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lunedì 8 gennaio 2018

Il discorso integrale di Oprah Winfrey ai Golden Globe, per tutte le donne; e cos'è Time's up

Nel 1964 ero una ragazzina mentre, seduta sul pavimento in linoleum a casa di mia madre, nel Milwaukee, guardavo Anne Bancroft consegnare l’Oscar come miglior attore, nella 36° edizione dell’Academy Awards. 

Aprì la busta e pronunciò 5 parole che hanno letteralmente fatto la storia: The winner is Sidney Poitier. Sul palco arrivò l’uomo più elegante che avessi mai visto. Ricordo la camicia e il papillon bianchi, e ovviamente la sua pelle era nera. Non avevo mai visto un uomo nero celebrato in quel modo. Ho provato tante, tante volte a spiegare cosa può significare un momento del genere per una bambina che guarda sua madre tornare a casa stanca morta per aver pulito le case degli altri. Quel che posso fare è citare, a spiegazione, la performance di Sidney nel film “I gigli del campo”: Amen, amen, amen, amen.
Nel 1982 Sidney ha ricevuto il premio Cecil B. DeMille proprio qui ai Golden Globes e mi fa un certo effetto pensare che anche in questo momento delle ragazzine stanno guardando la prima donna nera che riceve lo stesso premio. E’ un onore, un onore e un privilegio condividere questa serata con tutte loro, oltre che con gli uomini e le donne incredibili che mi hanno ispirata, stimolata, sostenuta e che hanno reso possibile il mio viaggio fino a questo premio. Dennis Swanson che ha creduto in me per “A.M. Chicago”, Quincy Jones che mi ha vista in quello show e ha detto a Steven Spielberg: “Sì, lei è Sophia ne Il colore viola”. Gayle che è l’incarnazione della parola amico, Stedman che è stato la mia roccia, e molti altri. Voglio ringraziare la Hollywood Foreign Press Association perché tutti sappiamo come la stampa in questo periodo sia sotto assedio. Sappiamo anche che è l’instancabile dedizione verso la piena verità che ci impedisce di chiudere un occhio davanti alla corruzione e all’ingiustizia. Davanti ai tiranni e alle loro vittime. Davanti ai segreti e alle bugie. Voglio dire che oggi apprezzo la stampa più che mai, mentre tentiamo di attraversare questi tempi complicati che mi hanno portata a una conclusione: dire ciò che pensiamo è lo strumento più potente che abbiamo. E io sono particolarmente orgogliosa e ispirata dalle donne che si sono sentite abbastanza forti ed emancipate da far sentire la propria voce e condividere le loro storie personali. 
Noi, ognuno di noi in questa stanza, viene celebrato per le storie che racconta; quest’anno siamo diventate noi la storia. Una storia che non riguarda certo solo l’industria dell’intrattenimento, e trascende ogni cultura, geografia, razza, religione, politica o lavoro. Quindi, questa sera vorrei esprimere la mia gratitudine a tutte quelle donne che hanno sopportato anni di abusi e violenze perché, come mia madre, avevano bambini da mantenere, bollette da pagare e sogni da realizzare. Sono donne di cui non conosceremo mai il nome: casalinghe, contadine, operaie nelle fabbriche, o che lavorano nei ristoranti, all’università, nell’ingegneria, nella medicina o nella scienza. Fanno parte del mondo della tecnologia, della politica e degli affari. Sono le nostre atlete alle Olimpiadi e sono le nostre soldatesse nell’esercito.
E c’è qualcun altro, Recy Taylor: un nome che mi è noto e penso dovrebbe esserlo anche a voi. Nel 1944 era una giovane moglie e madre; mentre tornava dalla messa a Abbeville, in Alabama, fu rapita da sei uomini bianchi armati, che la stuprarono e poi abbandonarono sulla strada con gli occhi bendati. Le dissero che se avesse raccontato il fatto a qualcuno l’avrebbero uccisa, ma la sua storia fu invece riportata alla Naacp dove a capo dell’indagine venne nominata una giovane di nome Rosa Parker. Insieme cercarono di ottenere giustizia, ma la giustizia non era una possibilità ai tempi di Jim Crow. 
Gli uomini che cercarono di distruggerla non sono mai stati indagati; Recy Taylor è morta dieci giorni fa, a quasi 98 anni. Ha vissuto, come tutte noi, troppi anni in una cultura sfregiata da uomini potenti. Per troppo tempo le donne non sono state ascoltate o credute quando hanno osato raccontare la loro verità sul potere di questi uomini. Ma ora il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito.
Finito! E io spero che Recy sia morta nella consapevolezza che la sua verità, così come quella di tante altre donne che in questi anni sono state tormentate, o che lo sono tuttora, sta venendo fuori. Quasi 11 anni dopo questa verità doveva essere da qualche parte nel cuore di Rosa Parks, quando decise di restare seduta, in quell’autobus a Montgomery, ed è qui con ogni donna che ha deciso di dire “Me too”. E in ogni uomo che ha deciso di ascoltare.


Quello che ho sempre cercato di fare al meglio, nella mia carriera, in televisione o nei film, è raccontare come le donne e gli uomini si comportano davvero; di come proviamo vergogna, amore o rabbia, come falliamo, come ci ritiriamo, come perseveriamo e come vinciamo. Ho intervistato e ritratto persone che hanno sopportato alcune fra le cose più brutte che la vita possa gettarti addosso, ma ciascuna di queste persone sembrava avere in comune con le altre il serbare la speranza in un mattino più luminoso, anche durante le notti più buie. 
Perciò ora voglio che tutte le ragazze che ci stanno guardando sappiano che all’orizzonte c’è un nuovo giorno!
Quando questo nuovo giorno sarà finalmente nato, lo si dovrà a tante donne meravigliose, molte delle quali sono proprio qui stasera in questa sala, e ad alcuni uomini piuttosto fenomenali, donne e uomini che stanno lottando duramente per essere certi di guidarci fino al momento in cui nessuna dovrà dire di nuovo: “Me too”.  
Oprah Winfrey; cerimonia dei Gloden Globe, 7 gennaio 2018

E' in questa nuova ondata di solidarietà femminile che è nato Time's up. E come?? Si sono riunite in oltre 300 donne e hanno creato un fondo da oltre 13 milioni di dollari per sostenere le spese legali delle donne che decidono di ribellarsi a molestie e altre violenze maschili, e di denunciare i loro aggressori. Sono donne dell’industria dello spettacolo, attrici come Ashley Judd, Eva Longoria, Natalie Portman, Rashida Jones, Emma Stone, Kerry Washington e Reese Witherspoon, produttrici, tra cui Shonda Rhymes, ma anche agenti, sceneggiatrici, registe, dirigenti; donne più o meno affermate e potenti, che hanno deciso, così, di mettersi al fianco di tutte le donne che non hanno mezzi economici per affrontare denunce e cause. E hanno comprato, per annunciarlo, una pagina sul primo numero dell’anno del New York Times.

martedì 9 agosto 2016

Sulla violenza degli uomini / la riflessione di un uomo: Antonio Fresa

Scrive Antonio Fresa che il ripetersi del femminicidio, come una triste liturgia, costringe a domande  inquietanti sul nostro presente e sulla libertà che le donne hanno conquistato. Ho avvertito quanto fosse ineludibile questo passaggio; compiere una scelta non dico sofferta, ma almeno meditata, tra il tacere per timore di errore e il dire, comunque, per avviarmi almeno lungo la strada. Ha prevalso il disperato bisogno di interrogarsi e di riflettere. Apprezziamo ogni uomo che si sente costretto a delle riflessioni, (quando invece la maggior parte dei maschi pare non si senta coinvolta affatto); e, per tutte e tutti, proponiamo qui un estratto dal suo pezzo [grassetti , corsivi e immagini sono inseriti da noi]:
di Antonio Fresa • (...) Non ho parole intelligenti, frasi esaustive, analisi complete: ho abbozzi, spezzoni, inizi. Credo, però, con convinzione, che per spezzare il cerchio inumano di questa violenza, sia necessario che gli uomini di oggi, quelli cioè che convivono con l’affermarsi di donne sempre più libere, apprendano a raccontare le proprie frustrazioni, le proprie sconfitte, rispetto a modelli che li vedevano dominanti e avvantaggiati.
Raccontare è sempre uno sforzo; raccontare ciò che ci turba e ferisce lo è ancor più; raccontare ciò che ci fa sentire di aver perso un privilegio è, infine, quasi vergogna.
In fondo, la prima sconfitta che molti uomini sembrano patire è proprio il doversi raccontare, il dover spiegare, il dover chiedere, il dover perorare: avevamo imparato davvero bene che, anche nel silenzio, le nostre aspettative sarebbero state soddisfatte da chi era stata educata a rispondere, nel silenzio, alle nostre attese. Al dissolversi di questa convinzione, la violenza è spesso lo strumento più prossimo.

Troppi uomini appaiono incapaci di modificare la trama profonda dei propri sentimenti e, anche quando sembrano aver accettato gli eventi di questa che vorrebbe essere una nuova società, fanno riemergere antiche tentazioni di dominio che si traducono in atti di violenza senza giustificazione.





Davvero accade tutto all’improvviso? Abbiamo un modo per capire ciò che sta per accadere?
Non dovremmo prima di tutto noi uomini, se questa categoria ha un senso, confessare quanta distanza separa le modifiche della superfice delle cose dalla profondità di un atavico predominio che emerge quando cadono gli argini? (...)
Ci sono donne che guadagnano più dei loro compagni; ci sono donne che comandano più dei loro compagni; ci sono donne che decidono di chiedere alla vita e all’amore una felicità vera e non fittizia; ci sono così tante novità e ci sono molti più soggetti con i quali competere.
E allora i cosiddetti maschi, perdendo le proprie rendite di posizione, vanno in tilt e non ammettono di poter essere messi da parte. Come può una donna avere la pretesa di preferire un altro? Di chiudere una storia, come se lei potesse avere un vero peso nelle decisioni? Com’è accaduto tutto ciò? La velocità del mutamento è stata tale che, probabilmente, questi maschi si trovano davvero in una situazione asfittica nel contrasto tra i vecchi modelli educativi e familiari e le nuove dinamiche delle relazioni.
E, mi si perdoni, la brutalità della conclusione, non sapendo che fare, non sapendo come gestire il distacco e la separazione, puniscono, colpiscono, uccidono.
Lo fanno perché in realtà, assumendo per un istante il loro patologico punto di vista, davvero non capiscono, non sanno capire, non possono capire la voglia di libertà e di indipendenza di chi cerca di allontanarsi da loro. La ferita patita, in termini di narcisismo, orgoglio, prestigio, possesso, è talmente potente e profonda da non ammettere mediazioni. È un eliminare per ribadire un potere: è il potere dell’assassino che pensa così di negare, in via definitiva, la libertà dell’assassinato.
Sempre sono colpito da questo tipo di delitti e sempre mi sento spinto a pormi domande. Devo però dichiarare un limite nelle cose che so vedere e ritengo, quindi, molto più rilevante l’ascolto delle voci delle donne e delle loro sofferenze.
Un aspetto m’incuriosisce e m’interroga, forse perché si può sposare con le banali riflessioni che ho saputo fin qui fare. Molte donne sono uccise dai loro ex compagni in occasione di quello che è presentato come un colloquio chiarificatore. Mi domando sempre che cosa sia un colloquio chiarificatore, quando una coppia è ormai andata o quando già sono state consumate dosi massicce di violenza. Che cosa c’è da chiarire?
Il maschio di turno deve probabilmente recarsi a tale incontro sorretto dalla convinzione di avere delle carte da giocare, delle frasi da dire, delle promesse da fare che riportino la situazione entro un ordine premeditato. Ma quali sono queste carte e queste frasi?
Deve agire in questi casi la profonda presunzione maschile di saper dire frasi che l’altra dovrà accettare per forza; di enunciare cioè parole capaci di rasserenare e rinvigorire un sentimento che si è nel frattempo perso. Deve, cioè, agire la presunzione che la strategia del discorso e l’ordine politico del discorso possono riportare la donna nel controllo dell’uomo, come se lei non potesse essere ritenuta, a pieno titolo, capace di decisioni o come se lei non sia considerata capace di calcolare tutte le conseguenze del suo agire. Riportata sulla corretta via del corretto pensiero la donna/compagna comprenderà che l’unico orizzonte per lei sensato è quello di riaffidarsi a lui.
Quando questa convinzione è scalfita e messa in scacco, quell’uomo non sa trovare altro strumento che ricorrere alla sua primordiale violenza, una violenza che ritiene l’altro un subalterno, un sottoposto, un arreso per timore.
Questa è una traccia, appena minimale, di un lavoro che noi uomini insieme con le donne dovremmo saper affrontare. Solo con il racconto delle nostre frustrazioni e con l’esplicitazione delle nostre sconfitte, potremo aiutarci a capire, a essere capiti e a generare un’attenzione globale a queste realtà, un’attenzione che consenta alle giovani generazioni una relazione con i sentimenti più piena e matura.
Solo raccontando e rendendo esplicite le frustrazioni, anche di quegli uomini che si sentono esenti dalla violenza, potremo depurarci dalla nostra tendenza a essere complici, dalla nostra tentazione quasi a giustificare quella violenza, dalla nostra vigliacca indifferenza che vorrebbe confinare, quella violenza, in uno spazio privato in cui non c’è data la possibilità di intervenire. Quello spazio privato in cui, evidentemente, la presenza della violenza è ritenuta come quasi normale, se non necessaria. Uno spazio privato che, letto come un regno sacro di qualcuno, risulta essere un luogo in cui non far entrare la libertà.
I segnali ci sono, e come ci insegna anche la cronaca recente, anche i fatti e gli atti ci sono. Questa indifferenza che, come dicevamo sconfina nella complicità, almeno psicologica o culturale, è il segno più nefasto. La nostra indifferenza si tramuta in una possibile complicità, perché quelli non sono fatti nostri, non sono fatti della scena sociale, ma sono comodamente confinati in una storia d’amore che d’amore non ha davvero nulla.


venerdì 24 giugno 2016

La mascolinità tossica: parla un uomo. Per esempio James Hamblin

Dopo Orlando, e a proposito di eccidi di massa, violenze incontrollate (e quindi, aggiungiamo, di femminicidi), possiamo parlare di uomini? chiede James Hamblin, facendo su Atlantic una interessante disamina di cosa è la mascolinità o virilità tossica, cioè infarcita di dettami su come un uomo dovrebbe e non dovrebbe essere; dettami che sono poi alla base di quella violenza maschile che pervade il mondo intero, dominando ogni modalità di relazione, e che per inciso fa si che anche i killer di massa siano, praticamente, tutti maschi. Non un tema qualunque, ma il tema: eppure sempre trascurato. Perché? 


Già, perché?? anche su quest'omissione Hamblin dice qualcosa.
La virilità tossica è il tema per eccellenza - quella cosa, la sola cosa che accomuna, in effetti, tutte le violenze misogine e di massa, dal killer di Orlando allo stupratore di Stanford  


Qualcosa di cui grazie a Dio si inizia a parlare [in fondo a questo pezzo una serie di link] anche nei media che di solito liquidano le cause con le peggiori banalità, tutte come incidenti di percorso, ma se ne parla ancora troppo poco, e soprattutto non si agisce
Dopo il massacro di Orlando, alla veglia di Brooklyn, Hamblin nota che vicino al palco improvvisato, spiccava una scritta leggera: l’amore vince l'odio. E nota che, in effetti, arginare la violenza significa de-costruire l’odio; considerare ogni elemento che lo origina e consente ci siano tanti psicopatici. E il fatto stranoto, ma a malapena considerato, è che praticamente tutti gli assassini di massa, semplicemente, sono tutti uomini: maschi. Nel suo pezzo “perché gli assassini di massa sono sempre maschi”, il Time citava la percentuale del 98%. Scrive dunque James Hamblin che questa statistica rende la mascolinità stessa la sola caratteristica davvero comune a tutti i killer, l'unica rispetto a tutti gli altri elementi che vengono di solito citati: religione, razza, nazionalità, appartenenza politica, o storie di malattia mentale. Su Salon la scrittrice Amanda Marcotte sostiene che l'attaccamento nazionale a modelli di virilità dominante è uno dei motivi principali per cui in USA c'è un tasso così alto di violenza, prendendo ad esempio anche la storia del killer di Orlando: l’indagine condotta su di lui dall'FBI per minacce a un collega di lavoro, la sua rabbia alla vista di uomini che si baciano, gli abusi fisici che commetteva sulla moglie, costretta a chiedere l’aiuto dei genitori per riuscire a sfuggirgli.
Quello del killer di Orlando è un caso da manuale di quel fattore oggi noto come mascolinità tossica: cioè di quello specifico modello di virilità orientato al dominio e al controllo. E quando, da uomini, cerchiamo il controllo, quando sentiamo in noi che dobbiamo ottenerlo, possiamo risentirci e odiare: la mascolinità tossica alimenta in noi aspettative che ci predispongono alla delusione, e noi trasformiamo quella delusione in rabbia e odio e la scarichiamo sugli altri.
Il Washington Post cita lo psicologo Arie Kruglanski, secondo cui l'atto più primordiale a cui ricorre un essere umano che si sente debole è esercitare un potere su altri esseri umani; come disse anche un certo piccolo filosofo non-virile, la paura porta alla rabbia; la rabbia porta all’odio; l’odio conduce alla sofferenza...



Scrive ancora Marcotte: diverso se la mascolinità tossica si limitasse un atteggiarsi ridicolo fra uomini!


... ma la continua pressione a dover costantemente dimostrare virilità e a guardarsi da tutto ciò che è considerato femminile, o femminilizzante, è la principale ragione per cui negli Stati Uniti abbiamo tante maledette sparatorie.

Si, di certo siamo in grande ritardo nell’esaminare il ruolo della mascolinità nella  genesi dell’odio. Come ricorda ancora Hamblin: c'è stata una certa discussione dopo che, nel suo manifesto di 137 pagine, il killer di Santa Barbara ha letteralmente dichiarato il mio problema sono le ragazze, in quanto gli negavano quello che lui riteneva gli fosse dovuto. E dopo la sparatoria Washington Navy Yard nel 2013, in mezzo al dibattito sul dare la colpa alla diffusione delle armi piuttosto che alla malattia mentale, la NPR si limitò a chiedere: ma perché questi feroci sparatori sono sempre maschi? (e in effetti, dal 1982, su 60 sparatorie di massa una sola volta fu coinvolta una donna).



Tuttavia, poi, il pezzo prende una piega sbagliata: citando la sociologa Lin Huff-Corzine che dice che gli uomini preferiscono le armi da fuoco, mentre le donne sono più propense a scegliere i coltelli (!!, ndr). La criminologa Candice Batton ha suggerito che, rispetto alle donne, gli uomini hanno più probabilità di sviluppare attribuzioni negative di colpa esterne, che si traducono in rabbia e ostilità verso gli altri. Le donne, invece, attribuiscono più facilmente le colpe a sé stesse, dirigendo la rabbia al proprio interno, sotto forma di senso di colpa e depressione
Il che è più vicino a una sorta di spiegazione - in effetti la depressione colpisce le donne il doppio degli uomini. Ma anche qui si sorvola su qual è la ragione per cui gli uomini e le donne tendono a far fronte alle difficoltà in modo diverso: il ruolo della mascolinità nell'insegnare agli uomini ciò che ci si aspetta da loro e che loro sono tenuti a fare. E se questo modo di far fronte alle cose non è di per sé necessariamente violento, certo l’ignoranza non si abbina bene con le armi da fuoco.   
Nel suo insieme, per la sua intolleranza verso gli omosessuali l’assassino di Orlando è anche un caso da manuale di proiezione verso l'esterno del disgusto di sé. Ma se una cultura diversa della mascolinità lo avesse incoraggiato ad accettare la propria sessualità, avrebbe accumulato una simile rabbia? Scrive ancora la Marcotte: avere armi sempre più grandi e pistole più terrificanti è la semplice e innegabile sovra-compensazione con cui uomini insicuri cercano di dimostrare quanto sono virili. Non è una discussione da tenere sul piano razionale, ma attiene al dramma psicologico sui loro timori di castrazioneMa questo è anche il punto in cui l'argomento rischia di perdere aderenza, in quanto mette gli uomini sulla difensiva. Non tutti gli uomini è la replica costante a (presunte) critiche becere della mascolinità. Nessuno vuole essere associato a questa violenza: nessuno fra tutti i possessori di armi, tutti i pazienti bipolari, tutte le persone che si identificano con una religione, e nemmeno tutti gli uomini. In tutti questi casi, la stragrande maggioranza del gruppo sono persone umane e compassionevoli, inorridite dalla violenza a portata di mano.



Il peggior rischio di qualsiasi analisi preventiva è di dividere ulteriormente la gente; il pericolo, nell'analisi della violenza, è quindi nel quadro troppo estesoO, almeno, nel fatto che il quadro sia percepito come tale.

(...) Quando l'autore Sam Harris ha tentato di focalizzare il ruolo della teologia nelle sette violente è stato bollato come demagogo frusta-musulmani (…); ma dopo una sparatoria è altrettanto difficile parlare di prevenzione in termini di salute mentale: essendo la malattia mentale già stigmatizzata è complicato menzionarla nei dibattiti sulla violenza. La condizione di emarginazione delle persone affette da disagio mentale, così come quella degli americani non-cristiani, compromette in partenza qualsiasi discussione.

In confronto, intervenire sulla mascolinità è semplice. Gli uomini non sono il genere discriminato e ciò che chiamiamo mascolinità è soggetta a molte variabili; in gran parte malleabile, per molti versi si può o non si può insegnare. Se qualcuno sembra condannare la mascolinità in generale (e Marcotte chiarisce  esplicitamente che non è il suo caso), allora la discussione regredisce. Ma l'idea di mascolinità tossica, criticamente, non è un atto d'accusa radicale degli uomini o del genere. E solo l’ammissione che la mascolinità può essere tossica, a volte.
La tossicità di qualsiasi cosa è sempre e solo una questione di contesto; e il contesto odierno è quello in cui una pericolosa setta militante sta cercando di radicalizzare le persone influenzabili nel paese più abbondantemente provvisto di armi del mondo. Il contesto di oggi è che, in cima a tutto questo, ci sono uomini traboccanti di insicurezza da cui ci si attende che si esprimano solo in certe ristrette modalità.
Nessuna causa è l’unica, e ogni incremento avviene un po’ per volta: prevenire l'abuso di armi da fuoco non sembra immediatamente politicamente realistico; le divisioni create dalle religioni persisteranno; nessun sistema sarà presto in grado di fornire un’assistenza completa alla salute mentale. L'arbitrarietà e la pervasività della mascolinità, invece, rendono questo strumento particolarmente efficace su scala personale, di giorno in giorno, minuto per minuto. [testi in rosso tratti dal pezzo di Hamlin che trovate qui].

La conclusione è che la mascolinità tossica è precisamente il terreno più importante, ma anche il più efficace, su cui è necessario intervenire. E invece non si fa un bel niente. Cosa aspettiamo? L'intera cultura occidentale si fonda sullo stupro!


Addirittura i dibattiti a Montecitorio si svolgono sotto a una scena di violenza misogina e stupro (il fregio del Sartorio che celebra il ratto delle Sabine), da sempre interpretata non come abominio, ma come atto epico fondativo. Ancor oggi nelle scuole tutta questa violenza viene presentata acriticamente, come fatto, appunto, fondativo (come in effetti è)! E nessuno si sogna di metterla in discussione. Cosa aspettiamo?? saremo sempre indietro,  di certo in ritardo sui seminatori di odio.

Ben conoscono, invece, il valore di questo tema i reclutatori dell'orrore, che comprano emarginati con le promesse di schiave sessuali, la moneta più ambita dall'uomo debole: il dominio sulle donne.

domenica 8 novembre 2015

Dalla marcia di Madrid del 7 novembre: per un ponte fra sorelle

Care sorelle, vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre.


L'invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave.

Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. 

In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Nonostante questo, abbiamo deciso di portare comunque in Spagna un messaggio dall'Italia, non rappresentiamo certamente tutte le italiane, ma non ce la sentiamo di restare indifferenti a tutti gli episodi di violenza che colpiscono le donne.
Desideriamo tornare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Siamo consapevoli che il nostro spazio di azione, di pensiero e di confronto non può coincidere più soltanto con i luoghi fisici e ideali del nostro paese, ma dobbiamo imparare a rapportarci anche all'esterno, soprattutto all'Europa, come popolo e come progetto di comunità europea.
In Italia manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne, soprattutto a quelle che non riescono a far sentire la loro voce. La realtà ci dice che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, i fatti ci illustrano che oggi si denuncia di più, ma resta comunque ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network. Si tenta di contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici, ossia alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza. E lì che troviamo il patriarcato, che con un’azione reiterata di “restaurazione” riporta le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi, come conferma l’ultimo Piano antiviolenza, con il quale è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che sia organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza di questo Piano antiviolenza è un efficace Piano anti-tratta, che tenti di mettere in campo le migliori strategie per arginarne il fenomeno. Manca finanche una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze di genere. Ma come approntare misure del genere ove manchi un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento?
Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta, trattate alla di esseri sub-umani che possono essere uccise, cancellate, deportate perché non rientrano nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.
La violenza non ha mai senso o giustificazione! La violenza non deve avere spazio nelle nostre vite! Basta violenze, basta femminicidi, non dobbiamo assuefarci alla violenza. La violenza deve diventare una questione di stato ai primi posti dell’agenda politica.
Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione.
Auspichiamo misure cautelari più stringenti per gli uomini che sono stati denunciati per aver commesso atti di violenza, perché la donna che denuncia deve sentirsi tutelata e protetta veramente. Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita.
Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze.
Il vostro lavoro, care compagne spagnole, deve essere di sprone a chi sente forte in sé il senso di un impegno in tal senso. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 novembre siete riuscite nell’obiettivo di portare in pubblico donne che a viva voce reclameranno i propri diritti e chi, come noi ha deciso di tentare infruttuosamente il vostro percorso, non solo marcerà idealmente con voi a Madrid, ma proverà nel prossimo futuro a rendere fattivamente concrete le ragioni delle rivendicazioni delle donne italiane. Ognuna con le proprie capacità e competenze, per raggiungere quanto più sia auspicabile l’obiettivo non di rappresentarle, ma di renderle consapevoli che possono rivendicarle da sé in prima persona quelle stesse ragioni.
E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero tutte/i.
Per cercare di donare al nostro paese un clima di verità e giustizia.
• Per adesioni a questa lettera: lasciate un commento a questo post [del gruppo fb Noi non ci stiamo].

• Rimandiamo inoltre anche a questa lettera che, sia in italiano sia in spagnolo, è stata indirizzata alle amiche spagnole da Resistenza Femminista.

sabato 26 luglio 2014

C'era una volta.. la numero 37. Nell'inferno delle adolescenti e bambine in mano ai pedofili

Silvestro Montanaro, sulla sua pagina facebook, ci racconta una storia. Che comincia così:  "La 37...”.  Già, la numero 37"E’ una buona scelta, è appena arrivata… carne fresca. 20 dollari ed è sua per un’ora”. Il dialogo si svolge in un inglese stentato. 
Da un lato un tedesco su negli anni, enorme, una gran pancia e le guance rubiconde per troppa birra. Dall’altra un figuro truce, thailandese, canotta nera e jeans, due baffetti a render più maligna una bocca devastata da denti corrotti dal troppo fumo e dalla piorrea. Il tedesco si fa largo tra una moltitudine di uomini vocianti e raggiunge la cassa. Il thailandese fa ampi cenni verso l’immensa vetrata che separa in due la sala, tracciando un confine tra la folla dei potenziali clienti e la merce in esposizione. 100 ragazzine seggono una accanto all’altra, vestite da piccole infermiere sexy. Abiti succinti, striminziti, forme bene in vista. 


Ognuna ha in petto una coccarda con su impresso un numero, dallo 001 al 100. La numero 37 ha l’aria smarrita. E’ una piccoletta dai capelli neri come la pece, le forme appena abbozzate, le piccole mani giunte, strette nervosamente sul grembo. Si guarda intorno disperata. Le ragazze vicine le indicano il thailandese, le spiegano che ce l’ha con lei. Lei nega, cerca di far finta di niente, quasi di nascondersi. Ma dove? Intanto resta lì seduta, come frastornata. Poi tira su un lungo respiro come fanno i bambini prima di prendere una medicina troppo amara e si alza. Ma solo per un attimo. Torna a sedere, scuote la testa, si stringe nervosamente le mani in grembo. Il thailandese gesticola sempre più nervosamente verso l’allucinante acquario umano. Il tedesco intanto è tornato accanto a lui e mostra un foglietto che deve essere la ricevuta dell’avvenuto pagamento. “La 18...”. Un altro omone tutto tatuato ha fatto la sua scelta. “20 dollari.. ha grande esperienza… qui solo ragazze di qualità”, si complimenta il thailandese. Un cenno imperioso e la numero 18 si alza e trascina con sé la 37. La 18 ritira due chiavi, ne dà una alla 37. Poi riceve un pugno di preservativi e ne dà una parte alla 37, che tremante li lascia cadere a terra. Il tatuato segue la numero 18 verso una scalinata che porta al piano superiore. La 37 segue lentamente il tedesco che già conosce la strada. Si guarda intorno, cerca lo sguardo di un’altra ragazza al di là della vetrata. La 51 la fissa muta per un attimo e poi nasconde il faccino tra le mani. Nella sala puzzolente di fumo e di sudori le contrattazioni vanno avanti frenetiche tra lo sghignazzare dei clienti, tutti arrivati in piccole comitive reduci da troppi drink dal precedente errare tra i mille bar che affollano il centro di Pattaya. Meno di 100 chilometri dall’aereoporto di Bangkok, è la città del sesso a basso costo più famosa nel mondo, grazie alle sue numerose ragazzine in vendita. Poi uno strepitio furibondo. Il tedesco a torso nudo scende le scale urlando come un ossesso e trascinando la numero 37 in lacrime che tenta disperata di coprirsi in ogni modo il seno nudo. “No good… no good!!!”, urla con quanto fiato ha in gola. Il thailandese si precipita verso di lui, lo invita alla calma, fulmina con gli occhi la ragazzina. “non obbedisce… si rifiuta… piange… no good!”, bestemmia feroce il tedesco. Tra un singhiozzo e l’altro, la ragazzina prova a spiegarsi: “voleva che prendessi… quel suo coso… voleva metterlo… e puzza… è sporco…”. Si becca un terribile ceffone che la scaraventa a terra. 


Il thailandese sembra sul punto di volerla ammazzare, tanta è la rabbia che trasuda dai suoi occhi e dalla sua bocca. “Stai zitta, stupida puttana! Lui ha pagato…può fare di te quello che vuole!!!”. La numero 37 lo guarda attonita. Intorno tutti gli uomini ridono. Il tedesco riprende a sbraitare. Il thailandese si profonde in mille scuse. Gli chiede di scegliersi un’altra ragazza: “quella che vuoi… te la do per 2 ore… offro io…”. “Voglio lei… ho pagato per lei!”, urla con quanto fiato ha in corpo la montagna umana, mostrando la ragazzina al suolo. La numero 37 scuote la testa terrorizzata. 

Il thailandese la trascina in un angolo, mentre il tedesco intrattiene i suoi amici raccontando l’accaduto tra una risata ed una sorsata da una bottiglia che uno di loro gli ha offerto per consolarlo delle sue sventure. “Prepara le tue cose, torni a casa… qui non ti voglio più”, intima il thailandese alla numero 37. “Oggi stesso tuo padre dovrà restituirmi i soldi che gli avevo dato. E se non lo fa, lo mando in galera. Sarà tutta colpa tua. Hai mandato la tua famiglia in rovina. Per la tua stupidità, sarete disonorati per sempre“. La ragazzina piange, implora, chiede pietà, si scusa. Il thailandese sembra irremovibile. Poi, la spinge verso il tedesco: “se lui ti vuole ancora…”. 

La numero 37 si asciuga le lacrime e raggiunge l’omone. Lo prende per mano, china la testa davanti a lui una, più volte. Chiede perdono. La montagna di lardo e alcool guarda soddisfatto i suoi amici, poi si rivolge al thailandese. “Sicuro che non farà più la stronza?”. “Farà tutto quello che vuoi, tranquillo”, risponde il thailandese. Tutto?”, insiste l’altro. “Tutto! Divertiti“, ribadisce il thailandese accompagnandolo alle scale.

Ed il mercato riprende vivace. 
Dopo un po’ si sente urlare disperata la numero 37, poi il vocione esasperato del tedesco. Poi più nulla. Il thailandese scuote la testa e torna ai suoi affari.
Venti minuti dopo il tedesco scende la scala con il faccione sudato, ma soddisfatto. I suoi amici gli vanno incontro e lui racconta le sue imprese tra un fracasso di risate. 
Intanto la numero 37 discende a sua volta gli scalini maledetti. Traballa, è in un mare di lacrime. Va a risedersi dietro la vetrata. La numero 51 la abbraccia. La ragazzina sembra svenirle tra le braccia. Il tedesco ed i suoi amici osservano la scena dandosi pacche sulle spalle. Un attimo dopo uno di loro si avvicina al thailandese. ” La 37…”
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