domenica 8 novembre 2015

Dalla marcia di Madrid del 7 novembre: per un ponte fra sorelle

Care sorelle, vi siamo grate per il vostro lavoro, per i messaggi di coraggio e di forza che state lanciando con il movimento del 7 novembre.


L'invito a manifestare è giunto forte anche in Italia, dove la situazione, circa le molteplici forme di violenza a cui le donne sono soggette, è molto grave.

Abbiamo lanciato anche noi un appello, un moto emozionale per proporre un tavolo di lavoro comune, per riuscire a materializzare anche da noi qualcosa di simile a ciò che siete riuscite proficuamente a realizzare in Spagna. Un esperimento di politica delle donne, per tornare a rendersi visibili, incidere in modo adeguato alle circostanze, fare pressione sui luoghi decisionali, sul Governo in primis. 

In tante abbiamo voluto credere che potesse nascere qualcosa di indipendente, spontaneo, autonomo. Abbiamo tentato di coinvolgere le varie componenti dei gruppi/associazioni femminili e femministe italiane, su un progetto che portasse le donne italiane a collaborare a un testo, a una piattaforma che ragionasse sulla situazione italiana e rivendicasse gli interventi più urgenti. Portare le donne italiane nuovamente in piazza, sarebbe stato solo il punto finale di un lavoro condiviso e di una modalità operativa utile anche per il futuro. Non siamo riuscite a coagulare il desiderio di manifestare esplicitamente, tutte insieme, la nostra insofferenza per una situazione che per noi donne italiane ha gravissimi punti di sofferenza, visto che la violenza machista si esprime in molteplici modi. Ringraziamo quante hanno condiviso questo sogno, ma la realtà italiana non è quella spagnola. Nonostante questo, abbiamo deciso di portare comunque in Spagna un messaggio dall'Italia, non rappresentiamo certamente tutte le italiane, ma non ce la sentiamo di restare indifferenti a tutti gli episodi di violenza che colpiscono le donne.
Desideriamo tornare a “manifestarci” nelle piazze per rendere visibili i problemi. Siamo consapevoli che il nostro spazio di azione, di pensiero e di confronto non può coincidere più soltanto con i luoghi fisici e ideali del nostro paese, ma dobbiamo imparare a rapportarci anche all'esterno, soprattutto all'Europa, come popolo e come progetto di comunità europea.
In Italia manca un corpo intermedio che sappia dare voce alle donne, monitorare l’azione di governo e delle istituzioni, suggerire un cambio di rotta. Ci vorrà tempo, lavoro, condivisione, ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti. Questo tentativo di uscire da una situazione cristallizzata lo dobbiamo a tutte le donne, soprattutto a quelle che non riescono a far sentire la loro voce. La realtà ci dice che una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, i fatti ci illustrano che oggi si denuncia di più, ma resta comunque ancora forte lo stigma su queste donne, spesso oggetto di linciaggio mediatico, specie sui social network. Si tenta di contrastare questo fenomeno, ma non sembra bastare, se non si va alle sue radici, ossia alle origini di questa cultura dello stupro e della violenza. E lì che troviamo il patriarcato, che con un’azione reiterata di “restaurazione” riporta le donne sotto il totale controllo degli uomini, attraverso l’uso sistematico della violenza.
L’Italia ha aderito alla Convenzione di Istanbul, ma una firma non è un sufficiente segnale di comprensione del fenomeno e di una volontà chiara di contrastarlo. I mezzi messi a disposizione sono sempre troppo pochi, come conferma l’ultimo Piano antiviolenza, con il quale è stato erogato qualche milione di euro alle Regioni, senza che sia organizzato un controllo su come questi fondi vengono poi distribuiti e utilizzati. Non sempre si comprende la necessità di lavorare sulle nuove generazioni, contrastando le discriminazioni, aiutandole a comprendere la ricchezza e l’importanza delle differenze, impostando un lavoro fondato sulla cultura del rispetto, superando le barriere di genere, costruendo relazioni sane e non imperniate di cultura machista, facendo comprendere che la mascolinità non coincide con l’uso della forza e della sopraffazione. Altra grave mancanza di questo Piano antiviolenza è un efficace Piano anti-tratta, che tenti di mettere in campo le migliori strategie per arginarne il fenomeno. Manca finanche una cabina di regia che sappia programmare e monitorare le azioni per contrastare le violenze di genere. Ma come approntare misure del genere ove manchi un Ministero delle Pari Opportunità e maggiori investimenti nel relativo Dipartimento?
Il machismo permea le nostre vite, tanto che per molte donne questa è “normalità”. Una normalità pericolosissima perché apre la porta a ogni tipo di violenza, le donne sono facilmente oggettificate, de-umanizzate, tanto che i loro diritti appaiono più deboli e facilmente bypassabili. Lo vediamo chiaramente con le nostre sorelle vittime di tratta, trattate alla di esseri sub-umani che possono essere uccise, cancellate, deportate perché non rientrano nello schema di donna costruito dagli uomini in secoli di storia.
La violenza non ha mai senso o giustificazione! La violenza non deve avere spazio nelle nostre vite! Basta violenze, basta femminicidi, non dobbiamo assuefarci alla violenza. La violenza deve diventare una questione di stato ai primi posti dell’agenda politica.
Chiediamo, quindi, che si attui pienamente in Italia la Convenzione di Istanbul e che si seguano puntualmente le raccomandazioni CEDAW, monitorandone periodicamente l’applicazione.
Auspichiamo misure cautelari più stringenti per gli uomini che sono stati denunciati per aver commesso atti di violenza, perché la donna che denuncia deve sentirsi tutelata e protetta veramente. Esigiamo che tutti i livelli istituzionali si impegnino a contrastare la violenza contro le donne, in ogni sua forma e in ogni ambito della nostra vita.
Qualsiasi politica si decida di mettere in campo, ci auguriamo che ci si ricordi che si tratta di difendere delle vite umane, di donne in carne e ossa, con le loro storie reali, che hanno diritto a vivere serenamente senza che qualcuno decida di rovinare e distruggere le loro esistenze.
Il vostro lavoro, care compagne spagnole, deve essere di sprone a chi sente forte in sé il senso di un impegno in tal senso. Con la Marcha Estatal contra las violencias machistas del 7 novembre siete riuscite nell’obiettivo di portare in pubblico donne che a viva voce reclameranno i propri diritti e chi, come noi ha deciso di tentare infruttuosamente il vostro percorso, non solo marcerà idealmente con voi a Madrid, ma proverà nel prossimo futuro a rendere fattivamente concrete le ragioni delle rivendicazioni delle donne italiane. Ognuna con le proprie capacità e competenze, per raggiungere quanto più sia auspicabile l’obiettivo non di rappresentarle, ma di renderle consapevoli che possono rivendicarle da sé in prima persona quelle stesse ragioni.
E, soprattutto, impariamo a credere alle donne e sosteniamole davvero tutte/i.
Per cercare di donare al nostro paese un clima di verità e giustizia.
• Per adesioni a questa lettera: lasciate un commento a questo post [del gruppo fb Noi non ci stiamo].

• Rimandiamo inoltre anche a questa lettera che, sia in italiano sia in spagnolo, è stata indirizzata alle amiche spagnole da Resistenza Femminista.

giovedì 5 novembre 2015

Sessismo. Il recidivo Mineo e il gradino sempre più in basso


Cherchez la femme, sempre e comunque. E c’è sempre un gradino più in basso; il senatore Corradino Mineo [in questo senso recidivo: vedi questo post; e ricordando che altrove - qui - lo abbiamo citato anche in positivo] si candida a scenderli tutti per dimostrare che, ahinoi,  al peggio non c’è mai fine. Per le sue rovinose discese sceglie sempre lo stesso terreno, forse a lui più congeniale, quello trito e ritrito della misoginia sfrenata. Stavolta condita in salsa mafiosetta, con la penosa e anacronistica parodia del maschio siculo. “Renzi non si fa scrupoli, rivela conversazioni private, infanga per paura di essere infangato. E sa che io so. So quanto si senta insicuro quando non si muove sul terreno che meglio conosce, quello della politica contingente». Non pago, ecco la stoccata finale del senatore Mineo: «So  quanto possa sentirsi subalterno a una donna bella e decisa. Fino al punto di rimettere in questione il suo stesso ruolo al governo».
E così l’autonominatosi maître à penser della “sinistra sinistra” o “cosa rossa” si scaglia contro il “meschino, arrovinato da sta fimmina”. Poco importa chi sia l’arpia che prende a scappellotti il premier Renzi, tanto , ci rassicura Mineo, “lui sa che io so”. Per gli amanti del "cherchez la femme" c'è già chi scrive si tratti della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi. Nel caso, c’è da notare come sia salita nella considerazione di Mineo. Un anno e mezzo fa, proprio durante il famoso dibattito su “Matteo ragazzino autistico”  (per rinfrescare la memoria, il già citato post) liquidava così la ministra: ”Si è convinta che poteva fare tutto, ma non è assolutamente in grado. Si è convinta che lei poteva trattare con Berlusconi e Calderoli, non è in grado". Il cammino della riforme (ogni critica politica è lecita e salutare, ma non è il caso del capolista Pd in Sicilia) ha dimostrato che a babbiare  è semmai il recidivo Mineo.
Che conferma di meritare un posto d’onore nell’Olimpo dei parlamentari misogini e sessisti, quali Barani e D’Anna e i tanti altri che si sono distinti per volgarità emeschinità. Poveri uomini vecchi (non solo anagraficamente) e ridicoli costretti a competere con donne giovani (e magari belle) e preparate. Cosa che di alcuni di loro proprio non si può dire
Cinzia Romano

domenica 1 novembre 2015

Meditazione mondiale per la Terra e per il clima

Oggi, 1 novembre 2015, giornata mondiale di meditazione per il clima e per la Terra. Parte da Parigi, in vista del COP 21 (il prossimo summit sul clima), un'iniziativa condivisa con eventi in tutto il mondo, e con meditazioni nel privato di milioni di persone.

Noi crediamo nel potere del pensiero e della meditazione, invitiamo dunque a partecipare.
Vi rimandiamo inoltre a questo post, rilanciando la nostra richiesta: serve un Piano Nazionale per il Clima. Chiedendo a tutte e tutti di leggerlo e di condividerne i contenuti.

sabato 31 ottobre 2015

31 ottobre 2015: Roma in piazza per il Kurdistan

Domani le elezioni in Turchia; intanto la catena di intimidazioni contro l'informazione curda non accenna a finire, pochi giorni fa la polizia turca ha fatto irruzione in una tv privata durante una diretta tv, secondo Human Rights Watych si tratta della repressione peggiore contro la stampa dal golpe del 1980. Ovunque manifestazioni a sostegno dei curdi contro la prepotenza di Erdogan; a Roma oggi manifestazione organizzata dall'Ufficio Informazione Kurdistan in Italia e dal Coordinamento Rete Kurdistan: l'appuntamento è in Piazza dell'Esquilino alle ore 15.00).

La Manifestazione partecipa alla giornata di Mobilitazione Globale per la Ricostruzione di Kobane e per l’apertura di un corridoio umanitario sul confine turco siriano. 
A distanza di un anno dalla liberazione di Kobane, le politiche repressive del governo turco mettono sempre più a dura prova non solo l'opposizione interna, ma anche la resistenza contro l'Isis. Oggi Roma risponde all’appello per una mobilitazione generale per la pace e la democrazia in Siria e in Turchia, contro la strategia della tensione e per una svolta nella politica del governo turco.

mercoledì 28 ottobre 2015

Non vogliamo vivere in un'Europa di muri e recinti

La Casa delle donne di Milano rivolge un appello ai gruppi e alle Case delle donne di tutta Italia, oltre che alle storiche associazioni femministe di Milano, con la speranza e il desiderio di poterci tutte incontrare presto per condividere un percorso di proposte e iniziative. 
Poter andare dove si vuole è il gesto originario dell'essere liberi, mentre la limitazione di tale libertà è stata da tempi immemorabili il preludio della schiavitù. 
Non possiamo scegliere con chi coabitare il mondo. (Hannah Arendt) 
Muri e recinti: non è l’Europa in cui vogliamo vivere 
In Europa si stanno moltiplicando i fili spinati, i muri, le recinzioni. L’esodo dei migranti si trasforma in un vero e proprio percorso di guerra, disseminato di mine non più solo metaforiche ma concrete e reali ed anche di particolari simbolici che danno i brividi, come i numeri disegnati sulle braccia, o l’accoglienza in campi nei pressi di Buchenwald. Le rotte della fuga stanno cambiando, ora sotto i riflettori ci sono quelle balcaniche via terra, ma i viaggi e le stragi via mare continuano a verificarsi. E ci sono profughi che muoiono fulminati a Calais cercando di scavalcare la rete che impedisce l’accesso al Regno Unito. Quelle donne e quegli uomini in fuga entrano nella realtà del nostro stare al mondo, i loro corpi potrebbero essere i nostri, i loro figli potrebbero essere i nostri figli, potremmo sentire lo stesso freddo, la stessa paura, la stessa fame. 
Cosa significa allora per noi essere cittadine europee? Che cosa rappresentano, per noi, confini e frontiere rispetto al diritto alla vita? Primum vivere, è la sfida lanciata da moltissime donne dei movimenti fin dall’incontro di Paestum. Un’Europa percorsa da logiche carcerarie e di confinamento non è un luogo in cui possiamo accettare di vivere. 

C’è il rischio di una profonda regressione verso momenti storici che non vorremmo mai veder tornare. Uomini e donne del volontariato e semplici persone comuni cercano in ogni modo di assistere e proteggere le ondate di profughi in continuo arrivo… ma con questi numeri è impossibile riuscirvi, se non sono le istituzioni a dare il senso di un’accoglienza umana, solidale e condivisa in tutto il suolo europeo. Ecco perché è importante che gruppi di donne come il nostro prendano parola. Qualcuna tuttavia si chiederà: perché dovremmo farlo come donne? Forse perché sappiamo bene che dietro il rifiuto dei migranti sta l’eterno rifiuto del diverso, base dell’ideologia patriarcale che ha creato gerarchie fra gli esseri umani, decretando la superiorità dell’uno sull’altro: bianco-nero, nord-sud, e prima di tutto maschile-femminile… Nel mondo politico neutro pochi sembrano comprendere che cosa sia davvero in gioco, la metamorfosi profonda e inarrestabile che le popolazioni migranti stanno producendo, un cambio epocale che muterà tutti i nostri modi di pensare, le nostre pratiche e le nostre regole di convivenza. Si tratta di andare finalmente oltre la paura e il rifiuto del diverso…
Le donne ne sanno qualcosa. 
Dobbiamo fare un salto evolutivo di civiltà, tenendo a mente quelle semplici ma bellissime citazioni di Hannah Arendt sulla libertà e sul diritto di spostarsi. Una serie di cambiamenti portati dalla globalizzazione, soprattutto nelle comunicazioni, hanno reso impossibile, oltre che inaccettabile, mantenere barriere e confini che di fatto dividono l’umanità tra chi ha il diritto di vivere e chi no
Vecchi e nuovi poteri cercano di tenere in vita questo sistema di dominio rafforzando gli strumenti del patriarcatoarmi, guerre, frontiere [il link è nostro, ndr] – contro l’avanzare di un “continente” in fuga (quasi 60milioni di persone nel mondo), mentre al contrario si fa sempre più chiara la necessità di costruire un concetto di cittadinanza inclusiva, a partire dalle concrete e materiali condizioni di vita che accomunano le persone su questo pianeta, e dal riconoscimento delle differenze individuali e collettive come ricchezza e relazione. Non è un cammino facile, si tratta di un grande lavoro, ma occorre iniziare. Il pensiero e le pratiche delle donne potrebbero contribuirvi efficacemente grazie a una storia che ha visto il nostro genere confrontarsi per millenni con l’esclusione e il non-riconoscimento. 
Proponiamo quindi alle reti e ai gruppi di donne italiane ed europee di organizzare al più presto un incontro per decidere quali parole e quali iniziative vogliamo condividere. Ne accenniamo qui alcune su cui riflettere: 
• 1. Chiediamo alla comunità internazionale di garantire corridoi umanitari e percorsi di viaggio sicuri per tutti i richiedenti asilo. In particolare chiediamo di fare pressione per chiudere quei campi in Libia e altrove dove vengono violentate le donne. 
• 2. Riteniamo giusto accogliere tutti i migranti, anche quelli cosiddetti “economici” che rischiano comunque la vita fuggendo da condizioni climatiche ed economiche rese insostenibili da responsabilità delle potenze occidentali e neo-coloniali. 
• 3. Proponiamo di avviare un percorso di riflessione per oltrepassare i confini delle regole prodotte dal sistema patriarcale che ancor oggi stanno alla base di un’idea di cittadinanza legata ad appartenenze identitarie, territoriali e nazionali. 
La Casa delle donne di Milano, ottobre 2015

martedì 27 ottobre 2015

ll salvataggio di un neonato in mare

Volete vederlo da vicino, com'è pescare un bebè dal mare, vederlo inerte e gelido, che sembra morto, e riuscire a salvarlo? volete vedere lo sguardo negli occhi di sua madre, quando lo può stringere a sè ormai fuori pericolo?
E' tutto qui:


Un bébé syrien de 18 mois sauvé de la noyade en mer Égée

Bebé clandestino. Mamma clandestina. Una mamma più fortunata di quella del piccolo Aylan e di tanti altri. Sono "clandestini"?



Ieri in un programma tv da voltastomaco ho visto un politico da voltastomaco dare la linea sulla questione del che fare, con tutti questi profughi che scappano dalle guerre: sono clandestini? sono clandestini? se sono clandestini indietro e basta, devono stare a casa loro. Un politico che minaccia di diventare premier di questo paese e che nel frattempo passa la vita in televisione, così ci abituiamo.
Purtroppo politici come questo a casa loro non stanno mai, impazzano tutto il tempo nello sforzo di trasformarci in barbari senza cuore e senza cervello. Ma nella strenua resistenza che ci tocca condurre contro questa corrente, nel tentativo di salvarsi l'anima (e salvare i nostri simili spinti alla disperazione da altre categorie di leader della stessa levatura morale e statura politica) c'è chi inventa antidoti. Gente che promuove progetti come SoS-Mediterranée; di cui su questo blog torneremo certamente a parlare. E' l'iniziativa di una nave di salvataggio, promossa da un gruppo tedesco-franco-italiano. Un piccolo gruppo con un cuore grande così, e cervello quanto basta per osare un'impresa titanica che sta rapidamente crescendo
Certo ci vuole coraggio, per mettersi in un'impresa simile; specie in un periodo in cui la cosa che più abbonda e meglio si vende è la paura. Ma come scrivevamo già qui, c'è chi dice che il contrario della paura non sia affatto il coraggio, ma l'amore - e dove c'è grande cuore, l'amore non manca.
Non dubitiamo dunque che questo progetto farà strada. Tenetelo d'occhio.
Offritegli un caffè, magari; dedicandolo col pensiero a qualcuno di questi bambini e bambine, uomini e donne; clandestini intirizziti ed esiliati dalla nostra barbarie. Anche 1 € conta.
Potete donarlo qui: SOS Mediterranée France - Moncreditcooperatif. Coop; IBAN: FR7642559000694102003894214 Codice BIC: CCOPFRPPXXX • oppure tramite la loro campagna di crowdfunding.

Sono Sophie Beau, francese, e Klaus Vogel, tedesco, lei attvista, lui capitano, gli ideatori e promotori del progetto:

sabato 24 ottobre 2015

La politica femminile fatta dagli uomini: Denis Mukwege. L'uomo che ripara le donne

ARCHIVIO/DOCUMENTI • Francamente [dice il dott. Mukwege], non capisco l’indifferenza della comunità internazionale nei confronti delle congolesi e delle donne in generale. Davvero, non riesco a capire.
Bè. Non lo capisci, dottore, precisamente perché tu capisci. Solo perché tu non solo sai - quello che sono costrette a vivere le donne, ma lo vivi insieme a loro, lo lasci penetrare in te. Quindi, a differenza di quasi tutti gli altri uomini, e della comunità del potere (fatta quasi solo da uomini), tu anche capisci. E' precisamente quel tuo capire che ti impedisce di comprendere l'indifferenza degli altri. 
Mukwege è un ginecologo congolese che ha dedicato la vita alle donne del suo paese, fra le più martirizzate al mondo dagli stupri e dalla violenza maschile, nonché dalle immani conseguenze e difficoltà sanitarie. Uno sterminio, e fra quelle che sopravvivono moltissime arrivano all’ospedale con gli organi genitali completamente distrutti da violenze inaudite; molte di quelle salvate, già curate una volta, muoiono poi in assalti successivi, o tornano in ospedale dopo nuovi stupri.
Al Panzi Hospital da lui fondato, Mukwege ne ha già soccorse e curate molte decine di migliaia; per questo, nel 2013 è stato insignito del Right Livelihood Award, o Premio Nobel alternativo, riconoscimento conferito a coloro che “offrono risposte pratiche ed esemplari alle sfide più urgenti poste dal presente”. La risposta di Mukwege è nei fatti, in una vita straordinaria; a cui Colette Brackman ha dedicato una biografia,
e poi anche un film documentario, realizzato da Colette insieme a  Thierry Michel  ["L'uomo che ripara le donne. La collera di Ippocrate"]. Un film ora in uscita nelle sale, ma che rischiava di non uscire (proprio) in Congo. Il Governo ha tentato di proibirlo, perché: colpevole di aver "travisato le testimonianze delle donne e calunniato le forze militari" (sic). Che vuoi che siano, oltre 500.000 donne stuprate in 16 anni. Ma i "fatti" di Mukwege sono anche le sue parole*; che soprattutto gli uomini dovrebbero tenere bene a mente:
"Ancor prima di qualsiasi chirurgia, è necessario soccorrere le donne psicologicamente, perché arrivano qui talmente traumatizzate che non si può iniziare nessun trattamento senza dare prima un appoggio psicologico. I colpevoli di questi crimini distruggono la vita al suo punto d’inizio. Le donne non possono più avere bambini. Così gli stupratori distruggono le loro comunità, le loro generazioni future, anche quando non uccidono le donne. Agli uomini che stuprano dobbiamo dire: non lo accettiamo. Se non stupri ma non parli contro lo stupro è come se lo accettassi. Continuerò il mio lavoro finché il mondo sarà consapevole della brutalità delle violenze sessuali compiute sulle donne durante i conflitti. E la comunità internazionale deve far cessare i conflitti nella Repubblica democratica del Congo: che non sono etnici, ma territoriali, basati sulle risorse minerali. La regione di Kivu è ricca, infatti, di coltan, sostanza usata per cellulari e portatili. Senza volontà politica la situazione non cambierà. (…). Eppure la comunità internazionale non si muove. Come si può pensare di tradire i traguardi della civiltà a tal punto da restare inerti e con le mani in mano? Non si potrà dire, come accaduto in altri momenti bui della storia, che la comunità internazionale non sapeva. Loro sanno tutto. Ma per loro è normale che la donna soffra. Come se fosse nella sua natura, come se lo stupro di migliaia di donne fosse meno grave della morte di un solo uomo. Molti uomini credono che lo stupro sia "solo" un rapporto sessuale non consenziente. Ma non è così.
È una distruzione della persona, e nella Repubblica Democratica del Congo va avanti sistematicamente da sedici anni. Sedici anni di demolizione delle donne [anni che ora sono 18, ndr], sedici anni di disgregazione di una società. E la situazione non fa che peggiorare. In ogni guerra si cerca di decimare la popolazione del nemico, di occupare il suo territorio e di indebolire la sua struttura sociale. Da questo punto di vista lo stupro è indubbiamente efficace. Accanirsi sull’apparato genitale delle donne è un modo di attaccare “la porta d’entrata della vita” stessa. La maggior parte delle giovani donne violentate non potrà più avere figli. Le altre, contaminate dall’aids e altre malattie, diventano “sorgenti di virus” e “strumenti di morte” per i loro compagni e per i bambini nati dagli stupri, che tra l’altro saranno rifiutati ed emarginati dalla comunità e forse un giorno diventeranno bambini soldato".
(* parole di Mukwege tratte da diverse dichiarazioni e interviste)
Tutta la nostra riconoscenza al dott. Mukwege, che comprende come il corpo delle donne sia il primo campo di battaglia di ogni conflitto. E che, per opporsi a tutto questo ha unito al suo duro e coraggioso lavoro di medico anche quello di attivista nella denuncia degli orrori contro le donne e nella richiesta di soluzioni del conflitto nel Congo orientale; un attivismo che i signori della guerra non gli perdonano. Nel 2012, dopo aver parlato alle Nazioni Unite chiedendo “una condanna unanime per i gruppi di ribelli responsabili delle violenze sessuali”, Mukwege sfuggi a un'aggressione armata di uomini che presero in ostaggio le figlie e tentarono di ucciderlo. Si rifugiò in Europa con la famiglia, ma fu poi convinto a tornare dalla protesta delle donne locali e da allora opera incessantemente nel suo ospedale a Panzi, dove deve vivere rinchiuso e protetto da guardie del corpo.