Visualizzazione post con etichetta sessismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sessismo. Mostra tutti i post

martedì 21 marzo 2017

Sessismo e razzismo in Rai: Parliamone Subito

Mogli come buoi alla Fiera dell'est del servizio pubblico. "Parliamone Sabato" è stata chiusa, soppressa per razzismo e sessismo (e anche per idiozia). La decisione di Antonio Campo Dall'Orto, direttore generale della Rai è arrivata dopo le scuse di Andrea Fabiani, presidente di Rai 1, e di Monica Maggioni, presidente Rai che si era detta offesa come donna, per i contenuti della defunta trasmissione. La puntata intitolata: "La minaccia arriva dall'est. Gli uomini preferiscono le straniere". Sottotitolo: "Sono ruba mariti o mogli perfette"?   andata in onda sabato scorso con un penoso siparietto tra  Perego, gli  ospiti  e una grafica che  illustrava “la qualità delle donne dell’est” ha suscitato indignate proteste  e petizioni. 

Ne ha parlato anche la stampa spagnola e probabilmente la notizia approderà su altre testate straniere. La rete Non Una di meno ha subito organizzato il flashmob “Rai ma che fai? Parliamone subito e mercoledì 22 marzo alle 14 (viale Mazzini, 14 Roma) davanti alla sede della Rai ci sarà una protesta per dire basta agli stereotipi sessisti e razzisti e alle narrazioni tossiche.
Il ritratto della donna perfetta secondo la Rai? Essere sottomessa, brava donna di casa, fattrice, avvenente, disponibile a perdonare tradimenti e acquiescente. Un po’ santa, un po’ puttana, un po’ colf.  L'ibrido tra l’Anastasia di 50 sfumature di grigio, un efficiente elettrodomestico e  una wonder woman dedita alla soddisfazione delle aspettative maschili,  vivrebbe soprattutto nei Paesi dell’Est. La narrazione degradante e umiliante delle donne e in particolare delle donne dell’est, tra sessismo, misoginia e razzismo sarebbe stata ispirata, escludendo gli abitudinari avventori ubriachi del solito bar sport, dal sito Oltreuomo (o la sua  pagina Facebook dove si possono leggere edificanti contenuti quali “Perché la ragazza che non si mette in tiro fa decollare gli uccelli degli uomini”) e dal post “Venti motivi per farsi una ragazza dell’est”.  I sei punti illustrati nella grafica del programma Rai sarebbero stati la sintesi di quella ventina di motivazioni (Come ha suggerito Domenico Naso in un post sul Fatto quotidiano). Non si tratta di un sito satirico o ironico come qualcuno, prendendo una svista, ha scritto, ma di un sito che fa del sessismo qualcosa di cui ridere. Vizio di una sottocultura italiana che ha trova da decenni, ampio spazio in tivvù. Scrive Monica Lanfranco sul Fatto quotidiano: "Come nel 2009 dimostrò il profetico documentario di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne, è stata la tv a veicolare per oltre due decenni stereotipi e luoghi comuni sessisti in programmi definiti di intrattenimento zeppi di volgarità, doppi sensi sempre e noiosamente a sfondo sessuale, reiterando l’allegro adagio di mogli e buoi dei paesi tuoi come leit motiv di fondo, perché l’imperativo fatti una risata è stato ed è il collante politico trasversale del paese del sole, mozzarella e mandolino".
il sito Oltre uomo
Cattura
Non sono trascorse nemmeno due settimane dallo sciopero delle donne organizzato l’8 marzo  dalla rete Non una di meno insieme ad un movimento mondiale che in  50 Paesi ha portato nelle strade milioni di manifestanti per rivendicare diritti, libertà dalla violenza, lotta agli stereotipi, alle discriminazioni e al sessismo che la televisione pubblica italiana  gioca con un nostalgico immaginario sessista, razzista, stupido e volgare, degno del ventennio fascista. I diritti e la dignità delle  donne? Questioni leggere, da poter piegare alle esigenze di una sterile caccia allo share solleticando il basso ventre del pubblico. Tutto questo in violazione del codice etico della Rai e della Convenzione di Istanbul che invitano  ad assumere un ruolo responsabile per essere parte attiva di un cambiamento culturale.
Lorella Zanardo - che si occupa da più di un decennio del linguaggio della televisione italiana - scrive sulla pagina Facebook de Il corpo delle donne che: "non capisce i motivi dello scandalo. La televisione italiana è così da dieci anni. Lo abbiamo denunciato con un documentario e meglio di così non si poteva dire. Perché non ci siamo limitati alle grida che durano un giorno, abbiamo reso noto il pogrom che viene compiuto nei confronti delle donne. Non serve gridare allo scandalo. Serve rifondare la RAI. Chiedere alla Commissione di Vigilanza che cavolo fa tutto il giorno. Chiedere che la RAI non sia più lottizzata dai partiti. Che il profitto non sia più l'unico obiettivo. Che il terzo articolo della Costituzione sia rispettato e di conseguenza le donne. Serve riflettere che via Berlusconi, la RAI continua a promuovere programmi sessisti. Di immagini come quelle che girano sul web oggi ne abbiamo schedate centinaia. Su queste si basano i nostri corsi da anni, sulla loro analisi e destrutturazione. Avanti. La protesta va costruita bene”.
Lorella Zanardo
Ciliegina sulla torta: ieri sera il giornalista sportivo, Ivan Zazzaroni ha detto a Patrizia Panìco, neo allenatrice degli Azzurri under 16 (prima donna nella storia del calcio), che la sua nomina è "solo un'operazione di marketing", asserendo che una donna non possa allenare il calcio maschile
No. Chiudere una trasmissione non basta!
(pubblicato anche su Navigando in Genere) 

venerdì 10 febbraio 2017

Le cosce di Boschi, la patata di Raggi: lettera a Sandra Amurri sul sessismo dei media

Gentile Sandra Amurri,
ho letto il tuo articolo “Virginia Raggi su Libero è patata bollente. L’indifferenza delle donne è il vero sessismo” sul volgare titolo di Libero: La vita agrodolce della Raggi. Patata bollente, firmato dal  direttore Vittorio Feltri. 


Ho sentito e condiviso la tua indignazione. Il titolo non offende solo Virginia Raggi esponendola ad una  rivoltante gogna sessista ma offende anche tutte le donne perché, per l’ennesima volta, utilizza il sessismo per colpire una donna in politica invece di fare una critica del suo operato.  Libero ma non solo, direi parecchi quotidiani nostrani, sono affetti da un morbo che abbassa le difese immunitarie della coscienza e della civiltà e quando la narrazione riguarda “negri”, “froci” e donne, il razzismo, il sessismo, l’omofobia  vengono spacciate per irriverente ironia o satira. A chi si indigna viene consigliato: fatte na risata!.
Ho voluto bere l’amaro calice fino in fondo ed ho anche sprecato 1,50 dei miei preziosi euri per acquistare una copia di Libero e leggere tutto l’articolo: era degno del titolo. Forse peggio. Imbarazzante per chi ha l’età di Vittorio Feltri e dovrebbe fare esercizio di eleganza di stile rifiutando la volgarità sessista di un bullo cafone e adolescente in piena tempesta ormonale. Imbarazzante per qualunque direttore di  giornale. Imbarazzante per il giornalismo italiano. Poteva essere la parodia di un articolo in uno di quei film di Alvaro Vitali invece è la realtà della stampa nostrana. Del resto da colui che pubblica un titolo come “E per gradire arrostiscono una ragazza” per raccontare la cronaca della morte violenta di una ventenne che ci si può aspettare?  Non ho né tempo, né la voglia di parlare di Vittorio Feltri, mi interessa piuttosto scriverti per ragionare di alcune cose.
Il 4 e 5 febbraio scorsi a Bologna si è svolto il secondo incontro del movimento Nonunadimeno su otto tavoli tematici. Uno di quei tavoli riguarda la Narrazione della violenza attraverso i media ed è suddiviso in due sottogruppi: informazione, nuovi media e  fiction. Si  analizzano gli stereotipi con cui si racconta la cronaca dei femminicidi ma anche i pregiudizi sulle donne. Si pensano iniziative e progetti.  
Sono tavoli molto partecipati ma sarebbe bello ci fossero molte più giornaliste quindi già che ci sono ti invito al prossimo tavolo. Più siamo meglio è. Hai puntato il dito contro l’ipocrisia o l’ignavia di quelle donne che non denunciano le offese che toccano donne di altri partiti o altre fazioni o altre “case”. L’antica e triste abitudine delle donne di “lavar panni sporchi in famiglia” o non lavarli affatto esprimendo il proprio malcontento fra mugugni e silenzi fino ad arrendersi all’indulgenza per gli “uomini di casa”,  è  ancora molto diffusa. O a volte avviene anche di peggio e quel linguaggio sessista lo usano le stesse donne contro altre donne per adesione, imitazione a modelli sessisti, illusione di fare esercizio di un potere maschile a lungo invidiato.
Da vent’anni  si fanno analisi sul linguaggio della stampa e ne abbiamo viste di schifezze. Le cose sono peggiorate perché impattiamo contro l’arroganza di chi sa che tanto la farà franca, le segnalazioni all’Ordine dei Giornalisti si sono sprecate, le mail bombing alle redazioni anche e pure gli incontri e le formazioni con giornalisti e giornaliste non bastano. L’Ordine è un grande assente e più adotta carte e regolamenti meno pare avere efficacia nel mantenere la dignità, il rispetto delle regole e un livello sufficiente di intelligenza tra i giornalisti e le giornaliste. In vent’anni è stata sdoganata una violenza verbale (e di immagini)  fascista, machista che deumanizza le donne ed è stata utilizzata come arma perché c’è ben altro in gioco. Non riguarda solo Virginia Raggi, riguarda le donne, gli uomini, la qualità di relazioni che si vogliono costruire  fra i generi, i rapporti di potere che il movimento delle donne ha messo in crisi e che le spinte conservatrici e reazionarie vogliono ferocemente restaurare. Come? Mettendo le donne al “loro posto” con violenze fisiche e simboliche, con la denigrazione del linguaggio e delle immagini. 
Così  si ripristina l’antico ordine  tra uomini e donne. 
In questo la stampa gioca un ruolo rilevante. Non è per spirito di polemica che ti ricordo che il 7 aprile 2016, sul blog che curo sul Fatto quotidiano, uscì un post firmato da me e Monica Lanfranco nel quale criticavamo il direttore del Fatto quotidiano  perché  Maria Elena Boschi era  oggetto di scherno sessista e in un articolo il suo direttore scriveva di una Boschi trivellata dai magistrati senza alcuna avvedutezza di ciò che avrebbero potuto evocare quelle parole.  Marco Travaglio mentre cadeva da un pero ebbe persino il tempo di rispondere al volo che chi pensava male fosse solo  ossessionato dal sesso. (e così anche Vittorio Feltri in un'intervista rilasciata ad Affaritaliani.it ha difeso il titolo dicendo che non c'è nessun doppio senso: "lo attribuisce chi legge e non chi scrive").





Quel  linguaggio è ovunque e si sciorina nei luoghi che frequentiamo abitualmente e in luoghi che ci sono estranei e sta investendo in pieno le donne.
E  allora no! Non si deve tacere. Hai ragione.
@Nadiesdaa
pubblicato anche su Navigando in genere

lunedì 15 agosto 2016

Mannelli non parla con noi

Mannelli scomoda Oscar Wilde per ricordare che se parli con un idiota lo sei anche tu, ti risucchia nell'idioziaE così Mannelli non parla con noi; né è il solo. I maschi che, da millenni, si occupano di cose serie (tipo mandare in malora il pianeta e allo sfascio ogni nuovo cm quadrato su cui riescono a posare il piede), da che mondo è mondo non perdono tempo con le donnette, quelle donnette piccoline poi! che - dopo aver voluto la parità! invece di ragionare come i maschi, invece di pensare alle cose serie, pensano sempre che il mondo debba girare intorno alle loro pretese; e che vogliono ancora e di più! che c’hanno ancora da rompere i coglioni? vogliono fare le attiviste? ma si occupassero dei veri problemi del mondo  [se tutta questa aggressività, se queste reazioni eccessive e isteriche ci fossero per le cose terribili che accadono in questo Paese, come quello che succede alla frontiera di Ventimiglia, l'Italia sarebbe un posto migliore (ibidem)]. 
Ma noi si sa, dei diritti degli altri ce ne siamo sempre fregate; facciamo attivismo de' noantre e pro domo nostra, e poi sulle spiagge umiliamo i vu'cumprà, spendendo i soldi dei mariti dietro ai nostri occhialoni da sole. Donne! Gente senza senso dell'humour. Che ha tempo da perdere - e con loro tutti quelli che discutono di cazzate. 
Con un po’ di tristezza Mannelli "sta a guardare; e non capisce" [con un po' di tristezza chi scrive ricorda di aver sempre amato Mannelli e la sua arte amara; per inciso].




Ma poveri Mannelli, Travagli, Vincini ecc, come capire i contorcimenti mentali di un idiota? E vabbè, Mannelli, te lo spieghiamo noi; con le parole di un altro maschio - così magari lo capisci. Scrive Antonio Polito, sul Corriere, che bisognerà difendere Mannelli anche dai suoi difensori: dai critici, che hanno attaccato la sua vignetta per così dire «corporale» sulla ministra Boschi, pubblicata dal Fatto, è stato infatti già valentemente difeso, e con ottime ragioni. (...) una cosa è assodata: la satira non ha limiti. E così ha da essere, in una società aperta. Anche nei confronti dei nuovi paletti che la sensibilità moderna ha posto al discorso pubblico: per esempio quello relativo al corpo della donna. Se un tempo si disegnava Spadolini ignudo e grassoccio con il pisellino al vento, ridendone, perché mai non si potrebbe oggi esporre il corpo di una donna ministra ridendo della sua esibita avvenenza? (…)
Esagerati, dunque, o in malafede, gli indignati anti Mannelli! conclude Polito; che però confessa, in chiusura, che lo hanno altrettanto, se non di più turbato, un paio di argomenti utilizzati in sua difesa. Quali? eccoli:
1. è legittimo prendere in giro l’avvenenza della ministra per denunciare la sua (presunta) incompetenza, in pratica se lei non dicesse «sciocchezze» costituzionali si eviterebbe le vignette sulle «cosce». Ma stabilendo il nesso tra incompetenza e avvenenza si dà vita a un sillogismo squisitamente sessista, che non sarebbe mai usato nei confronti di un uomo (belli e incompetenti non mancano nel nostro sesso).
2. il secondo argomento è anche peggiore: si sostiene che in realtà la vignetta non faceva che replicare la realtà, come si deduce da una foto della ministra ritratta nella stessa posa della vignetta. Così, senza dirlo, si fa colpa alla signora Boschi di mettere in mostra le gambe, roba che non si sentiva dai tempi in cui Scalfaro schiaffeggiava le signore scollate; e la vignetta di Mannelli smette di essere difesa in quanto satira e viene elevata ad atto di denuncia
Ma denuncia di che? Si sta forse sostenendo che la ministra se l’è cercata indossando abiti scostumati, e che invece coprire il corpo femminile sia un atto di modestia e di serietà, soprattutto per una donna che fa politica? Ecco: «se l’è cercata» è il grido di battaglia del sessismo. E su questa strada è davvero breve il passo che ci separa dalla burkizzazione a fini politici della polemica contro Maria Elena Boschi. Un prezzo francamente troppo alto, anche per la battaglia referendaria.
Giù le mani dunque dalla libera satira. E giù le mani però anche dalla libertà delle donne: tutte le donne, comprese quelle potenti.
Bene; bravo; bis. Grazie Polito (in rosso le sue parole testuali). Ma ci voleva (ci vuole?) tanto a capire 2 miserabili punti come questi?
Si. Ci vuole tanto; mica tutti sono Wolinski, del resto. E’ addirittura inarrivabile, in realtà, se le donne le odi, magari pure senza saperlo; punto e basta.
Ma, soprattutto, occorre capire che se il messaggio veicolato è doppio, anche del secondo occorre tener conto: esempio - se Obama viene criticato da una vignetta satirica per un fatto politico, infilzatogli un osso nel naso, al primo concetto se ne aggiunge un secondo, che diventa pure preponderante: Obama ha fatto uno sbaglio, ok; ma, soprattutto, è Obama in sé che è sbagliato, perché è un negro - e che ti aspetti da un negro sullo scranno del Presidente? 
E non per niente: "dopo un negro, gli idioti dei diritti e del politically correct finirà che ci metteranno una donna! poi un transessuale e per finire un criceto" (dal Trump-pensiero) > come bene riassume qui Michael MooreThat’s a small peek into the mind of the Endangered White Male. There is a sense that the power has slipped out of their hands, that their way of doing things is no longer how things are done. This monster, the “Feminazi”, the thing that as Trump says “bleeds through her eyes or wherever she bleeds”, has conquered us — and now, after having had to endure eight years of a black man telling us what to do, we’re supposed to just sit back and take eight years of a woman bossing us around? After that it’ll be eight years of the gays in the White House! Then the transgenders! You can see where this is going. By then animals will have been granted human rights and a fuckin’ hamster is going to be running the country. This has to stop!
Ecco - questi, sono i contenuti - ecco perché a suo tempo nessuna persona civile trovò accettabile la "battuta" di Berlusconi su Obama. Eppure i giornali berlusconiani sostennero proprio questo: embè, che c'è di male? è giovane, bello, e... abbronzato, maddai è una battuta! perché si deve sentire insultato?


E le donne ti viene logico accettarle se stanno al loro posto - che, se si parla di luoghi pubblici - o addirittura di potere! è al massimo quello della cameriera. Esagerate? le solite femministe misandriche?  

La figurina di cui sopra è un'allegra "apertura" (mica critica, si badi, bensì trionfale!) che  introduce integrale articolo di Travaglio stesso. Il quale avrebbe potuto tranquillamente demolire politicamente la Boschi senza necessariamente sottolineare che, ai tempi dei Padri Costituenti (le Madri ovviamente nemmeno citate, furono un incidente di percorso), essendo donna, in quelle sale avrebbe potuto solo spolverare. E ha ragione! ragionissima. Così era, e lì tanti uomini vorrebbero tornare ma, al contrario dei loro colleghi fascisti, non vogliono ammetterlo apertamente; si limitano a trasudarlo.

Purtroppo per i maschi aspiranti alfa, ci sono idioti che pensano che ci sia un rapporto fra questo tipo di cultura e il dilagare della violenza sessista e, dunque, anche fisica, contro le donne.



Quella cultura per cui la donna faccia la cameriera oppure la gnocca accessorio/biglietto da visita del marito (che, lui si - ecchediamine, sa come muoversi fra le cose serie).


Sia chiaro. Trasecoliamo anche noi a richieste pazzesche, come astenersi dalla satira su chi governa.


Ma qui il discorso, infatti, è ben altro: sicuri che con la satira si può dire tutto? mi dispiace, ma qui di argomenti pare lecito aggiungerne un terzo:

3. la satira non è mica il Papa, che deve essere infallibile. La satira è una modalità come un’altra per esprimere opinioni. E dunque, il caro Mannelli se ne faccia una ragione - e con lui i vari Travaglio e altri autorevoli maschi, è satira pure quella robaccia che inchioda gli ebrei allo stereotipo dell’avaro dal naso adunco, o i negher a quello del selvaggio irredimibile, i culattoni a quelli che prima o poi sposeranno le pecore. Ma, soprattutto, le donne allo stereotipo delle galline pretenziose, stupide e, quando determinate verso un loro riscatto (leggi: ansiose di potere!), addirittura in-sop-por-ta-bi-li.

Ecco perché noi, donne insopportabili, osiamo criticare (perfino!) ciò che si nasconde negli interstizi di sua maestà la satira.










[Argomento su cui peraltro non siamo le uniche a ragionare] ..oppure, siccome è satira, la satira le può dire, tutte quelle cose?? perché c’ha la licenza poetica? massi dai; odiatori di negri e dispregiatori di ebrei, donne, culattoni, ciccioni, brutti e poveri: ditelo con la satira.



lunedì 18 gennaio 2016

Stupro arma di guerra. Anche a Colonia. Della guerra patriarcale sessista e razzista

Siamo state in attesa tanti giorni, leggendo ogni giorno cosa si dice di Colonia. Che per chi scrive (fra le altre molte cose), altro non è che il banale debutto di una delle più tradizionali armi di conflitto: lo stupro contro le donne, sulla scena ufficiale e internazionale della (nuova) guerra trasversale e diffusa.


Nel cuore delle città europee sono atterrate ormai da tempo le altrettanto tradizionali bombe, stupirebbe che il conflitto diffuso si limitasse a questo, rinunciando a uno dei suoi strumenti più atroci ed efficaci. Due anni fa fu presentata una mozione, al nostro Senato, contro questo diffuso crimine; chissà che ne è stato, poi. Tornando alle tante cose lette, la cosa che più stupisce, nelle decine e decine di articoli usciti nelle ultime settimane, è lo spezzettarsi della scena nei più disparati punti di vista, ciascuno sorretto da una logica la quale dimostra a sua volta qualcosa - ma le legittime riflessioni che ne scaturiscono conducono sempre a qualcosa di parziale. Come parziale è quello che si vede guardando una stanza dal buco della serratura. Vorremmo allora tirare alcuni fili per contribuire a legare fra loro questi pezzi, partendo da una premessa sulla cosa fondamentale, la cosa che sta lì, sotto gli occhi di tutti, e che eppure è tanto difficile vedere. E che è questa: i cori di indignazione razzista che si levano contro gli "immigrati" che stuprano sono animati più da risentimento verso lo straniero che osa toccare la proprietà (le "nostre donne") che non da reale rispetto verso le donne stesse. Per questo quel tipo di indignazione non sa andare al cuore del problema, ma anzi si muove su un terreno sostanzialmente complice. Sessismo e razzismo, infatti, sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.
E in ogni società patriarcale lo stupro è stato da sempre una sorta di sport internazionale, molto duro a sradicare; anzi, è ora di dirlo: lo stupro è addirittura il fondamento stesso (anche) della “nobile” civiltà occidentale che tanto si adonta dell’inciviltà dello straniero



Non dubitiamo, infatti, che fra i bravi maschi bianchi e razzisti (di Colonia come di casa nostra e di ovunque), che gridano allo scandalo, di stupratori e violenti contro le donne ce ne siano moltissimi.
Che fare, allora, l’aspetto dell’immigrazione e, soprattutto, della propaganda islamista, non c’entrano? negare l’evidenza? C’è chi lo fa tranquillamente; vedi nel caso lo strabiliante pezzo di Giulietto Chiesa che sale sul podio per spiegare a una certa Nicoletta “cosa succede a Colonia e a Parigi”: niente; a Colonia non è successo niente, solamente una montatura mediatica. Punto e basta; nessun’altra spiegazione, nessuna evidenza a riprova di questo “nulla”. Il fatto che ci sia “chi vuole far salire l’isteria (piace particolarmente, qui, la scelta accurata anche del termine isteria, ndr) della gente per evidenti ragioni politiche, cioè per abituare il cittadino a un clima xenofobo” (fatto perfettamente vero, peraltro) per lui è sufficiente a dimostrare che le centinaia di donne che hanno denunciato si siano volute solo togliere uno sfizio, quelle borghesi razziste e viziate in cerca di emozioni, cretine.
“Nessuna prova”, decide in seguito alle sue personali indagini. Le donne non sono morte, dunque che prove ci sono? (e vien da chiedersi se siano morti poi davvero i parigini al Bataclan, forse è un complotto anche quello).
Nossignore. Qualcosa è successo. Lo stupro è emblema della guerra, e il Taharrush una declinazione dello stupro (che da sport endemico è assurta ad atto politico conclamato nel 2011), e il corpo delle donne un primario campo del conflitto.


Detto ciò, a Colonia il Taharrush è sbarcato in modo non casuale perché la guerra si è spostata anche qui (e sia chiaro, dove c'è guerra, c'è chi ci sguazza: gli avversari sono spesso complici). E si, anche perché c’è un problema culturale, come sempre: un (nuovo) problema culturale che si innesta sull’atavico problema culturale, peggiorando le cose.
Di questo Waris Dirie, somala, a suo tempo mutilata e poi fuggita dal suo paese, e che ha dedicato la sua vita alla lotta contro le mutilazioni, avverte da anni e anni. Avverte i politici e le istituzioni; eppure gli esperimenti per una formazione e informazione delle persone immigrate che faciliti il dialogo, e l’integrazione, si contano sulle punta delle dita. E sai che c'è? i fascistoni razzistoni fanno a gara a stroncarli con articoli dileggianti e sarcastici. E invece sono un punto di partenza senza il quale ci siamo già persi e almeno lei lo dice: da somala, e musulmana, e mutilata, e fuggita e immigrata, almeno lei può dirlo.


Sostituisci, nel suo discorso, il termine "mutilazioni genitali" con stupro - o delitto d'onore, o altre violenze contro le donne, e il significato è chiaro.
Anche lo scrittore Kamel Daoud - da musulmano, e da maschio, e da algerino, può permettersi di dire quanto siamo stupidi e miopi: “del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l'accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose (…) Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le nostre donne, aggredendole e stuprandole; nozione che la destra e l'estrema destra non tralasciano mai di enfatizzare quando si pronunciano contro l'accoglienza ai rifugiati. Ma in Occidente il rifugiato o l'immigrato non patteggerà facilmente con la propria cultura, e di ciò ci dimentichiamo con sdegno. Quella cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  -  fondamentale per la modernità dell'Occidente  -  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la propria cultura. E tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici ed esplicandosi attraverso la carità. Il rifugiato è dunque un selvaggio? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. (E qui Daoud rivela la stessa, identica, consapevolezza che fa parlare Waris Dirie, ndr): l’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la povertà sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a risolverlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l'incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell'anima. Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell'immagine della donna nel mondo cosiddetto arabo si scrisse: La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere. È questa libertà che il rifugiato, l'immigrato, desidera ma non accetta. L'Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà femminile è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della virtù. Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà (in Occidente valore fondamentale), ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o da velare. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come ragione della supremazia occidentale, ma come un capriccio del culto occidentale della libertà. E i colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Intanto i fatti hanno già riaperto il dibattito sull'opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”. (il pezzo completo qui).
Giusto, non nascondersi dietro un dito, per timore di apparire razzisti.
Giusto, andare il 4 febbraio a Colonia a manifestare. Contro il sessismo e contro il razzismo. A quelle che dicono “preoccupiamoci della violenza in Italia”: la sola cosa da rispondere è che la violenza in Italia non è diversa o separata dalla violenza in Germania, o in Piazza Tahrir. Serve la risposta come gruppo, collettiva e rivolta al’intera umanità: una risposta che dica rigore, resistenza e rivolta, contro la cultura della violenza da qualunque parte venga, e contro lo stupro quale sua espressione, e contro lo stupro come arma di guerra.
Ma anche che non vogliamo un’Europa di fili spinati: perché non servirebbero a niente, come non serve a niente respingere con una pistola un formicaio. Ma anche perché noi siamo anche ognuna di quelle donne che premono disperate alle frontiere.
Perché sessismo e razzismo sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.






giovedì 5 novembre 2015

Sessismo. Il recidivo Mineo e il gradino sempre più in basso


Cherchez la femme, sempre e comunque. E c’è sempre un gradino più in basso; il senatore Corradino Mineo [in questo senso recidivo: vedi questo post; e ricordando che altrove - qui - lo abbiamo citato anche in positivo] si candida a scenderli tutti per dimostrare che, ahinoi,  al peggio non c’è mai fine. Per le sue rovinose discese sceglie sempre lo stesso terreno, forse a lui più congeniale, quello trito e ritrito della misoginia sfrenata. Stavolta condita in salsa mafiosetta, con la penosa e anacronistica parodia del maschio siculo. “Renzi non si fa scrupoli, rivela conversazioni private, infanga per paura di essere infangato. E sa che io so. So quanto si senta insicuro quando non si muove sul terreno che meglio conosce, quello della politica contingente». Non pago, ecco la stoccata finale del senatore Mineo: «So  quanto possa sentirsi subalterno a una donna bella e decisa. Fino al punto di rimettere in questione il suo stesso ruolo al governo».
E così l’autonominatosi maître à penser della “sinistra sinistra” o “cosa rossa” si scaglia contro il “meschino, arrovinato da sta fimmina”. Poco importa chi sia l’arpia che prende a scappellotti il premier Renzi, tanto , ci rassicura Mineo, “lui sa che io so”. Per gli amanti del "cherchez la femme" c'è già chi scrive si tratti della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi. Nel caso, c’è da notare come sia salita nella considerazione di Mineo. Un anno e mezzo fa, proprio durante il famoso dibattito su “Matteo ragazzino autistico”  (per rinfrescare la memoria, il già citato post) liquidava così la ministra: ”Si è convinta che poteva fare tutto, ma non è assolutamente in grado. Si è convinta che lei poteva trattare con Berlusconi e Calderoli, non è in grado". Il cammino della riforme (ogni critica politica è lecita e salutare, ma non è il caso del capolista Pd in Sicilia) ha dimostrato che a babbiare  è semmai il recidivo Mineo.
Che conferma di meritare un posto d’onore nell’Olimpo dei parlamentari misogini e sessisti, quali Barani e D’Anna e i tanti altri che si sono distinti per volgarità emeschinità. Poveri uomini vecchi (non solo anagraficamente) e ridicoli costretti a competere con donne giovani (e magari belle) e preparate. Cosa che di alcuni di loro proprio non si può dire
Cinzia Romano

venerdì 5 giugno 2015

Concorsi di bellezza nelle Università? ci appelliamo alla Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane

Egr. Patrizia Tomio, presidente Conferenza Nazionale degli Organismi di Parità delle Università Italiane 
e p.c. alla Ministra Giannini e alla Consigliera di Renzi per le P.O. Martelli
Gentile Professoressa Tomio,
la presente per sollecitare una presa di posizione pubblica e ferma dell’organismo da Lei presieduto nei confronti dell'attuale rettore (il minuscolo non è un refuso) dell’Università La Sapienza di Roma [che ha ufficialmente promosso l'imbarazzante concorso a "Miss Università" 2015, dall'imbarazzante titolo "la studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani", ndr].
Siamo sorprese che questo non sia già avvenuto e ci aspettiamo che anche la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane si esprima in merito.
La nostra associazione si occupa da anni anche di sessismo ma quanto è successo supera quanto abbiamo visto finora: il Rettore di un’università che non solo presiede un concorso di bellezza  - oltretutto sponsorizzato da un centro di chirurgia estetica - ma che inoltre, di fronte al clamore mediatico che questa sua azione provoca, si rifiuta di assumersi la responsabilità del suo operato.
Per quanto ci riguarda, il rettore della Sapienza si deve dimettere. Per questo abbiamo firmato e fatto circolare la petizione  “La bellezza all’università non deve contare. Eugenio Gaudio dimettiti” che, conta già oltre 27.000 sostenitori.
In attesa di Suo cortese riscontro,
distinti saluti.
La Presidente, Donatella Martini
Milano, 05.06.2015

C'è da dire che, tempestivamente, la prof. Tomio aveva già duramente commentato l'iniziativa; e lei stessa immediatamente auspicato quanto richiesto da questa lettera. Questa la sua dichiarazione, riportata da L'Internazionale: "Mentre gli organismi di parità e le/i delegate/i del rettore/rettrici per queste tematiche svolgono un quotidiano e faticoso lavoro all’interno degli atenei, impegnandosi sul piano scientifico, didattico e culturale, per promuovere il superamento delle asimmetrie nella rappresentanza di genere, nella formazione, nelle carriere all’interno dell’università, ci troviamo di fronte a manifestazioni che sembrano rimettere in discussione quanto realizzato in questi anni, lo sforzo per rimuovere stereotipi, il dialogo con la componente studentesca per una sensibilizzazione su questi temi. Prendiamo atto, con comprensibile rammarico, del coinvolgimento dei vertici di una grande università in questa iniziativa e ve ne diamo notizia, anche per raccogliere suggerimenti per una presa di posizione pubblica da parte della conferenza nazionale, eventualmente anche presso la Conferenza dei rettori delle università italiane".

Ora però è necessario che si esprimano, in via ufficiale, anche gli organismi interessati. Ringraziando Patrizia Tomio, ci associamo dunque alla lettera di DonneinQuota. L'imbarazzante titolo la studentessa più bella e sapiente degli atenei italiani offensivo per le donne, evoca imbarazzanti associazioni di idee - offensive per gli asini. 
e solo a noi, il fatto che un rettore si presti a un'iniziativa di così basso livello, sponsorizzata da chirurghi plastici, fa sorgere anche imbarazzanti dubbi sulle ragioni che devono averlo spinto a farlo?
Ma in conclusione: concorsi di bellezza nelle Università un corno. Punto e basta.

sabato 9 maggio 2015

Matteo Salvini contro la ministra Boschi. Gli argomenti di un leader

Sessismo nazionale. Un "politico" italiano noto per posizioni alquanto maschie in ogni campo, ha recentemente invaso i giornali di pettegolezzi con servizi fotografici di se stesso che ammicca nudo da lenzuola puffose, lanciando (alle massaie? ai gay?) sguardi seducenti da velina professionale. Lo stesso tizio, mentre ci informa di dissentire dalle opinioni di una ministra non direttamente ai suoi ordini, oggi punta sul preciso concetto  che costei, peraltro, non sia attendibile in quanto (donna) sculettante
Se permettete, sculettare può solo lui - in varie pose culturali e citazioniste - esempio: se Marylin andava a letto vestita solo con Chanel n° 5, io ci vado nudo con solo cappio al collo, di vezzosa cravatta leghista verde.
Ma vatti a fare un bagno di gattini, Salvini.


Tu e l'altro grande politico italiano, con analogo senso delle istituzioni (diversi centinaia di gradi sotto allo zero), che è il sig. Maurizio Gasparri. Costui, ancora più spiritoso, definisce la ministra Boschi "principessa sul pisello" - con ovvio doppio senso, ovviamente; siamo fra gentlemen; gente che sa argomentare seriamente le proprie posizioni, senza perdere un fine senso dell'humour.
Siamo alla curva sud degli ultras sguaiati che occupano le istituzioni e la (nostra) vita politica.


martedì 31 marzo 2015

Nominare il femminile. O considerarsi esterne all'umanità e non saperlo

Per inciso, complimenti a Littizzetto e al suo autore per il qualunquismo dimostrato sul linguaggio e la declinazione al femminile. 
Ma la faccenda merita più di un inciso. Per inciso, Littizzetto, lo sapevi che nella civiltà Moso i termini padre e stupro non esistono? Un'assenza che non è un vezzo-femminista-cretino, ma espressione [conseguenza e genesi] di una cultura non-violenta per cui i figli non sono considerati proprietà dei singoli, e gli esseri non possono essere posseduti - in altre parole in cui non si manifestano pulsioni predatorie. Non dovrebbe essere necessario scomodare la filosofia del linguaggio, né filosofi come Hans Georg Gadamer per comprendere come l'argomento del linguaggio non sia affatto secondario; eppure, già nella sua giovinezza Gadamer stesso si meravigliava di quanto poco questo tema fosse in grado di affiorare alla coscienza. Il pregiudizio persistente pregiudica l'obiettività, e il primo ostacolo sta nella difficoltà nel riconoscerlo come tale. Se pregiudizio significa solo un giudizio anticipato, pronunciato prima dell'esame completo di tutti gli elementi obiettivi da considerare - dice Gadamer - non va eliminato, ma abitato con una certa phrónesis: saggezza, o meglio ancora prudenza (termine che, dal latino pro-videre, richiama la capacità di guardarsi intorno). Perché nell'interpretare la realtà (o un testo), l'osservatore non può pensare di prescindere da sé stesso e dal contesto - ogni interpretazione infatti (e non ci vuole molto a essere d'accordo!) è influenzata dai nostri pregiudizi storici. E qual è il primo pre-giudizio storico che ci affligge, quello in cui siamo immersi e attentamente, costantemente educati fin dalla nascita?
La (giustificata) prevalenza del maschile.
E' il fatto che l'Uomo (l'umanità stessa) sia un maschile che pervade un tutto in cui - se ogni esistenza collettiva (e ogni attività rilevante) è declinata al maschile, la donna si viene a trovare per forza di cose esterna.
Esterna: collaterale, complementare, antagonista - sodale o pericolosa, non cambia: lei è esterna.
Lei è altro, altro da un umano (un'umanità, dunque) che non la può cancellare ma la esclude; un umano fatto tutto di uomini-maschio: maschi che dettano leggi, muovono guerre, stabiliscono gerarchie, danno un nome alle cose e le dominano. Un umano monco (ma onnipervadente) ostile alle donne; in cui certamente alcune donne trovano posto, ma come eccezioni, sorte di corpi estranei che, assorbendo un pensare maschile, diventano la peggiore malattia autoimmune che può colpire il genere femminile. E occhio: se tutto ciò passa inosservato alle donne stesse è proprio grazie all'educazione all'essere esterne e a non saperlo - essere escluse e tenute all'oscuro, escluse e incapaci di percepire quanto.
Per chi l'avesse perso.. da cosa nasce questo post, perché parla della Littizzetto? La causa occasionale è che ieri, in uno dei suoi siparietti, la comica di Che Tempo che Fa ha sbeffeggiato l'invito di Donne con la A a nominare il femminile; e - ironia della sorte, proprio nella stessa serata persisteva nel sarcasmo di una sua polemica con alcune suore di clausura. Non è dunque fuori luogo la tirata d'orecchie con cui un tweet (in risposta a un altro, che addirittura trovava il discorso di Littizetto sul linguaggio favorevole alle donne), ricordava che è proprio il nominare le cose che dà loro vera esistenza - invitando (appunto) ad andare a scuola dalle suore:
Si, in questo caso proprio loro avrebbero qualcosa da insegnare. E tanto per stare in tema, c'è chi ricorda l'allocuzione "avvocata nostra" (rivolta alla Madonna nel Salve Regina): perfino madre Chiesa (che pecca in tante cose, ma non in rigore culturale), nel rispetto della lingua italiana è costretta a riconoscere il femminile in relazione a epiteti considerati troppo "nobili", nel linguaggio (sessista) comune, per avere declinazione femminile.
Nei commenti che ne sono seguiti, un altro tweet, a proposito della frase della Littizzetto [echissenefrega delle parole declinate al maschile!!], piano piano il linguaggio si adeguerà al fatto che le donne hanno avuto accesso alle professioni, chiosa: troppo piano, cara.
E il punto è proprio questo: il linguaggio è specchio della realtà. Non a caso un linguaggio preciso caratterizza il lato più esecrabile della nostra "politica". Il linguaggio esprime la realtà, la plasma e, anche, la traina. Ecco perché nominare il femminile non è una questione di lana caprina.
L'avesse fatto un'altra, questo qualunquismo culturale, forse sarebbe passato inosservato; ma la Lucianina non dimentica di fare l'occhiolino al femminismo - il quale, si sa, obblige. Femminismo non si può fare con le sole mimose, per la stessa ragione per cui non può essere solo slogan.


lunedì 20 maggio 2013

#tisaluto. Senza rispetto nelle regole del gioco, non giochiamo

Questo post è pubblicato in contemporanea da diverse blogger, che in tal modo hanno inteso avviare un passaparola sul tema: se ti va, copiaincollalo anche tu. Che cosa propone? di concordare un rifiuto collettivo delle modalità sessiste (per non dire violente) con cui spesso le donne sono messe (anche "scherzosamente"), a tacere, o in condizioni di minoranza:
In Italia l'insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.
Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico: lo scopo [più o meno consapevole, da parte di chi lo fa, ndr] è quello di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio. E se in Italia l'insulto sessista è pratica comune, è perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all'umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.

Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest'anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto. Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L'abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.
L'abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).

Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.

E noi aggiungiamo: al primo insulto, al primo schiaffo di un ragazzo tanto caro, ma un po' troppo possessivo - è geloso, si sa, dice di amarci! bè, al primo gesto violento.. un bell'sms: #tisaluto. E ciao.

Sarebbe un modo pubblico, e privato, per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo. Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.