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martedì 8 giugno 2021

Siamo tutte Saman

L’orribile assassinio di Saman lascia pietrificati, il cuore quasi si ferma nel vedere i filmati di padri e zii con la vanga in mano, nell’intuire le discussioni e la preparazione che ha preceduto un delitto che non può maturare in famiglia, da parte di chi dovrebbe amare e proteggere. 




È qualcosa che sembra possibile solo da parte di criminali incalliti ed estremi: mafiosi. Crimini estremi intesi per lo più a difendere quella cosa intoccabile: la Cosa nostra; la fonte e custode di quel potere che non è lecito mettere in discussione. 

In questo senso, letteralmente, “Cosa nostra” è anche la mentalità mafiosa del patriarcato che ancora in tutto il mondo offre comprensione esplicita agli uccisori di donne e ancora in troppi paesi (anche da noi fino a pochi anni fa) consente sconti surreali di pena o addirittura impunità per i femminicida. 

A ben vedere, di delitti così orribili ne vediamo in continuazione: fidanzate, mogli, figlie e bambini piccoli condannati a morte a sangue freddo per vendetta e spesso trucidati in modi raccapriccianti (fino a seppellire o bruciare vive) e tutto ciò avviene in un’indifferenza pressoché generale, perché per lo più la strage di donne viene vissuta come un effetto collaterale inevitabile dell’esistere, “come gli incidenti stradali”. Un'indifferenza che è anche delle istituzioni.

Improvvisamente, però, questo delitto evoca qualcosa anche in tutti quelli per cui il femminicidio non esiste e i loro sodali che il concetto di “femminicidio” addirittura lo irridono: e questi si svegliano perché il delitto non avviene in nome della "gelosia" o del raptus, ma della religione; anche se più precisamente qui è in nome dell'onorabilità familiare, in un ambito in cui la legge religiosa impone simili comportamenti come riparazioni di comportamenti vergognosi. 

Di fatto questo evento apre le porte ad altre forti emozioni, quelle del terrore delle orde islamiche; una paura che non si può liquidare nello stesso modo, irridendola.

Si, costoro fingono di non sapere che ogni anno, nella nostra civile culla cristiana, non solo ex compagni ma anche padri indegni premeditano, pianificano e attuano con ferocia inaudita esecuzioni di donne di famiglia; costoro in tutti questi casi gridano alla “pazzia” mentre se l’assassino è straniero accusano l’Islam, per criminalizzare gli stranieri (e chi cerca di risolvere i problemi della loro presenza). 

È un processo distorto, ma questa paura ha un fondamento, e la cosa che fa più paura è che non facciamo niente di veramente serio per affrontare questo problema

Qualcosa di serio non è certo criminalizzare, respingere e radicalizzare chi fugge con i suoi bagagli di dolori e di retaggi culturali.

Qualcosa di serio è un lavoro sociale e culturale serio; quello che in Occidente ha fatto ininterrottamente, ormai da un secolo, solo il movimento delle donne.

Si: è vero che oggi i paesi in cui le donne sono più in difficoltà sono quelli a guida religiosa, o filo-religiosa, di matrice islamica, paesi in cui i retaggi culturali agitati dai fanatici  creano anche vere e proprie prigioni mentali di massa. Questo non si può liquidare come irrilevante. 

E si, anche da noi fino a pochi anni fa, non dimentichiamolo mai: anche da noi (che abbiamo dedicato agli uccisori di donne fior di canzoni romantiche), uccidere donne era praticamente depenalizzato, lo stupro non era nemmeno reato contro la persona

Ma di questo non è lecito accusare (solo) le religioni con tutto il loro portato di oppressione: la capacità intimidatoria delle religioni è solo uno strumento (il più efficace!) usato dal patriarcato come arma pesante contro le donne. 

E qui una piccola parentesi: quando nel 2016 Sadiq Khan si candidò come sindaco di Londra, con quel nome spaventoso e la sua religione di origine sollevò un’ondata di timori, e poi la sua elezione fu vista come l’inizio dell’islamizzazione di Londra. Invece si è dimostrato un sindaco tollerante e veramente progressista, amministratore capace e capace di ridurre i conflitti e infatti, pur nel clima di litigiosità che continua a peggiorare, è stato rieletto un mese fa per un secondo mandato

Allora si può essere mussulmani e tolleranti? difensori dei diritti di tutte e di tutti? Si, si può. 

Ma allora: è la "religione" da criminalizzare e combattere, o l'integralismo e le barriere culturali che lo alimentano? 

Come dice Waris Dirie (che fuggita dalla Somalia dopo essere stata infibulata combatte da decenni per i diritti delle donne), le persone che fuggono da paesi estremamente arretrati e penalizzati, dove si subisce molta violenza, andrebbero accolte con ancor più cura, e non “lasciate in un angolo”. In quell'angolo dove, isolati e disprezzati, gruppi chiusi finiscono per perpetuare forme di cultura tribale e relativi riti cruenti contro le donne


 

Sono decenni che (come si preconizzavano i disastri climatici che si stanno puntualmente avverando), si preconizzano ondate inarrestabili di migrazioni, dovute appunto all’intensificarsi di guerre, dittature, povertà e, appunto, condizioni climatiche sempre più estreme. Questo fenomeno non si può chiudere fuori sbattendo porte, perché è come il fumo e l'acqua; continuerà a penetrare comunque, ovunque; come il fumo o l'acqua questa folla che preme alle porte di tutti i Paesi non la si può arrestare; la si può solo convogliare, tentare di darle una direzione e uno sbocco. 

L’unico modo serio di affrontarla è dare assistenza e guardare, con vera profondità e serietà, alle problematiche culturali e di pressione sociale che vi possono ribollire, lavorare per una crescita di consapevolezza e tolleranza, e nel farlo mettere al centro la dignità della donna

La donna imprigionata e oppressa da un islamismo ancora involuto o la donna vilipesa e massacrata da tutto il porno con cui crescono i nostri figli: per ognuna di noi il patriarcato ha una gabbia e una condanna; ma siamo sempre noi donne e chi tocca una tocca tutte e tutte siamo ogni donna violentata e uccisa. Siamo tutte le donne italiane, e tutte le donne straniere.

Oggi tutte siamo Saman.

E per concludere, riguardo a tutti i paladini (e paladine!) delle donne che si risvegliano solo quando gli assassini non sono italiani (accusando invariabilmente le femministe di presunta indifferenza), un promemoria:

sabato 21 luglio 2018

Consiglio Superiore della Magistratura: il Parlamento riparte con zero donne: è giusto? No, è un altro vergognoso passo indietro nella Storia

Dopo una lunghissima storia di esclusioni basate sulle motivazioni più risibili, dal 1996 le donne hanno cominciato a crescere costantemente in Magistratura, sbaragliando i colleghi maschi nei concorsi, fino a raggiungere una maggioranza più o meno stabile (che nel 2013 è giunta addirittura al 63%!). Questo nonostante ostacoli quali molestie e intimidazioni (e contro le concorsiste addirittura da parte delle stesse forze dell’ordine), che sono vere proprie violenze, mai registrate nei confronti degli uomini.
E benché siano in altissima presenza numerica, ai vertici le donne non hanno mai attinto nemmeno al 20%; la loro esclusione dal Consiglio Superiore della Magistratura è ancora più eclatante: le presenze femminili oscillavano dal 4% all’8%, e poi dall'8 al 16% (arrivando a quattro). Quest'anno il segnale di regresso non giunge tanto dal numero complessivo delle donne elette (che restano la solita minoranza), ma dal preciso segnale politico inviato dall'attuale aula parlamentare, in cui pure le donne numericamente non mancano; ma a quanto pare non vi ha voce nessuna spinta paritaria. il lumicino delle battaglie per la parità si è spento: a proposito di cambiamento potremo vantare anche questo traguardo. Fra gli eletti dai parlamentari per il CSM si contano  zero donne, è #tuttimaschi.  
Eppure i dati (facciamo qui riferimento a quelli disponibili dal 2007 al 2013) dicono che le donne sotto procedimento disciplinare sono di gran lunga meno degli uomini (30% contro il primato maschile del 70%). Anche sui tempi di deposito delle sentenze le magistrate sono in netto vantaggio sui colleghi maschi, in quanto i loro ritardi sono di molto inferiori. Di molto inferiore, rispetto ai maschi, è infine anche il numero di magistrate con incarichi universitari incompatibili con la mole di lavoro che devono già svolgere; e che come tali andrebbero banditi. 
D’altro lato si devono proprio alle donne diverse sentenze che costituiscono un progresso nei diritti per tutti; elemento che, anziché essere loro riconosciuto come positivo, è (ovviamente) fra le prime ragioni della loro esclusione
Vi ricordate di Gabriella Luccioli? Magistrata di prim’ordine, dall'indiscusso profilo professionale, anche superiore ai concorrenti maschi, in Cassazione dal 1988 e candidata nel 2013 alla carica di Primo Presidente di Cassazione, aveva tutti i titoli per essere eletta e per rompere la paradossale regola dei soli maschi dove si decide. 
Ma le fu fatale (questa fu precisamente la motivazione!) proprio l’aver sancito il progresso di diritti che danno fastidio alle forze più retrive: dalla sentenza Englaro  a quella che apri alle adozione da parte di coppie gay, a quella in difesa dei bambini contesi
L’assenza di meccanismi che mettano fine a questi soprusi viola gli art. 3 e 51 della Costituzione; e i diritti delle donne (e non parliamo di quelli dei bambini), sono quelli della maggioranza della popolazione, come possono venire rispettati se ai vertici il criterio di giudizio è solo maschile?
Il CSM è l’organo di auto-governo che decide su nomine dei giudici, promozioni, trasferimenti, sanzioni; un punto nevralgico da cui le donne si vedono, oggi, ancora più espulse. Per questo la lettera di ADMI al Presidente della Repubblica giunge quanto mai opportuna, e invitiamo tutte le donne a sostenerla e a darle la massima diffusione.






Come giustamente scrive oggi Antonio Rotelli per il Manifesto: 
chi sceglie i magistrati a cui affidare gli incarichi direttivi? Il Consiglio superiore della magistratura! Non mi pare possa negarsi che la composizione di genere abbia un impatto a mio avviso determinante su queste scelte. È la storia del potere (maschile) che tende a conservarsi e rigenerarsi. La stessa cosa vale per gli uffici a giurisdizione o di competenza nazionale, dove le donne sono solo il 33% (tutti i dati dell'Ufficio statistico del Csm aggiornati a luglio del 2017). 

Il Parlamento aveva il dovere di scegliere alcune tra le tantissime professioniste che hanno i requisiti per diventare componenti del Csm. 
Anche in questo caso, i numeri fanno la differenza: le avvocate italiane, anche se di poco, sono più numerose dei colleghi maschi, mentre nel mondo accademico sono donne il 52% dei dottori di ricerca, il 48% dei ricercatori, il 37% dei professori associati, il 22% degli ordinari (dati al 31 dicembre 2016). Il basso numero delle ordinarie è l'emblema del potere maschile, che nelle università si conserva con grande maestria. 
Ma proprio per questo, in quel 22% andavano scelte quelle giuriste - e ce ne sono tante - che molto lustro avrebbero potuto dare al Csm. 

Eppure. Il Parlamento sotto questo governo del cambiamento ha cambiato: in peggio.

venerdì 13 ottobre 2017

Le parole hanno un sesso?

di Se non ora, quando? Lodi • Abbiamo letto questo articolo, interessante ma che ci trova in disaccordo: "la manomissione delle parole manomette l'identità di una donna?"

Non ci trova d'accordo  la contrapposizione fuorviante che suggerisce. Infatti quella per il linguaggio rispettoso del genere è una battaglia che non preclude quella per il rispetto e la dignità della donna 'persona'. Ancora una volta pare si affermi (politicamente corretto??) che noi donne possiamo essere 'digerite' solo nel momento in cui accettiamo i ruoli che la società 'patriarcale' ha cucito con i nostri corpi e le nostre menti. Forse ancora non è chiaro che non si tratta di questioni politicamente e grammaticalmente corrette, ma di potere.
Vogliamo ricordare che il prossimo 25 novembre sarà presentato il 'Manifesto di Venezia' che nasce dalla collaborazione anche di Cpo Usigrai e GiULiA Giornaliste su proposta del Sindacato dei Giornalisti Veneto, aperto alle adesioni di tutte/i i/le giornaliste e giornalisti. Al punto 3 recita: adottare un linguaggio declinato al femminile per i ruoli professionali e le cariche istituzionali ricoperti dalle donne e riconoscerle nella loro dimensione professionale, sociale, culturale.
Inoltre fa specie quando una giornalista sottovaluta il potere della parola. E non è neppure a conoscenza del fatto che la corretta applicazione dell'uso dei generi previsto dalla lingua italiana (come per operaia e infermiera) è sostenuto tramite i corsi di aggiornamento professionale anche dall'Ordine dei giornalisti (quello della Lombardia ha inviato a tutti gli iscritti anche un piccolo vocabolario): siamo già penalizzate dal neutro inclusivo al maschile, applichiamo almeno la grammatica base!
Secondo la logica dell'articolo dovremmo riprendere a dare del negro ai neri o agli afroamericani perché il politicamente corretto è solo un contentino ma il razzismo esiste ancora, o delle serve alle collaboratrici domestiche non riconoscendo la dignità del loro lavoro.
E’ importante declinare al femminile le professioni più remunerate e gratificate socialmente per orientare le giovani donne a credere di poter essere non solo operaie commesse maestre o contadine, ma anche sindache ministre assessore avvocate, senza dover essere viste come uomini! Le parole hanno un valore fortemente simbolico ed aiutano le nuove generazioni a immaginarsi un mondo in cui ci potranno essere tante primarie di qualche reparto ospedaliero.
Tutto questo era già stato scritto 30 anni fa da Alma Sabatini per il Governo nelle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana, rimaste inapplicate perché per i politici, come per alcuni giornalisti/e, il corretto uso del linguaggio e della grammatica è un optional... proprio come il rispetto per le donne. Chissà a che punto saremmo oggi nell'emancipazione femminile e nel contrasto al patriarcato, se fossero state subito applicate. A partire da chi lavora tutti i giorni con le parole.
Seguite, se volete, la discussione su facebook.

sabato 3 settembre 2016

Resistenza climatica; resistenza femminile

Vi segnaliamo il pezzo Resistenza climatica, su L’Internazionale oggi in edicola (oppure acquistabile online), sul tema cruciale del collegamento che intreccia indissolubilmente fra loro i temi dell'emergenza ambientale, della guerra e delle diseguaglianze.
L’Internazionale, però! speriamo ci scuserà se ci siamo tolte lo sfizio di rifare un pochettino la copertina: abbiano aggiunto una figura femminile (che non c'era), e un concetto (per noi) centrale (e cioè: e discriminazione di genere - che non c'era). Ritocchino che motiviamo con le citazioni di Naomi Klein che trovate sotto (tutte in rosso).


Una delle cose che mi hanno colpito di più nei miei studi sulla crisi climatica è che, in tutto il mondo, le donne sono in prima linea nella lotta per proteggere la terra, l'acqua e l'aria. Spesso lo fanno in nome delle generazioni future. E’ l’amore per il mondo naturale e la rabbia contro l’ingiustizia di alcune fra queste donne, la cosa che più di tutte mi ha spinto a scrivere di cambiamenti climatici. [One of the things that struck me most in my research into the climate crisis is that all around the world women are at the forefront of the fight to protect land, water, and air. Often they do so in name of future generations. These are some of the women whose love of the natural world, and rage at injustice, first inspired me to write about climate change. Da This changes everything].

..Rendere invisibili gli asiatici e le lesbiche, bollare i gay come devianti, i neri come criminali e le donne come esseri deboli e inferiori: questa profezia che si auto-avvera è responsabile di quasi tutte le disuguaglianze del mondo reale. [Asians and lesbians were made to feel “invisible,” gays were stereotyped as deviants, blacks as criminals and women as weak and inferior: a self-fulfilling prophecy responsible for almost all real-world inequalities. Da Patriarchy gets funky; capitolo IV di No Logo]. 

Perché prendersi la briga di agitare il ditino sotto il naso alle scelte redazionali su una copertina? No, non perché siamo le solite femministe spocchiose (che invece di pensare a tutte le cose importanti...). Perché le donne sono al cuore dell'emergenza climatica, come principali vittime e come principali attrici della resistenza; quindi dimenticarle (ignorarle) sempre (vedi anche l'appello, ovviamente disatteso, alla COP21) non è solo ingiusto: è stupido, è penalizzante per gli obiettivi che ci si dà; è una profezia che si auto-avvera.

E siccome teniamo molto agli obiettivi della sopravvivenza climatica, pace e giustizia sociale (i quali non si danno, separatamente da quelli per i diritti delle donne), ci prendiamo anche il lusso di un'autocitazione (da Il 26 agosto o dell'uguaglianza, dei suoi contrari e delle amnesie maschili) - che include altre citazioni: 
"Ai nostri maschi libertari che di Engels si sono dimenticati tranquillamente, si attagliano le parole che Joseph Dèjacques indirizzò a Proudhon, chiamandolo (proprio in relazione alla sua mentalità sui sessi) "anarchico del compromesso, liberale e non libertario che, insieme al libero scambio per il cotone e le candele, vuole sistemi che proteggano l'uomo contro la donna nella circolazione delle passioni umane; e che, mentre grida contro gli alti baroni del capitale vuole riedificare l'alta baronia del maschio sulla donna vassalla "(da De l'être humain mâle et femelle)Vabbè, Engels e Dèjacques c'è chi non li avrà mai nemmeno letti; ma molti, gli intellettuali che più pontificano, preferiscono non ricordare. Se così non fosse, di fronte alle battaglie femminili smetterebbero di fare il broncio insofferente del ma insomma, con tutti i problemi più seri che ci sono. E inizierebbero finalmente a rimboccarsi le maniche insieme a noi. 



Altre citazioni da Naomi Klein:
To live in a culture in which women are routinely naked where men aren't is to learn inequality in little ways all day long. So even if we agree that sexual imagery is in fact a language, it is clearly one that is already heavily edited to protect men's sexual - and hence social -confidence while undermining that of women / vivere in una cultura in cui le donne sono sistematicamente nude, e gli uomini no, significa imparare la disuguaglianza nelle piccole cose, per tutto il giorno. Quindi, se siamo d'accordo che l'immaginario sessuale sia di per sè un linguaggio, questo è chiaramente un linguaggio pesantemente manipolato per favorire la fiducia sessuale (e sociale) negli uomini, mettendo in crisi quella delle donne.

The Western sexual revolution sucks. It has not worked well enough for women / La rivoluzione sessuale occidentale fa schifo. Per le donne non ha funzionato.

Become goddesses of disobedience / Diventate dee della disobbedienza.


Women who love themselves are threatening; but men who love real women, more so / Le donne che amano se stesse fanno paura; ma gli uomini che amano le donne vere, ne fanno di più.



To change everything we need everyone / per cambiare tutto, abbiamo bisogno di  tutte e di tutti.



lunedì 18 gennaio 2016

Stupro arma di guerra. Anche a Colonia. Della guerra patriarcale sessista e razzista

Siamo state in attesa tanti giorni, leggendo ogni giorno cosa si dice di Colonia. Che per chi scrive (fra le altre molte cose), altro non è che il banale debutto di una delle più tradizionali armi di conflitto: lo stupro contro le donne, sulla scena ufficiale e internazionale della (nuova) guerra trasversale e diffusa.


Nel cuore delle città europee sono atterrate ormai da tempo le altrettanto tradizionali bombe, stupirebbe che il conflitto diffuso si limitasse a questo, rinunciando a uno dei suoi strumenti più atroci ed efficaci. Due anni fa fu presentata una mozione, al nostro Senato, contro questo diffuso crimine; chissà che ne è stato, poi. Tornando alle tante cose lette, la cosa che più stupisce, nelle decine e decine di articoli usciti nelle ultime settimane, è lo spezzettarsi della scena nei più disparati punti di vista, ciascuno sorretto da una logica la quale dimostra a sua volta qualcosa - ma le legittime riflessioni che ne scaturiscono conducono sempre a qualcosa di parziale. Come parziale è quello che si vede guardando una stanza dal buco della serratura. Vorremmo allora tirare alcuni fili per contribuire a legare fra loro questi pezzi, partendo da una premessa sulla cosa fondamentale, la cosa che sta lì, sotto gli occhi di tutti, e che eppure è tanto difficile vedere. E che è questa: i cori di indignazione razzista che si levano contro gli "immigrati" che stuprano sono animati più da risentimento verso lo straniero che osa toccare la proprietà (le "nostre donne") che non da reale rispetto verso le donne stesse. Per questo quel tipo di indignazione non sa andare al cuore del problema, ma anzi si muove su un terreno sostanzialmente complice. Sessismo e razzismo, infatti, sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.
E in ogni società patriarcale lo stupro è stato da sempre una sorta di sport internazionale, molto duro a sradicare; anzi, è ora di dirlo: lo stupro è addirittura il fondamento stesso (anche) della “nobile” civiltà occidentale che tanto si adonta dell’inciviltà dello straniero



Non dubitiamo, infatti, che fra i bravi maschi bianchi e razzisti (di Colonia come di casa nostra e di ovunque), che gridano allo scandalo, di stupratori e violenti contro le donne ce ne siano moltissimi.
Che fare, allora, l’aspetto dell’immigrazione e, soprattutto, della propaganda islamista, non c’entrano? negare l’evidenza? C’è chi lo fa tranquillamente; vedi nel caso lo strabiliante pezzo di Giulietto Chiesa che sale sul podio per spiegare a una certa Nicoletta “cosa succede a Colonia e a Parigi”: niente; a Colonia non è successo niente, solamente una montatura mediatica. Punto e basta; nessun’altra spiegazione, nessuna evidenza a riprova di questo “nulla”. Il fatto che ci sia “chi vuole far salire l’isteria (piace particolarmente, qui, la scelta accurata anche del termine isteria, ndr) della gente per evidenti ragioni politiche, cioè per abituare il cittadino a un clima xenofobo” (fatto perfettamente vero, peraltro) per lui è sufficiente a dimostrare che le centinaia di donne che hanno denunciato si siano volute solo togliere uno sfizio, quelle borghesi razziste e viziate in cerca di emozioni, cretine.
“Nessuna prova”, decide in seguito alle sue personali indagini. Le donne non sono morte, dunque che prove ci sono? (e vien da chiedersi se siano morti poi davvero i parigini al Bataclan, forse è un complotto anche quello).
Nossignore. Qualcosa è successo. Lo stupro è emblema della guerra, e il Taharrush una declinazione dello stupro (che da sport endemico è assurta ad atto politico conclamato nel 2011), e il corpo delle donne un primario campo del conflitto.


Detto ciò, a Colonia il Taharrush è sbarcato in modo non casuale perché la guerra si è spostata anche qui (e sia chiaro, dove c'è guerra, c'è chi ci sguazza: gli avversari sono spesso complici). E si, anche perché c’è un problema culturale, come sempre: un (nuovo) problema culturale che si innesta sull’atavico problema culturale, peggiorando le cose.
Di questo Waris Dirie, somala, a suo tempo mutilata e poi fuggita dal suo paese, e che ha dedicato la sua vita alla lotta contro le mutilazioni, avverte da anni e anni. Avverte i politici e le istituzioni; eppure gli esperimenti per una formazione e informazione delle persone immigrate che faciliti il dialogo, e l’integrazione, si contano sulle punta delle dita. E sai che c'è? i fascistoni razzistoni fanno a gara a stroncarli con articoli dileggianti e sarcastici. E invece sono un punto di partenza senza il quale ci siamo già persi e almeno lei lo dice: da somala, e musulmana, e mutilata, e fuggita e immigrata, almeno lei può dirlo.


Sostituisci, nel suo discorso, il termine "mutilazioni genitali" con stupro - o delitto d'onore, o altre violenze contro le donne, e il significato è chiaro.
Anche lo scrittore Kamel Daoud - da musulmano, e da maschio, e da algerino, può permettersi di dire quanto siamo stupidi e miopi: “del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l'accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose (…) Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le nostre donne, aggredendole e stuprandole; nozione che la destra e l'estrema destra non tralasciano mai di enfatizzare quando si pronunciano contro l'accoglienza ai rifugiati. Ma in Occidente il rifugiato o l'immigrato non patteggerà facilmente con la propria cultura, e di ciò ci dimentichiamo con sdegno. Quella cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  -  fondamentale per la modernità dell'Occidente  -  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la propria cultura. E tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici ed esplicandosi attraverso la carità. Il rifugiato è dunque un selvaggio? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. (E qui Daoud rivela la stessa, identica, consapevolezza che fa parlare Waris Dirie, ndr): l’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la povertà sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a risolverlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l'incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell'anima. Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell'immagine della donna nel mondo cosiddetto arabo si scrisse: La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere. È questa libertà che il rifugiato, l'immigrato, desidera ma non accetta. L'Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà femminile è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della virtù. Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà (in Occidente valore fondamentale), ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o da velare. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come ragione della supremazia occidentale, ma come un capriccio del culto occidentale della libertà. E i colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Intanto i fatti hanno già riaperto il dibattito sull'opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”. (il pezzo completo qui).
Giusto, non nascondersi dietro un dito, per timore di apparire razzisti.
Giusto, andare il 4 febbraio a Colonia a manifestare. Contro il sessismo e contro il razzismo. A quelle che dicono “preoccupiamoci della violenza in Italia”: la sola cosa da rispondere è che la violenza in Italia non è diversa o separata dalla violenza in Germania, o in Piazza Tahrir. Serve la risposta come gruppo, collettiva e rivolta al’intera umanità: una risposta che dica rigore, resistenza e rivolta, contro la cultura della violenza da qualunque parte venga, e contro lo stupro quale sua espressione, e contro lo stupro come arma di guerra.
Ma anche che non vogliamo un’Europa di fili spinati: perché non servirebbero a niente, come non serve a niente respingere con una pistola un formicaio. Ma anche perché noi siamo anche ognuna di quelle donne che premono disperate alle frontiere.
Perché sessismo e razzismo sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.






venerdì 28 agosto 2015

La giustizia dello stupro. Narendra Modì, dove sei?

Ma complimenti, mondo evoluto e paritario. Dopo la teologia dello stupro, scopriamo la giustizia dello stupro; e questa volta siamo in India
La storia è semplice, straziante e raccapricciante: un ragazzo e una ragazza si amano da anni, ma la ragazza viene forzata a sposare un uomo appartenente alla comunità di Jat. Dopo 1 mese i due fuggono; per rappresaglia le 2 sorelle del ragazzo, di 23 e 15 anni, vengono condannate a essere stuprate; e poi esposte nude al pubblico, con il volto annerito. La condanna si deve a un tribunale tribale, al 100% maschile,
Narendra Modì, dove sei? Tu, che hai detto queste parole: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie - come puoi consentire un simile abominio? Di certo al Primo Ministro indiano non arriverà la flebile voce di questo blog; ci auguriamo gli arrivi almeno quella di questa petizione (a cui rimandiamo tutte e tutti).

La "sentenza" (perché, si, di una vera sentenza si tratta!) è stata emessa da un Khap Panchayat. Ma cos'è un Khap Panchyat? Il Khap è un gruppo di villaggi uniti per casta e per zona geografica, e il Panchayat è la sua assemblea. Un consesso tutto al maschile, interamente deputato a controllare la vita dei giovani, e soprattutto delle donne, e a perseguire ogni relazione d'amore.

E che dà regole, ovviamente; volete conoscerne una contro lo stupro? non mangiare un certo piatto, ad esempio (in questo caso di spaghetti locali), perché lo stupro non si deve certo alla mentalità patriarcale di possesso delle donne, ma a certi cibi che danno propensione a stuprare. Oppure al fatto che le ragazze possano usare jeans e telefoni; proibiti anche quelli. In altre parole sono istituzioni che regolano e promuovono il femminicidio [secondo una consolidata tradizione che ha molte forme]. Sono tribunali totalmente fuori dalle vere istituzioni, ma i governi non hanno mai fatto nulla per controllarli; e lo strapotere di questi consessi criminali si deve proprio alla debolezza intrinseca delle istituzioni democratiche in queste zone. In nome della fratellanza e dell'onore i Panchayat impongono i loro diktat attraverso multe, boicottaggi sociali e persecuzioni tali che nella maggior parte dei casi le vittime finiscono per essere uccise o costrette al suicidio; il tutto con la complicità della polizia.
I Khap Panchayats (che risalgono al XIV° secolo) sono ancora presenti soprattutto in Haryana, Uttar Pradesh e in parte del Rajasthan. In alcuni villaggi di Haryana le ragazze giovani sono regolarmente minacciate, abusate e uccise a causa dei loro verdetti. È diffusa l'usanza di avvelenare le adolescenti con antiparassitari e poi gettarne i corpi nel fuoco senza dover nemmeno procedere a un rapporto di polizia.
Su ogni ragazza pesa l'obbligo di essere custode dell'onore del villaggio: è così che su di lei pesa anche l'intero onere della siblinghood, cioè della responsabilità delle azioni anche dei fratelli maschi. Questo spiega quanto dice l'avvocato delle 2 sorelle, Vivek Singh: "il 30 luglio, la comunità di Jat ha tenuto un Khap Panchayat per vendicare il disonore. Le sorelle sono state condannato a essere violentate e a sfilare nude, dopo l'annerimento dei loro volti, perché il fratello era fuggito con la ragazza che amava".
Ecco. A un passo da casa non c'è solo l'Isis; c'è la barbarie patriarcale che impera. E questo è il nostro mondo di oggi.
E chiedeteci ancora perché abbiamo bisogno di femminismo.

sabato 7 febbraio 2015

Kobane è salva. Ma ecco perché dobbiamo parlare di Kobane

Vi voglio celebrare, donne di Kobane, perché la Resistenza curda salva tutti noi. Perché avete vinto, ma della vostra vittoria quasi non si parla, e questo vuole dire qualcosa. Sorridono più credibilmente, ora, le donne di Kobane. Per molti mesi hanno resistito e continuato a sorridere, pur nelle condizioni più devastanti - e all'apparenza disperate.
Si chiama amore ogni superiorità, ogni capacità di comprensione, ogni capacità di sorridere nel dolore. Amore per noi stessi e per il nostro destino, affettuosa adesione a ciò che l'Imperscrutabile vuole fare di noi - anche quando non siamo ancora in grado di vederlo e di comprenderlo. Questo è ciò a cui tendiamo (Herman Hesse). Sarà questo? L'amore?
C'è chi dice che il contrario della paura non sia affatto il coraggio, ma l'amore - appunto - e c'è da credergli. Niente come l'amore per qualcuno, o per se stessi, dà il coraggio di reagire, a qualunque prezzo. Nel celebrare queste donne coraggiose e intelligenti, cercherò anche di spiegare perché di Kobane si deve parlare, forte e attentamente, anche in futuro.

Le donne di quelle regioni non combattono contro il fondamentalismo solo dagli ultimi mesi, contro l'Isis: sono anni che sono impegnate in prima linea in questa estenuante battaglia. Questo video, del 2012, è il primo di 3, di un documentario che accompagna a conoscere le combattenti curde e il contesto in cui si muovono:

Ora Kobane è liberata. Ma quanto hanno parlato di questa vittoria i media internazionali?
Quasi niente, se si considera la posta in gioco, che ci riguarda tutti da vicino.
Si, quasi niente davvero, se si pensa alla mostruosa ascesa dell’Isis, che ci minaccia concretamente.
E occhio: chi minaccia non è affatto un gruppetto di tagliagole e basta, ma una potenza economica che continua a crescere [né sono da meno i finanziamenti che si riversano su quell'altra organizzazione sanguinaria di Boko Haram]. Una potenza mondiale - si, è questo il più ricco partito terroristico della storia, e attualmente esistente: nutrito a miliardi da qualcosa che ha interesse a vederla crescere. Sono potenze come questa che hanno dichiarato la 3° Guerra Mondiale. A qualche "paese"? no, a tutti: la guerra è al concetto stesso di democrazia basilare.
E sapendo queste cose (ma i giornalisti di testate che appartengono a grandi multinazionali, queste cose le sapranno? o certe cose le sanno solo le suorine?) - pur sapendo queste cose, dicevo, strano che di questa vittoria si sia parlato così poco, no?
Quasi niente davvero, se si pensa che i resistenti di Kobane ci stanno difendendo tutti - come scriveva intelligentemente Charb, il direttore di Charlie Hebdo: Aujourd’hui, je suis kurde. Je pense kurde, je parle kurde, je chante kurde, je pleure kurde - oggi io sono curdo, penso curdo, canto curdo, piango curdo. I Curdi assediati in Siria non sono dei "Curdi”, sono l’Umanità intera che resiste alle tenebre. Difendono la loro vita, le loro famiglie, il loro paese ma, che lo vogliano o no, rappresentano la sola difesa contro l’avanzata dello "Stato Islamico”. Ci difendono tutti, non contro quell'Islam fantasmizzato che i terroristi di Daech non rappresentano, ma contro il gangsterismo più barbaro. Come può essere credibile la presunta coalizione contro gli sgozzatori, dato che, per diverse ragioni, molti dei suoi membri hanno condiviso con questi (gli sgozzatori, ndr), e ancora per certi versi lo fanno, interessi strategici, politici, economici? Contro il cinismo e la morte, oggi, non c’è che il popolo curdo.
Ecco cosa scriveva, Charb, prima di essere spazzato via lui stesso da quel pericolo, che aveva ben riconosciuto.
E aveva ragione. Si, stanno salvando anche noi - sarebbe stato un bel problema se avessero perso.. o no? Eppure, tutto ciò è passato quasi inosservato. Provate a chiedere un po' cosa ne sa il vostro panettiere, o qualche amico che non usa twitter. Il che è strano. Strano la cosa non abbia fatto notizia, specie si guarda  all’incredibile disparità di forze fra vinti e vincitrici/vincitori, che farebbe gridare al miracolo. E, giustamente, c'è chi non manca di notarlo! qualcuno che, già a novembre, scriveva: gli Isis stanno per essere battuti da femministe armate di armi leggere, che bevono tè. Se non è questa una prova dell'esistenza di Dio, cos'è?

La città ha vinto la sua resistenza a caro prezzo: è praticamente rasa al suolo - proprio come tante città alla fine della seconda guera mondiale.

Però ce l'ha fatta, il che - considerato che (quasi) nessuno ha fatto qualcosa di serio, per aiutare, è una specie di miracolo, non c'è che dire. Da un lato un esercito armato fino ai denti di armi pesanti - fornite da alleati potenti (pensa un po', in buona parte anche molto occidentali!) - dall’altro solo popolazione civile, senza risorse e dotata solo di armi leggere; che ha ricevuto aiuti pochi e tardivi.

La piccola, ma strategica, e altamente simbolica, Kobane era schiacciata fra i tagliagole dell’Isis e la Turchia, paese tradizionalmente nemico dei Curdi, e il cui governo filoislamico è ritenuto addirittura tra i finanziatori dello "Stato islamico" in Iraq e Siria. Seriamente, come poteva farcela?
Le sole speranze le dava proprio l'incredibile coraggio mostrato da una popolazione fuori dal comune, dalla struttura paritaria e coesa, in cui così centrali sono le donne.
 NB / documentario su combattenti curde: rimosso  > vedi nostro commento in fondo.
In questa fase la stampa ha colto l’occasione di sottolineare gli aspetti folcloristici di questa battaglia disperata.
E i sinceri sostenitori dei resistenti hanno guardato con grande apprensione, mandando solidarietà; ma senza speranze. Bernard-Henri Levy scriveva, il 12 ottobre 2014: Kobane cadrà: è questione di ore. Forse di giorni. Spiegando anche bene quale catastrofe sarebbe stata, per il mondo occidentale, questa caduta.
Un esercito di donne nella disperata battaglia per difendere Kobane dallo Stato Islamico, scriveva il Daily Mail il 17 ottobre.

Distruzioni e lutti si sono susseguiti a lungo...











Eppure no! Kobane ha resistito. Eppure...

Eppure la battaglia senza speranze è stata vinta: in modo talmente eroico da essere epico. In modo talmente epico da apparire come una sorta di prova beffarda che Dio esiste, da sventolare sotto il naso degli agguerriti assassini che, sedicenti inviati da Dio stesso, credevano di andare a una passeggiata.



Gli Isis battuti da femministe armate solo di armi leggere, che bevono tè. Se non è questa una prova dell'esistenza di Dio, cosa lo è?



Si, è stato qualcosa davvero da festeggiare!!
La notizia fantastica della vittoria contro il nuovo nazismo,  è stata confermata proprio nel Giorno della Memoria, il 27 gennaio 2015. Notizia bellissima di una vittoria mai certa, quasi imprevedibile - proprio perché tanto difficile: avrebbe dovuto scatenare una febbre nell’informazione - e dunque nei popoli! Invece è passata quasi in sordina, media ufficiali alquanto sbrigativi.
Bè, non ne hanno parlato quasi niente, specie se si pensa che la recente strage di Parigi è solo un piccolo segnale di quanto vicina, e grave, sia la minaccia di un fondamentalismo che ha già scatenato una guerra mondiale. Anche se non convenzionale, anche se scatenata su fronti e con metodi nuovi, rispetto alle guerre del secolo scorso.
Ne hanno parlato (non troppo) i giornali indipendenti, e i volonterosi peones della rete - cui ci vantiamo di appartenere…







Tra questi c'è chi si è scomodato ad andare a vedere di persona, chi ci ha mandato notizie, e chi ha documentato per noi. 


E chi ci sperava tanto da crederci; all’inizio dell’assedio Malalai Joya scriveva, alle donne di Kobane: non siete sole in questa sfida, tutti coloro che amano la libertà e il progresso sono con voi. Con la vostra lotta contro l'oppressione, voi donne siete un calcio nella pancia del'ISIS e di tutti i fondamentalisti dalla mentalità medievale, che valutano le donne la metà degli uomini, e le vedono come oggetti per soddisfare la loro brame animalesche. (..) Oggi la nostra gente, ispirata dalla vostra lotta senza paura, per stare al vostro fianco strofinerà nella polvere il muso dei terroristi talebani e Jehadi, queste efferate e crudeli creazioni degli Stati Uniti. Una nazione in cui donne coraggiose prendono le armi per combattere accanto agli uomini contro l'oppressione e la colonizzazione non sarà mai sconfitta. La vittoria è vostra! Già in passato avete schiacciato e umiliato i bruti ISIS e tutta l'umanità progressista vi ammira per questo.
Questo era vero e si, anche dai media, mentre la partita sembrava persa, qualche attenzione c'è stata. Ma come mai, al momento buono, quando la vittoria c'è stata davvero, i grandi media sono stati alquanto distratti e silenti, su una vittoria che sarebbe invece da considerare epocale?

Per fortuna c'è twitter, che ci informa. I media, distratti, sono stati anche poco appropriati: perché non hanno compreso - o fanno finta di non vedere - la straordinaria importanza del ruolo avuto dalle donne in questa epica battaglia. Perché le donne e l'Isis sono due sistemi: e sono 2 sistemi contrapposti, per ragioni politiche profonde.
E allora dunque il problema è proprio questo: l'Isis non è stato battuto dagli Stati Uniti, e nemmeno dai potenti che in territori musulmani hanno dichiarato di volerli combattere: né l'Iran né l'Arabia Saudita hanno fatto nulla. Ma da un popolo perseguitato, che i potenti fanno già fatica a riconoscere, figurarsi a ringraziare; un popolo con una visione politica molto avanzata, sul piano del rapporto fra i sessi. Perciò a nessuno, ma proprio a nessuno - se non ai veri resistenti, va di celebrare questa vittoria. In tutto ciò, il ruolo delle donne va appunto al cuore delle poste in gioco della guerra mondiale che si combatte oggi, che è diffusa, e che ha fra i suoi primi target proprio le donne - che si sia in grado di capirlo o meno. E se non siete d'accordo, prima di ancorarvi ai vostri pregiudizi, e di tirare giudizi affrettati, prendetevi la briga di andare a leggere i link di approfondimento. Questo è un post a immagini, ma il contenuto c'è, eccome: e si trova fra le righe - basta aver voglia di approfondire.
Per inciso qualcuno, anche fra gli uomini, certe cose già le capisce benissimo. Altri intuiscono qualcosa, e - apparentemente confusamente, restituiscono lucidamente il concetto di quanto certi "opposti" siano nella sostanza molto vicini.
In conclusione, la posta in gioco è alta e ci riguarda da vicino. La posta in gioco richiede di andare al cuore della violenza patriarcale per comprenderla, unico modo per sconfiggerla e superarla.


La battaglia - come ben aveva capito Charb - si gioca fra il risorgere di un un'ipotesi di civiltà e la sconfitta di ogni giustizia. 
A livello mondiale sarà ancora lunga, cruenta e difficile. Nell'area curda, dopo questa vittoria cruciale, le battaglie non sono certo finite, ma ancora in pieno svolgimento (e grazie al cielo, al momento l'Isis sembra continuare ad arretrare).

Rendiamoci conto che questa guerra è anche fra noi; ci riguarda e la combattiamo anche noi, ogni giorno: con la nostra assenza, con la nostra attenzione, noi scegliamo da che parte stare, e contiamo.


Con la vittoria di Kobane una sfida importantissima è stata vinta; è stato posto un seme che può salvarci tutti.
Grazie resistenti curdi e curde. Donne di Kobane, in particolare grazie a voi. Vi voglio ringraziare, vi voglio celebrare, vi voglio ricordare al mondo intero.
NB / idem: documentario su combattenti curde: rimosso  > vedi nostro commento in fondo.



AGGIORNAMENTO del 25 agosto 2016 • a distanza di 1 anno e mezzo, la resistenza curda ha fatto ancora molti progressi contro l'Isis; tranne il principale: lo stabilirsi di giuste alleanze. Anziché attaccare l'Isis, le più grandi forze nella regione continuano ad accanirsi contro i curdi. A partire dal potente eserciti turco (nonché strategico alleato Nato); il regime dittatoriale si è consolidato in Turchia, specie dopo il colpo di stato-farsa, sferrando contro i curdi offensive sempre più dure, in casa e fuori (e cioè in Siria); l'ultima è proprio quella di questi giorni, che vede l'esercito turco in Siria muovere proprio contro le forze curde, mentre queste sono strenuamente impegnate nella liberazione di Jarablus dallo Stato Islamico.
Perché la battaglia era, e resta, fra democrazia e teocrazia islamista: e quest'ultima, che sia imposta dall'Isis o dalla Turchia, dittatura barbarica è, e rimane.
Per inciso: come potete notare, 2 su 2 documentari sulle combattenti curde, che erano stati pubblicati in questo post, sono stati fatti sparire; e non possiamo ripostarli perché sono letteralmente, ora, introvabili; e in rete le più belle testimonianze non si trovano più. Lasciamo questo, in sostituzione; sperando che non verrà fatto sparire anch'esso: