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mercoledì 17 febbraio 2016

Thérèse Clerc, la donna che sapeva amare (anche) la vecchiaia. Sognare, osare, creare.

Se ne è andata Thérèse Cler; teniamola con noi. 

Fondò le case delle Babayagas perché era strega, come tutte le donne lo sono. Facciamo dunque nostro il suo sortilegio:
felici le donne che realizzano la loro unità; loro nascono a sé stesse e partoriscono un mondo riunificato. Felici quelle che rimuovono le frontiere, la Matrice è la loro Terra, loro ritrovano le loro origini. Felici le donne che si allontanano dalle rive dei Padri, loro gettano le loro reti in acque tranquille e fanno arretrare la violenza e la guerra. Infelici quelle che usano la seduzione per raccogliere privilegi dai Padri, loro coltivano il proprio disordine, quello che genera la gerarchia e la concorrenza fra donne. Beate le donne che fanno emergere il proprio continente nero. Una nuova Terra appare e loro la fecondano.


La vecchiaia non è una malattia, è l’età della grande libertà - diceva. Fondò le "maison des Babayagas" - qui il sito ufficiale - quelle case delle streghe che speriamo si diffonderanno in tutto il mondo. Di lei, e di questo suo grandioso, delizioso, progetto, vi avevamo già parlato qui, invitando a portarlo anche Italia. In attesa giungano aggiornamenti da chi ha deciso di farlo e ci sta lavorando… teniamoci strette al cuore la storia di questa donna, la magia del suo pensiero. 


giovedì 11 giugno 2015

Attualità di un impegno. Perché non possiamo non professarci ancora femministe

Con grande piacere, nel segnalarvi il nuovo trimestrale dell'Associazione Donne Magistrato Italiane, Giudice Donna, vi proponiamo un pezzo di Gabriella Luccioli, dal numero 2/2015 appena uscito:
Cosa vuol dire essere femminista oggi, ed in particolare che cosa significa per una generazione di giovani donne cresciute nel convincimento di non avere nulla da invidiare agli uomini e nulla per cui lottare, o quanto meno che questa lotta non è una priorità? Per molte di loro la parola femminismo ha anzi finito per assumere una connotazione negativa, quasi sinonimo di sterile protesta, di lamentazione, di intollerabile vittimismo. Da qualche tempo negli Stati Uniti ha grande diffusione l’hashtag #womenagainstfeminism, manifesto delle ultime generazioni di donne contrarie all’emancipazionismo delle loro madri, percepito come atteggiamento inutilmente rivendicativo.

Nella prospettiva delle sostenitrici di tale tendenza l’eguaglianza è già acquisita, e non vi è alcun bisogno di rivendicarla; ed è in ragione della definitività di tale traguardo che esse promuovono ed esaltano la libertà di ogni scelta di vita, come quella di dedicarsi alla casa e ai figli piuttosto che alla carriera, scrollandosi di dosso quel fastidioso fardello dell’impegno politico per la parità di genere tanto tenacemente coltivato dalle loro madri. La posizione delle giovani americane muove da un concetto di fondo: il femminismo pone le donne contro gli uomini, in una contrapposizione che non vogliamo e che non ci riguarda. Impostazione miope, a mio avviso: disparità salariale, sessismo, sfruttamento del corpo delle donne, disuguaglianza sociale sono totalmente rimossi dall’ orizzonte critico. Impostazione che non solo denota una completa ignoranza della storia del femminismo e delle tante battaglie che negli anni Settanta [e anche ben prima, ndr] hanno animato negli Stati Uniti e in Europa il dibattito politico e culturale, facendo emergere con forza i pensieri, i valori, la dignità ed i diritti violati delle donne, ma che appare altresì fondata sull’equivoco che donne e uomini rivestano gli stessi ruoli nella società, anche in quella statunitense.
Non risulta che tale movimento [antifemminista, ndr], caratterizzato da un approccio estremamente empirico, proprio della cultura statunitense, ai problemi, che disconosce provocatoriamente i frutti positivi, dei quali pur beneficia, delle lotte della generazione precedente, sia stato ripreso e conclamato nel nostro Paese. Sembra piuttosto di percepire nelle ragazze di casa nostra una lontananza inconsapevole dai problemi di genere, che non sfiorano il loro presente: una lontananza che le esonera da ogni impegno verso la parità, salvo più tardi sperimentare sul piano personale e ciascuna attraverso il proprio specifico percorso che la discriminazione esiste ancora nei luoghi di lavoro e tra le mura domestiche e che vi è un diverso prezzo da pagare per uomini e donne per la loro realizzazione professionale. Eppure recenti indagini e recenti statistiche dimostrano quanto sia ancora lungo il cammino da percorrere per una effettiva parità. Una delle donne più potenti del mondo, Christine Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, ha affermato alcune settimane or sono che il 90% delle nazioni ha almeno una legge che limita il potenziale femminile ed impedisce alle donne di essere economicamente attive ed ha aggiunto che “in un mondo che ha tanto bisogno di crescita le donne possono dare un contributo se solo hanno di fronte a sé delle pari opportunità, invece di una insidiosa congiura” , mentre i paesi che privano le donne di opportunità si impoveriscono, rinunciando a dinamismo e benessere. Le parole della Lagarde erano dirette a commentare un importante studio realizzato dal FMN sui danni del sessismo, secondo il quale in oltre 40 nazioni, tra cui molte ricche ed avanzate, si perde più del 15% della ricchezza potenziale a causa delle discriminazioni contro le donne, con oscillazioni dal 5% del PIL perduto negli Stati Uniti al 34% in Egitto. 

In questa classifica l’Italia si colloca in una posizione intermedia, scontando una perdita del 15% del PIL potenziale, ossia tripla rispetto agli Stati Uniti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) le donne in Europa sono più istruite degli uomini, ma sono pagate di meno: la differenza di stipendio tra i sessi oscilla da un minimo di cento euro ad un massimo di settecento euro al mese. In particolare, con riguardo ai lavori non specializzati, le donne guadagnano cento euro in meno degli uomini con le stesse mansioni. Altre ricerche hanno evidenziato che corrisponde a novemila miliardi di dollari l’anno la ricchezza non realizzata nel mondo per essere tante donne e tante ragazze costrette a contentarsi di un piano B, ossia di una soluzione di ripiego non adeguata al loro talento ed alle loro capacità, ma ritenuta tanto più compatibile con i loro impegni di cura domestica. Quanto al nostro Paese, ci si compiace del dimezzamento, nell’ultimo semestre, delle donne assassinate da 72 a 36, trascurando il dettaglio che quegli stessi numeri evidenziano la commissione di sei femminicidi al mese. È inoltre una realtà anche italiana, peraltro comune a moltissimi altri Stati, il divario retributivo tra uomini e donne, a parità di responsabilità e di mansioni: si tratta di un fenomeno odioso, contro il quale si è di recente levata anche la voce di Papa Francesco. Le donne sono altresì più facilmente licenziate ed assunte con contratti a termine e dimissioni preformate per l’ eventualità di gravidanze. Il Parlamento europeo ha votato nello scorso marzo una risoluzione sulla parità tra donne e uomini nell’ Unione Europea nel 2013 presentata dall’eurodeputato belga Tarabella, diretta a sollecitare un miglioramento delle politiche per il raggiungimento della parità di genere. Tale risoluzione prospetta alcune sfide e pone alcuni fondamentali obiettivi da conseguire nei prossimi anni, invitando la Commissione e gli Stati membri “a tenere conto della prospettiva di genere del diritto delle donne nell’ elaborazione delle loro politiche e nelle loro procedure di bilancio, in particolare nel quadro delle politiche di stimolo, procedendo sistematicamente a valutazioni di impatto secondo il genere”, evidenziando l’impellente necessità di ridurre il divario retributivo e pensionistico, richiedendo il migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, promuovendo il congedo di paternità retribuito di almeno dieci giorni, invocando misure volte ad incoraggiare e sostenere l’azione degli Stati membri sul piano della violenza contro le donne, ribadendo in relazione al diritto alla salute che le donne devono avere il controllo della loro salute sessuale e riproduttiva ed essere informate adeguatamente sui loro diritti e sui servizi disponibili. Un decalogo a tutto campo e di grande respiro politico, del quale non appare traccia nel dibattito culturale che anima il Paese né nell’agenda degli impegni governativi e parlamentari. In questo quadro di riferimento non può non restare intatto, ed anzi si pone come necessità civile ineludibile, l’impegno delle donne a cambiare le tante cose che sono ancora da cambiare, rifuggendo da ogni trattativa al ribasso: dalla trasmissione obbligatoria del cognome paterno alla persistente violazione del corpo femminile, dalla pubblicità che offende le donne all’uso sessista del linguaggio, dalla declinazione sempre al maschile di termini che ben possono essere tradotti al femminile alla scarsa presenza delle donne nei centri di potere ed al vertice delle istituzioni. Su quest’ultimo punto è diffuso il convincimento, basato sul falso presupposto che donne e uomini sono uguali, che sia del tutto indifferente che a tenere le leve del comando sia una persona dell’uno o dell’altro sesso. È evidente l’erroneità di tale posizione, che da un lato non percepisce che la presenza femminile è una necessità democratica, e non un optional, dall’altro lato porta all’inaccettabile risultato di una macroscopica carenza di donne nei centri decisionali. 
Questa carenza, che conferma con la forza inconfutabile dei numeri l’ insufficienza dell’uguaglianza meramente formale, ha indotto la politica ad intraprendere azioni dirette alla promozione di pari opportunità tra donne e uomini, così da raggiungere risultati di pari rappresentanza in tutte le cariche ed in tutte le istituzioni. Eppure di tali strategie e di tali finalità pochi uomini sembrano essere consapevoli, anche all’ interno della magistratura. Le nostre diversità per biologia, per storia e per esperienza esigono che il concetto di eguaglianza sia declinato in modo includente le differenze non solo fisiche, ma anche di cultura, di stile, di valori di riferimento. E su tale fronte è necessario l’impegno delle magistrate, mettendo in campo quella attenzione e quella sensibilità affinate negli anni verso tutti i segnali di sessismo che molte persone non vedono, denunciando gli stereotipi che tuttora ostacolano un corretto rapporto tra i sessi e contestando quelle pratiche che attraverso criteri di selezione apparentemente neutri finiscono con il penalizzare le donne nel loro percorso professionale. Ciò vale anche a dire che resta intatto l’impegno, nella sfera privata, a continuare a batterci perché le nostre figlie non soffrano i sensi di colpa per i tempi sottratti alla famiglia, le incertezze, le fragilità ed i timori che hanno accompagnato il nostro cammino, e perché d’altro canto i nostri figli conoscano la naturalezza della condivisione dell’attività di cura, alleggerendo le donne di quel pesante fardello ed aiutandole a sfuggire all’ eterno dilemma della distribuzione dei tempi tra il lavoro e la famiglia ed a sperimentare la diversa qualità di una vita che valorizzi in pieno i loro talenti.
Gabriella Luccioli


domenica 24 maggio 2015

Donne nell’economia: un dibattito alla Casa delle Donne di Milano

Come è cambiato il ruolo delle donne nella società e nell’economia in Italia? Come lo scambio intra-generazionale può influire sul cambiamento nelle questioni di genere? Come le donne possono contribuire a rendere l’economia più etica?
 Sono alcuni temi del dibattito del 27 maggio 2015 alla Casa delle Donne di Milano; qui i dettagli.

martedì 23 settembre 2014

Emma Watson: perché vi chiedo di partecipare a #heforshe

Oggi lanciamo la campagna #HeForShe. Vostre eccellenze, Segretario generale ONU, presidente dell'Assemblea, direttrice esecutiva UN Women, gentili ospiti: mi rivolgo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti.

Questa è la prima campagna ONU di questo tipo, vogliamo spronare più uomini e ragazzi possibile a sostenere un cambiamento; e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che diventi concreto.
Sono stata eletta ambasciatrice per UnWomen 6 mesi fa, e più parlo di femminismo e più mi rendo conto che troppo spesso l'impegno per i diritti delle donne viene inteso come sinonimo di "odiare gli uomini".
E, se c'è una cosa che so con certezza, è che questo deve finire.
Per la cronaca, per definizione il femminismo è il concetto che uomini e donne debbano avere pari diritti e pari opportunità.


E'  la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Ho cominciato a diffidare delle supposizioni basate sul genere molto tempo fa. A 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero prepotente se volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori, quando ai maschi non succedeva. A 14 anni, dall'essere sessualizzata da certi media. A 15 anni, dal vedere le mie amiche abbandonare le squadre degli sport che amavano per timore di "apparire muscolose". A 18 anni, dal vedere che i miei amici maschi non sapevano esprimere i propri sentimenti... ho deciso di essere femminista e la cosa mi sembrava semplice. Ma le mie esperienze più recenti dimostrano che femminismo è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, io sono nel novero di quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti.
Ma perché femminismo è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto i miei colleghi maschi; penso giusto poter prendere decisioni riguardo al mio corpo; penso giusto che delle donne mi rappresentino politicamente per quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso giusto che mi sia garantito lo stesso rispetto sociale che è garantito agli uomini.
Ma, sfortunatamente, posso dire che non c'è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di vedersi riconosciuti questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. E considero questi diritti come diritti umani.
Ma io sono una di quelle fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno supposto che dovessi limitarmi perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Questi esempi sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa ciò che sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono questi i femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. E ne abbiamo sempre più bisogno.
Se ancora odiate questa parola: non è il termine che è importante, ma l'idea e il proposito che sottende. Perché non tutte hanno avuto i miei stessi diritti: al contrario, statisticamente, quelle che hanno questa fortuna sono ancora molto poche.
Nel 1995, a Pechino, Hilary Clinton fece un celebre discorso sui diritti femminili.
   
Purtroppo, molte delle cose che lei avrebbe voluto cambiare allora, sono vere tutt'oggi [e in molti luoghi anche in rapido peggioramento, ndr]. Ma quello che mi ha colpito di più, è che [alla conferenza di Pechino sulle donne, ndr] meno del 30% del pubblico era composto da uomini.
Come si può influire sul cambiamento nel mondo se solo la metà di esso partecipa alla discussione?

Uomini. Colgo quest'occasione per rivolgervi un invito formale.
La parità di genere è anche un problema vostro. Perché finora vedo il ruolo paterno poco importante nel rapporto con i bambini, nonostante da piccola avessi bisogno della presenza di mio padre come di quella di mia madre. Ho visto ragazzi soffrire disagi mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Nel Regno Unito la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni è il suicidio, che supera incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile.
Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo spesso di come anche gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma vedo bene che lo sono. E, quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne.
Se per essere accettati gli uomini non dovranno mostrarsi aggressivi, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se agli uomini non sarà richiesto di controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E' ora di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti.
Se smettiamo di definirci l'un l'altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa #HeForShe. Di libertà.
Chiedo che gli uomini si assumano questo impegno, perché le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché ai loro figli sia concesso di essere vulnerabili e umani. Rivendicando per loro quei lati che hanno trascurato, permettiamo loro di esprimere una versione più vera e più completa di sé stessi.

Forse vi starete chiedendo: chi è questa tizia di Harry Potter? che diavolo ci fa qui all'ONU? E' una buona domanda. Anch'io me lo sono chiesta. Tutto quel che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliorino. Avendo visto quel che ho visto, e avendone l'opportunità, credo sia una mia responsabilità dire qualcosa.
Lo statista Edmund Burke ha detto che, perché il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciano niente.
Nella mia agitazione per questo discorso, nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? E se non ora, quando?
Se avrete simili dubbi, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d'aiuto. Perché la realtà è che, se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne si possano aspettare di essere pagate quanto gli uomini per fare lo stesso lavoro. Nei prossimi anni milioni di ragazze si sposeranno ancora bambine. E, con questi ritmi, tutte le ragazze della campagna africana non potranno ricevere un'istruzione secondaria prima del 2086.

Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e, se è così, mi complimento con voi. E' difficile trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She.
Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? se non ora, quando?
Vi ringrazio tantissimo.
Emma Watson, discorso all'Assemblea Generale Onu, 20 settembre 2014

Ed ecco, evidenziato in azzurro, uno dei primissimi commenti al tweet con cui Emma condivide il suo discorso all'ONU:

Dobbiamo tradurre? pensiamo di no. 
Bene, diteci voi se noi e questo mondo non abbiamo bisogno di femminismo, e urgentemente. 
chi odia chi.

giovedì 4 settembre 2014

Beyoncé: troppo sexy per essere una "perfetta femminista"? Almeno lei sa chi ringraziare. Ma c'è di più

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Sapete cosa? Beyoncé non è affatto una "femminista" improvvisata, "tanto per farsi pubblicità". E come icona femminista era già stata incoronata da uno dei più attivi magazine femministi internazionali. Ma ora - aggiungiamo, in seguito all'ignorante campagna che ha cooptato molte giovani donne sull''Hashtag #IdontneedFeminism, aggiungiamo: almeno lei sa chi ringraziare.
E anche: sulla vicenda c'è molto, molto da riflettere.
Per questo, sul tema, vi segnaliamo questo pezzo uscito su Ms Magazine:
Qualunque siano stati i dibattiti, riguardo all'auto-identificazione femminista di Beyoncé, nessuna dichiarazione è stata più audace di quella resa da lei stessa ponendosi sul palco davanti alla parola illuminata "Femminista", di fronte a un pubblico di milioni di persone che assistevano al MTV Video Music Awards show del 24 agosto 2014.
Come osserva Anita Little (direttore associato di Ms. Magazine):
Beyoncé è inestimabile per il femminismo, perché lo trae dai margini del dialogo pubblico e lo getta nel cuore della visione popolare, costringendo le masse a confrontarsi sia con questo termine sia con il suo significato. Che la gente accetti oppure critichi il suo femminismo, questo è marginale rispetto al fatto che, almeno, tutti ne stanno parlando.
Si tratta di un punto veramente cruciale da considerare, soprattutto alla luce di come Beyoncé ha riformulato questa parola per la pubblica discussione. Il primo giorno di scuola di questo nuovo anno scolastico ho fatto in modo di discutere la cosa: e molti studenti si sono detti entusiasti che la pop star avesse abbracciato quel termine. 
Allo stesso modo, molti di loro sono stati ambivalenti, riguardo all'abbracciare l'identità femminista, proprio perché gli stereotipi inculcati sulle femministe, nelle menti della maggior parte delle persone (come presunte odiatrici di uomini; poco sexy, poco attraenti, prepotenti) li mettono in condizioni di vederle in termini negativi.
Beyoncé, come un autentico sex symbol che si esibisce nel suo elemento sul palco, mentre il marito si prende cura del figlio, è riuscita a capovolgere il copione e ha aperto considerevoli brecce nell'immaginario pubblico sul femminismo. Ma, se molti ne hanno elogiata l'audacia, altri ancora non possono adattare le loro menti all'idea che Beyoncé si possa identificare come femminista. È quel suo stile sexy. Lei è troppo sexy; troppo eteronormativa, troppo omologata a uno sguardo maschile nel suo spettacolo sessualizzato.
Ma cosa intendiamo dire esattamente? Forse che una femminista non può essere sexy? Vorrei approfondire questo paradosso (se si tratta davvero di questo).
La "confusione" fatta da alcuni, o addirittura il rifiuto, di Beyoncé come icona femminista appare un tantino razzistica. Rispondendo alle proteste di Ferguson, seguite all'uccisione del diciottenne Michael Brown, in un recente pezzo per il Washington Post il commentatore sociale Touré ha evidenziato l'onere che pesa sugli afro-americani, nel dover soddisfare le aspettative della "vittima perfetta": nell'immaginazione pubblica, la vittima nera che cade uccisa dalla polizia bianca o da civili (Trayvon Martin, Michael Brown, Renisha McBride, Jordan Davis) non deve aver mai fatto nulla di male, nulla che possa suggerire che forse si meritava di morire.
In una certa misura, l'aspettativa che le vittime nere debbano essere "perfette" - martiri o crociati della giustizia (pensiamo a Rosa Parks o a Claudette Colvin), vale anche in altri campi.  
Beyoncé non è considerata una "perfetta femminista"; dunque la sua adeguatezza come icona del femminismo può essere contestata. Proprio come la criminalizzazione rende imperfetta la gioventù nera, così fa la troppa sessualizzazione delle donne nere. Storicamente, la sessualità femminile nera è costruita su un binario semplicistico: o il Jezebel ipersessuale, incontrollabile, oppure la vittima oppressa di stupro. E se consideriamo le nostre icone femministe nere del passato (Sojourner Truth, Harriet Tubman, Rosa Parks, Shirley Chisholm, Angela Davis) non sono generalmente note per la loro sensualità. Sono semmai quasi mascolinizzate o desessualizzate, al fine di mantenere le proprie credenziali femministe.
Ecco perché il discorso di Beyoncé su sessualità, sesso e sensualità ha un potenziale liberatorio. Sì, come dice bell hooks, il suo coinvolgimento con un sistema suprematista bianco, capitalista e patriarcale di bellezza e sensualità (dai suoi boccoli biondi ai suoi ritratti convenzionali eteronormativi) non propone nuove narrazioni della liberazione sessuale. Ancora, voglio insistere ancora su questo, perché è proprio la sua appropriazione di valori capitalistici e suprematisti bianchi, che le ha permesso di costruire il suo potere economico, culturale e aziendale. Come donna nera, in un'industria musicale infame per sfruttamento e marginalizzazione delle doti musicali delle donne nere, in ciò Beyoncé ha già compiuto un'impresa straordinaria, e può ora esprimere un'identità femminista su un palcoscenico mondiale - qualcosa che pochissime artiste pop femminili si possono permettere.
Nel suo potente libro Usi dell'erotico: l'erotico come potenza, Audre Lorde ha scritto:
Ci è stato insegnato a sospettare di questa risorsa [erotica], vilipese, maltrattate e svalutate all'interno della società occidentale. Da un lato, l'erotico superficiale è stato incoraggiato come segno di inferiorità femminile; dall'altro, le donne sono state indotte a soffrirne e sentirsi spregevoli e sospette in virtù della sua esistenza.
Beyoncé parla precisamente di questo punto, nel suo recente video dietro le quinte (la parte 4, dal titolo "liberazione"):


dice che lei abbraccia l'erotico, soprattutto da quando è diventata madre: vuole mostrare al mondo che la sua sensualità non può essere ridimensionata in quanto lei è ormai una "rispettabile" moglie e madre. Curiosamente, è stata proprio la sua infame "pole dance", durante lo show VMA, che ha causato costernazione fra alcune femministe. Ma Beyoncé ha trovato ispirazione per la sua canzone "Partition" con spogliarello video, guardando un vero streap tease al Crazy Horse di Parigi (un regalo di compleanno per l'allora-fidanzato Jay Z) e fantasticando di vedere se stessa fra queste donne, il che indica (oltre a una certa solidarietà con le donne che lavorano nell'intrattenimento sessuale) la volontà di celebrare ciò che è femminile e sessuale, e anche un'ammissione di essere lei stessa coinvolta dallo spettacolo di donne sexy. Cioè da esposizioni destinate allo sguardo maschile, ma ove Beyoncé reclama lo sguardo per sè.
Questo scenario erotico non significa "inferiorità femminile" né qualcosa di "spregevole e sospetto". Beyoncé ha deliberatamente messo in scena "Partition", al VMas, subito prima di presentare il suo inno femminista “Flawless": 


che richiama le parole dell'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, dal suo TED Talk "Tutte noi dovremmo essere femministe": 


"noi insegnano alle ragazze che non possono essere persone sessuali, come lo sono i ragazzi". Come Beyoncé chiede nella sua canzone "Partition": tu ami il sesso? ...traduzione "persa" [cit. di Lost in translation, ndr] allo scopo di questo saggio: "Le femministe non amano il sesso?".
Nella mia intervista con Adichie (numero di Ms dell'estate 2013), lei dice di cercare di evitare etichette "femministe" (benché si riconosca come tale), perché simili etichette possono essere "prescrittive". Speriamo che, da femministe, riguardo all'adesione pubblica al femminismo di Beyoncé, non ci faremo troppo impantanare da simili prescrizioni. 
Forse lei non sarà perfetta nella sua espressione femminista. Ma se è la sua sensualità a dequalificarla, è tempo di ripensare alla nostra narrazione del femminismo.
Traduzione di Politicafemminile

sabato 26 luglio 2014

Giovani e antifemministe? un successo (perfino loro) del femminismo

di Monica Lanfranco • Molto estivo e ricorrente arriva puntuale anche quest’anno un nuovo ‘caso’ di movimento di donne contro il femminismo. Dopo le, ormai note, storiche pagine facebook, e i siti antifemministi che identificano ogni lotta per i diritti di genere, o contro la violenza maschile, bollandola come misandrica e nazifem, ecco servito l’hashtag inglese ‪#‎womenagainstfeminism, al quale va aggiunto, per la cronaca, #WhyIDontNeedFeminism.
Non è da oggi che si indaga sull’impatto, la trasmissione e la sedimentazione del femminismo sulle giovani generazioni. Le domande (e l’angoscia per le temute risposte), scivolano di volta in volta da donna a donna quando le giovani che hanno incontrato i movimenti di emancipazione e liberazione, diventando adulte, si guardano intorno verificando i risultati e l’incarnazione delle proprie conquiste nelle figlie, nelle sorelle minori, nelle allieve, nelle conoscenti e nella società tutta.
Quando, oggi come ieri, s’inciampa nella giaculatoria del il femminismo è morto, o, come in questo caso, del ‘io non ho bisogno del femminismo’ è  interessante ragionare su quale sia la genesi di queste affermazioni, e lo scopo che hanno. Una prima considerazione è che la banalizzazione di ogni pensiero è sempre in agguato, frutto dell’ignoranza e della superficialità, a sua volta indotte dalla velocizzazione dell’era tecnologica.
Libere di dire che non c’è bisogno del femminismo: ma è ridicolo ignorare che, se milioni di giovani donne oggi esprimono una loro opinione (non ancora dovunque nel mondo, dove altrettante milioni non possono farlo, e se ci provano rischiano anche la morte) questa libertà è decisamente frutto del femminismo.
Molti dei cartelli delle giovani contestatrici (che adottano le identiche modalità delle sorelle profeminism, come in questo progettofanno palese confusione tra diritti ottenuti (prima del vituperato femminismo inesistenti, loro lo sanno? come la parità sul lavoro, in famiglia, il divorzio, o l’interruzione di gravidanza) e la prevaricazione: ma avere pari diritti e doveri non è voler male all’altro. Significa poter esistere senza essere considerate una appendice, una brutta copia o una declinazione imperfetta rispetto all’originale (il maschile).

Nella superficiale strumentalizzazione della comunicazione di cosa sia il femminismo (e di chi siano le femministe), c’è un punto che penso sia centrale: molte delle giovani che si dicono antifemministe sostengono di esserlo perché non si sentono vittime. Mi pare che questo sia importante: non far sentire le donne come vittime, come fragili, come deboli e necessitanti tutela, come è stato tra i primi scopi del percorso femminista.
Ecco perché, per quanto ingrate e ignoranti nel liquidare la fatica di chi le ha precedute (ma anche da compatire, perché ignare della bellezza, del divertimento e della magica condivisione che le maggiori hanno potuto apprezzare stando nel femminismo, dicendosi femministe, e continuando ad esserlo) queste giovani piene di iniziativa sono le migliori  testimoni del successo del femminismo. Anche se inconsapevoli, come spesso accade alle figlie ingrate.
Così come in maniera gioiosa si dicono femministe molte giovani (e anche qualche uomo) nel video del più grande giornale femminista al mondo, il Ms magazine:


anche le antagoniste sono libere di dirsi. In questo caso, di dirsi contro un pensiero di liberazione, quale il femminismo è: dal mio punto di vista farlo è rischioso perché poco vale la libertà individuale se non la si connette con la responsabilità sociale delle proprie azioni. Altro punto debole di un rifiuto che include il rifiuto potenziale del tesoro di diritti acquisiti, è la fiducia incondizionata nella sola soggettività individuale e la negazione del valore del collettivo, quindi della storia sociale delle donne e della genealogia politica dalla quale si proviene, ma sempre di libertà si tratta
E, per una femminista, vederla praticata da giovani donne, per quanto in direzione opposta, come tale è una bella vittoria.