condizioni climatiche sempre più estreme. Questo fenomeno non si può chiudere fuori sbattendo porte, perché è come il fumo e l'acqua; continuerà a penetrare comunque, ovunque; come il fumo o l'acqua questa folla che preme alle porte di tutti i Paesi non la si può arrestare; la si può solo convogliare, tentare di darle una direzione e uno sbocco. 

L’unico modo serio di affrontarla è dare assistenza e guardare, con vera profondità e serietà, alle problematiche culturali e di pressione sociale che vi possono ribollire, lavorare per una crescita di consapevolezza e tolleranza, e nel farlo mettere al centro la dignità della donna

La donna imprigionata e oppressa da un islamismo ancora involuto o la donna vilipesa e massacrata da tutto il porno con cui crescono i nostri figli: per ognuna di noi il patriarcato ha una gabbia e una condanna; ma siamo sempre noi donne e chi tocca una tocca tutte e tutte siamo ogni donna violentata e uccisa. Siamo tutte le donne italiane, e tutte le donne straniere.

Oggi tutte siamo Saman.

E per concludere, riguardo a tutti i paladini (e paladine!) delle donne che si risvegliano solo quando gli assassini non sono italiani (accusando invariabilmente le femministe di presunta indifferenza), un promemoria:

martedì 23 marzo 2021

Recesso della Turchia dalla Convenzione di Istanbul: appello alle istituzioni

Noi, docenti e ricercatrici/tori di università italiane costituenti la rete UN.I.RE. (UNiversità in REte contro la violenza di genere), impegnate da anni per l’attuazione della Convenzione di Istanbul, con particolare riguardo alla parte relativa alla prevenzione, rivolgiamo il seguente appello alle istituzioni.  



Il 20 marzo scorso il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha firmato il decreto di recesso dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, detta Convenzione di Istanbul, che diventerà efficace dal 1° luglio 2021. Il ministro della Famiglia, del lavoro e dei servizi sociali Zehra Zumrut Selcuk ha motivato la decisione dichiarando che i diritti delle donne sono garantiti nella legislazione nazionale, e in particolare nella Costituzione.  

Nei fatti, lo Stato non dà attuazione a tale legislazione. La situazione delle donne in Turchia è di vera e propria emergenza. Secondo l’associazione “Fermeremo il Femminicidio” in Turchia sono state uccise nel 2019 almeno 474 donne, nel 2020 le vittime sono state almeno 300, e 77 dall’inizio di questo anno. La maggior parte di loro sono state uccise dal partner o ex, da familiari o da sconosciuti che volevano avere una relazione con loro. Tanto le forze dell’ordine quanto i giudici non rispondono adeguatamente alle richieste di aiuto delle donne e sono numerosi i casi di uomini che ricevono una pena ridotta perché simulano un comportamento rispettoso davanti alla Corte. 

Molti Stati dell’Est Europa – Bulgaria, Slovacchia e Ungheria – hanno deciso di non dar corso alla ratifica della Convenzione, di fatto rigettandola. Inoltre la Polonia ha annunciato di volere recedere dalla Convenzione di Istanbul e avviato la relativa procedura. Eppure in questi i paesi i femminicidi sono tragicamente presenti. 

È ampiamente dimostrato che un’organizzazione sociale fondata sulla diseguaglianza dei rapporti di potere tra uomini e donne favorisce i femminicidi e le violenze contro le donne in generale. La negligenza delle autorità non fa che favorire l’aggravarsi del problema, legittimando assuefazione e tolleranza verso la violenza contro le donne. Ancora oggi la violenza di genere, che è violazione dei diritti umani, è prima di tutto un problema culturale. La posizione ferma delle Istituzioni è fondamentale, in ogni Paese, per poter eliminare questa cultura. 

Per tutti questi motivi, in qualità di rappresentanti della rete accademica UN.I.R.E. per l’attuazione della Convenzione di Istanbul, lo strumento per contrastare e prevenire la violenza di genere voluto dal Consiglio d’Europa, interpretiamo la decisione di Turchia, Ungheria e Polonia come un attacco contro i valori fondamentali sui quali si fonda l’Unione europea e che tutti gli Stati membri sono tenuti a salvaguardare.    

Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni nazionali, al Consiglio d’Europa, all’Unione Europea, affinché:  

• Si attivino tutte le iniziative utili a contrastare le decisioni dei paesi che vogliono indebolire la Convenzione di Istanbul, se necessario anche con azioni forti come la possibile esclusione dalla distribuzione di fondi e/o sovvenzionamenti o con sanzioni

• Si solleciti la ratifica della Convenzione di Istanbul presso i Paesi europei che sinora l’hanno soltanto firmata; 

• Si proceda con l’approvazione della Convenzione di Istanbul da parte dell’Unione europea; 

• Si adottino tutti i provvedimenti necessari per attuare la Convenzione di Istanbul in ogni sua parte, in particolare nelle attività di prevenzione, educazione, formazione e sensibilizzazione per costruire una cultura della parità di genere. 

Il nostro appello non vuole essere soltanto la doverosa denuncia di quanto sta accadendo in Europa sul tema della violenza contro le donne, bensì vuole riaffermare il necessario impegno di tutti ad attuare in ogni sua parte la Convenzione di Istanbul, a partire da quelle azioni di prevenzione sociale e culturale che da tempo noi stiamo perseguendo con forza e convinzione nella scuola e nell’università italiana. 

La rete accademica UN.I.R.E. per l’applicazione della Convenzione di Istanbul

Questo appello è rivolto a:

la Presidente del Consiglio d’Europa – Angela Merkel 

la Presidente della Commissione Europea – Ursula Von der Leyen 

il Presidente del Consiglio Europeo – On. Charles Michel 

il Presidente del Parlamento Europeo – On. Davide Sassoli 

il Presidente del Consiglio dei Ministri – Prof. Mario Draghi 

la Ministra per le Pari Opportunità – Prof. Elena Bonetti 

la Presidente del Senato della Repubblica – Sen. Maria Elisabetta Alberti Casellati 

il Presidente della Camera dei Deputati – On. Roberto Fico 

la Presidente della Commissione Speciale sul Femminicidio, Senato della Repubblica – Sen. Valeria Valente 

e p.c. alla 

Piattaforma We Will stop femicide / Noi fermeremo il femminicidio 

mercoledì 17 marzo 2021

Quella donna sono io. Vogliamo iniziative concrete, subito, contro il femminicidio

Lettera aperta di Noiretedonne • È il momento di agire, di far sentire la nostra voce. Gli scontri tra la polizia e le manifestanti a Londra, durante la veglia per ricordare Sarah Everard, rapita e barbaramente uccisa il 3 marzo scorso mentre tornava a casa, ripropongono in maniera drammatica il tema dell’escalation della violenza contro le donne, ora aggravata dalla crisi pandemica


È arrivato il momento di dire basta e con forza. Di far sentire, come un’unica grande onda, la voce di protesta delle donne di tutto il mondo, a cominciare da noi. Dalle reti che si spendono per la parità, per il rispetto dei diritti, perché si elimini la violenza agita dagli uomini contro le donne. Deve essere chiaro che ogni donna uccisa equivale ad una sorella uccisa nella mia città, nel mio quartiere, nella casa accanto. Quella donna sono io. 

È arrivato il momento anche per gli uomini di gettare la maschera e di dire chiaramente da che parte stanno, smettendo di considerare questi reati come fatti che non li riguardano. Il problema è culturale, prima ancora che giudiziario. 

È arrivato il momento da parte di tutti i Governi di dare risposte concrete. In particolare, per quello italiano, di rimettere mano al Codice Rosso: da tempo i centri antiviolenza indicano la strada per alcune necessarie modifiche. 



Noi tutte siamo ancora idealmente a manifestare nel parco di Clapham Common a Londra. La sicurezza delle donne deve essere messa al primo posto anche nell’agenda politica italiana. 

Chiediamo, pertanto, a tutte le donne di essere unite in questa battaglia e al presidente Draghi di mantenere le promesse annunciate nel suo discorso di insediamento, in cui si assicuravano pari condizioni di vita per uomini e donne, non più rinviabili in un Paese che si dichiari democratico. 

Peraltro il brutale omicidio di Sarah appare ancora più odioso perché, se l’impianto accusatorio sarà confermato, arriva per mano di un tutore della legge, che dovrebbe invece assicurare protezione. 

Noi teniamo la mano alle donne che hanno dichiarato di volersi “riprendere le strade” (Reclaim these streets) e con esse la libertà di camminare in sicurezza; libere dalla violenza maschile e, più in generale, libere dall’ansia, dal terrore, dalle violenze verbali e fisiche e dalle sistematiche limitazioni cui molto spesso devono sottostare nel corso della loro vita. 

Sui social media sono centinaia le storie di disagio e soprusi confessate da donne inglesi dopo il caso Everard e non sono molto diverse da quelle che ogni giorno, con sconforto, si ripetono nel nostro Paese. 

Chiediamo, anche, al Ministro degli Esteri italiano di farsi portavoce con il Governo inglese delle nostre proteste e del nostro sostegno a quelle donne che non devono sentirsi isolate. Vogliamo accendere su di loro un gigantesco faro. E lo riaccenderemo ogni qual volta nel nostro Paese una donna sarà anche solo sfiorata dalla mano di un uomo, richiamando le istituzioni e gli organi preposti a proteggerle e liberarle dalla paura e da una violenza che non sembra avere mai fine. 

Noi Rete Donne, 17 marzo 2021

domenica 26 agosto 2018

Stalking a Cosenza: una storia di impunità, una donna che non si arrende

La violenza non è solo uno schiaffo o portare dei lividi corpo, è molto di più: è vergogna, è paura, è ansia, è timore di non essere compresi, è timore di non essere creduti; è, sopratutto, la consapevolezza di scontrarsi con un muro di gomma quale l’omertà e sapere che chi è preposto ad aiutarti non lo farà.
Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l'omertà intorno a te, ma l'omertà e l'abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto... quella proprio no, non la si può accettare.


Da anni, tramite articoli e campagne varie si sensibilizzano le donne, che subiscono silenziosamente violenza, incoraggiandole a uscire dal silenzio, a farsi coraggio e soprattutto a fidarsi e affidarsi alle Istituzioni, denunciando chi, senza rispetto per niente e per nessuno, fa leva in modo vigliacco su stati di ansia e paura.
E poi? Cosa succede? Difficile immaginarlo se non hai toccato con mano ma io si; lo so bene. 
Io voglio raccontare la mia storia e nello specifico cosa succede: varchi la soglia dell'Istituzione alla quale decidi di chiedere aiuto e tutela, dopo un'enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere, con un senso finalmente di sollievo e pensando che ti accoglieranno dandoti tranquillità, serenità e un senso di protezione.
E invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili. Vorresti sentirti dire: tranquilla, ora ci siamo noi. Invece trovi scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarti, sguardi solo di curiosità, nessuno che ti dà il beneficio del dubbio. Con poca professionalità e poco tatto sei sbattuta da un ufficio all'altro; nonostante tu abbia appreso, dalle varie campagne di sensibilizzazione, che c’è un ufficio con gente che dovrebbe occuparsi solo di te, creato solo per quello, la tua richiesta scritta passa da un dipendente all'altro, il quale, dopo aver letto, guarda caso, non è mai l'addetto preposto ad apporre una semplice firma e un protocollo sulla tua denuncia/richiesta di aiuto.
Non c'è una persona alle 9.30 del mattino, a metà  settimana, ad accogliere una donna che chiede aiuto; non c'è una sola persona che ti fa accomodare in un ufficio, ma attendi nei vari corridoi mentre oltre 15 impiegati a turno si fanno il passamano della tua richiesta di aiuto, facendo ognuno le "opportune" chiamate di rito (a non so chi!), allontanandosi da te, o chiudendo la porta davanti a te, che attendi sempre in piedi nel corridoio.
Alla fine delle sterili consultazioni nessuno vuole apporre una firma; fino a quando, esasperata e chiaramente offesa e infastidita, con voce ferma pretendi un protocollo sulla ricevuta della tua richiesta.
Vai via demotivata, incredula e delusa dalla mancanza di accoglienza, dalla leggerezza con la quale viene gestita una richiesta di aiuto per violenza di genere; dovrai attendere il mattino seguente l'invito a ritornare per firmare un “verbale di ratifica” che poteva essere compilato il giorno prima con meno disagi.
Inizia cosi una triste e anomala vicenda, con un finale vergognoso che racconterò sommariamente, dovendo per privacy, omettere nomi e alcuni episodi.
Malgrado la copiosa documentazione allegata alla richiesta depositata, la persona segnalata, che per inciso porta una divisa, incurante della tua denuncia ha continuato ad assillarti per oltre 15 giorni. Finché tu, sempre più incredula e scoraggiata, ti rivolgi nuovamente all’Autorità e, integrando la documentazione con le prove dei contatti successivi, chiedi, sempre con più timore, che questo soggetto sia chiamato e allontanato da te.
Malgrado la documentazione e una molteplicità di allegati forniti, le indagini per attestare che sei insistentemente infastidita e perseguitata continuano e durano ancora per ben 4 mesi, alla fine dei quali arriva finalmente “l'inevitabile" provvedimento amministrativo richiesto.
Provvedimento al quale lo stalker, come da sua facoltà, fa ricorso al TAR e questo, con sentenza abbreviata emessa nella stessa mattina della prima udienza, lo rigetta, quale chiaro segno di non fondatezza.
Allora tu pensi finalmente è finita! Malgrado tutti gli ostacoli ho fatto bene a denunciare!
Ma immediatamente  il penoso e vergognoso epilogo: dopo soli 20 giorni dall'ordinanza del TAR, lo stalker chiede nuovamente la revoca del provvedimento all’Autorità che lo ha emesso, benché il TAR si sia opposta al suo annullamento. E, udite udite: la ottiene.




E perché? Le motivazioni di revoca, praticamente, sono che ha fatto il bravo per 6 mesi (4 dei quali nel periodo in cui duravano le indagini + il mese del suo ricorso al TAR).
Ma se è vero che solo 20 giorni prima la stessa Autorità si era fermamente opposta  all’annullamento del provvedimento, mi spiegate che senso ha?
Donne: denunciate. Denunciate! Non abbiate timore: così si legge; ma la realtà è diversa. Mentre sarete costrette a difendervi a spese vostre, nonostante gli atti persecutori si gioca con la vostra dignità, con il vostro dolore e la vostra sofferenza, si calpestano i vostri diritti. 
Si, denunciate; ma soprattutto: attenzione a chi denunciate! 
Sappiate che ci sono categorie di uomini che si possono denunciare e altre categorie che non si toccano.
Non ci sono parole per definire questa vicenda e spero che qualcuno se ne vorrà interessare; è a disposizione un'ampia documentazione a riprova di quello che sostengo.
Perché, a prescindere dalla mia vicenda personale, non è accettabile che ancora oggi nelle Istituzioni (dove ho anche incontrato rari esempi di persona splendide), ci siano simili vergognosi comportamenti che, così operando, non solo non tutelano chi denuncia, ma avallano, coprono e dunque autorizzano persone malate a ledere la libertà altrui. 
Alle Istituzioni dico: prima di avviare campagne di sensibilizzazione alle vittime di violenza sensibilizzatevi voi! Perché siete ancora ben lontani dai concetti di rispetto e libertà. 
E io devo continuare a difendermi da sola.
Cosa che continuerò a fare: mi hanno deluso, ma nelle istituzioni voglio continuare ad avere fiducia; per questo farò a mia volta ricorso al Prefetto. Come diceva Giovanni Falcone lo Stato siamo noi e la giustizia la dobbiamo pretendere. 
Grazie a tutte e tutti coloro che vorranno sostenermi.
D. B., vittima di stalking a Cosenza

mercoledì 6 dicembre 2017

Dedicato a tutti quelli che "la violenza non è di genere"

Se oggi mi suicidio non è per ragioni economiche, ma per rispedire ad Patres le femministe che mi hanno rovinato la vita. 

Dopo 7 anni in cui non succede niente di buono ho deciso di mettere i bastoni fra le ruote a queste viragoAnche se i media mi definiranno uno ‘sparatore folle’, mi ritengo invece una persona razionale ed erudita, che solo la forza della Morte ha costretto a intraprendere atti estremi. E dato che, scienza a parte, sono per natura un conservatore, le femministe hanno da sempre la speciale facoltà di farmi infuriare. Mentre pretendono di mantenere i vantaggi che derivano dall’essere donne (come assicurazioni più economiche, o il diritto a una lunga maternità preceduta da una lunga aspettativa) cercano anche di arraffare quelli degli uomini. Per esempio, è ovvio che se si eliminasse la distinzione maschile/femminile alle Olimpiadi, non ci sarebbero più donne, salvo che negli eventi decorativi. Perciò si guardano bene dal cercare di rimuovere quella barriera. Sono talmente opportuniste che non trascurano certo di trarre vantaggio dalle conoscenze accumulate dagli uomini attraverso i secoli. E ogni volta che possono cercano sempre di rappresentarli negativamente. (dalla dichiarazione suicida di Marc Lépine)

6 dicembre 1989: il tizio di cui sopra, di 25 anni, irrompe armato di legale carabina nel Polytechnique di Montreal; un bel ragazzo; una faccia da bravo ragazzo. Separa i maschi dalle femmine e inizia la fucilazione di massa delle colpevoli: donne che hanno osato iscriversi alle facoltà di ingegneria. Prima della fucilazione, la sentenza: “siete femministe, e io odio le femministe”; e falciò 27 ragazze. Quattordici persero la vita; erano:
Geneviève Bergeron (nata nel 1968), facoltà di Ingegneria civile;
Hélène Colgan (nata nel 1966), facoltà di Ingegneria meccanica;
Nathalie Croteau (nata nel 1966), facoltà di Ingegneria meccanica;
Barbara Daigneault (nata nel 1967), facoltà di Ingegneria meccanica;
Anne-Marie Edward (nata nel 1968), facoltà di Ingegneria chimica;
Maud Haviernick (nata nel 1960), facoltà di Ingegneria dei materiali;
Barbara Klucznik-Widajewicz (nata nel 1958), scuola infermieristica;
Maryse Leclair (nata nel 1966), facoltà di Ingegneria dei materiali;
Anne-Marie Lemay (nata nel 1967), facoltà di Ingegneria meccanica;
Sonia Pelletier (nata nel 1961), facoltà di Ingegneria meccanica;
Michèle Richard (nata nel 1968), facoltà di Ingegneria dei materiali;
Annie St-Arneault (nata nel 966), facoltà di Ingegneria meccanica;
Annie Turcotte (nata nel 1969), facoltà di Ingegneria dei materiali.

Poi il maschio giustiziere si spara a sua volta. In tasca ha la dichiarazione di cui sopra, con un allegato: una lista di 19 donne colpevoli di aver intaccato, con i loro successi, il legittimo rango maschile. 
Le superstiti si laurearono, battendosi da quel momento contro il sessismo e gli stereotipi. Successivamente al massacro, le iscrizioni femminili alla facoltà di Ingegneria crebbero rapidamente dal 13% al 19%.

Dedicato a tutti quelli che “la violenza è una sola”, la violenza “non è di genere”, “esiste anche la violenza delle donne contro gli uomini”.

A questa tremenda vicenda Denis Villeneuve dedicò il film "Politechnique". L'autore della recensione che trovate QUI conclude così: 
Consiglio la visione del film a un pubblico rigorosamente maschile. Parla di noi. Non sono cose belle.
Anzi, sono cose che mi fanno vergognare, che mi fanno male, perché le grandi tragedie sono figlie delle piccole concessioni: "Ma si! Scherziamo sui gay! Ma certo! Le donne? Cazzi e cazzotti! I negri? A casa loro!” Affidatevi alle ruspe, all’odio dei frustrati. Un giorno qualcuno dirà che siete voi "il problema”. Un giorno riceverete l’odio che avete seminato, l’indifferenza che avete propagandato, e nessuno vi piangerà.





venerdì 3 marzo 2017

L'inerzia della giustizia italiana condanna le donne; la Corte Europea condanna l'Italia

La Corte di Strasburgo dà ai fascisti di ogni tipo un'altra buona ragione per gridare all'urgenza di lasciare l'Europa: la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per non aver protetto in nessun modo una donna e suo figlio dalla violenza del marito. 

Questi, nonostante le ripetute denunce di lei e anche dei vicini, finì per ferirla gravemente e per assassinare il ragazzo (Remanzacco, provincia di Udine, 26 novembre 2013). La sentenza stabilisce che "non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che infine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio". [violazione dell'articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani]. 
Dice il Pm italiano, Antonio De Nicolo, che la donna all'epoca avrebbe ridimensionato la portata delle accuse e dunque "per forza si era arrivati all'archiviazione dall'accusa di maltrattamenti". Per forza? 

Per forza?? Ad esempio... per forza non si poteva ascoltare anche il grido di aiuto della mamma di Federico Barakat? e bè, come ascoltarla, visto che (stravolta dalla paura per sé e per il figlio) sembrava "instabile"? meglio dare retta al padre e tutelare i diritti del padre, che così in un colloquio "protetto" poté accoltellarlo a morte con comodo.
Per forza un corno. L'Italia meriterebbe centinaia di condanne come questa. Ci auguriamo che questa sana sentenza non sia solo una svista, un miraggio, ma l'inizio di un processo di guarigione.

domenica 23 ottobre 2016

Caro Emis, cara Cristina, caro Emis. Caro Emis again. 4 messaggi in segreteria

Volevo abbassare le armi ora dovrò spararti / non mi dire di calmarmi, è tardi stronza / fanculo al senso di colpa, non ci saranno sbocchi / voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi

ma cos'hai capito? ma quale violenza? ma anche un bambino capisce che "è il contrario"! 

Vale la pena leggere la lettera di Cristina, la risposta di Emis (che pare di sentirle, le unghie sul vetro, il rumore che fanno), e la contro-risposta di Cristina, in fondo allo stesso post (che il tuo “dovere di artista” non ti stimoli ad occuparti di migranti altrimenti potresti spaziare con «Muori profugo di merda alzo il muro e vaffanculo»).
Però, il coro dei fan dice che quelle come lei non capiscono.

Ma non capiscono cosa? che non è Emis a pensare quelle parole? [eppure lei l'ha specificato come prima cosa: non ho mai pensato che quel pezzo fosse autobiografico; e allora di che parliamo?] no, di cosa pensa Emis qui importa poco; quello che importa è cosa pensano masse di potenziali assassini; è questo il punto. E allora gridare all'artista incompreso è alquanto peloso.
Fare l'artista incompreso, che fa finta di non comprendere l'obiezione mossa, ancora di più. Ma secondo Emis anche grazie a questa polemica tanti giovani si stanno confrontando con una realtà che magari ignoravano fino a ieri; si, certo: l'esistenza di Emis, i suoi dischi e i suoi concerti.
Non ci piove che, in rapporto a questo, il marketing del prodotto Emis ha centrato l'obiettivo. Ma non è certo quello che dice Emis.

Secondo lui quella canzone è il suo modo di esprimere dissenso sul femminicidio; e come lo esprime? gridando (con forza) tutto, e solo, il punto di vista del femminicida. E nella sua risposta a Cristina le dice anche che la reazione di chi non condivide quel modo di esprimere dissenso (nel caso lei) dimostra che il suo intento era corretto.
Ah, bè.
Ora, Emis, anche una canzonetta di un po’ di tempo fa, diceva prendi una donna, trattala male - lascia ti aspetti per ore, non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore / e allora sì vedrai che t'amerà - chi è meno amato più amore ti dà. lallallààà... Ma poi un contro-pensiero aggiungeva: caro amico non sono d'accordo - parli da uomo ferito - non esistono leggi d'amore, basta essere quello che sei... senza l'amore un uomo che cos'è? E' questa l'unica legge che c'è.
Così, tanto per fare un esempio. 
Invece tu di contro-pensiero ne hai messo zero; hai deciso (dici) di raccontarlo in una maniera diversa, più d’impatto, dal punto di vista di chi ammazza (parole tue); ecco, appunto: un punto di vista unilaterale. E siccome il punto di vista sparato nel mondo è solo quello di chi ammazza, quell’impatto è solo sulle donne - contro di loro; e solo contro di loro; il pugno nello stomaco pure, fattene una ragione.
Scrivi non riesco proprio a pensare che qualcuno pensi ad emulare il personaggio che interpreto, come non penso che la gente cominci ad emulare personaggi negativi di film, libri e via dicendo; ah si??! ma dove vivi?
Le canzoni ispirano, non lo sapevi? e le canzoni, per i fan, non sono una fiction (come Gomorra): ognuna è un manifesto, un richiamo a una filosofia di vita. Vaglielo a spiegare, a migliaia di persone da qui all'eternità, che scherzavi; anzi, che criticavi; che volevi dire il contrario.

Ai coglioni predisposti al femminicidio quella canzone ispira solo pensieri tossici; ed è dai pensieri che nascono le azioni. A noi donne, che veniamo fatte a pezzi da quelli come il tizio a cui dai voce tu, la tua “canzone” può ispirare solo un controcanto.

Non mi dire di calmarmi è tardi, stronza 
Non ci dire di calmarci è tardi, sei un mandante 

Fanculo il senso di colpa non ci saranno sbocchi 
Fanculo la tua “buona fede” non chiedere sconti

Voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi 
Voglio vedere ritirata la tua canzone

Io c’ho provato e tu mi hai detto no
perché nessuna è “mia” e quella non è musica ma istigazione 

E ora con quella cornetta ti ci strozzerò
e per la sua ispirazione, il peso di ogni donna morta anche su te resterà


Strozzatici tu invece, con quella cornetta; fanculo lo diciamo noi Emis; la vita dagli occhi è fuggita a troppe donne - e continua a farlo - un fiume di vite che scorre verso il nulla senza soste; strappate a forza da uomini che avevano quegli esatti pensieri. Vuoi provare a metterti, per una volta, nei pensieri delle donne? allora, per favore, prova a leggere anche un'altra lettera, questa > lettera a oscar Pistorius.
Al momento tu la voce non l’hai data alle uccise, ma solo a loro, agli assassini. Che tu abbia il discernimento per capirlo o no, quella canzone è e resta un peana di guerra, un megafono da cui risuona un inno alla mascolinità tossica; e fa ridere, ridere, di un riso amaro, che chi l’ha scritta, e lanciata nel mondo come una bomba a chiodi, osi aggiungere la beffa di reclamarla come un atto contro il femminicidio
Se sei un uomo - uno di quelli che non hanno paura di chiedere scusa, quella canzone ritirala; è meglio. Fanne una seconda versione; cambia le parole, introduci la voce delle donne.

DI MESSAGGI IN SEGRETERIA METTINE 4.

Perché tutto il resto, ricamarci intorno, arrampicarsi sui vetri, non serve; così com'è quella canzone è un pericolo.



mercoledì 19 ottobre 2016

19 ottobre: scioperi e manifestazioni delle donne in tutta l'America Latina #NiUnaMenos

Per la prima volta anche le donne argentine scendono in sciopero, e lo fanno a livello nazionale, e accompagnate da manifestazioni in contemporanea in Mexico, Cile, Uruguay; in tutto il Sudamerica, con un tam tam degli hashtag #Niunamenos e #latinoamericafeminista.

L'ennesimo femminicidio, di Lucia Peres, una ragazza 16enne violentata e torturata a morte da diversi uomini, non è, appunto, che l''ennesimo di una list infinita; questa prima volta delle donne, invece, sia l'inizio di una reazione che dovrebbe estendersi a macchia d'olio, dilagare per tutto il Pianeta.
Anche qui, verso la manifestazione nazionale, discutendo in ogni città e paese, in ogni singolo gruppo, anche le donne italiane ci sono.

lunedì 22 agosto 2016

Femminicidio: dati e analisi per un cambiamento

Grazie all’Università Niccolò Cusano per aver realizzato un'utile infografica , dal titoloStop alla violenza contro le donne. Dati e analisi per un cambiamento. Cliccando sull'immagine che segue la potrete consultare nella sua interezza.

Femminicidio: tutti i numeri nell’infografica di Unicusano


L'infografica, che raccoglie dati e analisi su femminicidio e violenza contro le donne, è dedicata alle donne che hanno subìto violenza, alle loro storie, e a quelle di tutte le altre il cui ricordo si perde col tempo
L'nalisi di questi dati rivela come, nonostante i casi di violenza sulle donne nel nostro Paese siano diminuiti, il femminicidio resti una delle piaghe più cupe e preoccupanti della società contemporanea, a livello globale. Nel mondo, la percentuale di donne che ha subìto una violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita è pari al 35%; in Italia, il 16% delle donne è stata vittima di episodi di stalking e circa il doppio ha subìto violenza fisica o sessuale. Sono dati allarmanti; ma la realtà rischia di essere ben peggiore: i dati disponibili, infatti, ancora non tengono conto del grande sommerso di cui non si ha contezza perché non denunciato.
Nella seconda parte l’infografica fornisce anche informazioni sui Centri Antiviolenza attualmente presenti nelle varie regioni italiane e consigli utili su come individuare i campanelli d’allarme di un rapporto malsano e potenzialmente pericoloso.

martedì 9 agosto 2016

Sulla violenza degli uomini / la riflessione di un uomo: Antonio Fresa

Scrive Antonio Fresa che il ripetersi del femminicidio, come una triste liturgia, costringe a domande  inquietanti sul nostro presente e sulla libertà che le donne hanno conquistato. Ho avvertito quanto fosse ineludibile questo passaggio; compiere una scelta non dico sofferta, ma almeno meditata, tra il tacere per timore di errore e il dire, comunque, per avviarmi almeno lungo la strada. Ha prevalso il disperato bisogno di interrogarsi e di riflettere. Apprezziamo ogni uomo che si sente costretto a delle riflessioni, (quando invece la maggior parte dei maschi pare non si senta coinvolta affatto); e, per tutte e tutti, proponiamo qui un estratto dal suo pezzo [grassetti , corsivi e immagini sono inseriti da noi]:
di Antonio Fresa • (...) Non ho parole intelligenti, frasi esaustive, analisi complete: ho abbozzi, spezzoni, inizi. Credo, però, con convinzione, che per spezzare il cerchio inumano di questa violenza, sia necessario che gli uomini di oggi, quelli cioè che convivono con l’affermarsi di donne sempre più libere, apprendano a raccontare le proprie frustrazioni, le proprie sconfitte, rispetto a modelli che li vedevano dominanti e avvantaggiati.
Raccontare è sempre uno sforzo; raccontare ciò che ci turba e ferisce lo è ancor più; raccontare ciò che ci fa sentire di aver perso un privilegio è, infine, quasi vergogna.
In fondo, la prima sconfitta che molti uomini sembrano patire è proprio il doversi raccontare, il dover spiegare, il dover chiedere, il dover perorare: avevamo imparato davvero bene che, anche nel silenzio, le nostre aspettative sarebbero state soddisfatte da chi era stata educata a rispondere, nel silenzio, alle nostre attese. Al dissolversi di questa convinzione, la violenza è spesso lo strumento più prossimo.

Troppi uomini appaiono incapaci di modificare la trama profonda dei propri sentimenti e, anche quando sembrano aver accettato gli eventi di questa che vorrebbe essere una nuova società, fanno riemergere antiche tentazioni di dominio che si traducono in atti di violenza senza giustificazione.





Davvero accade tutto all’improvviso? Abbiamo un modo per capire ciò che sta per accadere?
Non dovremmo prima di tutto noi uomini, se questa categoria ha un senso, confessare quanta distanza separa le modifiche della superfice delle cose dalla profondità di un atavico predominio che emerge quando cadono gli argini? (...)
Ci sono donne che guadagnano più dei loro compagni; ci sono donne che comandano più dei loro compagni; ci sono donne che decidono di chiedere alla vita e all’amore una felicità vera e non fittizia; ci sono così tante novità e ci sono molti più soggetti con i quali competere.
E allora i cosiddetti maschi, perdendo le proprie rendite di posizione, vanno in tilt e non ammettono di poter essere messi da parte. Come può una donna avere la pretesa di preferire un altro? Di chiudere una storia, come se lei potesse avere un vero peso nelle decisioni? Com’è accaduto tutto ciò? La velocità del mutamento è stata tale che, probabilmente, questi maschi si trovano davvero in una situazione asfittica nel contrasto tra i vecchi modelli educativi e familiari e le nuove dinamiche delle relazioni.
E, mi si perdoni, la brutalità della conclusione, non sapendo che fare, non sapendo come gestire il distacco e la separazione, puniscono, colpiscono, uccidono.
Lo fanno perché in realtà, assumendo per un istante il loro patologico punto di vista, davvero non capiscono, non sanno capire, non possono capire la voglia di libertà e di indipendenza di chi cerca di allontanarsi da loro. La ferita patita, in termini di narcisismo, orgoglio, prestigio, possesso, è talmente potente e profonda da non ammettere mediazioni. È un eliminare per ribadire un potere: è il potere dell’assassino che pensa così di negare, in via definitiva, la libertà dell’assassinato.
Sempre sono colpito da questo tipo di delitti e sempre mi sento spinto a pormi domande. Devo però dichiarare un limite nelle cose che so vedere e ritengo, quindi, molto più rilevante l’ascolto delle voci delle donne e delle loro sofferenze.
Un aspetto m’incuriosisce e m’interroga, forse perché si può sposare con le banali riflessioni che ho saputo fin qui fare. Molte donne sono uccise dai loro ex compagni in occasione di quello che è presentato come un colloquio chiarificatore. Mi domando sempre che cosa sia un colloquio chiarificatore, quando una coppia è ormai andata o quando già sono state consumate dosi massicce di violenza. Che cosa c’è da chiarire?
Il maschio di turno deve probabilmente recarsi a tale incontro sorretto dalla convinzione di avere delle carte da giocare, delle frasi da dire, delle promesse da fare che riportino la situazione entro un ordine premeditato. Ma quali sono queste carte e queste frasi?
Deve agire in questi casi la profonda presunzione maschile di saper dire frasi che l’altra dovrà accettare per forza; di enunciare cioè parole capaci di rasserenare e rinvigorire un sentimento che si è nel frattempo perso. Deve, cioè, agire la presunzione che la strategia del discorso e l’ordine politico del discorso possono riportare la donna nel controllo dell’uomo, come se lei non potesse essere ritenuta, a pieno titolo, capace di decisioni o come se lei non sia considerata capace di calcolare tutte le conseguenze del suo agire. Riportata sulla corretta via del corretto pensiero la donna/compagna comprenderà che l’unico orizzonte per lei sensato è quello di riaffidarsi a lui.
Quando questa convinzione è scalfita e messa in scacco, quell’uomo non sa trovare altro strumento che ricorrere alla sua primordiale violenza, una violenza che ritiene l’altro un subalterno, un sottoposto, un arreso per timore.
Questa è una traccia, appena minimale, di un lavoro che noi uomini insieme con le donne dovremmo saper affrontare. Solo con il racconto delle nostre frustrazioni e con l’esplicitazione delle nostre sconfitte, potremo aiutarci a capire, a essere capiti e a generare un’attenzione globale a queste realtà, un’attenzione che consenta alle giovani generazioni una relazione con i sentimenti più piena e matura.
Solo raccontando e rendendo esplicite le frustrazioni, anche di quegli uomini che si sentono esenti dalla violenza, potremo depurarci dalla nostra tendenza a essere complici, dalla nostra tentazione quasi a giustificare quella violenza, dalla nostra vigliacca indifferenza che vorrebbe confinare, quella violenza, in uno spazio privato in cui non c’è data la possibilità di intervenire. Quello spazio privato in cui, evidentemente, la presenza della violenza è ritenuta come quasi normale, se non necessaria. Uno spazio privato che, letto come un regno sacro di qualcuno, risulta essere un luogo in cui non far entrare la libertà.
I segnali ci sono, e come ci insegna anche la cronaca recente, anche i fatti e gli atti ci sono. Questa indifferenza che, come dicevamo sconfina nella complicità, almeno psicologica o culturale, è il segno più nefasto. La nostra indifferenza si tramuta in una possibile complicità, perché quelli non sono fatti nostri, non sono fatti della scena sociale, ma sono comodamente confinati in una storia d’amore che d’amore non ha davvero nulla.


venerdì 24 giugno 2016

La mascolinità tossica: parla un uomo. Per esempio James Hamblin

Dopo Orlando, e a proposito di eccidi di massa, violenze incontrollate (e quindi, aggiungiamo, di femminicidi), possiamo parlare di uomini? chiede James Hamblin, facendo su Atlantic una interessante disamina di cosa è la mascolinità o virilità tossica, cioè infarcita di dettami su come un uomo dovrebbe e non dovrebbe essere; dettami che sono poi alla base di quella violenza maschile che pervade il mondo intero, dominando ogni modalità di relazione, e che per inciso fa si che anche i killer di massa siano, praticamente, tutti maschi. Non un tema qualunque, ma il tema: eppure sempre trascurato. Perché? 


Già, perché?? anche su quest'omissione Hamblin dice qualcosa.
La virilità tossica è il tema per eccellenza - quella cosa, la sola cosa che accomuna, in effetti, tutte le violenze misogine e di massa, dal killer di Orlando allo stupratore di Stanford  


Qualcosa di cui grazie a Dio si inizia a parlare [in fondo a questo pezzo una serie di link] anche nei media che di solito liquidano le cause con le peggiori banalità, tutte come incidenti di percorso, ma se ne parla ancora troppo poco, e soprattutto non si agisce
Dopo il massacro di Orlando, alla veglia di Brooklyn, Hamblin nota che vicino al palco improvvisato, spiccava una scritta leggera: l’amore vince l'odio. E nota che, in effetti, arginare la violenza significa de-costruire l’odio; considerare ogni elemento che lo origina e consente ci siano tanti psicopatici. E il fatto stranoto, ma a malapena considerato, è che praticamente tutti gli assassini di massa, semplicemente, sono tutti uomini: maschi. Nel suo pezzo “perché gli assassini di massa sono sempre maschi”, il Time citava la percentuale del 98%. Scrive dunque James Hamblin che questa statistica rende la mascolinità stessa la sola caratteristica davvero comune a tutti i killer, l'unica rispetto a tutti gli altri elementi che vengono di solito citati: religione, razza, nazionalità, appartenenza politica, o storie di malattia mentale. Su Salon la scrittrice Amanda Marcotte sostiene che l'attaccamento nazionale a modelli di virilità dominante è uno dei motivi principali per cui in USA c'è un tasso così alto di violenza, prendendo ad esempio anche la storia del killer di Orlando: l’indagine condotta su di lui dall'FBI per minacce a un collega di lavoro, la sua rabbia alla vista di uomini che si baciano, gli abusi fisici che commetteva sulla moglie, costretta a chiedere l’aiuto dei genitori per riuscire a sfuggirgli.
Quello del killer di Orlando è un caso da manuale di quel fattore oggi noto come mascolinità tossica: cioè di quello specifico modello di virilità orientato al dominio e al controllo. E quando, da uomini, cerchiamo il controllo, quando sentiamo in noi che dobbiamo ottenerlo, possiamo risentirci e odiare: la mascolinità tossica alimenta in noi aspettative che ci predispongono alla delusione, e noi trasformiamo quella delusione in rabbia e odio e la scarichiamo sugli altri.
Il Washington Post cita lo psicologo Arie Kruglanski, secondo cui l'atto più primordiale a cui ricorre un essere umano che si sente debole è esercitare un potere su altri esseri umani; come disse anche un certo piccolo filosofo non-virile, la paura porta alla rabbia; la rabbia porta all’odio; l’odio conduce alla sofferenza...



Scrive ancora Marcotte: diverso se la mascolinità tossica si limitasse un atteggiarsi ridicolo fra uomini!


... ma la continua pressione a dover costantemente dimostrare virilità e a guardarsi da tutto ciò che è considerato femminile, o femminilizzante, è la principale ragione per cui negli Stati Uniti abbiamo tante maledette sparatorie.

Si, di certo siamo in grande ritardo nell’esaminare il ruolo della mascolinità nella  genesi dell’odio. Come ricorda ancora Hamblin: c'è stata una certa discussione dopo che, nel suo manifesto di 137 pagine, il killer di Santa Barbara ha letteralmente dichiarato il mio problema sono le ragazze, in quanto gli negavano quello che lui riteneva gli fosse dovuto. E dopo la sparatoria Washington Navy Yard nel 2013, in mezzo al dibattito sul dare la colpa alla diffusione delle armi piuttosto che alla malattia mentale, la NPR si limitò a chiedere: ma perché questi feroci sparatori sono sempre maschi? (e in effetti, dal 1982, su 60 sparatorie di massa una sola volta fu coinvolta una donna).



Tuttavia, poi, il pezzo prende una piega sbagliata: citando la sociologa Lin Huff-Corzine che dice che gli uomini preferiscono le armi da fuoco, mentre le donne sono più propense a scegliere i coltelli (!!, ndr). La criminologa Candice Batton ha suggerito che, rispetto alle donne, gli uomini hanno più probabilità di sviluppare attribuzioni negative di colpa esterne, che si traducono in rabbia e ostilità verso gli altri. Le donne, invece, attribuiscono più facilmente le colpe a sé stesse, dirigendo la rabbia al proprio interno, sotto forma di senso di colpa e depressione
Il che è più vicino a una sorta di spiegazione - in effetti la depressione colpisce le donne il doppio degli uomini. Ma anche qui si sorvola su qual è la ragione per cui gli uomini e le donne tendono a far fronte alle difficoltà in modo diverso: il ruolo della mascolinità nell'insegnare agli uomini ciò che ci si aspetta da loro e che loro sono tenuti a fare. E se questo modo di far fronte alle cose non è di per sé necessariamente violento, certo l’ignoranza non si abbina bene con le armi da fuoco.   
Nel suo insieme, per la sua intolleranza verso gli omosessuali l’assassino di Orlando è anche un caso da manuale di proiezione verso l'esterno del disgusto di sé. Ma se una cultura diversa della mascolinità lo avesse incoraggiato ad accettare la propria sessualità, avrebbe accumulato una simile rabbia? Scrive ancora la Marcotte: avere armi sempre più grandi e pistole più terrificanti è la semplice e innegabile sovra-compensazione con cui uomini insicuri cercano di dimostrare quanto sono virili. Non è una discussione da tenere sul piano razionale, ma attiene al dramma psicologico sui loro timori di castrazioneMa questo è anche il punto in cui l'argomento rischia di perdere aderenza, in quanto mette gli uomini sulla difensiva. Non tutti gli uomini è la replica costante a (presunte) critiche becere della mascolinità. Nessuno vuole essere associato a questa violenza: nessuno fra tutti i possessori di armi, tutti i pazienti bipolari, tutte le persone che si identificano con una religione, e nemmeno tutti gli uomini. In tutti questi casi, la stragrande maggioranza del gruppo sono persone umane e compassionevoli, inorridite dalla violenza a portata di mano.



Il peggior rischio di qualsiasi analisi preventiva è di dividere ulteriormente la gente; il pericolo, nell'analisi della violenza, è quindi nel quadro troppo estesoO, almeno, nel fatto che il quadro sia percepito come tale.

(...) Quando l'autore Sam Harris ha tentato di focalizzare il ruolo della teologia nelle sette violente è stato bollato come demagogo frusta-musulmani (…); ma dopo una sparatoria è altrettanto difficile parlare di prevenzione in termini di salute mentale: essendo la malattia mentale già stigmatizzata è complicato menzionarla nei dibattiti sulla violenza. La condizione di emarginazione delle persone affette da disagio mentale, così come quella degli americani non-cristiani, compromette in partenza qualsiasi discussione.

In confronto, intervenire sulla mascolinità è semplice. Gli uomini non sono il genere discriminato e ciò che chiamiamo mascolinità è soggetta a molte variabili; in gran parte malleabile, per molti versi si può o non si può insegnare. Se qualcuno sembra condannare la mascolinità in generale (e Marcotte chiarisce  esplicitamente che non è il suo caso), allora la discussione regredisce. Ma l'idea di mascolinità tossica, criticamente, non è un atto d'accusa radicale degli uomini o del genere. E solo l’ammissione che la mascolinità può essere tossica, a volte.
La tossicità di qualsiasi cosa è sempre e solo una questione di contesto; e il contesto odierno è quello in cui una pericolosa setta militante sta cercando di radicalizzare le persone influenzabili nel paese più abbondantemente provvisto di armi del mondo. Il contesto di oggi è che, in cima a tutto questo, ci sono uomini traboccanti di insicurezza da cui ci si attende che si esprimano solo in certe ristrette modalità.
Nessuna causa è l’unica, e ogni incremento avviene un po’ per volta: prevenire l'abuso di armi da fuoco non sembra immediatamente politicamente realistico; le divisioni create dalle religioni persisteranno; nessun sistema sarà presto in grado di fornire un’assistenza completa alla salute mentale. L'arbitrarietà e la pervasività della mascolinità, invece, rendono questo strumento particolarmente efficace su scala personale, di giorno in giorno, minuto per minuto. [testi in rosso tratti dal pezzo di Hamlin che trovate qui].

La conclusione è che la mascolinità tossica è precisamente il terreno più importante, ma anche il più efficace, su cui è necessario intervenire. E invece non si fa un bel niente. Cosa aspettiamo? L'intera cultura occidentale si fonda sullo stupro!


Addirittura i dibattiti a Montecitorio si svolgono sotto a una scena di violenza misogina e stupro (il fregio del Sartorio che celebra il ratto delle Sabine), da sempre interpretata non come abominio, ma come atto epico fondativo. Ancor oggi nelle scuole tutta questa violenza viene presentata acriticamente, come fatto, appunto, fondativo (come in effetti è)! E nessuno si sogna di metterla in discussione. Cosa aspettiamo?? saremo sempre indietro,  di certo in ritardo sui seminatori di odio.

Ben conoscono, invece, il valore di questo tema i reclutatori dell'orrore, che comprano emarginati con le promesse di schiave sessuali, la moneta più ambita dall'uomo debole: il dominio sulle donne.