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sabato 24 ottobre 2015

La politica femminile fatta dagli uomini: Denis Mukwege. L'uomo che ripara le donne

ARCHIVIO/DOCUMENTI • Francamente [dice il dott. Mukwege], non capisco l’indifferenza della comunità internazionale nei confronti delle congolesi e delle donne in generale. Davvero, non riesco a capire.
Bè. Non lo capisci, dottore, precisamente perché tu capisci. Solo perché tu non solo sai - quello che sono costrette a vivere le donne, ma lo vivi insieme a loro, lo lasci penetrare in te. Quindi, a differenza di quasi tutti gli altri uomini, e della comunità del potere (fatta quasi solo da uomini), tu anche capisci. E' precisamente quel tuo capire che ti impedisce di comprendere l'indifferenza degli altri. 
Mukwege è un ginecologo congolese che ha dedicato la vita alle donne del suo paese, fra le più martirizzate al mondo dagli stupri e dalla violenza maschile, nonché dalle immani conseguenze e difficoltà sanitarie. Uno sterminio, e fra quelle che sopravvivono moltissime arrivano all’ospedale con gli organi genitali completamente distrutti da violenze inaudite; molte di quelle salvate, già curate una volta, muoiono poi in assalti successivi, o tornano in ospedale dopo nuovi stupri.
Al Panzi Hospital da lui fondato, Mukwege ne ha già soccorse e curate molte decine di migliaia; per questo, nel 2013 è stato insignito del Right Livelihood Award, o Premio Nobel alternativo, riconoscimento conferito a coloro che “offrono risposte pratiche ed esemplari alle sfide più urgenti poste dal presente”. La risposta di Mukwege è nei fatti, in una vita straordinaria; a cui Colette Brackman ha dedicato una biografia,
e poi anche un film documentario, realizzato da Colette insieme a  Thierry Michel  ["L'uomo che ripara le donne. La collera di Ippocrate"]. Un film ora in uscita nelle sale, ma che rischiava di non uscire (proprio) in Congo. Il Governo ha tentato di proibirlo, perché: colpevole di aver "travisato le testimonianze delle donne e calunniato le forze militari" (sic). Che vuoi che siano, oltre 500.000 donne stuprate in 16 anni. Ma i "fatti" di Mukwege sono anche le sue parole*; che soprattutto gli uomini dovrebbero tenere bene a mente:
"Ancor prima di qualsiasi chirurgia, è necessario soccorrere le donne psicologicamente, perché arrivano qui talmente traumatizzate che non si può iniziare nessun trattamento senza dare prima un appoggio psicologico. I colpevoli di questi crimini distruggono la vita al suo punto d’inizio. Le donne non possono più avere bambini. Così gli stupratori distruggono le loro comunità, le loro generazioni future, anche quando non uccidono le donne. Agli uomini che stuprano dobbiamo dire: non lo accettiamo. Se non stupri ma non parli contro lo stupro è come se lo accettassi. Continuerò il mio lavoro finché il mondo sarà consapevole della brutalità delle violenze sessuali compiute sulle donne durante i conflitti. E la comunità internazionale deve far cessare i conflitti nella Repubblica democratica del Congo: che non sono etnici, ma territoriali, basati sulle risorse minerali. La regione di Kivu è ricca, infatti, di coltan, sostanza usata per cellulari e portatili. Senza volontà politica la situazione non cambierà. (…). Eppure la comunità internazionale non si muove. Come si può pensare di tradire i traguardi della civiltà a tal punto da restare inerti e con le mani in mano? Non si potrà dire, come accaduto in altri momenti bui della storia, che la comunità internazionale non sapeva. Loro sanno tutto. Ma per loro è normale che la donna soffra. Come se fosse nella sua natura, come se lo stupro di migliaia di donne fosse meno grave della morte di un solo uomo. Molti uomini credono che lo stupro sia "solo" un rapporto sessuale non consenziente. Ma non è così.
È una distruzione della persona, e nella Repubblica Democratica del Congo va avanti sistematicamente da sedici anni. Sedici anni di demolizione delle donne [anni che ora sono 18, ndr], sedici anni di disgregazione di una società. E la situazione non fa che peggiorare. In ogni guerra si cerca di decimare la popolazione del nemico, di occupare il suo territorio e di indebolire la sua struttura sociale. Da questo punto di vista lo stupro è indubbiamente efficace. Accanirsi sull’apparato genitale delle donne è un modo di attaccare “la porta d’entrata della vita” stessa. La maggior parte delle giovani donne violentate non potrà più avere figli. Le altre, contaminate dall’aids e altre malattie, diventano “sorgenti di virus” e “strumenti di morte” per i loro compagni e per i bambini nati dagli stupri, che tra l’altro saranno rifiutati ed emarginati dalla comunità e forse un giorno diventeranno bambini soldato".
(* parole di Mukwege tratte da diverse dichiarazioni e interviste)
Tutta la nostra riconoscenza al dott. Mukwege, che comprende come il corpo delle donne sia il primo campo di battaglia di ogni conflitto. E che, per opporsi a tutto questo ha unito al suo duro e coraggioso lavoro di medico anche quello di attivista nella denuncia degli orrori contro le donne e nella richiesta di soluzioni del conflitto nel Congo orientale; un attivismo che i signori della guerra non gli perdonano. Nel 2012, dopo aver parlato alle Nazioni Unite chiedendo “una condanna unanime per i gruppi di ribelli responsabili delle violenze sessuali”, Mukwege sfuggi a un'aggressione armata di uomini che presero in ostaggio le figlie e tentarono di ucciderlo. Si rifugiò in Europa con la famiglia, ma fu poi convinto a tornare dalla protesta delle donne locali e da allora opera incessantemente nel suo ospedale a Panzi, dove deve vivere rinchiuso e protetto da guardie del corpo. 

lunedì 27 ottobre 2014

Cara madre. L'ultima lettera di Reyhaneh

Mia dolce madre, cara Sholeh, apprendo oggi che è il mio turno di affrontare la Qisas [o compensazione, legge del taglione iraniana, ndr). 
Mi ferisce non aver saputo da te di essere giunta all'ultima pagina del libro della mia vita. Sai quanto mi vergogno perché sei triste. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà? Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Avrei dovuto essere uccisa quella orribile notte. Il mio corpo sarebbe stato gettato in qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all'obitorio per identificarlo; là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L'assassino non sarebbe mai stato trovato, visto che noi non siamo ricchi e potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita soffrendo e vergognandoti, qualche anno dopo ne saresti morta, e sarebbe finita così. Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato in un angolo, ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. 
Ma tu accetta il destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita.
Proprio tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fare esperienza e imparare qualcosa; e che a ognuno che nasce viene messa una responsabilità sulle spalle.
Ho imparato che a volte bisogna lottare. Mi ricordo quando raccontasti di quel vetturino che si mise a protestare contro l'uomo che mi stava frustando, ma che quello iniziò a frustare anche lui sul capo e sul viso fino ad ammazzarlo. Tu mi hai detto che per creare un valore si deve perseverare, anche se si muore.
Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che si deve essere una signora di fronte a discussioni e lamentele. Ti ricordi quanto notavi il modo in cui ci comportavamo? Ma la tua esperienza si sbagliava. Quando è accaduto questo incidente, quegli insegnamenti non mi hanno aiutato. Comportarmi in modo presentabile in tribunale mi ha fatto apparire come un'assassina a sangue freddo e una spietata criminale. Non ho versato lacrime. Non ho implorato. Non mi sono disperata, ho avuto fiducia nella legge. E sono stata accusata di rimanere indifferente di fronte ad un crimine. 
Tu lo sai, io non uccidevo nemmeno le zanzare, gettavo via anche gli scarafaggi prendendoli per le antenne, e ora sono diventata un'assassina volontaria. Per la mia familiarità con gli animali sono stata accusata di comportamento mascolino; il giudice non ha considerato che all'epoca dell'incidente avevo le unghie lunghe e laccate.
Quant'è ottimista chi si aspetta giustizia dai tribunali! Il giudice non ha mai avuto niente da ridire sul fatto che le mie mani non siano ruvide come quelle di un pugile. E questo paese per il quale tu hai piantato l'amore in me, non mi ha mai voluto; nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo i termini più volgari. Quando ho perduto il mio ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: con 11 giorni in isolamento.
Cara Sholeh, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui, alla stazione di polizia, una vecchia agente acida mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che in quest'epoca la bellezza non è apprezzata. La bellezza dell'aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce.
Mia cara madre, la mia visione delle cose è cambiata e non è tua la colpa. Le mie parole sono eterne e le affido tutte a qualcuno perché, quando verrò giustiziata, senza di te e a tua insaputa, ti vengano consegnate. In eredità ti lascio molte cose scritte.
Però, prima della mia morte voglio qualcosa da te, qualcosa che mi devi dare con tutte le tue forze e in ogni modo possibile. In realtà è l'unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che avrai bisogno di tempo per farlo. Perciò ti anticipo una parte delle mie volontà. Ti prego non piangere e ascolta. 
Voglio che tu vada in tribunale e dica a tutti la mia richiesta. Non posso scrivere una simile lettera dalla prigione, che venga approvata dal direttore. Perciò dovrai di nuovo soffrire per causa mia. E' l'unica cosa per la quale, se implorerai, non mi arrabbierò anche se ti ho detto molte volte di non implorare per salvarmi dall'esecuzione.
Mia dolce madre, cara Sholeh, l'unica che mi è più cara della vita, ascolta: non voglio marcire sottoterrainutilmente. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere.
Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome. A me comprate un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Ma te lo dico dal profondo del mio cuore: non voglio avere una tomba dove tu vada a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta di nero per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Dammi al vento perché mi porti via.
Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il mio destino. E ora mi arrendo e abbraccio la morte.
Di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli ispettori: accuserò l'ispettore Shamlou, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi.
Nel tribunale del Creatore accuserò il Dr. Farvandi, accuserò Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male ed hanno calpestato i mie diritti e non hanno prestato attenzione al fatto che, a volte, sembra vero ciò è molto lontano dalla realtà.
Cara madre, Sholeh dal cuore tenero, nell'altro mondo siamo tu ed io gli accusatori, e gli altri gli accusati. Vedremo quale sarà la volontà di Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. 
Ti voglio bene. Reyhaneh
Questo messaggio è di diversi mesi precedente all'esecuzione. Non sappiamo se le autorità abbiano accolto il desiderio di Reyhaneh di donare gli organi. Sappiamo solo che quanto ha fatto il regime iraniano è criminale. Lei ha perso la vita, Sholeh ha perso una figlia; auguriamo a tutti i colpevoli di perdere il sonno.

martedì 19 agosto 2014

Le donne in guerra non sono solo in prima linea, ma diventano esse stesse il campo di battaglia

"Non appena l’Iraq è sceso in guerra, le donne non sono state semplicemente in prima linea: loro sono diventate il campo di battaglia stesso" (Yifat Susskind*, sul Guardian).
Secondo il Rapporto Mondiale 2014 sull'Iraq, le donne sono prese di mira da tutte le forze militari – quelle di sicurezza governative e quelle islamiste - stuprate e torturate anche allo scopo di intimidire o punire i membri maschi della famiglia. 
La voce di Yanar Mohammed trema in modo evidente, mentre alza il telefono. Si scusa e si prende un momento per ricomporsi. E’ rimasta turbata da qualcosa che ha appena visto in Tv. È difficile immaginare che un’attivista come lei si lasci spaventare. La rete dei rifugi sotterranei che gestisce attraverso la sua organizzazione non profit per la libertà delle donne in Iraq, era stata pensata, originariamente, per proteggere le donne da delitti d'onore e abusi domestici. Ora è inondata di rifugiati. (…) Il conflitto tra il governo iracheno e il juggernaut fondamentalista islamico, o “stato islamico”, ha consumato la maggior parte del paese, nonché parti della Siria e Kurdistan - e i combattimenti sono in continua escalation. [E -  per le donne, niente, niente, niente di nuovo sotto al sole, ndr]. Venerdì 8 agosto, inviando armi e aerei da guerra al Kurdistan, anche gli USA sono entrati nella mischia, nella speranza di fermare quello che Obama ha definito un potenziale genocidio.
Originariamente chiamato stato islamico dell'Iraq e Sham o ISIS, il gruppo fondamentalista islamico prende forma nell'aprile 2013, guidato dall’ex-comandante qaedista Abu Bakr al-Baghdadi. I ribelli separatisi da Al-Qaeda hanno sconvolto il mondo con la loro spaventosa avanzata militare e la brutale persecuzione dei cristiani e altre minoranze religiose. Oltre al terrore e agli ininterrotti bombardamenti, hanno inflitto torture, decapitazioni e addirittura crocifissioni. Mentre infuria la violenza, Yanar dice che molti dei suoi rifugiati sono sopravvissuti all'impensabile. "Quando ne parlammo in giugno, la gente non ci credeva, perfino i nostri sostenitori ci hanno scritto che non potevano credere a quanto raccontavamo; ma ora arrivano i video”. In uno di questi una ragazzina dice di essere  stata violentata dalle truppe di Iside (gruppo islamista, ndr).
In giugno, gruppi per i diritti umani hanno reso noto che gli islamisti erano andati porta a porta, a Mosul, a strappare le donne dalle loro case per violentarle li, spesso in pieno giorno. Lei e sua sorella sono state violentate mentre erano in casa con la madre. Yanar dice che è impressionante che una giovane donna irachena parli così apertamente del suo calvario. Le superstiti da stupri, in tutto il Medio Oriente, in genere sono zittite dalla paura o dall’ostracismo delle stesse famiglie, alcune vengono uccise dai mariti o da altri membri maschi della famiglia, per “lavare” la vergogna e lo stigma. Questo aiuta a capire perché, ad oggi, le organizzazioni dei diritti umani hanno difficoltà a verificare gli episodi di stupro nelle zone di conflitto. Tirana Hassan (ricercatrice senior della divisione emergenze presso Human Rights Watch), dice che lei non ha potuto vedere prove di violenza sessuale sistematica perpetrata dalle truppe islamiste che, nonostante le uccisioni di massa, sperano di vincere i cuori e le menti nelle regioni conquistate. Ma, aggiunge, la luna di miele non durerà a lungo: "questa non è che la fase iniziale della partita e, se guardiamo quanto avvenuto in Siria sotto il controllo di Iside, vediamo che il gioco è lo stesso". Oltre a quanto perpetrato dall’ ISIS, Tirana dice di aver visto molta violenza anche da parte del governo iracheno e da vigilantes affiliati a entrambi i lati, o con nessuno: "in sostanza, tu hai masse di predoni, che si rendono responsabili di ogni tipo di orrendi crimini. Ed è molto probabile che tra questi ci siano anche violenze sessuali". Se le donne che viaggiano in gruppi, o con i parenti maschi, sembrano relativamente sicure, non sappiamo il prezzo che devono pagare le donne sole. E storie tragiche si inseguono. (…) Yanar dice di aver visto in prima persona come i corpi delle donne diventano danni collaterali dei combattimenti. Racconta di una donna presa di mira perché vedova di un combattente islamico: abusata sessualmente da militari, fuggì presso un'organizzazione di aiuto umanitario solo per scoprire che, anche lì, non era protetta: "dopo aver ricevuto i primi aiuti umanitari, si è diffusa la notizia che era vedova di un guerriero di ISIS; a questo punto sono stati i soldati a perseguitarla. Ora la donna ora è sicuro, ma troppo traumatizzata per parlare”. (..) La maggior parte delle volontarie che lavorano nei suoi rifugi si sono "formate" sul campo: sono anch’esse superstiti di stupro, riparate lì in cerca di aiuto. (..) I volontari hanno potuto portare una ragazza superstite di stupro (che doveva abortire con urgenza, ndr) in una clinica. L'aborto sarebbe permesso in Iraq ma solo se il feto è menomato o se c’è pericolo di vita, con le nuove leggi tentare un aborto è rischioso. (..) Dal 2003, da ben prima che lo stato islamico giungesse al potere in Iraq, l’organizzazione di Yanar ha operato in questo modo - attentamente, in modo sotterraneo - per dare protezione alle donne dagli efferati effetti della discriminazione sessuale. I regimi vanno e vengono. "Ma il problema non è certo ciò che [il governo] consente o meno". Yanar ha imparato che, quando la legge non è dalla tua parte, sei costretta a fare le tue regole.

*Yifat Susskind è direttrice esecutiva di MADRE, organismo internazionale per i diritti umani delle donne che opera in collaborazione con le donne locali.

Il sito di Rudaw riporta le testimonianze di ragazze rapite per essere abusate sessualmente: in una telefonata clandestina una racconta di essere prigioniera dei soldati islamici, insieme ad almeno altre 200 donne yazide, nei pressi di Baaji, nella provincia di Mosul: "tre, quattro volte al giorno vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare alla testa (..) loro ne prelevano alcune e le portano ai loro emiri, che abusano di loro; quando tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate". Fra i singhiozzi la ragazza supplica chiedendo aiuto, chiede anche di colpire la prigione con raid aerei per seppellirle e farla finita. Qualcuna è riuscita a scappare ma il dolore le ha distrutte: una madre racconta che tre delle sue figlie si sono uccise gettandosi dal monte Shingal, dopo essere state violentate dai miliziani dello Stato Islamico.

giovedì 9 maggio 2013

Loredana Viola: lettera-appello alla Ministra Josefa Idem


Ill.ma On. JOSEFA IDEM, Ministro per le Pari Opportunità
e  p.c. All’On. Anna Maria Cancellieri, Ministro della Giustizia
e p.c. All ‘On. Ministro Angelino Alfano, Ministro dell’ Interno 

On. Ministro Josefa Idem, avverto il dovere morale di scriverLe perché gli eventi che da anni consacrano la figura della donna come vittima eccellente della furia e della ferocia maschile ha raggiunto un momento di impetuosità umana e mediatica che evidenzia l’assoluta inadeguatezza ed il senso di impotenza dello Stato nell’affrontare l’imperante crimine del “femminicidio”, sillogismo coniato per simboleggiare la violenza di genere in ogni sua forma. 
[la foto, aggiunta da noi, sull'incredibile gadget dei target della "ex" a grandezza naturale, che, se colpiti, schizzano sangue, ben  testimonia della patologia di cui parla questa lettera; ndr*
In Calabria gli organismi regionali e provinciali per le Pari Opportunità onorano con impegno e determinazione il loro operato nella contingenza della drammatica attualità, pur consapevoli che bisogna affrontare la questione socio culturale da cui insorgono tali tragedie, in una società in cui il fenomeno  attraversa ogni epoca, ogni cultura, ogni luogo.
Io credo che vi sia una tipologia di uomini affetti da una silenziosa quanto insidiosa forma di “alterazione patologica“ che assale e travolge le loro certezze  quando d’improvviso li avvertono precarie, quando si scontrano con l’ angoscia del confronto verbale, dell’insicurezza sul futuro, quando attribuiscono alle donne, alle compagne la responsabilità del proprio fallimento, quando amplificano il concetto della proprietà della persona, l’incapacità di gestire la propria vita in vista del “crudele abbandono“, quando divengono preda  di un personalissimo amor proprio che reputano schiacciato, represso, umiliato,  quando cristallizzano la teoria che la forza fisica può sovrastare ogni tipo di resistenza mentale al femminile o quando intuiscono che la donna intende “l’amore“ non soltanto come protezione ma come sublime attraversamento, ed essi per correre ai ripari, subdolamente, prefigurano la loro immolazione nello status di vittima/carnefice con la labile speranza che la società possa riconoscergli  pensieri di pena o ventura clemenza.
Dunque stiamo parlando di impostazioni culturali, dunque supremazia del proprio io in rapporto con le cognizioni maturate in un tessuto sociale in cui gli insegnamenti didattici possono suggellare, già nella fanciullezza, la potenzialità di generare sane o cattive opinioni di sè rispetto all’altro inteso come prossimo.
On. Ministro, la legge e le istituzioni devono tener conto che il problema va affrontato alla radice, che non si tratta del delirio di un momento ma di evidenti suggestioni culturali cementificati in un idea nociva del prossimo rispettabile solo se di sesso equipollente. 

E’, altresì, evidente che la donna è tardiva o restia a denunciare per tempo, o se lo fa rimane inascoltata e su questo la cronistica depone dirompente, come è oltremodo palese il non sentirsi protetta e nel momento in cui ravvisa  la trappola,  “l’imboscata virtuale “ prende forma tangibile, le attenzioni amorevoli non si generano più, cessano perché miravano soltanto ad immobilizzare l’illusione che amore e possedimento potevano divenire conciliabili compagni di vita.
Il dominio è uno stato di detenzione mentale, è una condizione che trasferisce autorità e non autorevolezza ai sentimenti, è una preclusione pitturata di premeditate tenerezze, quasi a discolpare l’avida ambizione di voler dominare ogni “passo solitario” che sfugge al proprio controllo.
On Ministro, la scuola come primo strumento didattico, unitamente alla saggezza familiare, dovrebbe tornare ad essere motore di conoscenza reale del vivere civile e del civico rapportarsi, la spinta propulsiva delle normative giuridiche non può essere delegata alla semplice convegnista d’occasione, se pur utile come diffusione mediatica dell’emergenza, non può essere lanciata in maniera così aggressiva dai mass media, i quali sembrano celebrare giornalisticamente l’ennesimo evento di cronaca nera, più che condannarlo, con il rischio di generare una forma di assuefazione al dolore, all’indignazione, al ripudio collettivo, di rendere impetuoso e sterile l’aspetto umano della vittima, che dopo l’eclatante e ripetuto servizio giornalistico, andrà dolorosamente ad aggiungersi alle statistiche numeriche da esibire nei salotti dei ”Talk Show dell’orrore”.
D’altro canto lo stolker, nella forma meno nociva, non  può essere sanzionato episodicamente senza che divenga coscienzioso titolare della sua pericolosità sociale, 
On. Ministro si  deve dar vita “all’alternativa del riparo” per la donna/vittima, assicurandogli quello scudo protettivo che possono offrire i centri di ascolto, di accoglienza capaci di sopperire al vuoto economico ed allo smarrimento sociale che dovrà affrontare nel momento in cui acclara a se stessa l’indifferibile richiesta di aiuto, anche perché il momento della percezione, spesso, si accomuna, irrimediabilmente, al momento dell’esecuzione ultima della violenza, giungendo noi, collettivamente, a constatare un altro assassinio prefigurato in contemporaneità con lo Stato, con le Istituzione, con la società .
Ma lo Stato ha il dovere di giungere per primo, di legiferare per precorrere ogni tempo ed ogni dove!
Lo Stato ha il compito di incrementare quanto necessario per sopravanzare una condizione sociale e culturale con dispositivi inibitori e preventivi riducendo, altresì, il rischio dell’emulazione che rigenera i vili in super uomini ! Perché come sostenne Bordieu, il dominio maschile è la più antica e persistente forma di oppressione esistente.
Dunque cultura diffusa nelle scuole, ore di religione indirizzate ad insegnare ai ragazzi a rispettare il corpo della donna in modo che non lo percepiscano come merce mortificata dalla stessa opera pubblicitaria, il reintegro dell’ora di educazione civica, processi terapeutici per chi agisce in maniera violenta contro ogni forma umana di debolezza, istituzione di nuove case/famiglie, rifugio per le donne in difficoltà, diffusione della cultura del supporto delle rete sociale, reticolo familiare preparato ad affrontare le insidie, diffusione del patrocinio gratuito da parte del Ministero delle Pari opportunità per chi denuncia le sopraffazioni fisiche e psicologiche, direttive sanzionatorie immediate la cui certa applicazione non illuderà lo stolker nel pensiero di averla scampata, mortificando le regole e fuggendo anche da se stesso. 

La rieducazione della “razza umana” serve a far prendere coscienza di sè, difatti i sentimenti appartengono all’umanità, ed essa si evolve quando ha fatto i conti con i propri limiti, la tolleranza, le inefficienze, la discriminazione, la solidarietà, i vuoti legislativi, il rispetto delle regole, l’applicazione e l’interpretazione della legge “uguale per tutti”; quando gli strumenti didattici rispecchiano le più alte ambizioni intercettando ed interpretando il candore dei sogni delle nuove generazioni.
On. Ministro riveda la legge sui finanziamenti stabili per i centri antiviolenza, il monitoraggio dell’efficacia delle politiche già esistenti, lo studio sulla violenza di genere, la formazione professionale, i congedi temporanei per chi chiede aiuto e rischia, paradossalmente, di perdere anche il posto di lavoro, la lotta agli stereotipi che  vengono veicolati dalla stessa stampa la quale spesso non rimarca la discriminazione di genere e qualche volta semplifica il dramma come il frutto di un “raptus” inteso come incidente isolato, come accadimento improvviso, mentre in realtà simboleggia l’ultimo atto di un continuo di violenza nell’ambito delle relazioni d’intimità.
On. Ministro, a nome di ogni donna, il cui respiro non incontrerà più l’ebbrezza della vita, Le chiedo di attivarsi per restituire giustizia a chi è stato negato il tempo per incontrare il futuro, ad omaggiare la loro memoria riconsegnando la dignità a chi è destinato a soccombere quotidianamente in un respiro affannato che anticipa la morte.
Le Chiedo di condurre una contesa civile anche in nome di un Paese, l’Italia, i cui albori storici, artistico, culturali esibiscono orgogliosamente al mondo un “esemplare” di vissuto raccontato negli universali testi storici.
On. Ministro: garantisca che la denuncia sociale divenga riconoscimento giuridico, un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione ed emarginazione delle donne, attraverso azioni incisive sul piano politico, operativo, giuridico ed amministrativo.
On. Ministro Lei, altresì, rappresenta idealmente uno strumento educativo straordinario, lo sport, un veicolo unico di aggregazione e di inclusione solidale. Lei sa bene che attraverso il suo linguaggio è possibile costruire modelli innovativi di educazione e comunicazione improntati al rispetto di se’ e degli altri, alla solidarietà e alla promozione di stili di vita corretti, ecco perché conto sulla Sua sensibilità, sulla Sua percezione del valore dell’educazione in ogni forma applicabile come primario viatico formativo delle coscienze disperse.
Dante, rese icona Beatrice… ”riuscì a far rifulgere il nome di Beatrice di uno splendore vivo e profondo come pochi altri esempi umani, in un perpetuo anelito d’amore in cui lo sguardo dell’amata rappresentò un ponte verso il cielo, una scala che solleva, che redime ogni stanco viandante”, ma secoli dopo Oscar Wilde definì la storia delle donne come la peggiore delle tirannie che il mondo abbia mai conosciuto: la tirannia del debole sul forte. E' l’unica tirannia che duri.
Loredana Viola (Segretario CUG – Comune di Taurianova RC)
Taurianova RC lì 06.05.2013