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domenica 30 agosto 2020

Non una resa dei conti al femminile, bensì una resurrezione dell'etica

di Annamaria Barbato Ricci* • A bocce ferme, dopo le dimissioni di Giulio Leonardo Ferrara da ruoli che un pregiudicato non avrebbe potuto ricoprire ab origine dopo la condanna passata in giudicato, è il momento della riflessione. 

Ci sarebbe sembrato disattendere le conseguenze della sentenza alla pena di due anni e sei mesi per violenza e abuso di posizione di soggezione comminatagli e confermatagli, se lo avessimo lasciato rimanere sulla sua poltrona, pascendosi della propria sostanziale immunità. E abbiamo considerato un dovere civico del nostro giornale indignarci e dare voce all’indignazione, raccolta anche con una petizione ai vertici istituzionali, promossa dal rassemblement femminile “Dalla Stessa Parte”. Ha raccolto le firme di uomini e donne, perché questa non è stata una resa dei conti al femminile, bensì la resurrezione dell’etica, sui luoghi di lavoro pubblici e privati. E l’etica non ha sesso. O ce l’hai o non ce l’hai: la lettera di dimissioni di Ferrara è l’icona di una mentalità padronale priva di etica di un reo riconosciuto in ben tre aule di Tribunale (fra cui la Suprema Corte di Cassazione) che addebita il proprio passo indietro non a questioni di opportunità e di coscienza (ma va’!), bensì ad una ‘violenta’ (lapsus freudiano?) campagna stampa. 

Certo, ne uccide più la penna (o il pc) che la spada.
Il nostro intento, però, non era di uccidere proprio nessuno, sia pure metaforicamente, macchiandogli l’immacolata reputazione, ma di impedire che si accreditasse a un manager moralmente indegno una sostanziale impunità - non ha patito certo l’esecuzione della pena. 
Nessuna conseguenza visibile per lui, qualora la vicenda non fosse stata portata alla luce, se non la traccia sulla sua fedina penale: il che gli consentiva di godere degli eguali privilegi di un omologo dalla morale specchiata. Non enfasi giustizialista, ma operazione verità; non campagna mediatica volta a denigrare immeritatamente, ma ristabilimento della autenticità dei fatti.
Da parte mia, un pensiero sovrastava tutti, mentre pestavo indignata la tastiera del pc: riflettevo sulla sofferenza profonda della parte offesa che, immagino, abbia affrontato un calvario nato dal momento della violenza traumaticamente subita e dipanatosi in tre sedi giudiziarie, con il dolore e l’umiliazione delle domande inquisitorie per stabilire se ‘davvero’ fosse stata oggetto di violenza. 
Un’angoscia reiterata, da sbranare l’anima. E il peso, il terrore di continuare a lavorare in una situazione in cui l’orco era il dominus; e l’habitat sociale e lavorativo che non sempre è benevolo e può non crederti e trinciare istantanee sentenze inappellabili (mentre chi ti ha causato il vulnus può ricorrere a tre gradi di giudizio). E gli incubi, le lacrime, e il meccanismo di autocolpevolizzazione che spontaneamente sorge ed è spesso indomabile. 
Della vittima nessuno ha parlato, io per prima. Di colei riguardo alla quale si può parlare realmente di violenza. E voglio farne ammenda, esprimendo considerazione e solidarietà. 
Signori, tutti in piedi. Onore a una donna che è andata fino in fondo, senza recedere, senza farsi sconfiggere da paure, violenze morali estranee, diventando un simbolo per tutte le altre che non hanno avuto la sua forza d’animo, il suo coraggio. 
Un esempio per quelle che hanno taciuto e lo sprone a non farlo mai più. Perché è lei stessa testimonianza che la giustizia vince sempre, se la facciamo vincere
[Annamaria Barbato Ricci* su Il Quotidiano del Sud del 30/8/2020]
*già capo ufficio stampa della Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri

sabato 24 ottobre 2015

La politica femminile fatta dagli uomini: Denis Mukwege. L'uomo che ripara le donne

ARCHIVIO/DOCUMENTI • Francamente [dice il dott. Mukwege], non capisco l’indifferenza della comunità internazionale nei confronti delle congolesi e delle donne in generale. Davvero, non riesco a capire.
Bè. Non lo capisci, dottore, precisamente perché tu capisci. Solo perché tu non solo sai - quello che sono costrette a vivere le donne, ma lo vivi insieme a loro, lo lasci penetrare in te. Quindi, a differenza di quasi tutti gli altri uomini, e della comunità del potere (fatta quasi solo da uomini), tu anche capisci. E' precisamente quel tuo capire che ti impedisce di comprendere l'indifferenza degli altri. 
Mukwege è un ginecologo congolese che ha dedicato la vita alle donne del suo paese, fra le più martirizzate al mondo dagli stupri e dalla violenza maschile, nonché dalle immani conseguenze e difficoltà sanitarie. Uno sterminio, e fra quelle che sopravvivono moltissime arrivano all’ospedale con gli organi genitali completamente distrutti da violenze inaudite; molte di quelle salvate, già curate una volta, muoiono poi in assalti successivi, o tornano in ospedale dopo nuovi stupri.
Al Panzi Hospital da lui fondato, Mukwege ne ha già soccorse e curate molte decine di migliaia; per questo, nel 2013 è stato insignito del Right Livelihood Award, o Premio Nobel alternativo, riconoscimento conferito a coloro che “offrono risposte pratiche ed esemplari alle sfide più urgenti poste dal presente”. La risposta di Mukwege è nei fatti, in una vita straordinaria; a cui Colette Brackman ha dedicato una biografia,
e poi anche un film documentario, realizzato da Colette insieme a  Thierry Michel  ["L'uomo che ripara le donne. La collera di Ippocrate"]. Un film ora in uscita nelle sale, ma che rischiava di non uscire (proprio) in Congo. Il Governo ha tentato di proibirlo, perché: colpevole di aver "travisato le testimonianze delle donne e calunniato le forze militari" (sic). Che vuoi che siano, oltre 500.000 donne stuprate in 16 anni. Ma i "fatti" di Mukwege sono anche le sue parole*; che soprattutto gli uomini dovrebbero tenere bene a mente:
"Ancor prima di qualsiasi chirurgia, è necessario soccorrere le donne psicologicamente, perché arrivano qui talmente traumatizzate che non si può iniziare nessun trattamento senza dare prima un appoggio psicologico. I colpevoli di questi crimini distruggono la vita al suo punto d’inizio. Le donne non possono più avere bambini. Così gli stupratori distruggono le loro comunità, le loro generazioni future, anche quando non uccidono le donne. Agli uomini che stuprano dobbiamo dire: non lo accettiamo. Se non stupri ma non parli contro lo stupro è come se lo accettassi. Continuerò il mio lavoro finché il mondo sarà consapevole della brutalità delle violenze sessuali compiute sulle donne durante i conflitti. E la comunità internazionale deve far cessare i conflitti nella Repubblica democratica del Congo: che non sono etnici, ma territoriali, basati sulle risorse minerali. La regione di Kivu è ricca, infatti, di coltan, sostanza usata per cellulari e portatili. Senza volontà politica la situazione non cambierà. (…). Eppure la comunità internazionale non si muove. Come si può pensare di tradire i traguardi della civiltà a tal punto da restare inerti e con le mani in mano? Non si potrà dire, come accaduto in altri momenti bui della storia, che la comunità internazionale non sapeva. Loro sanno tutto. Ma per loro è normale che la donna soffra. Come se fosse nella sua natura, come se lo stupro di migliaia di donne fosse meno grave della morte di un solo uomo. Molti uomini credono che lo stupro sia "solo" un rapporto sessuale non consenziente. Ma non è così.
È una distruzione della persona, e nella Repubblica Democratica del Congo va avanti sistematicamente da sedici anni. Sedici anni di demolizione delle donne [anni che ora sono 18, ndr], sedici anni di disgregazione di una società. E la situazione non fa che peggiorare. In ogni guerra si cerca di decimare la popolazione del nemico, di occupare il suo territorio e di indebolire la sua struttura sociale. Da questo punto di vista lo stupro è indubbiamente efficace. Accanirsi sull’apparato genitale delle donne è un modo di attaccare “la porta d’entrata della vita” stessa. La maggior parte delle giovani donne violentate non potrà più avere figli. Le altre, contaminate dall’aids e altre malattie, diventano “sorgenti di virus” e “strumenti di morte” per i loro compagni e per i bambini nati dagli stupri, che tra l’altro saranno rifiutati ed emarginati dalla comunità e forse un giorno diventeranno bambini soldato".
(* parole di Mukwege tratte da diverse dichiarazioni e interviste)
Tutta la nostra riconoscenza al dott. Mukwege, che comprende come il corpo delle donne sia il primo campo di battaglia di ogni conflitto. E che, per opporsi a tutto questo ha unito al suo duro e coraggioso lavoro di medico anche quello di attivista nella denuncia degli orrori contro le donne e nella richiesta di soluzioni del conflitto nel Congo orientale; un attivismo che i signori della guerra non gli perdonano. Nel 2012, dopo aver parlato alle Nazioni Unite chiedendo “una condanna unanime per i gruppi di ribelli responsabili delle violenze sessuali”, Mukwege sfuggi a un'aggressione armata di uomini che presero in ostaggio le figlie e tentarono di ucciderlo. Si rifugiò in Europa con la famiglia, ma fu poi convinto a tornare dalla protesta delle donne locali e da allora opera incessantemente nel suo ospedale a Panzi, dove deve vivere rinchiuso e protetto da guardie del corpo. 

martedì 21 luglio 2015

Assoluzione per stupro di gruppo: cosa dice e dove ci porta la sentenza in quelle 4 paginette ambigue e moraliste

Stiamo parlando di quello che è ormai noto come lo stupro di Fortezza da Basso. Lisa Parrini, la legale della ragazza, ha definito stupefacente la sentenza che assolve i sei uomini condannati in primo grado per stupro.

'Indagini articolate, 19 ore di deposizione della vittima, testimonianze dirette  e di persone informate dei fatti, un processo complesso hanno prodotto una sentenza di 4 paginette che assolve gli imputati perché, a quanto pare, la vittima viene giudicata una ragazza troppo disinibita per essere creduta' una che conduceva una vita non lineare'. Questa sentenza della corte di appello di Firenze porta direttamente alla conclusione logica che una ragazza facile possa essere stuprata impunemente da chiunque. E ci ricorda quella dei jeans per cui, se la donna indossa i jeans, lo stupro sarebbe impossibile; una ridicola motivazione che indignò le donne in Italia e nel mondo e portò negli Stati Uniti all'iniziativa del Denim day. 
E' triste verificarlo ma nel nostro Paese siamo tornati indietro ai tempi di  Processo per stupro e quella scritta dai tre giudici fiorentini (di cui due sono donne), è soprattutto una condanna morale inflitta alle abitudini sessuali della vittima, che con ambiguità e contraddizioni crea un precedente pericolosissimo per tutte le vittime di stupro che chiedano giustizia. 

 "La vicenda risale nel 2008, la mia assistita  aveva un rapporto di amicizia e  collaborazione con uno di loro che l'aveva invitata ad andare a bere. Era stata vista mal ferma sulle gambe e visibilmente sostenuta dal gruppo in uscita dalla Fortezza che si è allontanato. Ha dato una descrizione dettagliata dei fatti ma secondo la Corte  era una donna libera, pronta e adusa a pratiche sessuali disinibite e questo avrebbe giustificato gli imputati ad avere ritenuto sussistente il consenso ad un rapporto sessuale di gruppo con sei uomini ed una donna"
 Questo è un passaggio pericolosissimo per la libertà e la dignità delle donne perché rende lecito dedurre la loro disponibilità sessuale sulla base di comportamenti sessuali. La vittima aveva avuto due rapporti occasionali, una convivenza e una relazione omosessuale, troppo disinibita, secondo le convinzioni dei giudici, e quindi quei 6 uomini hanno potuto interpretarne il consenso!  Una sentenza che gronda morale sessista e patriarcale e che manda un messaggio alle donne: non potete vivere liberamente la vostra sessualità perché non godete di una piena soggettività; se vi sottraete alle regole della morale sessuale  allora non avete più diritto al consenso ma questo verrà gestito da altri. In soldoni: o siete un possesso di un singolo patriarca, della famiglia o di dio oppure rassegnatevi… siete di tutti. 
Ma le aberrazioni non si chiudono qua. La sentenza cita la Cassazione là dove ha specificato che avere rapporti sessuali con una persona ubriaca, in condizioni di minorata capacità fisica e psichica, equivale a costringerla. Ma poi compie un vero e proprio gioco di prestigio: siccome nel processo di appello è stato escluso che gli imputati avessero indotto  la vittima a bere con lo scopo di commettere violenza allora, oplà: lo stato di ebbrezza svanisce e la ragazza diviene "probabilmente ubriaca ma presente a sé stessa". La legale ha stigmatizzato anche l'equiparazione della testimonianza degli imputati a quella della vittima. Nel nostro ordinamento i testimoni giurano, e in caso di dichiarazioni false subiscono conseguenze penali mentre gli imputati no e possono mentire o tacere per difendersi; eppure i giudici si sono avvalsi delle dichiarazioni degli imputati per demolire quelle della vittima. 
La ragazza, infine, secondo la sentenza si sarebbe sottoposta a 19 ore di interrogatorio e sarebbe stata 7 anni in attesa della fine dell'iter processuale per una sorta di autoterapia autolesionista: doveva 'autostigmatizzarsi' per prendere le distanze da una serata "squallida". Insomma per i giudici la vittima non era ubriaca, anzi  lo era ma era "presente a sé stessa",  "era disinibita e libera"  anzi no, era moralista e si è pentita. Non fa una piega, no?
E i giudici stessi, condannano lo stupro, anzi no, lo ammettono, anzi lo negano, se la donna è scostumata; e insomma, tanto per cambiare, provoca.  

sabato 16 agosto 2014

Il premier indiano: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie

Ecco cosa ha detto ieri il premier Narendra Modi, per il 68° anniversario dell’Indipendenza: "Moriamo di vergogna, quando sentiamo notizie di stupri. Coloro che commettono stupri sono pur sempre figli di qualcuno. Li si dovrebbe fermare prima che prendano la strada sbagliata. 
Già da quando hanno solo 12 anni, le nostre figlie si sentono sempre fare tante domande dai genitori: dove vai, cosa fai?... Ma questi genitori chiedono ai propri figli dove stanno andando? Perché non usiamo lo stesso criterio anche per i figli maschi? 
Contro gli stupratori la legge avrà un proprio percorso ma, come la società, anche ogni genitore ha la responsabilità di insegnare a suo figlio la differenza tra giusto e sbagliato.
Siamo nel XXI secolo e ancora non c'è nessuna dignità per le donne. È una vergogna che in India le donne debbano attendere l’oscurità per poter uscire all'aperto a fare i propri bisogni, e potete immaginare il numero di problemi che devono affrontare a causa di ciò? Non dovrebbe essere una cosa difficile, per il paese, costruire servizi igienici. Potrete criticarmi per aver parlato di bagni qui dal Red Fort. Ma vengo da una famiglia povera, so per esperienza cos’è la povertà. Ottenere dignità, per i poveri, inizia da qui. L’India deve sforzarsi di garantire che ogni famiglia abbia una toilette entro i prossimi 4 anni e che tutte le scuole abbiano entro un anno servizi igienici separati per ragazze e ragazzi, in modo che le nostre figlie non siano costrette ad abbandonare la scuola. I nostri atleti ci hanno portato un orgoglio immenso e sono orgoglioso che fra loro, che hanno conquistato medaglie, ci siano anche numerose ragazze (..)
Ci rendiamo conto della situazione fra i sessi? E chi ha creato questo squilibrio nella società? Non è certo l’Onnipotente! E faccio appello ai medici perché non uccidano i feti delle bambine, mi appello ai genitori: non sacrificate le vostre figlie nella speranza di avere maschi. So di genitori che hanno avuto cinque figli maschi e grandi case, ma che una volta vecchi ne sono stati cacciati; e ho visto famiglie con una sola figlia, che per prendersi cura dei propri genitori ha rinunciato a sposarsi”.
Naturalmente l’immagine del premier indiano Narendra Modi che si inchina alle donne, accogliendo la loro benedizione, non rappresenta pienamente la sua figura, per varie ragioni controversa. 
Ma la scegliamo in apprezzamento a questo discorso, che è storico: non solo perché ha molto posto l’accento sulle donne, ma perché ha finalmente richiamato – e questo è davvero degno di nota - alla necessità di rinnovare quella mentalità orientata al maschile, che è fonte primaria di tutte le difficoltà e della violenza scaricate sulle donne.
Nello stesso giorno in cui Modì ha fatto questo discorso, il vicegovernatore di Delhi, dicendo che il governo intende fornire alle donne consulenza legale, aiuto medico e ogni altro sostegno contro molestie e violenze, ha annunciato azioni della sua amministrazione: incremento della flotta di autobus, con 26 autobus speciali per le donne, formazione per ragazze e ragazzi dei villaggi, uno sportello per aiutare le vittime di molestie sessuali, un numero antiviolenza (181) attivo 24 ore su 24 collegato con tutte le 185 stazioni di polizia della città.
Ma chi risponderà a queste chiamate, in queste stazioni di polizia, sarà solidale con le donne o complice con gli aguzzini? Il punto che farà la differenza, appunto, sarà la capacità o meno di agire per un cambio di mentalità. Ecco perché la vera novità storica di questo discorso non sta tanto nel tendere una paternalistica mano alle donne, ma alla sua chiamata per un cambio di paradigma. Che non sta mancando di far discutere la Nazione.


Per inciso.. un discorso che sembra rispondere a un recente appello rivolto alla diplomazia indiana proprio da queste pagine: un invito che, siamo certe, sarà risuonato anche da numerose altre fonti. Ma tanto più apprezziamo questo discorso, in quanto gli appelli lanciati dalle donne siamo abituate a vederli sempre inascoltati.

sabato 31 maggio 2014

Ragazzine stuprate e uccise in India: lettere aperte ai diplomatici indiani e italiani

Su fb è appena uscita una lettera molto dura [che trovate quiall'Ambasciata indiana in Italia. A questa aggiungiamo il seguente comunicato. 

Lettera aperta all’Ambasciatore indiano a Roma e ai Ministri e diplomatici italiani:
Egr. Shri Basant Kumar Gupta, Ambasciatore dell’India in Italia
• Egr. Daniele Mancini, Ambasciatore italiano in India e in Nepal
• Egr. Federica Mogherini, Ministra degli Esteri

Egreg* signor*, nella Vostra qualità di rappresentanti diplomatici e figure di governo ci rivolgiamo a Voi per rappresentarVi e sollecitare quanto segue.

Le donne e gli uomini italiani, come in tutto il mondo, sono rimasti sconvolti dall’ennesimo episodio di brutale violenza che ha visto in India un branco di uomini (fra cui poliziotti) abusare di ragazzine spingendosi al punto di violentarle, torturarle, strangolarle e infine impiccarle a un albero.  
Ci rivolgiamo a Voi per unirci alla richiesta di giustizia che sale dalla famiglia e da tutta la società indiana: in nome dell’India che abbiamo nel cuore, quel luogo, di immensa bellezza, che è fonte di ispirazione spirituale per tutta l’umanità. L’india che ha dato al mondo Gandhi.

Chiediamo che la terra di Gandhi mandi al mondo intero un messaggio forte e inequivocabile in difesa e a sostegno delle proprie figlie, in quanto donne. 
Chiediamo, a tutti gli attori diplomatici che possono avere un ruolo, azioni incrociate e collaborative, forti e decise, volte a sollecitare uno sforzo comune.
Chiediamo che nel Vostro ruolo Vi adoperiate perché dolore e indignazione si trasformino in un riscatto che porti sollievo non solo all’India ma, da lì, alle donne del mondo intero.
Chiediamo una vera svolta che faccia sì che tanta sofferenza non resti vana.
Con fiducia chiediamo a Voi tutti il massimo sforzo in tal senso, ciascuno per le rispettive competenze.
seguono firme

nb • quanto sopra La Rete delle reti femminili propone non come "ente firmatario", ma facendosi da tramite di un messaggio condiviso, in seguito a sollecitazioni ricevute da diverse donne e gruppi via mail e su facebook. Perché? prendiamo spunto da quanto si chiede oggi Monica Ricci Sargentini: e se la nostra rabbia investe l’India? e anche: e in questa storia dove sono le istituzioni? con le ragazzine impiccate o con i poliziotti accusati dell'aggressione? aggiungendo che vien voglia di prendere un aereo, per andare a piantarsi ai piedi di quell’albero di mango insieme ai parenti e agli amici delle (ultime) due vittime inermi di branchi maschili. Ma secondo altri potremmo fare il contrario: smettere di prendere aerei per l’India, per esempio – paese fra le mete turistiche più visitate al mondo; come propone su fb il gruppo Le nostre figlie non sono in vendita). E alle autorità indiane si chiede di ascoltare: il problema non si può liquidare estendendo l’applicazione della pena di morte. Semmai altre forme di pena, che mettano in chiaro che di violenza maschile si tratta, e che di conseguenza bisogna agire, crediamo sarebbero più efficaci.
Ma la pena di morte peggiora, è solo aggiungere a violenza altra violenza. Non per niente la legge del taglione è parte della filosofia stessa su cui poggiano le distorsioni del patriarcato; e (come abbiamo avuto modo di sottolineare anche in riferimento all’Italia) è un insulto alle donne confondere la violenza maschile che le investe con un problema di ordine pubblico. No: le soluzioni sono altre, e ovunque vengano prese, ci riguardano tutti e tutte.
Ci uniamo dunque alle donne indiane per chiedere alle autorità del loro Paese dichiarazioni chiare e forti, rivolte alla propria popolazione e al mondo intero, e azioni concrete rivolte a incoraggiare l’autonomia femminile, stroncare le connivenze poliziesche, educare gli uomini, potenziare le donne, elevarne la dignità e dare loro efficaci strumenti di sostegno e di difesa. E anche ai nostri rappresentanti chiediamo di agire diplomaticamente. E a tutti diciamo: non è una battaglia solo dell’India né, tantomeno, solo “delle donne”. Richiamiamo qui, al proposito, anche il comunicato di Amnesty International. E a tutti chiediamo: partecipate e attivatevi, specie voi uomini - perché proprio voi, uomini di tutto il mondo, specie voi, che non vi macchiereste mai di questi crimini: per quanto voi vi crediate assolti - siete per sempre coinvolti.

sabato 16 novembre 2013

Nessuna colpa! nessuna vergogna: coming out

Partito da Torino, il primo coming out delle donne che hanno subito violenza merita di estendersi e radicarsi rapidamente ovunque: le organizzatrici si rivolgono a tutte perché questa iniziativa si estenda ad altre città. Le donne che desiderano partecipare portando testimonianze (o replicando l'evento altrove) scrivano a Pensiero femminile.

Un'azione necessaria, che cade molto opportunamente a pochi giorni dalle iniziative per il 25 novembre, perché va stroncato il sottinteso che le donne cadute vittime di violenza debbano avere qualche colpa, mentre quasi niente si dice (né si fa! riguardo a una necessaria prevenzione culturale) intorno alla figura degli stupratori. Tutto questo deve finire. Come scrivono le organizzatrici:
Noi  donne che abbiamo subito violenza spesso ci sentiamo in colpa e ci vergogniamo, diventando così vittime di una nuova, meschina e a volte peggiore violenza, che ci paralizza, ci rende inermi e nasconde la nostra forza. Continuiamo a sentire la vergogna della nostra esperienza anche quando è “finita”, ed è faticoso parlarne. Temiamo che dicendolo alle altre e agli altri verremo giudicate e saremo considerate delle perdenti, “sporche”, inadeguate. Come se parlarne danneggiasse la nostra dignità per colpa di chi - senza alcun senso della dignità - ha commesso un crimine contro di noi. In questa giornata vogliamo dire a chi è causa del nostro silenzio e del nostro isolamento che non abbiamo più paura e non siamo sole.



Il 23 novembre saliamo sui palchi nelle piazze e scandendo forte insieme “nessuna colpa - nessuna vergogna”! Testimoniamo la nostra esperienza: con un solo gesto, con alcune parole o con una breve storia. Disinneschiamo la meschina e violenta arma della colpa, con orgoglio gridiamo che alla violenza siamo sopravvissute!

Ogni volta che, unite e forti, denunceremo sul palco di una piazza la nostra storia, toglieremo forza a ogni forma di violenza che tenta di annientare le donne.

lunedì 22 luglio 2013

Emirati: liberata Marte, nel mondo restano da liberare milioni e milioni di altre donne

Indignarsi, protestare serve! Sia chiaro: lo stupro impunito e con l'incoraggiamento dello Stato, avviene tutti i giorni negli Emirati Arabi (e in tutti i paesi con legislazioni simili). Che ne sarà stato, ad esempio, di questa ragazza inglese? e di tutte quelle che, non essendo straniere, non si saprà mai nulla? Ma - almeno questa volta - gli Emirati Arabi, temendo la ricaduta infamante della notizia, hanno fatto cadere le accuse contro Marta Dalelv. Le reazioni indignate sarebbero state molto pericolose, infatti, in vista della candidatura di quel paese all’Expo del 2020, presentata come di “alto profilo”. 
La notizia viene dall'agenzia AP, che paradossalmente titola la sua nota “Dubai perdona la donna al centro di una controversia per stupro” – come se, effettivamente, ci fosse qualcosa da perdonare a Marte, e non, invece, l’indecente gragnuola di delitti commessi contro di lei. 

"E’ un grande giorno, sono molto felice, mi hanno restituito la mia vita", ha dichiarato Marte. Ma è un grande giorno anche per altre ragioni. La cosa importante per tutte e tutti noi, infatti, è che l’allucinante vicenda ha alzato il velo in modo più efficace del solito sul segreto di Pulcinella della barbarie dei codici legali islamici che regolano le leggi negli Emirati (come in Arabia Saudita e in molti altri posti) - a dispetto dell’immagine “friendly” che molti paesi (Emirati in testa) presentano all’Occidente, nel fitto intreccio di interessi economici e turistici su cui viene costruita l’immagine pubblica.
Il ministro degli Esteri norvegese, Espen Barth Eide, ha twittato un ringraziamento a tutti coloro che si sono mobilitati per aiutare, e ha spiegato all’agenzia di stampa NTB che ciò che più ha aiutato Marte è stata insieme alle pressioni diplomatiche, l'attenzione dei media internazionali. Nelle trattative la Norvegia ha anche ricordato agli Emirati Arabi Uniti gli obblighi previsti dagli accordi ONU riguardo a indagare seriamente gli episodi di violenza contro le donne; e ha precisato: "negli Emirati Arabi Uniti e in Dubai la società è in rapido cambiamento. Questa decisione non riguarda solo Marte Dalelv, ma deve servire come campanello d'allarme per quanto riguarda la situazione giuridica in molti altri paesi. Abbiamo detto molto chiaramente ciò che pensiamo di questo verdetto e del fatto che si finisca accusati e condannati per aver segnalato un abuso”.
A Londra, un gruppo di difesa dei diritti che monitora la situazione negli Emirati Arabi Uniti ha esortato le autorità a cambiare le leggi in modo che "le vittime siano protette, sia agevole segnalare i crimini e si metta la giustizia in grado di perseguirli." Rori Donaghy (portavoce del Centro degli Emirati per i Diritti Umani) ha dichiarato: "siamo lieti che Marte possa tornare a casa, ma la presentazione della notizia come un ‘perdono’ richiama ancora il concetto che lei sia colpevole di un crimine. Finché non saranno modificate le leggi attuali, le vittime di violenza sessuale negli Emirati Arabi Uniti continueranno a soffrire come adesso e dovremo vedere altri casi come questo".
E allora le proteste non devono finire, con la liberazione di Marte. Il mondo brulica di inferni in cui le leggi sono fatte solo da uomini, a esclusivo uso e consumo di un’idea di mascolinità padrona e abusante – e dunque dove le donne sono perseguitate e schiavizzate a tutti i livelli (e dove sono perseguitate, con loro, tutte le persone che non si adeguano al modello eterosessuale): per legge, per dettami religiosi, per consuetudine. Questo nulla toglie al fatto che le donne sono vessate in tutto il mondo - anche nei cosiddetti paesi occidentali. Ma esiste una specificità legata alle LEGGI vigenti che platealmente e apertamente discriminano le donne, che è senz'altro i livello più urgente da affrontare.
E – molto in tema con tutto ciò – vi lasciamo a questo LINK un dossier in cui trovate interessanti notizie.

Wissam Al Mana, shame on you! Stuprata, ingannata, condannata, licenziata, minacciata

La ragazza norvegese che per aver denunciato uno stupro negli Emirati Arabi è stata condannata per sesso illecito e calunnia, lavorava per una società di interior design, di proprietà di un certo Wissam Al Mana, un miliardario del Qatar, recentemente sposato a Janet Jackson. 
Ora, la vicenda è nota. Ma vi diamo altri dettagli: quando Marta si è rivolta alla polizia, dopo averle rivolto l'arguta domanda: non è che hai chiamato la polizia semplicemente perché non ti è piaciuto? i poliziotti l'hanno costretta a una visita ginecologica e rinchiusa in carcere senza spiegazioni, per 4 giorni. Siccome le analisi hanno confermato la presenza di sperma, è stata accusata di sesso fuori dal matrimonio e consumo di alcol. E così la ragazza scopre che negli Emirati lo stupro, secondo le grottesche e criminali leggi di questo pianeta maschile, è ritenuto plausibile SOLO se viene denunciato o ammesso dallo stupratore stesso, e/o se vi hanno assistito almeno 4 testimoni tutti maschi, disposti a confermarlo in tribunale.
Ed ecco che la ragazza capisce di essersi messa in una trappola infernale. Ed ecco che il manager della società di Al Mana le viene in aiuto: spiegandole che, se ammetterà che il sesso era consensuale, la cosa si chiuderà in fretta.
Lei, spaventosissima, accetta il consiglio, sperando di uscire dall'incubo. Ed ecco che così viene accusata (e condannata) anche per calunnia.
Dopo questa catastrofe, il potente datore di lavoro è corso in suo aiuto? macché: ecco che un portavoce di Al Mana Interiors dichiara alla CNN che questo consiglio non è affatto arrivato dai suoi manager, ma piuttosto da un agente di polizia. Infine, zelante verso la moralità quanto bugiardo, si precipita a licenziarla con questa lettera:
Dear Ms. Dalelv,
This is to inform you that we are suspending your employment effective immediately, due to unacceptable and improper behavior during your business trip to Dubai.
This decision is based on the incident report of 6th March 2013 issued by the Police Authorities in Dubai. As you know, the above occurrence of your gross misconduct on the job is in direct violation of the Company's police. 
This report is placed in your personnel file and pending action to be decided by the senior management. Sarebbe a dire:
Gentile Signora Dalelv, 
la presente per informarla che il suo impiego è sospeso con effetto immediato, a causa del comportamento inaccettabile e scorretto da lei tenuto durante il suo viaggio di lavoro a Dubai. 
La decisione si basa sul rapporto di incidente del 6 marzo 2013 rilasciato dalle autorità di polizia di Dubai. Come lei sa, la sua grave colpa sul lavoro di cui sopra è in diretta violazione della politica della Società. 
Questo rapporto è allegato al suo fascicolo personale, in attesa di azioni che saranno stabilite dalla direzione.

Ove, come si vede, non solo la licenzia, ma la minaccia anche di "azioni" future, si suppone contro di lei. Ma non è finita: non paga, noncurante dell'esistenza della lettera, e ben conscia della sua criminale vigliaccata, per non danneggiare la sua immagine all'estero la società conclude le sue bravate assicurando ai giornalisti della CNN che il licenziamento si deve a modalità di rapporti "non costruttivi", precedenti alla vicenda dello stupro. 
Ora, qui i colpevoli sono tanti: tutti - tranne Marte. Che è la vittima. Ma ricordiamo che questo pitocco di miliardario, in paesi dove tutto ha un prezzo, probabilmente con una semplice telefonata avrebbe potuto togliere dai guai questa giovane donna violata, tanto giovane da essere poco più di una bambina.
E invece, quante volte, e da quanti rappresentati umani del sesso maschile, è stata tradita e violentata questa ragazza? E il peggiore di tutti è stato lui. Vergogna, sig. miliardario pitocco Wissam Al Mana. Vergogna a Al Mana e a tutti i suoi lacché. Vergogna agli inventori di leggi che istigano allo stupro libero. Vergogna ed eterno disprezzo per tutta questa indegna banda di delinquenti e per tutti gli uomini che taceranno. Uomini, dove siete?
Nel frattempo, la povera Janet Jackson, per stare con questo tizio si è ritirata dalle scene e "convertita" all'Islam. Auguri, Janet.