lunedì 18 maggio 2020

The Guardian: la disinformazione sulla crisi climatica è pericolosa. Noi non staremo zitti

Se voi sapeste che esiste un tema preciso che rimanda alle cause della pandemia attuale, e che è anche alla base di nuove pandemie prossime venture, non credete dovrebbe essere da mesi, tutti i giorni, sulle prime pagine di tutti i giornali, alle radio, e in Tv nei titoli di tutti i Tg e negli argomenti di tutti i talkshow? ovunque si discute di Coronavirus? Non credete dovrebbe essere ogni giorno oggetto di indagine da parte dei media, e al centro delle domande a politici ed esperti? Si. Logico.
Bè, questo tema esiste; eppure è assente. Avete notato? mille conferenze stampa, e MAI una domanda in tema da parte dei giornalisti.
Stranamente è ignorato dai media che invadono ogni giorno la nostra infosfera.


Si, il tema esiste ma no, non è tutti i giorni in primo piano sui media. C'è uno strano silenzio, su tutti i Tg e tutti i talkshow, sulla emergenza primaria che stiamo attraversando; nonostante sia la stessa emergenza che ci ha portato dritti al Covid19.
Cioè... un po' se ne parla, ma su articoli isolati, quindi il giorno dopo svaniscono, senza arrivare al grande pubblico.
Si susseguono anche appelli, avvertimenti, petizioni di scienziati, medici, organizzazioni [vedi anche la rassegna di link che trovate a questo articolo del 22 marzo: Covid19: qual è il piano? e tutti gli articoli successivi su questo blog]. Ma anche di questi al grande pubblico non arriva praticamente nulla.. restano lì nascosti fra le pieghe, come la controinformazione underground a cui il "vero giornalismo" guarda con distratto paternalismo. E così dice bene Rifkin: siamo a rischio di estinzione e la gente nemmeno lo sa.  
C'è però una importante eccezione: è il Guardian. Da mesi questa testata internazionale non rinuncia a informare su quel qualcosa che tutti tacciono, dando indizi che, come un sentiero di briciole di pane, aiutano a trovare la strada per capire dove è cominciata tutta questa storia e dove sta andando a parare. Come mai il Guardian parla? Lo spiegano loro stessi in questa nota in calce ai loro articoli
Abbiamo un annuncio da fare. Nel nostro impegno contro l'escalation dell'emergenza climatica, abbiamo preso una decisione importante: rinunciare alle pubblicità da fonti fossili, prima grande organizzazione globale dell’informazione a istituire un divieto assoluto di attingere denaro da aziende che estraggono combustibili fossili.
Dall’ ottobre 2019 abbiamo preso questo impegno: il Guardian darà al riscaldamento globale, all'estinzione della fauna selvatica e all'inquinamento la primaria attenzione che questi temi meritano. Abbiamo avuto riscontro da tantissimi lettori in tutto il mondo, e promettiamo di aggiornarvi sui nostri passi per mantenerci responsabili in questo momento cruciale delle nostre vite. Contro la dilagante disinformazione climatica, oggi più che mai pericolosa, i rapporti accurati e autorevoli del Guardian sono fondamentali - e noi non staremo zitti. Abbiamo scelto anche di dare libero accesso al giornalismo del Guardian: rinunciamo ai pagamenti dei lettori perché crediamo che tutti meritino un’informazione seria, indipendentemente da dove vivono o da cosa possano permettersi di pagare. La nostra indipendenza editoriale ci permette di essere liberi di indagare e di sfidare l'inazione di coloro che detengono il potere. Informeremo i nostri lettori sulle minacce all'ambiente basandoci su fatti scientifici, senza farci guidare da interessi commerciali o politici. Abbiamo anche apportato alcune importanti modifiche al nostro stile di scrittura, per garantire che il linguaggio rifletta l'emergenza ambientale in modo accurato. 




Crediamo che sulla crisi climatica stiamo affrontando problemi sistemici, che richiedono un cambiamento sociale fondamentale. Vogliamo che le storie di chi combatte questa emergenza ispirino speranza. Continueremo a riferire sugli sforzi degli individui e delle comunità che, in tutto il mondo, stanno impavidamente prendendo posizione per le generazioni future e la conservazione della vita umana sulla terra

Questa scelta del Guardian è una importante risorsa, gratuita e accessibile a tutti; rompendo il silenzio generale, dà voce alle evidenze della scienza e sostiene la battaglia per la sopravvivenza umana. Approfittatene anche voi: leggete il Guardian e aiutate a far girare le informazioni che ci dà. Tenendo anche conto di una nuova nota comparsa ultimamente sulla piattaforma:
L’informazione è in pericolo proprio quando più ne abbiamo bisogno. La cronaca onesta, autorevole e oggettiva del Guardian non è mai stata importante come adesso; affrontando la più grande sfida della nostra vita, rimarremo al vostro fianco per aiutare a comprendere meglio la crisi. Ma in questo momento cruciale, con il crollo delle entrate pubblicitarie le organizzazioni giornalistiche affrontano una vera minaccia esistenziale. (..) Di fronte a (...) crescente disinformazione e alla soppressione di voci indipendenti da parte di interessi commerciali, abbiamo sempre garantito un giornalismo libero da condizionamenti, mai orientato da proprietà o azionisti miliardari. La nostra agenda e le nostre opinioni sono solo nostre; questo ci rende diversi e ci permette di dar voce anche ai meno ascoltati e sfidare i potenti senza paura - indagando, interrogando e dipanando problematiche. Ma ora abbiamo bisogno anche del tuo supporto; ogni contributo, grande o piccolo, aiuta a garantire il nostro futuro a lungo termine.
Per sostenerlo, anche solo con qualche euro ogni tanto... come acquistarne una copia: andate a QUESTO LINK.  

venerdì 15 maggio 2020

COVID19: eliminare le cause. Lettera al presidente del Consiglio e Ministri della Salute, dell'Ambiente, dell'Agricoltura e degli Affari Europei

Quattro importanti associazioni hanno indirizzato al Governo una lettera che ci auguriamo non sarà lasciata cadere: su questi argomenti vogliamo risposte.
Destinatari: Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte / Ministro della Salute, Roberto Speranza / Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa / Ministra delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova / Ministro per gli Affari Europei, Vincenzo Amendola

Gentile Presidente del Consiglio, Gentili Ministri, 
Il 70% delle malattie infettive che hanno colpito gli esseri umani negli ultimi decenni sono di origine animale, e il COVID-19 non fa eccezione


I cambiamenti nell’uso del suolo e del mare, nonché la distruzione degli habitat naturali dovuta soprattutto all’intensificazione degli allevamenti intensivi, causano interazioni sempre più frequenti e strette tra umani, fauna domestica, fauna selvatica ed ecosistemi. 
Sebbene la scienza non abbia ancora stabilito con certezza la fonte del coronavirus alla base della sindrome COVID-19, è opinione diffusa che esso abbia fatto il salto di specie dagli animali selvatici all'essere umano come conseguenza della promiscuità in cui vengono tenute diverse specie animali nei “wet market” asiatici. Tuttavia, la malattia potrebbe aver avuto origine anche qui, sul territorio europeo. L'Unione europea è infatti una delle principali destinazioni per la vendita di animali esotici “da compagnia”, tra cui primati, rettili e anfibi, commercializzati e trasportati spesso illegalmente e senza controlli sanitari. 
Ma la prossima pandemia, potenzialmente peggiore di quella attuale, potrebbe originarsi da quella che oggi è la modalità di produzione alimentare standard nelle parti più sviluppate del mondo: il sistema di allevamento intensivo


I miliardi di animali allevati annualmente in condizioni intensive (migliaia di miliardi, se si considerano i pesci in acquacoltura) costituiscono serbatoi naturali e veicoli di virus [e superbatteri, ndr]  potenzialmente pericolosi, se non devastanti, per l'essere umano. 
Solo nell'Unione europea, centinaia di milioni di suini e miliardi di polli allevati in condizioni industriali intensive sono incubatori di malattie zoonotiche che influiscono pesantemente sulla salute pubblica già allo stato attuale


Molte di queste malattie stanno diventando sempre più difficili da curare, poiché l'uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti [e molti non sanno che gli antibiotici sono usati massicciamente anche per aumentare il volume degli animali, ndr] contribuisce in modo significativo alla resistenza antimicrobica, in aumento nell'UE nonostante i continui sforzi messi in atto per contrastare questo fenomeno. 
Il COVID-19 lo ha messo chiaramente in evidenza: non possiamo più occuparci della salute pubblica senza rivedere il modo in cui ci rapportiamo agli animali, dall’allevamento alla loro commercializzazione
La strategia sulla biodiversità fino al 2030 e la strategia Farm-to-Fork, attualmente in fase di elaborazione come parti integranti del Green Deal europeo, offrono un'opportunità unica per stabilire un nuovo tracciato per l'Unione europea: la messa al bando del commercio di animali esotici e l’abbandono delle forme intensive di allevamento al fine di proteggere la salute delle persone, la biodiversità e il benessere degli animali
Pertanto noi, i sottoscritti, chiediamo che l’Italia faccia proprie le seguenti raccomandazioni nella sua posizione Europea e incoraggi la Commissione europea ad integrarle nelle strategie Biodiversity to 2030 e Farm-to-Fork all’interno del Green Deal europeo:
• Strategia sulla biodiversità fino al 2030 
•  Immediata restrizione al commercio tramite la discussione su basi scientifiche di una “Positive List” a livello europeo, in vista di un definitivo bando al commercio di specie selvatiche ed esotiche;
 Il piano d'azione post-2020 contro il traffico di animali selvatici deve essere pienamente integrato nella strategia sulla biodiversità fino al 2030 e deve ricevere finanziamenti adeguati;
 La strategia deve includere misure di divieto sul commercio intracomunitario e di esportazione di specie a rischio d’estinzione, come le tigri - quand'anche allevate in cattività - e i prodotti derivati;
  Devono essere stanziati fondi a livello UE per garantire un sostegno coerente e adeguato ai centri di recupero della fauna selvatica in tutti gli Stati membri. Queste strutture svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi dei Paesi nella lotta contro il traffico di animali selvatici e nel garantire il benessere degli animali selvatici confiscati. 
• Strategia Farm-to-Fork 
•   Il benessere degli animali deve essere inserito come pilastro a sé stante e deve delineare un cambiamento concreto delle condizioni di vita degli animali;
•  La PAC deve essere riformata in modo che il denaro pubblico non sia più destinato a metodi di allevamento intensivi ma piuttosto alla riconversione delle attività;
•  Gli sforzi per promuovere fonti alternative di proteine a base vegetale per l'alimentazione umana devono essere ulteriormente sostenuti aiutando i ricercatori e gli agricoltori a sviluppare e commercializzare tali prodotti; 
Per eliminare le pandemie è necessario eliminare la crudeltà sugli animali, ora e per sempre. Cordialmente, 
Alice Trombetta / Direttore Esecutivo Animal Equality Italia 
Simone Montuschi / Presidente Essere Animali 
Gianluca Felicetti / Presidente LAV 
Piera Rosati / Presidente LNDC  

martedì 12 maggio 2020

COVID19. Produzione della carne: anche esasperazione della produttività e sfruttamento fra le cause del persistere del contagio

Per capire perché gli allevamenti intensivi costituiscono un grave fattore di rischio di malattie potenzialmente pandemiche, bisogna pensare a un complesso mix di concause, fra cui il loro ruolo nella produzione di polveri sottili, per giunta inquinate da virus e batteri. Ma riguardo alla diffusione del contagio c’è un altro importante elemento da non trascurare: il quadro di esasperazione della produttività e di sfruttamento che non è crudele solo verso gli animali e l’ambiente ma anche verso i lavoratori, impiegati in numero molto esiguo rispetto all’entità delle produzioni e dei fatturati.


Questo punto, riferito agli allevamenti negli Stati Uniti, è ben descritto da Michael Haedicke (sociologo della Drake University), in un articolo che riportiamo parzialmente di seguito:
(...) I grandi impianti di produzione della carne sono diventati focolai per l'infezione da coronavirus, insieme alle carceri e alle case di cura. Dal 1° maggio (fino al 6 maggio, ndr) fra i lavoratori della carne si sono avuti quasi 5.000 contagiati e 20 morti. Le aziende della carne, quindi, dallo stato di Washington allo Iowa alla Georgia hanno dovuto temporaneamente sospendere le attività, benché il presidente Trump abbia invocato il Defence Production Act per forzarne rapidamente le riaperture.
Come ha dichiarato il governatore dello Iowa Kim Reynolds, i focolai di virus nelle aziende della carne sono "molto difficili da contenere". Ma cosa rende queste attività così pericolose? Da sociologo che ha studiato i problemi del lavoro nel sistema alimentare, vedo due risposte.
In primo luogo, nell’industria della carne contribuiscono alla diffusione di Covid19 le condizioni di lavoro, modellate dalla pressione per la più alta produttività. In secondo luogo, le modalità con cui questa industria si è evoluta dagli anni Cinquanta rendono difficile per i lavoratori mettere in atto condizioni di sicurezza anche in tempi favorevoli, figuriamoci durante una pandemia. La combinazione di questi fattori aiuta a spiegare perché le industrie della carne negli Stati Uniti siano ora così pericolose e perché questo problema sarà difficile da risolvere. (...) 
Anche in condizioni normali, si tratta di luoghi di lavoro a rischio per via dell'uso di coltelli, seghe e altri utensili da taglio, nonché di tritacarne industriali e altri macchinari pesanti. Le lesioni traumatiche per incidenti sul lavoro sono comuni e gli errori possono avere conseguenze raccapriccianti. Ricercatori governativi hanno anche documentato tra i lavoratori lesioni croniche da sforzi di movimento ripetitivi. Le stesse condizioni che portano a incidenti e lesioni durante i periodi normali concorrono anche alla diffusione del coronavirus. Per comprendere questa connessione, è prima di tutto importante sapere che la produzione della carne è un'industria di volume; e più alta è la produttività giornaliera, cioè più animali trasforma in carne, più è lucrativa.
Ad esempio, lo stabilimento di Smithfield a Sioux Falls, nel Dakota del Sud (chiuso indefinitamente ad aprile dopo che centinaia di lavoratori sono risultati positivi al Covid19),  produce 18 milioni di porzioni di carne di maiale al giorno, Impiegando 3.700 persone [vuol dire quasi 4900 porzioni di carne prodotte al giorno per ogni lavoratore, circa 10 al minuto, ndr]. Per massimizzare l'efficienza la produzione avviene su una catena di montaggio - o meglio di smontaggio. I lavoratori stanno vicini e svolgono compiti semplici e ripetitivi su parti di animali mentre queste scorrono. Le linee si muovono in fretta, processando in media, in una sola ora, ben 1.000 maiali e addirittura oltre 8.000 polli. 


Eppure nell'ottobre 2019 l'amministrazione Trump ha eliminato i pochi limiti di velocità della linea di produzione negli impianti delle carni suine e anche i limiti per i singoli impianti di lavorazione del pollame. Velocità e organizzazione degli allevamenti e del confezionamento delle carni promuovono entrambe la diffusione del coronavirus. I dipendenti lavorano fianco a fianco a un ritmo che rende difficile, se non impossibile, praticare comportamenti protettivi come coprire starnuti e tosse.
L'Ente per il controllo e la prevenzione delle malattie ha pubblicato linee guida che includono distanziatori di almeno 180 cm e barriere, adottati da alcuni impianti, ma le pressioni per la rapidità della produzione possono limitarne l’efficacia.
Per capire come mai i lavoratori della carne tollerano queste condizioni difficili e pericolose bisogna guardare alla storia del settore. Secondo molti lavorare in questi impianti è sempre stato difficile e pericoloso come descritto nel 1906 in "The Jungle", il famoso romanzo di Upton Sinclair; un libro che descriveva i lavoratori della carne nella prima metà del Novecento a Chicago, in condizioni simili a quelle dell'industria moderna. Eppure, per diversi decenni dopo la seconda guerra mondiale, le condizioni di lavoro negli impianti della carne erano migliorate costantemente a seguito della pressione esercitata dagli stessi lavoratori. A partire dal 1943, il sindacato United Packinghouse Workers of America organizzò i dipendenti della carne nelle principali città, assicurando accordi generali con le più grandi aziende, come Armor e Swift, che garantivano salari e condizioni di lavoro standard in tutto il settore.
Una fonte dell'influenza dell'UPWA era la sua capacità di costruire alleanze interrazziali. (…) Il logo del sindacato, che raffigurava mani in bianco e nero serrate, simboleggiava la sua capacità di colmare le differenze. Il suo sostegno al movimento per i diritti civili negli anni '60 rivelava anche il suo impegno per l'uguaglianza razziale. Ma negli anni '70 il sindacato era in declino. Un fattore chiave è stata la decisione delle aziende leader del settore di spostare la produzione da città con una forte tradizione sindacale (come Chicago e Kansas City), a cittadine sparse nelle Grandi Pianure e negli Stati Uniti sud-orientali.
Per molte ragioni le forze lavoro rurali sono più difficili da organizzare rispetto a quelle urbane. La maggior parte delle piccole città non ha una storia sindacale e anzi spesso è forte il sentimento anti-sindacale (…). Inoltre, nelle piccole città questi impianti sono spesso i principali datori di lavoro, quindi lavoratori e autorità municipali dipendono entrambe da loro per l'occupazione e per le entrate fiscali. Questa relazione crea un'enorme pressione che induce deferenza verso le aziende di trasformazione delle carni.
Inoltre, dalla fine del Novecento, consolidandosi il settore, le industrie della carne bovina, pollame e altre carni si sono ingrandite, mentre poche proprietà, come Cargill e Tyson, hanno finito per dominare tutto il settore. Questa sorta di monopolio dà loro una capacità ancora maggiore di controllare le condizioni di lavoro e i salari.
Infine, gli impianti di oggi reclutano spesso lavoratori dal Messico e dall'America Centrale, alcuni dei quali potrebbero non avere l'autorizzazione legale a lavorare negli Stati Uniti, e rifugiati senza molte alternative di impiego e senza familiarità con le precauzioni sul lavoro.
La precarietà legale ed economica rende difficile sfidare i datori di lavoro. Anche differenze culturali, lacune linguistiche e pregiudizi razziali possono porre ostacoli all'azione collettiva. Le organizzazioni dei lavoratori non sono scomparse; la United Food and Commercial Workers Union ha invitato l'amministrazione Trump a garantire sicurezza durante la pandemia, ma sta combattendo una battaglia impari. Nonostante le rassicurazioni di Trump che gli impianti chiusi riapriranno in sicurezza, c’è da aspettarsi che le pressioni per l’alta produttività e i limiti nella capacità di difendersi dei lavoratori faranno sì che le infezioni persistano.
Nell’industria della carne, come in altri settori, la pandemia ha rivelato come le persone che svolgono un lavoro "essenziale" per gli americani possano essere trattate come se fossero sacrificabili. 

Questi impianti si somigliano in tutto il mondo. Com'è la situazione in Italia?

Le immagini degli allevamenti intensivi che si possono trovare ovunque sono talmente scioccanti che non vogliamo metterle qui; ma fate un giro in rete e ne avrete immediatamente un'idea.


mercoledì 6 maggio 2020

COVID19: rapporto con allevamenti intensivi e polveri sottili

Le cosiddette polveri sottili sono l’inquinante atmosferico che provoca i maggiori danni alla salute umana in Europa. Il particolato PM10, costituito da particelle solide e liquide con diametro aerodinamico fra 0,1 e circa 100 μm (micrométro o micron), è così leggero che viene respirato con l’aria. Il particolato fine PM2,5, con diametro inferiore a 2,5 μm, ha particelle solide e liquide così piccole che non solo penetrano in profondità nei nostri polmoni, ma entrano anche nel nostro flusso sanguigno, proprio come l’ossigeno: per avere un'idea delle loro dimensioni si consideri che il diametro dei globuli rossi è oltre 3 volte più grande. Coronavirus: qual è il nesso?



Dopo due mesi di lockdown per epidemia ci chiediamo: come è possibile che nella sola Lombardia si conti la metà delle morti in Italia e ben il 7% di quelle mondiali? E che, aggiungendo l’Emilia-Romagna, addirittura il 64% dei decessi in Italia si concentri in queste sole aree?
Quando la comunità scientifica ha iniziato a raccogliere dati che potessero spiegarlo i pochi giornalisti di inchiesta che vi hanno prestato attenzione sono stati duramente attaccati come mentitori, boicottatori irresponsabili di un sano indotto industriale. Ma non è una invenzione mediatica: indagando l’aria inquinata come possibile co-fattore della gravità dell’epidemia nel nord Italia, diversi studi hanno ipotizzato che siano proprio le polveri sottili, peggiorando l’infiammazione, ad alzare la mortalità causata dal virus; e altrettanto inquietanti sono i dati su quali sono le attività che più producono queste polveri. Uno studio pubblicato su ScienceDirect già a fine marzo dice: “l’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”. Una successiva ricerca dell’Università di Harvard nota come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. ISPRA conferma che “l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio qui che in altre aree” (Riccardo De Lauretis). Arpa Lombardia (Guido Lanzani) ricorda anche che, poiché la Pianura Padana è chiusa su tre lati da montagne, la sua conformazione “non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi” come invece avviene altrove [Arpa Lombardia, La qualità dell’aria nel 2019]. E ora anche l’Unità Investigativa di Greenpeace Italia e Arpae Emilia-Romagna confermano l’ipotesi di “un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”. 


Le regioni del nord-Italia, note per trainare l’economia, accettano il corollario delle ricadute ambientali, ma oltre un certo limite l’inquinamento diventa pericoloso per gli abitanti: questa è appunto la situazione attuale di Lombardia ed Emilia-Romagna (e in misura minore Piemonte), regioni in cui il livello di particolato è il peggiore in Italia e tra i peggiori in Europa.
E quali sono le cause principali di questo inquinamento? 
al secondo posto tra le cause in Italia, con l’incidenza più rilevante in Lombardia, c’è l’allevamento, per giunta con un trend in continua ascesa. In Italia gli allevamenti causano il 75% delle emissioni di ammoniaca; in Lombardia addirittura l’85%; questa ammoniaca “concorre in media a un terzo del PM, superando durante gli episodi acuti il 50% del totale” (Guido Lanzani di Arpa Lombardia). Anche un accurato studio di Arpae Emilia-Romagna fa emergere che l’allevamento intensivo è la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.
Quindi non si può più ignorare che, per affrontare i picchi, non basta bloccare il traffico: si deve agire anche sugli allevamenti, dice l'esperto ISPRA Mario Contaldi.
Cosa ci dicono i dati aggiornati al 2018? che i settori più inquinanti sono climatizzazione e allevamenti (54% del PM2,5 in Italia), seguiti solo per il 14% da trasporti stradali e solo per il 10% dall’industria. Ma si noti che negli ultimi 18 anni, mentre la percentuale di PM2,5 causata da traffico su strada e industria continuava a scendere, quella degli allevamenti ha continuato a crescere (dal 7% al 17%).
Come mai, in tendenza contraria agli altri settori, gli allevamenti hanno incrementato i loro inquinanti del 142%? E come è possibile che gli allevamenti intensivi concorrano a questo inquinamento per ben il 66% in più rispetto a tutta l'industria? 
Il fatto è che l’industria deve rispondere a limiti precisi, dotandosi di sistemi adeguati per rispettarli; invece gli allevamenti sono pochissimo controllati: decine di migliaia di attività zootecniche disperdono inquinanti, spargendo i liquami, senza adeguati contenimenti. Se questi ci fossero, dice Ispra, gli allevamenti potrebbero ridurre drasticamente le emissioni di ammoniaca e quindi il particolato. 

Ecco i dati 2018 sulla partecipazione dei vari settori al particolato PM2,5:
36,9% :  Climatizzazione (residenziale, commerciale, industriale)
16,6% :  Allevamenti 
14,0% :  Trasporti su strada (incluse merci) 
10,0% :  Attività industriali 
7,8% :    Altri mezzi di trasporto (ad es. aerei) 
7,8% :    Altri settori vari (inclusi fuggitive, solventi, rifiuti)
4,4% :    Agricoltura esclusi allevamenti 
2,5% :    Produzioni energetiche varie (quali combustioni per produrre energia e trasformare prodotti energetici)
Avendo appurato che gli spandimenti di reflui zootecnici causano alte emissioni di ammoniaca (che a loro volta incrementano il particolato e quindi lo smog nell’aria; con l’aggiunta di una varietà e quantità di virus, batteri e super-batteri), secondo Ispra (ma anche secondo il buon senso) “i Comuni dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul proprio territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”.
Invece questi impianti continuano a crescere, e rappresentano ormai la quasi totalità delle attività di allevamento, lasciando al biologico solo una piccola fetta. Ah si, e non lasciamoci ingannare da operazioni di puro marketing come le etichette "benessere animale": per lo più specchietti per le allodole; le diciture ingannevoli aggiungono la beffa al danno.

In conclusione, sotto gli occhi abbiamo un quadro sconcertante: 
1. da un lato : alti profitti privati e ridotta occupazione
i sistemi intensivi di allevamento aumentano a dismisura i loro profitti a spese di immani sofferenze animali e riducendo invece l’occupazione. Infatti, "più l’allevamento è intensivo, più gli animali soffrono e meno addetti sono richiesti: per i polli industriali ad esempio è sufficiente 1 addetto ogni 100.000 animali” (dalla fabbrica alla forchetta)
2. dall’altro : gravissimi danni collettivi
più l’allevamento è intensivo e più abnormi sono i suoi costi ambientali, i quali (al contrario dei profitti) ricadono interamente sulla collettività.
Però, anziché contestare un sistema malato, fondato sulla sfruttamento estremo e sulla malattia, anziché agire per mitigarne gli effetti sul territorio e sulle persone (oltre che sugli animali), lo si sostiene, addirittura lo si incoraggia, con l’indulgenza dei non-controlli e con una gran quantità di soldi pubblici, che ad esempio tramite i sussidi della Politica Agricola Comune (PAC), coprono addirittura importi tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue
Ma se c'è una cosa che l'emergenza sanitaria ci insegna, è che se dei soldi vanno investiti, è il momento di farlo nella direzione di riconvertire questi mostri di inquinamento, malattia e dolore; se non per ragioni etiche, almeno per preservare il clima e la salute pubblica
Dice Carlo Modonesi, del Comitato scientifico di ISDE Italia (International Society of Doctors for the Environment): "L'esposizione ripetuta nel tempo ai sospesi nell’aria, da parte delle comunità umane residenti nelle vicinanze di impianti zootecnici, può portare a disturbi respiratori, effetti tossici di diversa natura, problemi della funzione polmonare, malattie infettive, infiammazioni croniche respiratorie e asma". Secondo ISDE inoltre, può aumentare il rischio di insorgenza di gravi broncopneumopatie cronico-ostruttive. E anche tutti i costi per la sanità che ne derivano, si badi bene, ricadono poi solo sullo Stato e sui cittadini; così come quelli causati da virus, batteri resistenti agli antibiotici ecc. veicolati da queste polveri. 
A proposito di salute pubblica e del pianeta, non possiamo dilungarci qui su tutti i gravissimi problemi causati da questo settore (già sviscerati per decenni da centinaia di studi rimasti inascoltati). Ma dal vertiginoso utilizzo di antibiotici e altri farmaci (e quindi selezione e diffusione di superbatteri) fino ai salti di specie, per non parlare poi del contributo al riscaldamento globale dato dall’impatto in CO2 e metano (e riduzione di foreste) che gli allevamenti hanno, si tratta di un mix che rende gli allevamenti intensivi dei veri e propri distruttori del Pianeta nonché incubatori di malattie potenzialmente letali anche su larga scala. Pericolosi in primis per gli stessi dipendenti (vedi anche: in Usa e in Canada aziende della carne costretti alla chiusura per coronavirus).
È una lunga catena collegata in un processo fatale - come un domino che parte da una tessera di pochi millimetri: la tua bistecca, e finisce per tirare giù un muro spesso dieci metri - la salute di noi tutti.
Facciamo di necessità virtù: è ora di agire; a partire dal trasformare radicalmente, in meglio, un settore importante nell'interesse di tutti.
Fonti dei dati: sono riportate nei link disseminati lungo l'articolo. Vedi anche: "Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19" di Elisa Murgese





Bisogna iniziare a ragionare in termini di #salutecircolare: solo se comprendiamo che non esiste salute delle persone senza salute del Pianeta, inizieremo a comprendere che anche il Coronavirus non è un "fatto isolato": ma è una malattia circolare. Solo partendo da qui sapremo realizzare una guarigione e una prevenzione, e quindi un futuro.


martedì 5 maggio 2020

COVID19: Jane Goodall sulle cause dello spillover

Mercati degli animali selvatici e allevamenti intensivi sono gli ambienti ideali per gli spillover; e quindi per la diffusione di nuovi virus e l'innesco di nuove pandemie. Su questo tema parla Jane Goodall in una nuova intervista, da cui riportiamo alcuni stralci: 
Molte malattie umane provengono da virus “saltati” da animali all’uomo. Le condizioni dei mercati della carne selvatica, dove spesso ci sono animali stipati, consentono al virus di passare all’uomo con più probabilità. Dobbiamo affrontare tutto questo, oltre alla distruzione dell’ambiente (…a causa della quale) ancora una volta si crea un ambiente in cui un virus può saltare da un animale all’uomo e causare una nuova malattia. (…) Ma dobbiamo considerare un altro ambiente ideale per lo spillover: l’allevamento intensivo di animali. Perché molte di queste epidemie sono partite dall’allevamento intensivo (…) 
[la foto è tratta dall'articolo che trovate > QUI]
Temo che il problema sia il tipo di leader politici che abbiamo in molti paesi del mondo. Non vedono l’ora di tornare al business as usual, questo è il problema. Quindi la mia speranza è che i cittadini (…) milioni di loro non vorranno tornare al vecchio ambiente in cui sono cresciuti. Ma deve esserci un’ondata di cambiamento così grande da poter in qualche modo sopraffare chi è al potere in questo momento (…) Non sappiamo quanto tempo abbiamo, e allo stesso tempo la gente tende a dimenticare l’altra grande crisi, il cambiamento climatico. Ma tutto ciò è legato alla nostra mancanza di rispetto per la natura e per gli animali. Ce la siamo cercata.
(...) La mia opinione è che milioni di persone prenderanno questa situazione come un campanello d’allarme e cominceranno a pensare in modi in cui non hanno mai pensato prima, tanto più se impareranno a conoscere l'effetto spillover (…)
Il cambiamento climatico è spinto in gran parte dalle grandi aziende e dalla carenza della legislazione per limitare le emissioni. (…) In qualche modo dovrebbe esserci una legislazione globale sul clima, perché quello che succede in un paese riguarda anche i paesi dell’altra parte del mondo. (…) (Durante la guerra) una cosa buona che abbiamo imparato è non dare nulla per scontato. E credo che questa pandemia stia insegnando anche questa lezione. Non date per scontate la vostra salute e la vostra libertà, non date per scontato il «business as usual»; le cose possono cambiare. (...) alcuni lavoreranno affinché si comprendano meglio gli animali, altri per cercare di convincere quegli struzzi con la testa nella sabbia, che pensano solo a se stessi. Persone come te che raccontano le cose come stanno sono incredibilmente importanti in un momento come questo. E più storie raccontiamo, meglio è. E penso che sì, dobbiamo conoscere le cattive notizie. Sicuramente. Abbiamo bisogno di vedere le immagini di animali ammassati in questi mercati di carne selvatica, che sono terribili. Ma credo che si debba mostrare alla gente anche altro, quanto gli animali sono fantastici. 
Questi stralci focalizzati sulle cause più dirette dello spillover, sono tratti da: "Jane Goodall: in Africa rischio di catastrofe per uomini e animali", intervista di Stella Levantesi su Il Manifesto  

sabato 2 maggio 2020

COVID19: anche le taskforce sono #tuttimaschi. Dateci voce: non è una richiesta, è un ordine

Una lettera al Presidente del Consiglio e una petizione: per l'ennesima volta le donne si trovano a dover reclamare il primario diritto costituzionale di esistere e di essere rappresentate, sempre ignorato dagli organismi che si auto-riproducono al maschile.
È la solita vecchia storia. Prima di avanzare di ogni millimetro conquistato siamo state perseguitate, imprigionate, bruciate, ridicolizzate; quando abbiamo chiesto di essere rappresentate ci avete arrestate e uccise; né più né meno. Addirittura sentenziando: la morte è pienamente meritata da una donna [Olympe de Gouges, ndr] che dimentica le virtù che convengono al suo sesso - cioè essere schiava e basta: quel che ancora accade in gran parte di mondo.
E qui, dove l'uguaglianza è sancita dalla Costituzione, lo risolvete semplicemente togliendoci voce? Non siamo d'accordo; e ancor più dato che quanto ha fatto il potere maschile è un vero disastro. Quindi basta: #datecivoce

26 agosto 1789: a Versailles, l'Assemblea Nazionale Costituente francese emana la Dichiarazione dei diritti dell'Uomo e del Cittadino. Da allora i libri e la Storia (rispettando una lunga tradizione e, ad oggi, Wikipedia inclusa) sorvolano sempre su un dettaglio: tale dichiarazione si riferiva all'Uomo esclusivamente in quanto maschio, mentre la donna non vi era minimamente contemplata. Due anni dopo, nel 1791, Olympe De Gouges, raffinatissima letterata e politica, tentò di colmare questa lacuna pubblicando un documento complementare, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina: - atto che, insieme alle sue altre coraggiose prese di posizione contro la deriva dittatoriale, le costò poco dopo la ghigliottina. Un anno dopo, nel 1792, Mary Wollstonecraft pubblicava in Inghilterra la Rivendicazione dei diritti della donna, con critiche ai soggetti politici e morali
Ma la condanna della De Gouges venne addirittura lodata dal procuratore della Comune di Parigi, Chaumette, con la motivazione che la morte sia pienamente meritata da una donna che dimentica le virtù che convengono al suo sesso. Cioè l'obbedienza alla schiavitù a cui le donne si devono attenere. [l'articolo completo > a questo LINK]
[un altro pezzo che mostra la ridicolizzazione di ogni rivendicazione femminile > a questo LINK]. Di seguito "nessuna tassazione senza rappresentazione": l'orazione di Ortensia, cancellata dalla storia.

martedì 28 aprile 2020

Covid19: cause e soluzioni. Silvana Galassi: stiamo illuminando i posti sbagliati

L’economista Jean-Paul Fitoussi usò una metafora per spiegare perché l’Occidente non riesce a uscire da una crisi che si trascina dagli anni Trenta del Novecento: mettiamo i lampioni nei posti sbagliati. (Le théorème du lampadaire,)
[concetto sintetizzato da Fitoussi stesso con queste parole: "Se gli obiettivi che la politica economica mette in luce non sono quelli che contano davvero per le società, non avremo alcuna possibilità di capire perché il fatto di aver sviscerato o raggiunto tali obiettivi non risolva affatto il problema iniziale", ndr].



Trovo questa metafora quanto mai appropriata anche nel caso della crisi sanitaria che tutto il mondo sta affrontando, ognuno o modo suo.
Trattandosi di un virus che provoca patologie molto gravi, in alcuni casi mortali, è logico che i governanti abbiano interrogato prima di tutto i medici per capire come gestire il problema della cura dei malati infettati dal CoVID-19. E i medici hanno risposto dicendo che ci vogliono più letti negli ospedali, soprattutto in terapia intensiva e tamponi per rendere certa la diagnosi. Il secondo passo è stato quello di interrogare virologi, epidemiologi, statistici per prevedere come e quanto si diffonde il virus e adottare misure adeguate a contenere la diffusione. Poi, avendo capito che le misure al momento disponibili possono solo attenuare l’epidemia ma non eradicarla, molte risorse economiche sono state destinate alla ricerca di un vaccino e di farmaci efficaci, mobilitando i biotecnologi e farmacologi.
Ma, sebbene sia ormai fin troppo chiaro che questa ennesima zoonosi, cioè trasmissione dell’agente patogeno dagli animali all’uomo, sia dovuta all’alterazione dei normali rapporti interspecifici esistenti in natura e alla cattiva gestione degli ecosistemi naturali, non si è ritenuto opportuno coinvolgere gli ecologi e gli zoologi nell’ampio dibattito in corso. Eppure, se vogliamo evitare che situazioni del genere si presentino anche in futuro, quando potremmo finalmente essere in grado di tenere sotto controllo il CoVID-19, il problema va affrontato alla radice perché pare che 300.000 virus siano in agguato, molti dei quali probabilmente già in grado di fare il salto di specie
Il giornalista del National Geographic David Quammen ci aveva avvertito otto anni fa del pericolo rappresentato dalla eccessiva vicinanza dell’uomo agli animali selvatici nel suo saggio intitolato proprio Spillover, cioè salto di specie. E aveva anche denunciato la necessità di farla finita col commercio di animali selvatici a scopo alimentare e di loro parti a scopo terapeutico. I wet market, dove i banchi sono bagnati dal sangue, dal contenuto delle viscere e dagli escrementi di pangolini, pipistrelli, zibetti che vengono sacrificati sul posto per garantire l’autenticità e la freschezza del prodotto, sono molto diffusi in Asia. Se il mercato di Wuhan, sotto accusa per essere stato il luogo nel quale si è originata la pandemia, è stato temporaneamente chiuso, il commercio continua con l’esportazione di questi animali in altri Paesi asiatici. 
Del resto i problemi etici sono un fatto culturale e io stessa non mi scandalizzai a Bali quando, visitando una piantagione, sedicente “biologica”, di caffè, the, spezie e piante di cacao, mi fu presentato il luwak (zibetto), un piccolo mammifero dal quale i Balinesi ricavano un caffè molto speciale, il Kopi luwak, che si ottiene dalle feci dell’animale contenenti bacche solo parzialmente digerite. Ma poi venni a sapere che invece di raccogliere le feci nella foresta sotto le palme sulle quali vive questo piccolo mammifero notturno, si preferisce tenere lo zibetto in gabbia nutrendolo soltanto di caffè in sostituzione della sua dieta naturale composta soprattutto da frutta. 
D’altra parte nella civilissima Toscana pare sia ancora possibile trovare ristoranti dove viene servito clandestinamente l’istrice in salmì.
Ma questa non è più cultura, si tratta solo di mercato: le trattorie che servono gli istrici lo fanno pagare a caro prezzo, il kopi luwak viene venduto a 800 euro al chilo, la polvere ricavata dal corno del rinoceronte costa più dell’oro e il sangue di cobra, che viene spacciato come afrodisiaco, è ricercato dai turisti che visitano il Vietnam.  Intendiamoci, non propongo di diventare tutti vegetariani, anche se una riduzione del consumo di carne è necessaria se vogliamo salvaguardare la nostra salute e quella del pianeta, si tratta di vietare consumi che rischiano di portare all’estinzione di molte specie selvatiche e anche della nostra che ha la presunzione di definirsi un animale culturale
C’è un altro aspetto che mi scandalizza in questi mesi in cui la pandemia occupa quasi per intero la scena politica e le pagine dei giornali: anche se i politici si sono visti costretti ad affidarsi agli scienziati per ogni decisione da prendere nei riguardi della popolazione, sembra non si siano accorti che il mondo della ricerca è popolato anche da donne. Nella lista degli esperti del Comitato tecnico scientifico che si occupa del coronavirus non compare neppure un nome femminile. Qualche voce di protesta si è già levata a questo riguardo ma voglio segnalare che è stata fatta anche un’altra sorprendente discriminazione, questa volta nel tipo di competenze da mettere in campo: non c’è nessun ecologo nel Comitato anche se la distruzione degli ecosistemi, che vanno a fuoco per effetto del surriscaldamento del clima o vengono distrutti per pascolare bovini da carne o coltivare palme da olio, è stata riconosciuta come una delle cause dello spillover.
Se continueremo a mettere i lampioni nei posti sbagliati è molto probabile che continueremo ad avanzare a tentoni senza imboccare mai la strada giusta.