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martedì 11 agosto 2020

Pubblicato nuovo studio sulla relazione fra la produzione di carne e le epidemie umane

Una ricerca appena pubblicata su Biological Conservation analizza il rapporto tra incremento dell'allevamento di animali “da carne” nel mondo, perdita di biodiversità e rischi per la salute umana.

È noto come l'aumento degli allevamenti (intensivi ma anche estensivi) abbia come corollario la perdita di biodiversità. Lo studio ha approfondito l’argomento e ha messo a fuoco il collegamento tra questi due fenomeni e l'aumento delle malattie infettive nell'uomo e negli animali, incrociando diversi database sui temi salute umana e animale, aumento del bestiame e perdita di biodiversità, e comparando i dati relativi a epidemie umane e capi di bestiame risalenti agli anni Sessanta (e fino agli anni Quaranta per le epidemie). 
Dal 1960 l’umanità è stata colpita da 17.000 epidemie (16.994 registrate fino al 2019) per circa 255 malattie infettive, in un intensificarsi direttamente proporzionale alla perdita locale di biodiversità e all'aumento della densità di animali allevati per alimentazione.
Secondo i dati FAO, dal 1960 ad oggi il numero degli animali allevati, in condizioni sempre più penose e sempre più geneticamente modificati, è cresciuto costantemente, giungendo a  incrementi impressionanti:
1) i bovini da 1 miliardo a 1,6 miliardi 
2) i suini da 500 milioni a 1,5 miliardi di oggi
3) il pollame da 5 miliardi a 25 miliardi.
In una tendenza che è assolutamente da invertire, in quanto già ora insostenibile; cosa sarà fra pochi anni? Le proiezioni parlano chiaro, e sono sconvolgenti.


Contestualmente alla crescita dei capi allevati (e macellati), "le epidemie umane sono aumentate da circa cento all'anno nel 1960 a da 500-600 all'anno nel 2010, mentre le epidemie animali aumentano ancora più rapidamente: da meno di cento all’anno, nel 2005, a oltre 300 nel 2018.
Dice Serge Morand, che ha diretto la ricerca: "studiando i database, constatiamo che la cosa che meglio spiega l'aumento del numero di malattie infettive è proprio l’incremento degli allevamenti”. La seconda correlazione che emerge dallo studio è quella fra l'aumento delle malattie infettive e la perdita di biodiversità in ogni Paese.
La lista rossa regolarmente aggiornata dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura mostra la biodiversità sempre più in pericolo. Deforestazione, monocolture (in gran parte destinate solo a cibo per animali da macellare) e urbanizzazione riducono sempre più gli ecosistemi e la loro biodiversità; e meno biodiversità significa più circolazione di agenti patogeni. 
"Anche una grande varietà di agenti patogeni può essere poco pericolosa in paesaggi molto diversificati, con elevata biodiversità, perché qui c'è molta regolamentazione. La concorrenza tra le specie e i grandi predatori, ad esempio, regolano il numero degli animali serbatoi di agenti patogeni”, dice Serge Morand; “viceversa, la semplificazione dei paesaggi riduce i fattori di controllo, aumentando le possibilità di passaggio all'uomo; appena qui accade qualcosa diventa epidemia. Inoltre tutto è collegato, la distruzione delle foreste, ad esempio, porta allo spostamento dei pipistrelli e altri animali selvatici verso le infrastrutture umane, allevamenti compresi, il che rende più facile la trasmissione di malattie agli animali allevati, che a loro volta le trasmettono all'uomo”.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2008 mostrava che già allora, in totale, erano di origine animale il 60% delle malattie infettive e il 75% delle malattie emergenti; ma oggi le cose sono decisamente peggiorate, la diffusione di nuovi virus, di batteri pericolosi e di superbatteri antibiotico-resistenti è sempre più frequente; è notizia di questi giorni anche il primo lockdown, in Cina, per arginare contagi da peste bubbonica
Allora quali sono le soluzioni oggi per contenere questi pericoli?
Poiché il consumo di animali è il principale fattore determinante, c’è una sola soluzione: "dobbiamo ridurre il consumo di proteine ​​animali", afferma Serge Morand. 
Muriel Vayssier (che dirige l'Insititut Nationale de la Recherche Agronomique in Francia), ha commentato lo studio come “particolarmente importante, perché fra i pochi che analizza dati fattuali per trovare correlazioni positive tra questi tre elementi”, e lo fa su un periodo abbastanza ampio. “Molte malattie umane provengono da animali, perché condividiamo con loro molti dei nostri microbi. E se c'è poco contatto tra animali selvatici e umani, gli animali allevati sono spesso un anello della catena di contaminazione”, aggiunge. Però secondo Vayssier “le correlazioni positive ancora non dimostrano la relazione di causa ed effetto. Per dimostrare quale sia il fattore determinante bisognerà fare ulteriori studi affinando i parametri, ad esempio confrontando le pratiche agricole” e, oltre a queste, molti altri elementi quali esplosione demografica, cambiamento climatico o addirittura urbanizzazione.
Comunque si guardi la cosa, e per quanto si approfondiscano gli studi, resta fermo un insieme di dati noti da molti anni, su cui gli studiosi hanno lanciato ripetuti avvertimenti: la sola produzione della carne determina il 90% della distruzione dell’Amazzonia, ed è fra le prime cause di consumo di suolo e di risorse. È la seconda causa di produzione dell’inquinante più letale, le polveri sottili. È un grave moltiplicatore e incubatore di virus, batteri e superbatteri. È inoltre la seconda causa di surriscaldamento globale per produzione di gas serra; un surriscaldamento i cui rischi imminenti si stanno profilando come spaventosi per la sopravvivenza, e anche per l’economia.
Ora, al di là di ogni abitudine e di ogni pregiudizio, poniamoci onestamente una domanda: siamo sicuri che il piacere di consumare carni valga tutta la sofferenza che ci costa e il pericolo che determina? 
Anche i più privilegiati e protetti non si illudano: l'entità di questo prezzo sarà presto evidente per tutti.


lunedì 8 giugno 2020

Delude la strategia Farm to Fork della UE riguardo agli allevamenti intensivi

Ancora una volta si è deciso di ignorare l’elefante nella stanza, ha dichiarato Sebastian Joy: cioè il devastante impatto ambientale della zootecnia industriale.
La strategia Farm to Fork è sviluppata nell'ambito del nuovo Green Deal della Commisione Europea, e quindi di investimenti per 100 miliardi da destinare alla transizione verde.
Ma quale transizione verde si potrà mai attuare trascurando azioni forti sulla più importante fra le fonti primarie di consumo di foreste e risorse, degrado sanitario, riscaldamento globale e inquinamento?
In realtà, anche la versione definitiva di Farm to Fork tocca in diversi punti le gravi problematiche relative sia alla produzione, sia al consumo di carne. Ma, riguardo alle azioni da intraprendere nella direzione della "sostenibilità", è stata una delusione: definita addirittura una inversione a U rispetto agli obiettivi che si prospettavano di riduzione degli impatti causati dagli allevamenti intensivi.
Vegconomist rivela che, in una prima versione, la Commissione includeva la proposta di interrompere la promozione della carne ponendo fine ai finanziamenti UE erogati a questo scopo; dichiarazione che però è scomparsa dalla versione definitiva. Concretamente, non è stato fissato alcun obiettivo di riduzione di carne e latticini, né di spostamento dei sussidi agricoli dall'agricoltura industriale animale alla vera agricoltura, cioè la produzione di colture vegetali; né si è pensato a una tassa sulla sostenibilità.
Quindi, nonostante la Commissione Europea riconosca l'impatto della zootecnia sull'ambiente e sulla salute pubblica, incredibilmente la strategia Farm to Fork delinea una tabella di marcia politica verso un sistema alimentare più sostenibile sottovalutando il più grave dei suoi impatti ambientali e di salute
Un orientamento che appare inadeguato, visto che il consumo regolare di carne è dimostratamente insostenibile; basti pensare al dato di questa ricerca pubblicata da Science per cui (rispetto alla totalità degli alimenti considerati nell’analisi), i cibi di origine animale, che forniscono il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, causano da soli l'occupazione dell’83% dei terreni e quasi il 60% dei gas serra e dell’inquinamento di aria e acqua.



Insomma, ha ragione Joy ad affermare che questa omissione della Commissione: "è un duro colpo per tutti coloro che si augurano seriamente di instaurare un sistema alimentare sostenibile, perché se non affrontiamo la sovrapproduzione e il consumo eccessivo di prodotti di origine animale, non possiamo nemmeno iniziare a sperare di trasformare il sistema alimentare attuale. Gli obiettivi di riduzione della carne e dei prodotti lattiero-caseari sono essenziali perché la stessa politica alimentare della Commissione abbia successo. Senza di essi, il piano per rendere l'Europa neutrale in termini di emissioni di carbonio entro il 2050 è destinato a fallire. Si tratta di una grande occasione mancata, sollecitiamo quindi la Commissione a riconsiderare i suoi piani".






L'impatto della carne in 4 minuti:



Cowspiracy: tutto quello che non sai sull'impatto ambientale della carne:

venerdì 15 maggio 2020

COVID19: eliminare le cause. Lettera al presidente del Consiglio e Ministri della Salute, dell'Ambiente, dell'Agricoltura e degli Affari Europei

Quattro importanti associazioni hanno indirizzato al Governo una lettera che ci auguriamo non sarà lasciata cadere: su questi argomenti vogliamo risposte.
Destinatari: Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte / Ministro della Salute, Roberto Speranza / Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa / Ministra delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova / Ministro per gli Affari Europei, Vincenzo Amendola

Gentile Presidente del Consiglio, Gentili Ministri, 
Il 70% delle malattie infettive che hanno colpito gli esseri umani negli ultimi decenni sono di origine animale, e il COVID-19 non fa eccezione


I cambiamenti nell’uso del suolo e del mare, nonché la distruzione degli habitat naturali dovuta soprattutto all’intensificazione degli allevamenti intensivi, causano interazioni sempre più frequenti e strette tra umani, fauna domestica, fauna selvatica ed ecosistemi. 
Sebbene la scienza non abbia ancora stabilito con certezza la fonte del coronavirus alla base della sindrome COVID-19, è opinione diffusa che esso abbia fatto il salto di specie dagli animali selvatici all'essere umano come conseguenza della promiscuità in cui vengono tenute diverse specie animali nei “wet market” asiatici. Tuttavia, la malattia potrebbe aver avuto origine anche qui, sul territorio europeo. L'Unione europea è infatti una delle principali destinazioni per la vendita di animali esotici “da compagnia”, tra cui primati, rettili e anfibi, commercializzati e trasportati spesso illegalmente e senza controlli sanitari. 
Ma la prossima pandemia, potenzialmente peggiore di quella attuale, potrebbe originarsi da quella che oggi è la modalità di produzione alimentare standard nelle parti più sviluppate del mondo: il sistema di allevamento intensivo


I miliardi di animali allevati annualmente in condizioni intensive (migliaia di miliardi, se si considerano i pesci in acquacoltura) costituiscono serbatoi naturali e veicoli di virus [e superbatteri, ndr]  potenzialmente pericolosi, se non devastanti, per l'essere umano. 
Solo nell'Unione europea, centinaia di milioni di suini e miliardi di polli allevati in condizioni industriali intensive sono incubatori di malattie zoonotiche che influiscono pesantemente sulla salute pubblica già allo stato attuale


Molte di queste malattie stanno diventando sempre più difficili da curare, poiché l'uso indiscriminato di antibiotici negli allevamenti [e molti non sanno che gli antibiotici sono usati massicciamente anche per aumentare il volume degli animali, ndr] contribuisce in modo significativo alla resistenza antimicrobica, in aumento nell'UE nonostante i continui sforzi messi in atto per contrastare questo fenomeno. 
Il COVID-19 lo ha messo chiaramente in evidenza: non possiamo più occuparci della salute pubblica senza rivedere il modo in cui ci rapportiamo agli animali, dall’allevamento alla loro commercializzazione
La strategia sulla biodiversità fino al 2030 e la strategia Farm-to-Fork, attualmente in fase di elaborazione come parti integranti del Green Deal europeo, offrono un'opportunità unica per stabilire un nuovo tracciato per l'Unione europea: la messa al bando del commercio di animali esotici e l’abbandono delle forme intensive di allevamento al fine di proteggere la salute delle persone, la biodiversità e il benessere degli animali
Pertanto noi, i sottoscritti, chiediamo che l’Italia faccia proprie le seguenti raccomandazioni nella sua posizione Europea e incoraggi la Commissione europea ad integrarle nelle strategie Biodiversity to 2030 e Farm-to-Fork all’interno del Green Deal europeo:
• Strategia sulla biodiversità fino al 2030 
•  Immediata restrizione al commercio tramite la discussione su basi scientifiche di una “Positive List” a livello europeo, in vista di un definitivo bando al commercio di specie selvatiche ed esotiche;
 Il piano d'azione post-2020 contro il traffico di animali selvatici deve essere pienamente integrato nella strategia sulla biodiversità fino al 2030 e deve ricevere finanziamenti adeguati;
 La strategia deve includere misure di divieto sul commercio intracomunitario e di esportazione di specie a rischio d’estinzione, come le tigri - quand'anche allevate in cattività - e i prodotti derivati;
  Devono essere stanziati fondi a livello UE per garantire un sostegno coerente e adeguato ai centri di recupero della fauna selvatica in tutti gli Stati membri. Queste strutture svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi dei Paesi nella lotta contro il traffico di animali selvatici e nel garantire il benessere degli animali selvatici confiscati. 
• Strategia Farm-to-Fork 
•   Il benessere degli animali deve essere inserito come pilastro a sé stante e deve delineare un cambiamento concreto delle condizioni di vita degli animali;
•  La PAC deve essere riformata in modo che il denaro pubblico non sia più destinato a metodi di allevamento intensivi ma piuttosto alla riconversione delle attività;
•  Gli sforzi per promuovere fonti alternative di proteine a base vegetale per l'alimentazione umana devono essere ulteriormente sostenuti aiutando i ricercatori e gli agricoltori a sviluppare e commercializzare tali prodotti; 
Per eliminare le pandemie è necessario eliminare la crudeltà sugli animali, ora e per sempre. Cordialmente, 
Alice Trombetta / Direttore Esecutivo Animal Equality Italia 
Simone Montuschi / Presidente Essere Animali 
Gianluca Felicetti / Presidente LAV 
Piera Rosati / Presidente LNDC  

martedì 12 maggio 2020

COVID19. Produzione della carne: anche esasperazione della produttività e sfruttamento fra le cause del persistere del contagio

Per capire perché gli allevamenti intensivi costituiscono un grave fattore di rischio di malattie potenzialmente pandemiche, bisogna pensare a un complesso mix di concause, fra cui il loro ruolo nella produzione di polveri sottili, per giunta inquinate da virus e batteri. Ma riguardo alla diffusione del contagio c’è un altro importante elemento da non trascurare: il quadro di esasperazione della produttività e di sfruttamento che non è crudele solo verso gli animali e l’ambiente ma anche verso i lavoratori, impiegati in numero molto esiguo rispetto all’entità delle produzioni e dei fatturati.


Questo punto, riferito agli allevamenti negli Stati Uniti, è ben descritto da Michael Haedicke (sociologo della Drake University), in un articolo che riportiamo parzialmente di seguito:
(...) I grandi impianti di produzione della carne sono diventati focolai per l'infezione da coronavirus, insieme alle carceri e alle case di cura. Dal 1° maggio (fino al 6 maggio, ndr) fra i lavoratori della carne si sono avuti quasi 5.000 contagiati e 20 morti. Le aziende della carne, quindi, dallo stato di Washington allo Iowa alla Georgia hanno dovuto temporaneamente sospendere le attività, benché il presidente Trump abbia invocato il Defence Production Act per forzarne rapidamente le riaperture.
Come ha dichiarato il governatore dello Iowa Kim Reynolds, i focolai di virus nelle aziende della carne sono "molto difficili da contenere". Ma cosa rende queste attività così pericolose? Da sociologo che ha studiato i problemi del lavoro nel sistema alimentare, vedo due risposte.
In primo luogo, nell’industria della carne contribuiscono alla diffusione di Covid19 le condizioni di lavoro, modellate dalla pressione per la più alta produttività. In secondo luogo, le modalità con cui questa industria si è evoluta dagli anni Cinquanta rendono difficile per i lavoratori mettere in atto condizioni di sicurezza anche in tempi favorevoli, figuriamoci durante una pandemia. La combinazione di questi fattori aiuta a spiegare perché le industrie della carne negli Stati Uniti siano ora così pericolose e perché questo problema sarà difficile da risolvere. (...) 
Anche in condizioni normali, si tratta di luoghi di lavoro a rischio per via dell'uso di coltelli, seghe e altri utensili da taglio, nonché di tritacarne industriali e altri macchinari pesanti. Le lesioni traumatiche per incidenti sul lavoro sono comuni e gli errori possono avere conseguenze raccapriccianti. Ricercatori governativi hanno anche documentato tra i lavoratori lesioni croniche da sforzi di movimento ripetitivi. Le stesse condizioni che portano a incidenti e lesioni durante i periodi normali concorrono anche alla diffusione del coronavirus. Per comprendere questa connessione, è prima di tutto importante sapere che la produzione della carne è un'industria di volume; e più alta è la produttività giornaliera, cioè più animali trasforma in carne, più è lucrativa.
Ad esempio, lo stabilimento di Smithfield a Sioux Falls, nel Dakota del Sud (chiuso indefinitamente ad aprile dopo che centinaia di lavoratori sono risultati positivi al Covid19),  produce 18 milioni di porzioni di carne di maiale al giorno, Impiegando 3.700 persone [vuol dire quasi 4900 porzioni di carne prodotte al giorno per ogni lavoratore, circa 10 al minuto, ndr]. Per massimizzare l'efficienza la produzione avviene su una catena di montaggio - o meglio di smontaggio. I lavoratori stanno vicini e svolgono compiti semplici e ripetitivi su parti di animali mentre queste scorrono. Le linee si muovono in fretta, processando in media, in una sola ora, ben 1.000 maiali e addirittura oltre 8.000 polli. 


Eppure nell'ottobre 2019 l'amministrazione Trump ha eliminato i pochi limiti di velocità della linea di produzione negli impianti delle carni suine e anche i limiti per i singoli impianti di lavorazione del pollame. Velocità e organizzazione degli allevamenti e del confezionamento delle carni promuovono entrambe la diffusione del coronavirus. I dipendenti lavorano fianco a fianco a un ritmo che rende difficile, se non impossibile, praticare comportamenti protettivi come coprire starnuti e tosse.
L'Ente per il controllo e la prevenzione delle malattie ha pubblicato linee guida che includono distanziatori di almeno 180 cm e barriere, adottati da alcuni impianti, ma le pressioni per la rapidità della produzione possono limitarne l’efficacia.
Per capire come mai i lavoratori della carne tollerano queste condizioni difficili e pericolose bisogna guardare alla storia del settore. Secondo molti lavorare in questi impianti è sempre stato difficile e pericoloso come descritto nel 1906 in "The Jungle", il famoso romanzo di Upton Sinclair; un libro che descriveva i lavoratori della carne nella prima metà del Novecento a Chicago, in condizioni simili a quelle dell'industria moderna. Eppure, per diversi decenni dopo la seconda guerra mondiale, le condizioni di lavoro negli impianti della carne erano migliorate costantemente a seguito della pressione esercitata dagli stessi lavoratori. A partire dal 1943, il sindacato United Packinghouse Workers of America organizzò i dipendenti della carne nelle principali città, assicurando accordi generali con le più grandi aziende, come Armor e Swift, che garantivano salari e condizioni di lavoro standard in tutto il settore.
Una fonte dell'influenza dell'UPWA era la sua capacità di costruire alleanze interrazziali. (…) Il logo del sindacato, che raffigurava mani in bianco e nero serrate, simboleggiava la sua capacità di colmare le differenze. Il suo sostegno al movimento per i diritti civili negli anni '60 rivelava anche il suo impegno per l'uguaglianza razziale. Ma negli anni '70 il sindacato era in declino. Un fattore chiave è stata la decisione delle aziende leader del settore di spostare la produzione da città con una forte tradizione sindacale (come Chicago e Kansas City), a cittadine sparse nelle Grandi Pianure e negli Stati Uniti sud-orientali.
Per molte ragioni le forze lavoro rurali sono più difficili da organizzare rispetto a quelle urbane. La maggior parte delle piccole città non ha una storia sindacale e anzi spesso è forte il sentimento anti-sindacale (…). Inoltre, nelle piccole città questi impianti sono spesso i principali datori di lavoro, quindi lavoratori e autorità municipali dipendono entrambe da loro per l'occupazione e per le entrate fiscali. Questa relazione crea un'enorme pressione che induce deferenza verso le aziende di trasformazione delle carni.
Inoltre, dalla fine del Novecento, consolidandosi il settore, le industrie della carne bovina, pollame e altre carni si sono ingrandite, mentre poche proprietà, come Cargill e Tyson, hanno finito per dominare tutto il settore. Questa sorta di monopolio dà loro una capacità ancora maggiore di controllare le condizioni di lavoro e i salari.
Infine, gli impianti di oggi reclutano spesso lavoratori dal Messico e dall'America Centrale, alcuni dei quali potrebbero non avere l'autorizzazione legale a lavorare negli Stati Uniti, e rifugiati senza molte alternative di impiego e senza familiarità con le precauzioni sul lavoro.
La precarietà legale ed economica rende difficile sfidare i datori di lavoro. Anche differenze culturali, lacune linguistiche e pregiudizi razziali possono porre ostacoli all'azione collettiva. Le organizzazioni dei lavoratori non sono scomparse; la United Food and Commercial Workers Union ha invitato l'amministrazione Trump a garantire sicurezza durante la pandemia, ma sta combattendo una battaglia impari. Nonostante le rassicurazioni di Trump che gli impianti chiusi riapriranno in sicurezza, c’è da aspettarsi che le pressioni per l’alta produttività e i limiti nella capacità di difendersi dei lavoratori faranno sì che le infezioni persistano.
Nell’industria della carne, come in altri settori, la pandemia ha rivelato come le persone che svolgono un lavoro "essenziale" per gli americani possano essere trattate come se fossero sacrificabili. 

Questi impianti si somigliano in tutto il mondo. Com'è la situazione in Italia?

Le immagini degli allevamenti intensivi che si possono trovare ovunque sono talmente scioccanti che non vogliamo metterle qui; ma fate un giro in rete e ne avrete immediatamente un'idea.


mercoledì 6 maggio 2020

COVID19: rapporto con allevamenti intensivi e polveri sottili

Le cosiddette polveri sottili sono l’inquinante atmosferico che provoca i maggiori danni alla salute umana in Europa. Il particolato PM10, costituito da particelle solide e liquide con diametro aerodinamico fra 0,1 e circa 100 μm (micrométro o micron), è così leggero che viene respirato con l’aria. Il particolato fine PM2,5, con diametro inferiore a 2,5 μm, ha particelle solide e liquide così piccole che non solo penetrano in profondità nei nostri polmoni, ma entrano anche nel nostro flusso sanguigno, proprio come l’ossigeno: per avere un'idea delle loro dimensioni si consideri che il diametro dei globuli rossi è oltre 3 volte più grande. Coronavirus: qual è il nesso?



Dopo due mesi di lockdown per epidemia ci chiediamo: come è possibile che nella sola Lombardia si conti la metà delle morti in Italia e ben il 7% di quelle mondiali? E che, aggiungendo l’Emilia-Romagna, addirittura il 64% dei decessi in Italia si concentri in queste sole aree?
Quando la comunità scientifica ha iniziato a raccogliere dati che potessero spiegarlo i pochi giornalisti di inchiesta che vi hanno prestato attenzione sono stati duramente attaccati come mentitori, boicottatori irresponsabili di un sano indotto industriale. Ma non è una invenzione mediatica: indagando l’aria inquinata come possibile co-fattore della gravità dell’epidemia nel nord Italia, diversi studi hanno ipotizzato che siano proprio le polveri sottili, peggiorando l’infiammazione, ad alzare la mortalità causata dal virus; e altrettanto inquietanti sono i dati su quali sono le attività che più producono queste polveri. Uno studio pubblicato su ScienceDirect già a fine marzo dice: “l’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”. Una successiva ricerca dell’Università di Harvard nota come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. ISPRA conferma che “l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio qui che in altre aree” (Riccardo De Lauretis). Arpa Lombardia (Guido Lanzani) ricorda anche che, poiché la Pianura Padana è chiusa su tre lati da montagne, la sua conformazione “non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi” come invece avviene altrove [Arpa Lombardia, La qualità dell’aria nel 2019]. E ora anche l’Unità Investigativa di Greenpeace Italia e Arpae Emilia-Romagna confermano l’ipotesi di “un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”. 


Le regioni del nord-Italia, note per trainare l’economia, accettano il corollario delle ricadute ambientali, ma oltre un certo limite l’inquinamento diventa pericoloso per gli abitanti: questa è appunto la situazione attuale di Lombardia ed Emilia-Romagna (e in misura minore Piemonte), regioni in cui il livello di particolato è il peggiore in Italia e tra i peggiori in Europa.
E quali sono le cause principali di questo inquinamento? 
al secondo posto tra le cause in Italia, con l’incidenza più rilevante in Lombardia, c’è l’allevamento, per giunta con un trend in continua ascesa. In Italia gli allevamenti causano il 75% delle emissioni di ammoniaca; in Lombardia addirittura l’85%; questa ammoniaca “concorre in media a un terzo del PM, superando durante gli episodi acuti il 50% del totale” (Guido Lanzani di Arpa Lombardia). Anche un accurato studio di Arpae Emilia-Romagna fa emergere che l’allevamento intensivo è la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.
Quindi non si può più ignorare che, per affrontare i picchi, non basta bloccare il traffico: si deve agire anche sugli allevamenti, dice l'esperto ISPRA Mario Contaldi.
Cosa ci dicono i dati aggiornati al 2018? che i settori più inquinanti sono climatizzazione e allevamenti (54% del PM2,5 in Italia), seguiti solo per il 14% da trasporti stradali e solo per il 10% dall’industria. Ma si noti che negli ultimi 18 anni, mentre la percentuale di PM2,5 causata da traffico su strada e industria continuava a scendere, quella degli allevamenti ha continuato a crescere (dal 7% al 17%).
Come mai, in tendenza contraria agli altri settori, gli allevamenti hanno incrementato i loro inquinanti del 142%? E come è possibile che gli allevamenti intensivi concorrano a questo inquinamento per ben il 66% in più rispetto a tutta l'industria? 
Il fatto è che l’industria deve rispondere a limiti precisi, dotandosi di sistemi adeguati per rispettarli; invece gli allevamenti sono pochissimo controllati: decine di migliaia di attività zootecniche disperdono inquinanti, spargendo i liquami, senza adeguati contenimenti. Se questi ci fossero, dice Ispra, gli allevamenti potrebbero ridurre drasticamente le emissioni di ammoniaca e quindi il particolato. 

Ecco i dati 2018 sulla partecipazione dei vari settori al particolato PM2,5:
36,9% :  Climatizzazione (residenziale, commerciale, industriale)
16,6% :  Allevamenti 
14,0% :  Trasporti su strada (incluse merci) 
10,0% :  Attività industriali 
7,8% :    Altri mezzi di trasporto (ad es. aerei) 
7,8% :    Altri settori vari (inclusi fuggitive, solventi, rifiuti)
4,4% :    Agricoltura esclusi allevamenti 
2,5% :    Produzioni energetiche varie (quali combustioni per produrre energia e trasformare prodotti energetici)
Avendo appurato che gli spandimenti di reflui zootecnici causano alte emissioni di ammoniaca (che a loro volta incrementano il particolato e quindi lo smog nell’aria; con l’aggiunta di una varietà e quantità di virus, batteri e super-batteri), secondo Ispra (ma anche secondo il buon senso) “i Comuni dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul proprio territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”.
Invece questi impianti continuano a crescere, e rappresentano ormai la quasi totalità delle attività di allevamento, lasciando al biologico solo una piccola fetta. Ah si, e non lasciamoci ingannare da operazioni di puro marketing come le etichette "benessere animale": per lo più specchietti per le allodole; le diciture ingannevoli aggiungono la beffa al danno.

In conclusione, sotto gli occhi abbiamo un quadro sconcertante: 
1. da un lato : alti profitti privati e ridotta occupazione
i sistemi intensivi di allevamento aumentano a dismisura i loro profitti a spese di immani sofferenze animali e riducendo invece l’occupazione. Infatti, "più l’allevamento è intensivo, più gli animali soffrono e meno addetti sono richiesti: per i polli industriali ad esempio è sufficiente 1 addetto ogni 100.000 animali” (dalla fabbrica alla forchetta)
2. dall’altro : gravissimi danni collettivi
più l’allevamento è intensivo e più abnormi sono i suoi costi ambientali, i quali (al contrario dei profitti) ricadono interamente sulla collettività.
Però, anziché contestare un sistema malato, fondato sulla sfruttamento estremo e sulla malattia, anziché agire per mitigarne gli effetti sul territorio e sulle persone (oltre che sugli animali), lo si sostiene, addirittura lo si incoraggia, con l’indulgenza dei non-controlli e con una gran quantità di soldi pubblici, che ad esempio tramite i sussidi della Politica Agricola Comune (PAC), coprono addirittura importi tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue
Ma se c'è una cosa che l'emergenza sanitaria ci insegna, è che se dei soldi vanno investiti, è il momento di farlo nella direzione di riconvertire questi mostri di inquinamento, malattia e dolore; se non per ragioni etiche, almeno per preservare il clima e la salute pubblica
Dice Carlo Modonesi, del Comitato scientifico di ISDE Italia (International Society of Doctors for the Environment): "L'esposizione ripetuta nel tempo ai sospesi nell’aria, da parte delle comunità umane residenti nelle vicinanze di impianti zootecnici, può portare a disturbi respiratori, effetti tossici di diversa natura, problemi della funzione polmonare, malattie infettive, infiammazioni croniche respiratorie e asma". Secondo ISDE inoltre, può aumentare il rischio di insorgenza di gravi broncopneumopatie cronico-ostruttive. E anche tutti i costi per la sanità che ne derivano, si badi bene, ricadono poi solo sullo Stato e sui cittadini; così come quelli causati da virus, batteri resistenti agli antibiotici ecc. veicolati da queste polveri. 
A proposito di salute pubblica e del pianeta, non possiamo dilungarci qui su tutti i gravissimi problemi causati da questo settore (già sviscerati per decenni da centinaia di studi rimasti inascoltati). Ma dal vertiginoso utilizzo di antibiotici e altri farmaci (e quindi selezione e diffusione di superbatteri) fino ai salti di specie, per non parlare poi del contributo al riscaldamento globale dato dall’impatto in CO2 e metano (e riduzione di foreste) che gli allevamenti hanno, si tratta di un mix che rende gli allevamenti intensivi dei veri e propri distruttori del Pianeta nonché incubatori di malattie potenzialmente letali anche su larga scala. Pericolosi in primis per gli stessi dipendenti (vedi anche: in Usa e in Canada aziende della carne costretti alla chiusura per coronavirus).
È una lunga catena collegata in un processo fatale - come un domino che parte da una tessera di pochi millimetri: la tua bistecca, e finisce per tirare giù un muro spesso dieci metri - la salute di noi tutti.
Facciamo di necessità virtù: è ora di agire; a partire dal trasformare radicalmente, in meglio, un settore importante nell'interesse di tutti.
Fonti dei dati: sono riportate nei link disseminati lungo l'articolo. Vedi anche: "Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19" di Elisa Murgese





Bisogna iniziare a ragionare in termini di #salutecircolare: solo se comprendiamo che non esiste salute delle persone senza salute del Pianeta, inizieremo a comprendere che anche il Coronavirus non è un "fatto isolato": ma è una malattia circolare. Solo partendo da qui sapremo realizzare una guarigione e una prevenzione, e quindi un futuro.


martedì 5 maggio 2020

COVID19: Jane Goodall sulle cause dello spillover

Mercati degli animali selvatici e allevamenti intensivi sono gli ambienti ideali per gli spillover; e quindi per la diffusione di nuovi virus e l'innesco di nuove pandemie. Su questo tema parla Jane Goodall in una nuova intervista, da cui riportiamo alcuni stralci: 
Molte malattie umane provengono da virus “saltati” da animali all’uomo. Le condizioni dei mercati della carne selvatica, dove spesso ci sono animali stipati, consentono al virus di passare all’uomo con più probabilità. Dobbiamo affrontare tutto questo, oltre alla distruzione dell’ambiente (…a causa della quale) ancora una volta si crea un ambiente in cui un virus può saltare da un animale all’uomo e causare una nuova malattia. (…) Ma dobbiamo considerare un altro ambiente ideale per lo spillover: l’allevamento intensivo di animali. Perché molte di queste epidemie sono partite dall’allevamento intensivo (…) 
[la foto è tratta dall'articolo che trovate > QUI]
Temo che il problema sia il tipo di leader politici che abbiamo in molti paesi del mondo. Non vedono l’ora di tornare al business as usual, questo è il problema. Quindi la mia speranza è che i cittadini (…) milioni di loro non vorranno tornare al vecchio ambiente in cui sono cresciuti. Ma deve esserci un’ondata di cambiamento così grande da poter in qualche modo sopraffare chi è al potere in questo momento (…) Non sappiamo quanto tempo abbiamo, e allo stesso tempo la gente tende a dimenticare l’altra grande crisi, il cambiamento climatico. Ma tutto ciò è legato alla nostra mancanza di rispetto per la natura e per gli animali. Ce la siamo cercata.
(...) La mia opinione è che milioni di persone prenderanno questa situazione come un campanello d’allarme e cominceranno a pensare in modi in cui non hanno mai pensato prima, tanto più se impareranno a conoscere l'effetto spillover (…)
Il cambiamento climatico è spinto in gran parte dalle grandi aziende e dalla carenza della legislazione per limitare le emissioni. (…) In qualche modo dovrebbe esserci una legislazione globale sul clima, perché quello che succede in un paese riguarda anche i paesi dell’altra parte del mondo. (…) (Durante la guerra) una cosa buona che abbiamo imparato è non dare nulla per scontato. E credo che questa pandemia stia insegnando anche questa lezione. Non date per scontate la vostra salute e la vostra libertà, non date per scontato il «business as usual»; le cose possono cambiare. (...) alcuni lavoreranno affinché si comprendano meglio gli animali, altri per cercare di convincere quegli struzzi con la testa nella sabbia, che pensano solo a se stessi. Persone come te che raccontano le cose come stanno sono incredibilmente importanti in un momento come questo. E più storie raccontiamo, meglio è. E penso che sì, dobbiamo conoscere le cattive notizie. Sicuramente. Abbiamo bisogno di vedere le immagini di animali ammassati in questi mercati di carne selvatica, che sono terribili. Ma credo che si debba mostrare alla gente anche altro, quanto gli animali sono fantastici. 
Questi stralci focalizzati sulle cause più dirette dello spillover, sono tratti da: "Jane Goodall: in Africa rischio di catastrofe per uomini e animali", intervista di Stella Levantesi su Il Manifesto  

mercoledì 15 aprile 2020

Covid19 e media: riguardo alla lettera congiunta delle Associazioni del mondo zootecnico italiano

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo:
Oggetto: Lettera congiunta delle Associazioni del mondo zootecnico italiano 
Egregio Direttore della Rai, dott. Marcello Foa,  
Egregia Ministra delle Politiche Agricole e Forestali, on. Teresa Bellanova,  
in merito alla lettera in oggetto, pervenutaVi dalle associazioni della carne: scriviamo in rappresentanza di noi stessi, cittadine e cittadini (per alcuni interessanti solo come consumatori), per segnalare l’inaccettabile atteggiamento intimidatorio che sta prendendo piede, da parte di alcuni produttori del mondo zootecnico italiano, di attacco alle poche trasmissioni di inchiesta della televisione pubblica, che hanno illuminato il tema del collegamento fra il disastro ambientale planetario (a cui molto concorrono gli allevamenti intensivi) e l’epidemia di coronavirus; un attacco che inoltre avalla, negandola, la scarsa qualità di molti alimenti di origine animale.


Il settore agro-alimentare italiano legato alla zootecnia degli allevamenti intensivi ha grosse responsabilità nel continuare a far pervenire sugli scaffali e nei frigoriferi di negozi e supermercati alimenti e prodotti molto critici, non solo in termini di sicurezza e di qualità, ma anche di gravi ricadute ambientali che paghiamo tutti molto care. L’urgenza con cui ci appelliamo a Voi, sottolineando l’inaudita gravità di quanto denunciamo, è legata al fatto che puntare il dito contro i pochi giornalisti di inchiesta del servizio pubblico che, nel mezzo della più terribile pandemia dell’epoca contemporanea, rischiano personalmente per garantire a tutti corretta informazione, è pericolosissimo ed intollerabile
Parliamo di Sabrina Giannini (Indovina chi viene a cena), e Mario Tozzi (Sapiens), che rompono l’omertà su temi cruciali; ma anche di tutti gli altri lavoratori del mondo dell’informazione che sono raggiunti, potenzialmente, dalla stessa intimidazione, solo perché con profonda assunzione di responsabilità si mettono al servizio del Paese, dei cittadini e dei consumatori, per garantire, almeno su quanto si mette in tavola, corrette conoscenze
Se guardiamo alla programmazione di tutte le tv, rinveniamo una grandissima carenza di informazioni sull’inquinamento terrestre e sulla sua relazione con il Coronavirus. Sono state felici eccezioni le due trasmissioni citate che, fra le altre cose, hanno fatto luce su come gli allevamenti intensivi siano fra i grandi responsabili di deforestazione e inquinamento. Per il resto non si parla affatto della pericolosa associazione fra coronavirus e disastro ambientale (disastro a cui la scienza dimostra che concorrono in modo grave le modalità di produzione e consumo di carne). 
Non se ne parla mai su Tg e talk show, ma solamente, e troppo raramente, su programmi autorevoli di inchiesta o di approfondimento: nello specifico ci riferiamo appunto a “Sapiens” di Mario Tozzi e a “Indovina chi viene a cena”, con Sabrina Giannini. 
Il collegamento tra la pandemia in corso e le condizioni pericolose create dall’industria della carne, in particolare dai due gravi fenomeni interagenti degli allevamenti intensivi e dei wetmarket, deve essere chiarito ai telespettatori che - già confusi dall’attuale situazione - non devono essere tenuti all’oscuro delle implicazioni dei modelli alimentari
Alla luce delle intimidazioni già indirizzate a “Sapiens” e a “Indovina chi viene a cena”, abbiamo il fondato timore che le associazioni della carne, proseguendo nel loro strampalato sillogismo censorio, continueranno a fare pressioni indebite per impedire informazione scientificamente corretta, anche sul collegamento fra pandemia da Coronavirus e allevamenti intensivi
Il danno dell’ignoranza, aggiungendosi a tutte le conseguenze dell’attuale situazione emergenziale, potrebbe essere irreparabile per l’intera umanità che, già in ginocchio da mesi di lockdown, non sarebbe in grado di reggere una seconda pandemia causata dal comparire di nuovi virus, per via del cieco perseverare in pratiche non sostenibili.
Tali trasmissioni, animate da sincera dedizione alla professione giornalistica, sono le sole a supplire a una informazione carente, che sistematicamente ignora di indagare le cause della pandemia e quindi non concorre a prefigurare nessuna concreta via di uscita. 
Saturare i telespettatori con informazioni imprecise, frammentate e non contestualizzate, da cui si evince che la comparsa del virus sia un fatto misterioso e casuale, e che le sole problematiche di cui occuparsi siano sintomi o vaccini, non solo è sbagliato, ma è letalmente pericoloso perché minaccia la sopravvivenza stessa dell’umanità. E’ essenziale che la RAI, consapevole del fondamentale ruolo che il servizio pubblico riveste, in particolare in momenti come questo che stiamo vivendo, presti molta attenzione a quei messaggi che, al mero scopo di difendere interessi privatistici, discreditano il contributo scientifico e si oppongono a ogni riflessione sui necessari cambiamenti da attuare. 
Speriamo davvero che vorrete prendere in considerazione il nostro appello a garantire un’informazione approfondita, equa ed imparziale, che non si limiti a propinare improponibili soluzioni palliative; in quanto dovremmo tutti, compattamente, adoperarci per uscire da quelle insostenibili condizioni strutturali che sono il terreno stesso delle pandemie globali
Seguono firme
molte, molte firme

Aggiornamento del 27/4/2020: in Usa e in Canada molti allevamenti intensivi e aziende di packaging della carne costretti alla chiusura a causa delle condizioni che favoriscono i focolai di coronavirus. Altissimo il numero di contagiati fra i dipendenti.