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martedì 11 agosto 2020

Pubblicato nuovo studio sulla relazione fra la produzione di carne e le epidemie umane

Una ricerca appena pubblicata su Biological Conservation analizza il rapporto tra incremento dell'allevamento di animali “da carne” nel mondo, perdita di biodiversità e rischi per la salute umana.

È noto come l'aumento degli allevamenti (intensivi ma anche estensivi) abbia come corollario la perdita di biodiversità. Lo studio ha approfondito l’argomento e ha messo a fuoco il collegamento tra questi due fenomeni e l'aumento delle malattie infettive nell'uomo e negli animali, incrociando diversi database sui temi salute umana e animale, aumento del bestiame e perdita di biodiversità, e comparando i dati relativi a epidemie umane e capi di bestiame risalenti agli anni Sessanta (e fino agli anni Quaranta per le epidemie). 
Dal 1960 l’umanità è stata colpita da 17.000 epidemie (16.994 registrate fino al 2019) per circa 255 malattie infettive, in un intensificarsi direttamente proporzionale alla perdita locale di biodiversità e all'aumento della densità di animali allevati per alimentazione.
Secondo i dati FAO, dal 1960 ad oggi il numero degli animali allevati, in condizioni sempre più penose e sempre più geneticamente modificati, è cresciuto costantemente, giungendo a  incrementi impressionanti:
1) i bovini da 1 miliardo a 1,6 miliardi 
2) i suini da 500 milioni a 1,5 miliardi di oggi
3) il pollame da 5 miliardi a 25 miliardi.
In una tendenza che è assolutamente da invertire, in quanto già ora insostenibile; cosa sarà fra pochi anni? Le proiezioni parlano chiaro, e sono sconvolgenti.


Contestualmente alla crescita dei capi allevati (e macellati), "le epidemie umane sono aumentate da circa cento all'anno nel 1960 a da 500-600 all'anno nel 2010, mentre le epidemie animali aumentano ancora più rapidamente: da meno di cento all’anno, nel 2005, a oltre 300 nel 2018.
Dice Serge Morand, che ha diretto la ricerca: "studiando i database, constatiamo che la cosa che meglio spiega l'aumento del numero di malattie infettive è proprio l’incremento degli allevamenti”. La seconda correlazione che emerge dallo studio è quella fra l'aumento delle malattie infettive e la perdita di biodiversità in ogni Paese.
La lista rossa regolarmente aggiornata dall'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura mostra la biodiversità sempre più in pericolo. Deforestazione, monocolture (in gran parte destinate solo a cibo per animali da macellare) e urbanizzazione riducono sempre più gli ecosistemi e la loro biodiversità; e meno biodiversità significa più circolazione di agenti patogeni. 
"Anche una grande varietà di agenti patogeni può essere poco pericolosa in paesaggi molto diversificati, con elevata biodiversità, perché qui c'è molta regolamentazione. La concorrenza tra le specie e i grandi predatori, ad esempio, regolano il numero degli animali serbatoi di agenti patogeni”, dice Serge Morand; “viceversa, la semplificazione dei paesaggi riduce i fattori di controllo, aumentando le possibilità di passaggio all'uomo; appena qui accade qualcosa diventa epidemia. Inoltre tutto è collegato, la distruzione delle foreste, ad esempio, porta allo spostamento dei pipistrelli e altri animali selvatici verso le infrastrutture umane, allevamenti compresi, il che rende più facile la trasmissione di malattie agli animali allevati, che a loro volta le trasmettono all'uomo”.
Uno studio pubblicato su Nature nel 2008 mostrava che già allora, in totale, erano di origine animale il 60% delle malattie infettive e il 75% delle malattie emergenti; ma oggi le cose sono decisamente peggiorate, la diffusione di nuovi virus, di batteri pericolosi e di superbatteri antibiotico-resistenti è sempre più frequente; è notizia di questi giorni anche il primo lockdown, in Cina, per arginare contagi da peste bubbonica
Allora quali sono le soluzioni oggi per contenere questi pericoli?
Poiché il consumo di animali è il principale fattore determinante, c’è una sola soluzione: "dobbiamo ridurre il consumo di proteine ​​animali", afferma Serge Morand. 
Muriel Vayssier (che dirige l'Insititut Nationale de la Recherche Agronomique in Francia), ha commentato lo studio come “particolarmente importante, perché fra i pochi che analizza dati fattuali per trovare correlazioni positive tra questi tre elementi”, e lo fa su un periodo abbastanza ampio. “Molte malattie umane provengono da animali, perché condividiamo con loro molti dei nostri microbi. E se c'è poco contatto tra animali selvatici e umani, gli animali allevati sono spesso un anello della catena di contaminazione”, aggiunge. Però secondo Vayssier “le correlazioni positive ancora non dimostrano la relazione di causa ed effetto. Per dimostrare quale sia il fattore determinante bisognerà fare ulteriori studi affinando i parametri, ad esempio confrontando le pratiche agricole” e, oltre a queste, molti altri elementi quali esplosione demografica, cambiamento climatico o addirittura urbanizzazione.
Comunque si guardi la cosa, e per quanto si approfondiscano gli studi, resta fermo un insieme di dati noti da molti anni, su cui gli studiosi hanno lanciato ripetuti avvertimenti: la sola produzione della carne determina il 90% della distruzione dell’Amazzonia, ed è fra le prime cause di consumo di suolo e di risorse. È la seconda causa di produzione dell’inquinante più letale, le polveri sottili. È un grave moltiplicatore e incubatore di virus, batteri e superbatteri. È inoltre la seconda causa di surriscaldamento globale per produzione di gas serra; un surriscaldamento i cui rischi imminenti si stanno profilando come spaventosi per la sopravvivenza, e anche per l’economia.
Ora, al di là di ogni abitudine e di ogni pregiudizio, poniamoci onestamente una domanda: siamo sicuri che il piacere di consumare carni valga tutta la sofferenza che ci costa e il pericolo che determina? 
Anche i più privilegiati e protetti non si illudano: l'entità di questo prezzo sarà presto evidente per tutti.


lunedì 8 giugno 2020

Delude la strategia Farm to Fork della UE riguardo agli allevamenti intensivi

Ancora una volta si è deciso di ignorare l’elefante nella stanza, ha dichiarato Sebastian Joy: cioè il devastante impatto ambientale della zootecnia industriale.
La strategia Farm to Fork è sviluppata nell'ambito del nuovo Green Deal della Commisione Europea, e quindi di investimenti per 100 miliardi da destinare alla transizione verde.
Ma quale transizione verde si potrà mai attuare trascurando azioni forti sulla più importante fra le fonti primarie di consumo di foreste e risorse, degrado sanitario, riscaldamento globale e inquinamento?
In realtà, anche la versione definitiva di Farm to Fork tocca in diversi punti le gravi problematiche relative sia alla produzione, sia al consumo di carne. Ma, riguardo alle azioni da intraprendere nella direzione della "sostenibilità", è stata una delusione: definita addirittura una inversione a U rispetto agli obiettivi che si prospettavano di riduzione degli impatti causati dagli allevamenti intensivi.
Vegconomist rivela che, in una prima versione, la Commissione includeva la proposta di interrompere la promozione della carne ponendo fine ai finanziamenti UE erogati a questo scopo; dichiarazione che però è scomparsa dalla versione definitiva. Concretamente, non è stato fissato alcun obiettivo di riduzione di carne e latticini, né di spostamento dei sussidi agricoli dall'agricoltura industriale animale alla vera agricoltura, cioè la produzione di colture vegetali; né si è pensato a una tassa sulla sostenibilità.
Quindi, nonostante la Commissione Europea riconosca l'impatto della zootecnia sull'ambiente e sulla salute pubblica, incredibilmente la strategia Farm to Fork delinea una tabella di marcia politica verso un sistema alimentare più sostenibile sottovalutando il più grave dei suoi impatti ambientali e di salute
Un orientamento che appare inadeguato, visto che il consumo regolare di carne è dimostratamente insostenibile; basti pensare al dato di questa ricerca pubblicata da Science per cui (rispetto alla totalità degli alimenti considerati nell’analisi), i cibi di origine animale, che forniscono il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, causano da soli l'occupazione dell’83% dei terreni e quasi il 60% dei gas serra e dell’inquinamento di aria e acqua.



Insomma, ha ragione Joy ad affermare che questa omissione della Commissione: "è un duro colpo per tutti coloro che si augurano seriamente di instaurare un sistema alimentare sostenibile, perché se non affrontiamo la sovrapproduzione e il consumo eccessivo di prodotti di origine animale, non possiamo nemmeno iniziare a sperare di trasformare il sistema alimentare attuale. Gli obiettivi di riduzione della carne e dei prodotti lattiero-caseari sono essenziali perché la stessa politica alimentare della Commissione abbia successo. Senza di essi, il piano per rendere l'Europa neutrale in termini di emissioni di carbonio entro il 2050 è destinato a fallire. Si tratta di una grande occasione mancata, sollecitiamo quindi la Commissione a riconsiderare i suoi piani".






L'impatto della carne in 4 minuti:



Cowspiracy: tutto quello che non sai sull'impatto ambientale della carne:

venerdì 22 maggio 2020

Se siete preoccupati da ingiustizie, crisi climatica, COVID19: smettete di mangiare carne

Perché, se siamo preoccupati da sfruttamento, razzismo, crisi climatica e dalla pandemia, dobbiamo smettere di mangiare carne? A parte il chiaro rapporto fra Covid e allevamenti, alcune risposte si trovano in un articolo sul New York Times in cui Jonathan Safran Foer si domanda: la carne è considerata più essenziale della vita dei lavoratori sottopagati che la producono?  

Qui un estratto del testo:
La carenza di carne nei negozi [a causa dei focolai di coronavirus nella filiera della carne, ndr], e la decisione di Trump, nonostante le proteste dei lavoratori in pericolo, di ordinare la riapertura dei macelli [chiusi per coronavirus, ndr], sta spingendo molti americani a riflettere su quanto la carne sia essenziale
I macelli che il presidente ha ordinato di riaprire si concentrano proprio in sei contee fra le dieci dichiarate zone rosse dalla stessa Casa Bianca. L'allevamento di maiali Smithfield a Sioux Falls, S.D., che fornisce circa il 5% della carne suina del Paese, è uno dei più grandi focolai nazionali di coronavirus. In uno stabilimento Tyson a Perry, in Iowa, si registrano 730 casi: cioè circa il 60% dei dipendenti. In un altro stabilimento Tyson a Waterloo, in Iowa, i casi segnalati sono 1.031 tra circa 2.800 lavoratori. [Vedi New York Times Covid in the U.S. Map, ndr]Avere dipendenti ammalati significa dover chiudere gli impianti, causando “un accumulo” di animali; quindi molti allevamenti stanno procurando aborti alle scrofe in gravidanza, altri sono costretti uccidere gli animali con il gas o a colpi di pistola; tanto che il senatore Chuck Grassley, repubblicano dell’Iowa, ha chiesto all’amministrazione Trump di destinare risorse per la salute psichica degli allevatori di maiali.
Nonostante questa macabra realtà e benché già da ben prima di questa pandemia siano chari gli effetti che gli allevamenti hanno sul territorio e le comunità, sugli animali e sulla salute umana, solo la metà circa degli americani dichiara di voler ridurre il consumo di carne. (…) Eppure, nello stesso tempo, sempre più persone intuiscono che a breve un cambiamento è inevitabile.
È noto ormai che l’industria della carne è una delle principali cause del riscaldamento globale. Secondo l’Economist un quarto degli americani tra i 25 e i 34 anni si dichiara vegetariano o vegano, il che forse spiega perché la vendita di “carni” vegetali stia salendo alle stelle, con i prodotti Impossible and Beyond Burgers disponibili ovunque, da Whole Foods a White Castle.
Il Covid-19 ci ha costretti a guardare oltre una porta che abbiamo sempre lasciato chiusa. Quando si tratta di un argomento scomodo come la carne, si è tentati di ignorare la scienza, di rifugiarsi in dettagli inutili e di parlare del nostro mondo solo teoricamente. Alcune delle persone più premurose che conosco riescono a non pensare ai problemi legati a questa industria, così come io riesco a non pensare ai cambiamenti climatici e alle disparità sociali, per non parlare delle contraddizioni delle mie scelte alimentari. Ma fra gli effetti collaterali inattesi di questi mesi di pausa forzata c’è che è difficile non chiedersi cosa è essenziale e cosa no.
Non possiamo proteggere il nostro ambiente continuando a consumare carne con questi ritmi. Questa non è una prospettiva confutabile, ma una banale verità. Le mucche producono quantità enormi di gas serra [gli allevamenti incidono enormemente su deforestazione e incendi, ndr]. Nel loro insieme, immaginate come paese, rappresenterebbero il terzo più grande paese al mondo per emissioni di gas serra.



Secondo il direttore della ricerca del Project Drawdown (organizzazione che studia soluzioni alla crisi climatica) “il contributo più importante che ciascuno può dare per contrastare il riscaldamento globale è una dieta a base vegetale”. (…)
Il sistema di allevamento su cui contiamo è intessuto di infelicità. Anche se aprissimo le loro gabbie, i polli attuali sono geneticamente modificati al punto che il loro stesso corpo è una prigione di dolore. I tacchini sono allevati per essere così obesi da essere incapaci di riprodursi senza inseminazione artificiale. Possiamo constatare la sofferenza delle mucche, separate dai vitelli ancor prima dello svezzamento nei loro pianti [anche ove le mucche sono allevate "libere", ndr], e averne prova attraverso il cortisolo nel loro corpo. Non c’è etichetta o certificazione che possa evitare questa crudeltà, e non abbiamo bisogno di nessun attivista per i diritti degli animali per sapere qualcosa che non sappiamo già. Dobbiamo solo ascoltare noi stessi.
Non possiamo proteggerci dalle pandemie continuando a mangiare carne regolarmente. Si dà molta attenzione ai wetmarket ma l’industria della carne, in particolare gli allevamenti intensivi di pollame, sono un terreno di coltura altrettanto preoccupante per le pandemie. Inoltre, secondo il Centers for Disease Control and Prevention (l'Ente per la prevenzione e il controllo delle malattie in USA) tra le malattie infettive nuove o emergenti, 3 su 4 sono zoonotiche: il risultato del nostro rapporto corrotto con gli animali.
Va da sé che vogliamo essere al sicuro. Sappiamo come stare più al sicuro. Ma volere e sapere non bastano. Queste non sono solo opinioni mie o di qualcun altro, nonostante si tenda a pubblicare queste informazioni nelle sezioni di opinione. E le risposte alle domande più comuni che vengono poste sulla zootecnica non sono opinioni:
Abbiamo bisogno di proteine animali? No. 
Possiamo vivere una vita più lunga e più sana senza. La maggior parte degli adulti americani mangia circa il doppio di proteine dell’apporto raccomandato – compresi i vegetariani, che ne consumano il 70% in più di quanto necessario. Le persone che seguono diete ricche di proteine animali hanno maggiori probabilità di morire di malattie cardiache, diabete e insufficienza renale. Naturalmente anche la carne, come i dolci, può essere parte di una dieta sana. Ma nessun nutrizionista considererebbe sano mangiare dolci troppo spesso.
Il crollo del sistema degli allevamenti non ne farebbe soffrire gli agricoltori? No.
Semmai soffriranno le aziende che parlano a loro nome mentre li sfruttano. Oggi ci sono meno agricoltori americani di quanti ce n’erano durantela guerra civile, nonostante la popolazione americana sia cresciuta di quasi 11 volte. Non è un caso, ma un modello di business. Il sogno supremo della zootecnia industriale sono “fattorie” completamente automatizzate. Viceversa la transizione verso alimenti vegetali e pratiche agricole sostenibili creerebbe molti più posti di lavoro. Non è me che dovete ascoltare: chiedete a un agricoltore se sarebbe felice di vedere la fine dell’allevamento di tipo industriale.
Un mondo senza carne favorisce le élite? No.
Come uno studio del 2015 dimostra, una dieta vegetariana costa 750 dollari l’anno meno di una dieta a base di carne. (...) I dipendenti dei macelli che ora rischiano per soddisfare il nostro gusto per la carne per la maggior parte non sono bianchi. Suggerire che fare agricoltura in modo più sano e più equo possa essere elitario è solo propaganda dell’industria della carne.
Non si può lavorare sull’industria della carne per migliorare il sistema alimentare? No.
Beh, a meno non crediate che chi ha acquisito potere grazie allo sfruttamento distruggerà volontariamente proprio gli strumenti a cui deve una ricchezza spettacolare [una prova di ciò sta nell'autorizzazione, data proprio quest'anno da USDA - l'ente americano per lo sviluppo dell'agricoltura, a velocizzare ulteriormente i processi di "produzione" della carne, cioè di allevamento intensivo e di uccisioni, sia per i maiali sia per i polli, arrivando ad autorizzare l'uccisione di animali alla velocità di 3 polli al secondo,. Qualcosa che ci dice tutto sulla consapevolezza delle politiche pubbliche e dell'insaziabilità dei produttori di carne, ndr]. L’agricoltura industriale è per la vera agricoltura ciò che i monopoli criminali sono per l’imprenditorialità. Se il governo tagliasse per un solo anno gli oltre 38 miliardi di dollari che versa in salvataggi, chiedendo alle aziende di carne e latticini di giocare secondo le normali regole del capitalismo, le distruggerebbe per sempre. Questa industria non potrebbe sopravvivere nel libero mercato.(...)  
Mentre incombe l’orrore di una pandemia, con le nuove domande che oggi dobbiamo porci su ciò che è essenziale, ora vediamo chiaramente che quella porta che adesso è aperta in realtà è sempre stata lì. (...) D’altra parte non è niente di nuovo, ma qualcosa che ci richiama il passato – un mondo in cui i contadini non erano figure mitologiche, i corpi torturati non erano cibo e il pianeta non era il conto alla fine del pasto. [Jonathan Safran Foer, The end of Meat is here, New York Times 21 Maggio 2020]

• La ricerca e lo sviluppo della "carne" alternativa a base vegetale han fatto in pochi anni progressi sbalorditivi. Oggi la "carne vegetale" è disponibile anche in forma sostituiva al maiale e al pesce, con prezzi che progressivamente diventano sempre più competitivi. Ma soprattutto, se tutti rinunciassimo alla folle abitudine di mangiare animali, sarebbe sostenibile il prezzo che, per mantenere l'Umanità, deve pagare il Pianeta; e questa è la sola cosa che può salvare la nostra stessa vita; non solo quella degli animali.

mercoledì 6 maggio 2020

COVID19: rapporto con allevamenti intensivi e polveri sottili

Le cosiddette polveri sottili sono l’inquinante atmosferico che provoca i maggiori danni alla salute umana in Europa. Il particolato PM10, costituito da particelle solide e liquide con diametro aerodinamico fra 0,1 e circa 100 μm (micrométro o micron), è così leggero che viene respirato con l’aria. Il particolato fine PM2,5, con diametro inferiore a 2,5 μm, ha particelle solide e liquide così piccole che non solo penetrano in profondità nei nostri polmoni, ma entrano anche nel nostro flusso sanguigno, proprio come l’ossigeno: per avere un'idea delle loro dimensioni si consideri che il diametro dei globuli rossi è oltre 3 volte più grande. Coronavirus: qual è il nesso?



Dopo due mesi di lockdown per epidemia ci chiediamo: come è possibile che nella sola Lombardia si conti la metà delle morti in Italia e ben il 7% di quelle mondiali? E che, aggiungendo l’Emilia-Romagna, addirittura il 64% dei decessi in Italia si concentri in queste sole aree?
Quando la comunità scientifica ha iniziato a raccogliere dati che potessero spiegarlo i pochi giornalisti di inchiesta che vi hanno prestato attenzione sono stati duramente attaccati come mentitori, boicottatori irresponsabili di un sano indotto industriale. Ma non è una invenzione mediatica: indagando l’aria inquinata come possibile co-fattore della gravità dell’epidemia nel nord Italia, diversi studi hanno ipotizzato che siano proprio le polveri sottili, peggiorando l’infiammazione, ad alzare la mortalità causata dal virus; e altrettanto inquietanti sono i dati su quali sono le attività che più producono queste polveri. Uno studio pubblicato su ScienceDirect già a fine marzo dice: “l’elevato livello di inquinamento in nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”. Una successiva ricerca dell’Università di Harvard nota come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5” potrebbe portare “a un grande aumento del tasso di mortalità da Covid-19”. ISPRA conferma che “l’esposizione prolungata al particolato determina che la salute della popolazione può essere più a rischio qui che in altre aree” (Riccardo De Lauretis). Arpa Lombardia (Guido Lanzani) ricorda anche che, poiché la Pianura Padana è chiusa su tre lati da montagne, la sua conformazione “non permette agli inquinanti atmosferici di disperdersi” come invece avviene altrove [Arpa Lombardia, La qualità dell’aria nel 2019]. E ora anche l’Unità Investigativa di Greenpeace Italia e Arpae Emilia-Romagna confermano l’ipotesi di “un ruolo del PM nel rendere più severo lo stato di infiammazione dei pazienti Covid-19”. 


Le regioni del nord-Italia, note per trainare l’economia, accettano il corollario delle ricadute ambientali, ma oltre un certo limite l’inquinamento diventa pericoloso per gli abitanti: questa è appunto la situazione attuale di Lombardia ed Emilia-Romagna (e in misura minore Piemonte), regioni in cui il livello di particolato è il peggiore in Italia e tra i peggiori in Europa.
E quali sono le cause principali di questo inquinamento? 
al secondo posto tra le cause in Italia, con l’incidenza più rilevante in Lombardia, c’è l’allevamento, per giunta con un trend in continua ascesa. In Italia gli allevamenti causano il 75% delle emissioni di ammoniaca; in Lombardia addirittura l’85%; questa ammoniaca “concorre in media a un terzo del PM, superando durante gli episodi acuti il 50% del totale” (Guido Lanzani di Arpa Lombardia). Anche un accurato studio di Arpae Emilia-Romagna fa emergere che l’allevamento intensivo è la seconda causa di emissioni di PM10 equivalente (primario e secondario) della regione.
Quindi non si può più ignorare che, per affrontare i picchi, non basta bloccare il traffico: si deve agire anche sugli allevamenti, dice l'esperto ISPRA Mario Contaldi.
Cosa ci dicono i dati aggiornati al 2018? che i settori più inquinanti sono climatizzazione e allevamenti (54% del PM2,5 in Italia), seguiti solo per il 14% da trasporti stradali e solo per il 10% dall’industria. Ma si noti che negli ultimi 18 anni, mentre la percentuale di PM2,5 causata da traffico su strada e industria continuava a scendere, quella degli allevamenti ha continuato a crescere (dal 7% al 17%).
Come mai, in tendenza contraria agli altri settori, gli allevamenti hanno incrementato i loro inquinanti del 142%? E come è possibile che gli allevamenti intensivi concorrano a questo inquinamento per ben il 66% in più rispetto a tutta l'industria? 
Il fatto è che l’industria deve rispondere a limiti precisi, dotandosi di sistemi adeguati per rispettarli; invece gli allevamenti sono pochissimo controllati: decine di migliaia di attività zootecniche disperdono inquinanti, spargendo i liquami, senza adeguati contenimenti. Se questi ci fossero, dice Ispra, gli allevamenti potrebbero ridurre drasticamente le emissioni di ammoniaca e quindi il particolato. 

Ecco i dati 2018 sulla partecipazione dei vari settori al particolato PM2,5:
36,9% :  Climatizzazione (residenziale, commerciale, industriale)
16,6% :  Allevamenti 
14,0% :  Trasporti su strada (incluse merci) 
10,0% :  Attività industriali 
7,8% :    Altri mezzi di trasporto (ad es. aerei) 
7,8% :    Altri settori vari (inclusi fuggitive, solventi, rifiuti)
4,4% :    Agricoltura esclusi allevamenti 
2,5% :    Produzioni energetiche varie (quali combustioni per produrre energia e trasformare prodotti energetici)
Avendo appurato che gli spandimenti di reflui zootecnici causano alte emissioni di ammoniaca (che a loro volta incrementano il particolato e quindi lo smog nell’aria; con l’aggiunta di una varietà e quantità di virus, batteri e super-batteri), secondo Ispra (ma anche secondo il buon senso) “i Comuni dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul proprio territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”.
Invece questi impianti continuano a crescere, e rappresentano ormai la quasi totalità delle attività di allevamento, lasciando al biologico solo una piccola fetta. Ah si, e non lasciamoci ingannare da operazioni di puro marketing come le etichette "benessere animale": per lo più specchietti per le allodole; le diciture ingannevoli aggiungono la beffa al danno.

In conclusione, sotto gli occhi abbiamo un quadro sconcertante: 
1. da un lato : alti profitti privati e ridotta occupazione
i sistemi intensivi di allevamento aumentano a dismisura i loro profitti a spese di immani sofferenze animali e riducendo invece l’occupazione. Infatti, "più l’allevamento è intensivo, più gli animali soffrono e meno addetti sono richiesti: per i polli industriali ad esempio è sufficiente 1 addetto ogni 100.000 animali” (dalla fabbrica alla forchetta)
2. dall’altro : gravissimi danni collettivi
più l’allevamento è intensivo e più abnormi sono i suoi costi ambientali, i quali (al contrario dei profitti) ricadono interamente sulla collettività.
Però, anziché contestare un sistema malato, fondato sulla sfruttamento estremo e sulla malattia, anziché agire per mitigarne gli effetti sul territorio e sulle persone (oltre che sugli animali), lo si sostiene, addirittura lo si incoraggia, con l’indulgenza dei non-controlli e con una gran quantità di soldi pubblici, che ad esempio tramite i sussidi della Politica Agricola Comune (PAC), coprono addirittura importi tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue
Ma se c'è una cosa che l'emergenza sanitaria ci insegna, è che se dei soldi vanno investiti, è il momento di farlo nella direzione di riconvertire questi mostri di inquinamento, malattia e dolore; se non per ragioni etiche, almeno per preservare il clima e la salute pubblica
Dice Carlo Modonesi, del Comitato scientifico di ISDE Italia (International Society of Doctors for the Environment): "L'esposizione ripetuta nel tempo ai sospesi nell’aria, da parte delle comunità umane residenti nelle vicinanze di impianti zootecnici, può portare a disturbi respiratori, effetti tossici di diversa natura, problemi della funzione polmonare, malattie infettive, infiammazioni croniche respiratorie e asma". Secondo ISDE inoltre, può aumentare il rischio di insorgenza di gravi broncopneumopatie cronico-ostruttive. E anche tutti i costi per la sanità che ne derivano, si badi bene, ricadono poi solo sullo Stato e sui cittadini; così come quelli causati da virus, batteri resistenti agli antibiotici ecc. veicolati da queste polveri. 
A proposito di salute pubblica e del pianeta, non possiamo dilungarci qui su tutti i gravissimi problemi causati da questo settore (già sviscerati per decenni da centinaia di studi rimasti inascoltati). Ma dal vertiginoso utilizzo di antibiotici e altri farmaci (e quindi selezione e diffusione di superbatteri) fino ai salti di specie, per non parlare poi del contributo al riscaldamento globale dato dall’impatto in CO2 e metano (e riduzione di foreste) che gli allevamenti hanno, si tratta di un mix che rende gli allevamenti intensivi dei veri e propri distruttori del Pianeta nonché incubatori di malattie potenzialmente letali anche su larga scala. Pericolosi in primis per gli stessi dipendenti (vedi anche: in Usa e in Canada aziende della carne costretti alla chiusura per coronavirus).
È una lunga catena collegata in un processo fatale - come un domino che parte da una tessera di pochi millimetri: la tua bistecca, e finisce per tirare giù un muro spesso dieci metri - la salute di noi tutti.
Facciamo di necessità virtù: è ora di agire; a partire dal trasformare radicalmente, in meglio, un settore importante nell'interesse di tutti.
Fonti dei dati: sono riportate nei link disseminati lungo l'articolo. Vedi anche: "Allevamenti intensivi, polveri sottili e Covid-19" di Elisa Murgese





Bisogna iniziare a ragionare in termini di #salutecircolare: solo se comprendiamo che non esiste salute delle persone senza salute del Pianeta, inizieremo a comprendere che anche il Coronavirus non è un "fatto isolato": ma è una malattia circolare. Solo partendo da qui sapremo realizzare una guarigione e una prevenzione, e quindi un futuro.