giovedì 4 settembre 2014

Beyoncé: troppo sexy per essere una "perfetta femminista"? Almeno lei sa chi ringraziare. Ma c'è di più

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Sapete cosa? Beyoncé non è affatto una "femminista" improvvisata, "tanto per farsi pubblicità". E come icona femminista era già stata incoronata da uno dei più attivi magazine femministi internazionali. Ma ora - aggiungiamo, in seguito all'ignorante campagna che ha cooptato molte giovani donne sull''Hashtag #IdontneedFeminism, aggiungiamo: almeno lei sa chi ringraziare.
E anche: sulla vicenda c'è molto, molto da riflettere.
Per questo, sul tema, vi segnaliamo questo pezzo uscito su Ms Magazine:
Qualunque siano stati i dibattiti, riguardo all'auto-identificazione femminista di Beyoncé, nessuna dichiarazione è stata più audace di quella resa da lei stessa ponendosi sul palco davanti alla parola illuminata "Femminista", di fronte a un pubblico di milioni di persone che assistevano al MTV Video Music Awards show del 24 agosto 2014.
Come osserva Anita Little (direttore associato di Ms. Magazine):
Beyoncé è inestimabile per il femminismo, perché lo trae dai margini del dialogo pubblico e lo getta nel cuore della visione popolare, costringendo le masse a confrontarsi sia con questo termine sia con il suo significato. Che la gente accetti oppure critichi il suo femminismo, questo è marginale rispetto al fatto che, almeno, tutti ne stanno parlando.
Si tratta di un punto veramente cruciale da considerare, soprattutto alla luce di come Beyoncé ha riformulato questa parola per la pubblica discussione. Il primo giorno di scuola di questo nuovo anno scolastico ho fatto in modo di discutere la cosa: e molti studenti si sono detti entusiasti che la pop star avesse abbracciato quel termine. 
Allo stesso modo, molti di loro sono stati ambivalenti, riguardo all'abbracciare l'identità femminista, proprio perché gli stereotipi inculcati sulle femministe, nelle menti della maggior parte delle persone (come presunte odiatrici di uomini; poco sexy, poco attraenti, prepotenti) li mettono in condizioni di vederle in termini negativi.
Beyoncé, come un autentico sex symbol che si esibisce nel suo elemento sul palco, mentre il marito si prende cura del figlio, è riuscita a capovolgere il copione e ha aperto considerevoli brecce nell'immaginario pubblico sul femminismo. Ma, se molti ne hanno elogiata l'audacia, altri ancora non possono adattare le loro menti all'idea che Beyoncé si possa identificare come femminista. È quel suo stile sexy. Lei è troppo sexy; troppo eteronormativa, troppo omologata a uno sguardo maschile nel suo spettacolo sessualizzato.
Ma cosa intendiamo dire esattamente? Forse che una femminista non può essere sexy? Vorrei approfondire questo paradosso (se si tratta davvero di questo).
La "confusione" fatta da alcuni, o addirittura il rifiuto, di Beyoncé come icona femminista appare un tantino razzistica. Rispondendo alle proteste di Ferguson, seguite all'uccisione del diciottenne Michael Brown, in un recente pezzo per il Washington Post il commentatore sociale Touré ha evidenziato l'onere che pesa sugli afro-americani, nel dover soddisfare le aspettative della "vittima perfetta": nell'immaginazione pubblica, la vittima nera che cade uccisa dalla polizia bianca o da civili (Trayvon Martin, Michael Brown, Renisha McBride, Jordan Davis) non deve aver mai fatto nulla di male, nulla che possa suggerire che forse si meritava di morire.
In una certa misura, l'aspettativa che le vittime nere debbano essere "perfette" - martiri o crociati della giustizia (pensiamo a Rosa Parks o a Claudette Colvin), vale anche in altri campi.  
Beyoncé non è considerata una "perfetta femminista"; dunque la sua adeguatezza come icona del femminismo può essere contestata. Proprio come la criminalizzazione rende imperfetta la gioventù nera, così fa la troppa sessualizzazione delle donne nere. Storicamente, la sessualità femminile nera è costruita su un binario semplicistico: o il Jezebel ipersessuale, incontrollabile, oppure la vittima oppressa di stupro. E se consideriamo le nostre icone femministe nere del passato (Sojourner Truth, Harriet Tubman, Rosa Parks, Shirley Chisholm, Angela Davis) non sono generalmente note per la loro sensualità. Sono semmai quasi mascolinizzate o desessualizzate, al fine di mantenere le proprie credenziali femministe.
Ecco perché il discorso di Beyoncé su sessualità, sesso e sensualità ha un potenziale liberatorio. Sì, come dice bell hooks, il suo coinvolgimento con un sistema suprematista bianco, capitalista e patriarcale di bellezza e sensualità (dai suoi boccoli biondi ai suoi ritratti convenzionali eteronormativi) non propone nuove narrazioni della liberazione sessuale. Ancora, voglio insistere ancora su questo, perché è proprio la sua appropriazione di valori capitalistici e suprematisti bianchi, che le ha permesso di costruire il suo potere economico, culturale e aziendale. Come donna nera, in un'industria musicale infame per sfruttamento e marginalizzazione delle doti musicali delle donne nere, in ciò Beyoncé ha già compiuto un'impresa straordinaria, e può ora esprimere un'identità femminista su un palcoscenico mondiale - qualcosa che pochissime artiste pop femminili si possono permettere.
Nel suo potente libro Usi dell'erotico: l'erotico come potenza, Audre Lorde ha scritto:
Ci è stato insegnato a sospettare di questa risorsa [erotica], vilipese, maltrattate e svalutate all'interno della società occidentale. Da un lato, l'erotico superficiale è stato incoraggiato come segno di inferiorità femminile; dall'altro, le donne sono state indotte a soffrirne e sentirsi spregevoli e sospette in virtù della sua esistenza.
Beyoncé parla precisamente di questo punto, nel suo recente video dietro le quinte (la parte 4, dal titolo "liberazione"):


dice che lei abbraccia l'erotico, soprattutto da quando è diventata madre: vuole mostrare al mondo che la sua sensualità non può essere ridimensionata in quanto lei è ormai una "rispettabile" moglie e madre. Curiosamente, è stata proprio la sua infame "pole dance", durante lo show VMA, che ha causato costernazione fra alcune femministe. Ma Beyoncé ha trovato ispirazione per la sua canzone "Partition" con spogliarello video, guardando un vero streap tease al Crazy Horse di Parigi (un regalo di compleanno per l'allora-fidanzato Jay Z) e fantasticando di vedere se stessa fra queste donne, il che indica (oltre a una certa solidarietà con le donne che lavorano nell'intrattenimento sessuale) la volontà di celebrare ciò che è femminile e sessuale, e anche un'ammissione di essere lei stessa coinvolta dallo spettacolo di donne sexy. Cioè da esposizioni destinate allo sguardo maschile, ma ove Beyoncé reclama lo sguardo per sè.
Questo scenario erotico non significa "inferiorità femminile" né qualcosa di "spregevole e sospetto". Beyoncé ha deliberatamente messo in scena "Partition", al VMas, subito prima di presentare il suo inno femminista “Flawless": 


che richiama le parole dell'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, dal suo TED Talk "Tutte noi dovremmo essere femministe": 


"noi insegnano alle ragazze che non possono essere persone sessuali, come lo sono i ragazzi". Come Beyoncé chiede nella sua canzone "Partition": tu ami il sesso? ...traduzione "persa" [cit. di Lost in translation, ndr] allo scopo di questo saggio: "Le femministe non amano il sesso?".
Nella mia intervista con Adichie (numero di Ms dell'estate 2013), lei dice di cercare di evitare etichette "femministe" (benché si riconosca come tale), perché simili etichette possono essere "prescrittive". Speriamo che, da femministe, riguardo all'adesione pubblica al femminismo di Beyoncé, non ci faremo troppo impantanare da simili prescrizioni. 
Forse lei non sarà perfetta nella sua espressione femminista. Ma se è la sua sensualità a dequalificarla, è tempo di ripensare alla nostra narrazione del femminismo.
Traduzione di Politicafemminile

domenica 31 agosto 2014

Mai abbassare la guardia: spazzato via in Francia il Ministero dei Diritti delle Donne. Sosteniamo le donne francesi

#ContreLaDisparitionduMinistèredesDroitsdesFemmes A soli 2 anni dalla sua istituzione, il Ministero francese per i diritti delle donne - che già dava importanti frutti - è stato soppresso.
La Ministra è sostituita da un Segretario di Stato  e il Ministero declassato a una sottosezione degli Affari Sociali e per la Salute (! il che ci ricorda moltissimo, non è vero??). Questo benché il presidente Holland si fosse impegnato a istituire il nuovo Ministero e a mantenerlo (almeno) per tutta la durata del suo mandato.
Ma alle ultime elezioni amministrative la vittoria delle destre ha potenziato le forze retrive e - facciamocene una ragione - le ideologie autoritarie non saranno MAI al fianco delle donne. E già che ci siamo, ai libertari che davanti all'oppressione femminile non si commuovono MAI, diciamo: di quelle ideologie vi rendete complici. Ma torniamo alla Francia: a Parigi, il 28 agosto, decine di attiviste hanno  realizzato a sorpresa un funerale in protesta per la scomparsa del Ministero.
Donne del Collettivo nazionale per i diritti delle donne (CNDF), il coord. francese della Lobby europea delle donne, delle Féministes en Mouvement, di Osez le feminisme! e delle Femen hanno depositato una corona con la scritta "Ministero dei diritti delle donne, il nostro eterno rimpianto".
Non è stato possibile indire una manifestazione, perché l'azione era stata addirittura vietata dalla Prefettura; ora una vera manifestazione è in preparazione per martedì 2 settembre 2014.
Diamo una mano alle amiche francesi, diffondiamo questa notizia e l'evento su facebook, sosteniamole e facciamo nostra la loro lettera al Presidente Holland, firmando in massa la loro petizione; ecco il testo in italiano: 
Signor Presidente della Repubblica,
avendo Lei di recente dichiarato di essere favorevole a un governo serrato, Le chiedimo di impegnarsi a confermare in via definitva il Ministero dei Diritti della Donna e di assicurare la parità nell'esecutivo fino alla fine del Suo mandato quinquennale.
Il 7 Marzo 2012, presso La Cigale, Lei si era assunto l'impegno di creare un Ministero dei diritti delle Donne, e ha poi mantenuto la parola data. Per due anni, l'esistenza di questa struttura, che abbiamo ottenuto grazie ai nostri voti, ha consentito allo Stato di avviare un cambiamento di mentalità e nelle vite delle donne. Ma il cambiamento non si fa in due anni, tanto meno senza soldi. Molte opere sono ancora da avviare; e noi sappiamo che, in termini di diritti delle donne, mai niente è definitivamente acquisito.
La costituzione di un governo paritario, nel 2012, è stato un segnale forte in direzione dell'uguaglianza fra donne e uomini in politica. La parità a tutti i livelli deve essere affermata come un principio che non può essere derogato. I nostri collettivi auspicano che sia rigorosamente rispettata.
La giornata dell'8 marzo, di lotta per i diritti delle donne, è stata segnata da proteste femministe in tutta la Francia. Queste mobilitazioni, e la vivacità del movimento, testimoniano elevate aspettative in termini di uguaglianza e di libertà per le donne.
Ecco perché ora Le chiediamo solennemente di impegnarsi a mantenere il Ministero dei Diritti delle Donne, e ad aumentare sensibilmente il bilancio destinatogli, e a rispettare la parità in qualsiasi rimpasto di governo.
Voglia gradire, Signor Presidente della Repubblica, i sensi della nostra più alta considerazione.

Vi segnaliamo inoltre questo articolo/lettera aperta a Manuel Vals, il Primo Ministro francese. 

venerdì 29 agosto 2014

Il maschilismo del Corriere della Sera

Sfoglio il settimanale Sette, del Corriere della Sera: l'allegato "serio", quello dedicato all'attualità e alla politica. E l'occhio mi cade sul colophon. 

E dato che stavo disegnando (avevo accanto delle matite colorate) distrattamente, mentre scorro i nomi degli autori, coloro di azzurro quelli maschili e di rosa i femminili. Ed ecco il risultato: 
Opinioni
Uomini: 13 • Donne: 3 (una delle quali vignetta e un'altra posta del cuore). 
Attualità
Uomini: 14
Donne: 3
Sette estate 
Uomini: 15
Donne: 8 (includendo oroscopo e moda).
Eppure mi risulta che di donne in grado di parlare di attualità e politica, e di dare opinioni, ce ne siano molte. Ma le loro conoscenze se le tengano per sé. Pazienza se non hanno voce sui grandi quotidiani; hanno sempre gli spazietti dedicati sulle riviste femminili, o sulle loro varianti politiche (i "blog femminili" che ormai hanno tutte le testate).
Vabbè, ho pensato con un sospiro. Ma - caso vuole, l'occhio mi cade anche sulla pagina a fianco, ove una pubblicità dichiara a gran voce: AVER LA CONOSCENZA E NON POTERLA USARE E' COME AVER LE ALI E NON POTER VOLAREE così ho deciso di fare questo post.



venerdì 22 agosto 2014

Tragedia Ebola: un problema che riguarda tutti, per affrontarlo partiamo da noi

Cosa succede al mondo? ad alzare lo sguardo oltre i confini della nostra penisola pare veramente di essere entrati in un circolo vizioso para-apocalittico. 
Dall’Ucraina al Medio Oriente, dall’Africa subequatoriale a quella occidentale si assiste ad una disperazione infinita causata dall’uomo all'uomo, come nel caso delle incredibili, atroci guerre alimentate dai fanatismi dell'ISIS. Mentre Hamas e Israele, per citare solo alcuni dei pessimi interpreti di questa tragedia quotidiana, o gli ex connazionali in guerra in Ucraina alimentano un bollettino di morte che non accenna a finire. A questo tumulto civile si aggiunge l’epidemia di ebola: si contano già oltre 1.350 morti in Liberia, Guinea, Sierra Leone, ed ora anche in Nigeria, è un incubo che si estende sfiancando i volontari che si prestano da decenni a rendere meno impossibili le vite di quei martoriati popoli. 
Può sembrare quasi una speculazione intellettuale - o azzardata - mettere in relazione questi diversi mali estremi del mondo, ma non lo è se si considera come  il mondo oggi sia, non solo un organismo naturale unico (come lo è qualunque ecosistema), ma anche un sistema integrato di stati sempre più fortemente interconnessi tra loro, dai confini sempre più labili.
Non a caso la prima reazione al virus di ebola è stata la chiusura delle frontiere e l’aumento dei controlli del traffico aereo di merci e persone. Scelta sacrosanta e doverosa, per non estendere l’epidemia ad altri paesi oltre a quelli già contagiati. Ciò però non può bastare a risolvere il problema. Fin da subito, anche se in maniera discontinua, USA, UE e Cina si sono attivati per portare soccorso ai paesi colpiti (tra i quali, non dimentichiamo, la Nigeria rappresenta forse la più importante economia africana assieme al Sud Africa), ma, nei fatti, in loco sono rimaste solo le ONG come il CUAMM (Medici con l'Africa, che ha attivato una raccolta fondi) e MSF. Nei giorni scorsi l’OMS ha ammesso che l’epidemia è stata sottovalutata  - basti vedere quanto si è aggravata la situazione in un solo mese; questo grafico è del 23 luglio:
- e che servono maggiori attenzioni, partendo dalla necessità di aumentare il personale preparato. Serve un impegno diretto dei sistemi sanitari occidentali, com’è già successo in passato per malattie che falcidiavano le popolazioni del terzo mondo e rappresentavano un rilevante pericolo per quelle dei paesi sviluppati.
Non è solo una questione di umanitaria misericordia, dunque, ma sta anche nell’interesse egoistico di ciascuno di noi che questo male sia debellato. E’ notizia di ieri che il dottor Kent Brantly, contagiato dal virus mentre era in missione in Liberia, sia stato dimesso dall’ospedale di Atlanta, pare grazie al siero sperimentale ZMapp, così come si sono visti grandi progressi sull’infermiera Nancy Writebol. La notizia è eccezionale, perché per la prima volta mette in dubbio che il virus non sia curabile. Ma, anche se la casa farmaceutica dichiara di aver fornito ai paesi africani le sue scorte gratuitamente, aggiunge di non essere pronta a produrre il siero su larga scala. E allora, qui e ora devono intervenire i governi occidentali, finanziando la conclusione della ricerca e garantendo che il siero sia celermente riproducibile su base industriale. Costa? certo, intervenire ha sempre un costo; ma, se dobbiamo fare domande ciniche, forse è bene chiedersi anche che costi ha l'epidemia, e dove ci porterebbe continuare a sottostimare il problema.


Più in generale, va ripensato l’intero ordine mondiale. La situazione di così grave squilibrio, in un mondo divenuto così piccolo per cui ogni accadimento, anche lieve, può incidere ovunque sul pianeta, necessita una profonda revisione della politica estera e internazionale. E' ora di finirla di sedersi sull'assioma che i (pochi) Paesi ricchi possano utilizzare la maggior parte delle risorse dei (molti) paesi poveri, spesso alimentandone le crudeli dittature, chiudendo gli occhi di fronte a evidenti ingiustizie per ragioni di immediato interesse politico e/o di sfruttamento economico: tutto ciò non solo non è più tollerabile dal punto di vista morale, ma neppure più sostenibile, lo ripeto, nello stesso interesse di chi di questo squilibrio ha sempre approfittato. Questa disomogeneità costringe i paesi occidentali a costosi interventi militari, spesso forieri di guai peggiori, o altrettanto costosi sforzi umanitari: missioni di ogni genere, sempre provvisorie, mai risolutive. 
Serve un nuovo piano di sviluppo per tutto il pianeta,  su nuovi paradigmi economici e culturali, a vantaggio di uno sviluppo sostenibile non solo a parole, a sua volta perseguibile solo con la riduzione delle diseguaglianze. Possiamo cominciare dal rivedere questo nostro modo di intendere la soluzione dei problemi restringendo il campo, fino a ridurlo a quello del nostro giardino. Solo così potremo allargare  quella visione provinciale che troppe volte fa del nostro Paese uno stato piccolo piccolo. 
Laura Puppato

martedì 19 agosto 2014

Le donne in guerra non sono solo in prima linea, ma diventano esse stesse il campo di battaglia

"Non appena l’Iraq è sceso in guerra, le donne non sono state semplicemente in prima linea: loro sono diventate il campo di battaglia stesso" (Yifat Susskind*, sul Guardian).
Secondo il Rapporto Mondiale 2014 sull'Iraq, le donne sono prese di mira da tutte le forze militari – quelle di sicurezza governative e quelle islamiste - stuprate e torturate anche allo scopo di intimidire o punire i membri maschi della famiglia. 
La voce di Yanar Mohammed trema in modo evidente, mentre alza il telefono. Si scusa e si prende un momento per ricomporsi. E’ rimasta turbata da qualcosa che ha appena visto in Tv. È difficile immaginare che un’attivista come lei si lasci spaventare. La rete dei rifugi sotterranei che gestisce attraverso la sua organizzazione non profit per la libertà delle donne in Iraq, era stata pensata, originariamente, per proteggere le donne da delitti d'onore e abusi domestici. Ora è inondata di rifugiati. (…) Il conflitto tra il governo iracheno e il juggernaut fondamentalista islamico, o “stato islamico”, ha consumato la maggior parte del paese, nonché parti della Siria e Kurdistan - e i combattimenti sono in continua escalation. [E -  per le donne, niente, niente, niente di nuovo sotto al sole, ndr]. Venerdì 8 agosto, inviando armi e aerei da guerra al Kurdistan, anche gli USA sono entrati nella mischia, nella speranza di fermare quello che Obama ha definito un potenziale genocidio.
Originariamente chiamato stato islamico dell'Iraq e Sham o ISIS, il gruppo fondamentalista islamico prende forma nell'aprile 2013, guidato dall’ex-comandante qaedista Abu Bakr al-Baghdadi. I ribelli separatisi da Al-Qaeda hanno sconvolto il mondo con la loro spaventosa avanzata militare e la brutale persecuzione dei cristiani e altre minoranze religiose. Oltre al terrore e agli ininterrotti bombardamenti, hanno inflitto torture, decapitazioni e addirittura crocifissioni. Mentre infuria la violenza, Yanar dice che molti dei suoi rifugiati sono sopravvissuti all'impensabile. "Quando ne parlammo in giugno, la gente non ci credeva, perfino i nostri sostenitori ci hanno scritto che non potevano credere a quanto raccontavamo; ma ora arrivano i video”. In uno di questi una ragazzina dice di essere  stata violentata dalle truppe di Iside (gruppo islamista, ndr).
In giugno, gruppi per i diritti umani hanno reso noto che gli islamisti erano andati porta a porta, a Mosul, a strappare le donne dalle loro case per violentarle li, spesso in pieno giorno. Lei e sua sorella sono state violentate mentre erano in casa con la madre. Yanar dice che è impressionante che una giovane donna irachena parli così apertamente del suo calvario. Le superstiti da stupri, in tutto il Medio Oriente, in genere sono zittite dalla paura o dall’ostracismo delle stesse famiglie, alcune vengono uccise dai mariti o da altri membri maschi della famiglia, per “lavare” la vergogna e lo stigma. Questo aiuta a capire perché, ad oggi, le organizzazioni dei diritti umani hanno difficoltà a verificare gli episodi di stupro nelle zone di conflitto. Tirana Hassan (ricercatrice senior della divisione emergenze presso Human Rights Watch), dice che lei non ha potuto vedere prove di violenza sessuale sistematica perpetrata dalle truppe islamiste che, nonostante le uccisioni di massa, sperano di vincere i cuori e le menti nelle regioni conquistate. Ma, aggiunge, la luna di miele non durerà a lungo: "questa non è che la fase iniziale della partita e, se guardiamo quanto avvenuto in Siria sotto il controllo di Iside, vediamo che il gioco è lo stesso". Oltre a quanto perpetrato dall’ ISIS, Tirana dice di aver visto molta violenza anche da parte del governo iracheno e da vigilantes affiliati a entrambi i lati, o con nessuno: "in sostanza, tu hai masse di predoni, che si rendono responsabili di ogni tipo di orrendi crimini. Ed è molto probabile che tra questi ci siano anche violenze sessuali". Se le donne che viaggiano in gruppi, o con i parenti maschi, sembrano relativamente sicure, non sappiamo il prezzo che devono pagare le donne sole. E storie tragiche si inseguono. (…) Yanar dice di aver visto in prima persona come i corpi delle donne diventano danni collaterali dei combattimenti. Racconta di una donna presa di mira perché vedova di un combattente islamico: abusata sessualmente da militari, fuggì presso un'organizzazione di aiuto umanitario solo per scoprire che, anche lì, non era protetta: "dopo aver ricevuto i primi aiuti umanitari, si è diffusa la notizia che era vedova di un guerriero di ISIS; a questo punto sono stati i soldati a perseguitarla. Ora la donna ora è sicuro, ma troppo traumatizzata per parlare”. (..) La maggior parte delle volontarie che lavorano nei suoi rifugi si sono "formate" sul campo: sono anch’esse superstiti di stupro, riparate lì in cerca di aiuto. (..) I volontari hanno potuto portare una ragazza superstite di stupro (che doveva abortire con urgenza, ndr) in una clinica. L'aborto sarebbe permesso in Iraq ma solo se il feto è menomato o se c’è pericolo di vita, con le nuove leggi tentare un aborto è rischioso. (..) Dal 2003, da ben prima che lo stato islamico giungesse al potere in Iraq, l’organizzazione di Yanar ha operato in questo modo - attentamente, in modo sotterraneo - per dare protezione alle donne dagli efferati effetti della discriminazione sessuale. I regimi vanno e vengono. "Ma il problema non è certo ciò che [il governo] consente o meno". Yanar ha imparato che, quando la legge non è dalla tua parte, sei costretta a fare le tue regole.

*Yifat Susskind è direttrice esecutiva di MADRE, organismo internazionale per i diritti umani delle donne che opera in collaborazione con le donne locali.

Il sito di Rudaw riporta le testimonianze di ragazze rapite per essere abusate sessualmente: in una telefonata clandestina una racconta di essere prigioniera dei soldati islamici, insieme ad almeno altre 200 donne yazide, nei pressi di Baaji, nella provincia di Mosul: "tre, quattro volte al giorno vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare alla testa (..) loro ne prelevano alcune e le portano ai loro emiri, che abusano di loro; quando tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate". Fra i singhiozzi la ragazza supplica chiedendo aiuto, chiede anche di colpire la prigione con raid aerei per seppellirle e farla finita. Qualcuna è riuscita a scappare ma il dolore le ha distrutte: una madre racconta che tre delle sue figlie si sono uccise gettandosi dal monte Shingal, dopo essere state violentate dai miliziani dello Stato Islamico.

sabato 16 agosto 2014

Il premier indiano: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie

Ecco cosa ha detto ieri il premier Narendra Modi, per il 68° anniversario dell’Indipendenza: "Moriamo di vergogna, quando sentiamo notizie di stupri. Coloro che commettono stupri sono pur sempre figli di qualcuno. Li si dovrebbe fermare prima che prendano la strada sbagliata. 
Già da quando hanno solo 12 anni, le nostre figlie si sentono sempre fare tante domande dai genitori: dove vai, cosa fai?... Ma questi genitori chiedono ai propri figli dove stanno andando? Perché non usiamo lo stesso criterio anche per i figli maschi? 
Contro gli stupratori la legge avrà un proprio percorso ma, come la società, anche ogni genitore ha la responsabilità di insegnare a suo figlio la differenza tra giusto e sbagliato.
Siamo nel XXI secolo e ancora non c'è nessuna dignità per le donne. È una vergogna che in India le donne debbano attendere l’oscurità per poter uscire all'aperto a fare i propri bisogni, e potete immaginare il numero di problemi che devono affrontare a causa di ciò? Non dovrebbe essere una cosa difficile, per il paese, costruire servizi igienici. Potrete criticarmi per aver parlato di bagni qui dal Red Fort. Ma vengo da una famiglia povera, so per esperienza cos’è la povertà. Ottenere dignità, per i poveri, inizia da qui. L’India deve sforzarsi di garantire che ogni famiglia abbia una toilette entro i prossimi 4 anni e che tutte le scuole abbiano entro un anno servizi igienici separati per ragazze e ragazzi, in modo che le nostre figlie non siano costrette ad abbandonare la scuola. I nostri atleti ci hanno portato un orgoglio immenso e sono orgoglioso che fra loro, che hanno conquistato medaglie, ci siano anche numerose ragazze (..)
Ci rendiamo conto della situazione fra i sessi? E chi ha creato questo squilibrio nella società? Non è certo l’Onnipotente! E faccio appello ai medici perché non uccidano i feti delle bambine, mi appello ai genitori: non sacrificate le vostre figlie nella speranza di avere maschi. So di genitori che hanno avuto cinque figli maschi e grandi case, ma che una volta vecchi ne sono stati cacciati; e ho visto famiglie con una sola figlia, che per prendersi cura dei propri genitori ha rinunciato a sposarsi”.
Naturalmente l’immagine del premier indiano Narendra Modi che si inchina alle donne, accogliendo la loro benedizione, non rappresenta pienamente la sua figura, per varie ragioni controversa. 
Ma la scegliamo in apprezzamento a questo discorso, che è storico: non solo perché ha molto posto l’accento sulle donne, ma perché ha finalmente richiamato – e questo è davvero degno di nota - alla necessità di rinnovare quella mentalità orientata al maschile, che è fonte primaria di tutte le difficoltà e della violenza scaricate sulle donne.
Nello stesso giorno in cui Modì ha fatto questo discorso, il vicegovernatore di Delhi, dicendo che il governo intende fornire alle donne consulenza legale, aiuto medico e ogni altro sostegno contro molestie e violenze, ha annunciato azioni della sua amministrazione: incremento della flotta di autobus, con 26 autobus speciali per le donne, formazione per ragazze e ragazzi dei villaggi, uno sportello per aiutare le vittime di molestie sessuali, un numero antiviolenza (181) attivo 24 ore su 24 collegato con tutte le 185 stazioni di polizia della città.
Ma chi risponderà a queste chiamate, in queste stazioni di polizia, sarà solidale con le donne o complice con gli aguzzini? Il punto che farà la differenza, appunto, sarà la capacità o meno di agire per un cambio di mentalità. Ecco perché la vera novità storica di questo discorso non sta tanto nel tendere una paternalistica mano alle donne, ma alla sua chiamata per un cambio di paradigma. Che non sta mancando di far discutere la Nazione.


Per inciso.. un discorso che sembra rispondere a un recente appello rivolto alla diplomazia indiana proprio da queste pagine: un invito che, siamo certe, sarà risuonato anche da numerose altre fonti. Ma tanto più apprezziamo questo discorso, in quanto gli appelli lanciati dalle donne siamo abituate a vederli sempre inascoltati.

martedì 5 agosto 2014

Basta bombe! Donne in azione contro la guerra

Ero ancora adolescente quando per la prima volta mi sono interessata alle questioni di pace e di conflitto. E quando dico interessata intendo che ho iniziato a divorare libri e giornali, cercando di capire il mondo.
Una delle cose che mi ha scioccato di più è stato l'utilizzo senza fine della violenza armata come strumento per risolvere i problemi. Massacrarsi a vicenda senza posa non sembrava essere un metodo utile a risolvere nulla. Il continuo sviluppo di nuove armi e mezzi sempre più efficienti per uccidersi l'un l'altro non sembrava un buon modo di utilizzare il denaro. Sembrava che la violenza fosse la nostra principale forma di comunicazione e che ogni strada alternativa per coinvolgere l'altro fosse considerata solo utopia.
Dopo aver studiato questi temi all'università, ho iniziato a lavorare per la WILPF (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà). Volevo lavorare per un'organizzazione dedicata alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, per la giustizia economica e sociale e, naturalmente, il disarmo. Pensavo che le armi - il loro sviluppo e commercio, possesso e utilizzo - fossero il cuore di molti dei nostri problemi umani collettivi. E, dopo 9 anni con il programma di disarmo di WILPF Reaching Critical Will, ne sono convinta più che mai (come la maggior parte delle donne, da sempre, ndr).
Uno degli obiettivi cui lavoro per WILPF è mettere fine all'uso di armi esplosive nelle zone abitate. È una campagna abbastanza recente, fondata nel 2011 da gruppi della società civile interessati agli aspetti legali, economici, umanitari e sanitari del bombardamento nelle città. Ci siamo uniti alla INEW (Rete internazionale sulle armi esplosive) per incoraggiare i governi a stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone popolate al fine di prevenire l'umana sofferenza.
Questo impegno va davvero al cuore di ciò per cui la WILPF lavora fin dal 1915. Furono donne che protestavano contro le uccisioni e la distruzione della prima guerra mondiale che posero le basi su cui si fondano la nostra organizzazione e, da allora, tutti i suoi sforzi contro il militarismo.
Negli ultimi 100 anni, guerre e conflitti armati hanno visto l'uso di mortai, razzi, proiettili di artiglieria e bombe aeree in zone abitate.
Durante la seconda guerra mondiale, il bombardamento delle città era ormai dilagarntee. In Vietnam gli Stati Uniti hanno condotto la più grande campagna di bombardamento aereo nella storia militare.
Non è solo un problema storico. Nella striscia di Gaza, nel corso delle ultime settimane, sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi e feriti oltre 6200 (numero in continua crescita, ndr). Secondo Save the Children un quarto di questi morti sono bambini. La maggior parte causati da attacchi aerei di Israele, che ora ha anche bombardato l'unica centrale elettrica di Gaza (non che anche Hamas non tenti di colpire le città, ma la sua forza di fuoco è infinitamente minore, ndr). In Siria, il tributo di morte è di oltre 170.000, circa un terzo dei quali sono civili. Ancora una volta, molti di questi morti sono causati dal bombardamento delle città. Molte aree urbane siriane sono ormai in rovina, la storia e la cultura distrutte insieme a vita, mezzi di sussistenza e comunità.
In tutti i casi, il tipo di danno è prevedibile. Le armi esplosive utilizzano deflagrazioni e schegge per colpire persone e danneggiare oggetti, edifici e infrastrutture. Quando queste armi sono utilizzate nelle zone abitate uccidono e feriscono i civili, punto e basta.
Mentre ci avviciniamo al centenario della WILPF, è difficile riconoscere che, in questi cento anni, forse l'unica cosa che è cambiata è che ora è solo più facile uccidere e mutilare decine e decine di persone a causa dei progressi delle tecnologie, sia della violenza sia della crescente urbanizzazione. Ma allo stesso tempo, ci sono stati progressi nel diritto internazionale umanitario e delle leggi per i diritti umani. Forse queste leggi (come scrive qui Jeremy Bowen, ndr), sono solo il modo migliore che abbiamo per misurare il grado di orrore che gli esseri umani si infliggono a vicenda. Tuttavia, esse dovrebbero offrirci una tabella di marcia non solo per misurare questo orrore, ma per porgli fine.
Come attiviste per la pace e la libertà, vedo come nostro compito promuovere, implementare e sviluppare ulteriormente ulteriormente questa tabella di marcia. Non possiamo accettare che il diritto umanitario si limiti a rendere le guerre "meno pericolose" per i civili. Dobbiamo usarlo per porre fine alle guerre e impedirne di nuove. Dove ci sono lacune nell'attuazione della legge, come sull'uso delle armi esplosive nelle zone abitate, dobbiamo capire come colmarle al meglio. Dove non non c'è nessuna legge, dobbiamo crearle, e far sì che vengano applicate (in tema di leggi qui un sito utile: Arms Treaty Daily, ndr).
Questo non è un lavoro solo per i governi. Questo è un lavoro per tutti. I governi hanno linee guida e e leggi per istruire le loro azioni, ma quando si impegnano in manipolazioni politiche, aggressioni militari ed economiche, e nel potere negoziale, spetta a noi intervenire. Lo sforzo di INEW per stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone abitate vuole prevenire la sofferenza umanitaria dovuta a una delle cause più comuni di morte e distruzione nei conflitti armati. Si tratta di cambiare radicalmente il modo in cui vengono intraprese guerre e conflitti armati.
Per me, lavorare su questo tema significa tornare alla radice dei motivi per cui avevo inizialmente aderito all'WILPF. E, a 100 anni dalla sua nascita, penso essenziale per la nostra causa, e parte integrante dell'obiettivo della nostra organizzazione, promuovere il potere delle donne per fermare la guerra.
Ray Acheson (Direttrice di Reaching critical Will; qui per Women stop war)