mercoledì 12 giugno 2013

Sesso o stupro? Ancora sui processi mediatici

Il quotidiano giuridico Studiocataldi.it ci ha inviato un pezzo che entra nel merito del dibattito sollevato dalla lettera di alcune blogger donne indirizzata al direttore di Italia Uno, Luca Tiraboschi, riguardo al servizio de Le Iene, di cui abbiamo parlato QUI, e QUI. Un pezzo che entra nel merito, appunto, dei risvolti giuridici. Eccolo:

Dopo aver scritto un pezzo sul femminicidio ho ricevuto da una lettrice un tema estremamente interessante, sia perché affronta tematiche femminili sia perché implica alcune riflessioni sulle responsabilità dei media nei giudizi penaliTutto parte da un servizio de Le Iene, all'interno della puntata del 2 giugno, dal titolo significativo "Sesso o stupro?", nel quale sono stati intervistati due uomini di Uras (Oristano) condannati in primo grado per violenza di gruppo, commessa contro una ragazza nell'estate del 2010.
La sentenza è stata emessa recentemente e pare destinata a non avere un epilogo in tempi brevi, soprattutto a causa del polverone mediatico che ha scatenato. Per farla breve, i due, durante una festa di addio al celibato in una discoteca, hanno conosciuto una ragazza, che è finita con l'essere la vittima di una violenza all'interno del parcheggio del locale.

referti medici parlano di tumefazioni al volto ed escoriazioni e gli esami del sangue hanno dimostrato che la ragazza non fosse in uno stato di alterazione da sostanze allucinogene, mentre è certo uno stato di ebbrezza. Eppure i due si sono dichiarati, e continuano a farlo, innocenti. Il parere del giudice è invece assolutamente inequivocabile, i due "hanno approfittato delle sue condizioni di inferiorità, derivate dallo stato di ebbrezza alcolico che ne limitava fortemente la capacità di autodeterminazione e di reazione".

Eppure l'intervista rischia di far apparire i due uomini come vittime e la ragazza come una sorta di ninfomane affamata di droga e soldi (pare infatti che i due le abbiano offerto, in cambio di un rapporto a dir loro consenziente, la rispettabile cifra di...50 euro), anche se a risentire bene le frasi del suo commentatore, la Iena Mauro Casciani, dei dubbi sui due sorgono. Ma siccome non tutti gli spettatori, forse, sono andati a rivedersi l'intervista per più di una volta, ciò che purtroppo resta in maniera preponderante è il solito refrain di retaggio bigotto: donna ubriaca ergo lecito approfittarne. Insomma la vittima, per come appare di primo acchito, sembra realmente che più che stuprata si sia solo voluta dare alla pazza gioia. Per poi pentirsene il giorno dopo e decidere di denunciare una violenza.

Questo mette in luce, quale che sia la verità, un paio di problemi di fondo. Innanzitutto il problema della sottile linea tra liceità e non di alcuni atti, come quello di fare sesso con una persona non perfettamente cosciente. Che sia ubriaca, mentalmente offuscata o ritardata, poco cambia: approfittarsi è da perseguire perché non ci può essere consenzienza da parte di chi subisce l'atto sessuale. In secondo luogo, uno dei grandi handicap del nostro paese, cioè quello dei processi fatti dai media, e a cui è ora di dire basta. Abbiamo appurato che la televisione, o internet, è un mezzo potentissimo per plasmare le idee di chi la subisce. Mandare in onda un servizio del genere, che in embrio poteva essere anche interessante, rischia di annullare anni di lavoro di magistrati e di avvocati, di screditare le vittime, di beatificare i carnefici. 
Sarebbe forse il caso che i processi si facessero nelle aule, ma siccome l'informazione è un diritto di tutti basterebbe semplicemente tentare la via della maggior neutralità, perlomeno nei casi più delicati, come quello delle violenze sessuali appunto.

Barbara Sordi, 12 giugno 2012



martedì 11 giugno 2013

Alberta Ferrari: cara Zanardo. Ancora riguardo alla mastectomia preventiva

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
In calce alla recente discussione ben riassunta in questo post di Politica Femminile, vedo con piacere che Lorella Zanardo opta per un’entrata nel merito del dibattito scientifico riportando alcune dichiarazioni dell’American Cancer Society. Ad esempio: “Non tutte le donne hanno bisogno di fare test genetici, e non tutte le donne che risultano positive per la mutazione del gene BRCA devono subire una doppia mastectomia”. Certamente! il tumore eredo-familiare rappresenta solo il 5-10% di tutte le neoplasie mammarie, anche se questa piccola sottopopolazione è del tutto peculiare e richiede interventi diversi di gestione.
E tutte le volte che ne ho occasione sottolineo che la scelta tra le opzioni di riduzioni del rischio a oggi disponibili è squisitamente personale, della donna, scrupolosamente informata. 
Su altri aspetti più tecnici non mi addentro, non è questa la sede. Penso che scriverò un articolo ad hoc (“la scelta di Jolie”). Zanardo prosegue: “La mia opinione è che non tutte le persone che leggono quello che Angelina Jolie ha scritto, lo capiranno così (…) I media vanno usati con attenzione, specialmente quando si è uno status symbol”. 
Appunto. E anche la Zanardo per molte donne italiane (me compresa) fa opinione.
Per questo torno sulle sue dichiarazioni. Quando ho letto sulla stampa nazionale falsità (ad esempio sul Corriere “la vitamina A funziona meglio”: ove si parla di uno studio i cui risultati saranno disponibili tra almeno 7 anni; o battute sbrigative che trovo maschiliste come “lo sconsiglierei a mia moglie”) o titoli fuorvianti (su Vero: “nel 99% dei casi basta la prevenzione” – intendendo prevenzione secondaria, ovvero diagnosi precoce. Ma che basti nel 99% dei casi è una sciocchezza che certo non si applica alle portatrici di mutazione BRCA). O anche satira che mi pare totalmente fuori luogo (su La Stampa)...

bè, tutte voci maschili, chissà perché. Questo mi dicevo, leggendo sul tema gravissime imprecisioni, offese alla dignità femminile, ma soprattutto mancata opportunità di fare informazione seria su un tema che tocca alcune donne in modo drammatico.
E mi aspettavo che le Donne reagissero. Invece. Lella Costa come Lorella Zanardo, in modi differenti, hanno fatto da cassa di risonanza di un tabù culturale in Italia (quando non di interessi ben poco nobili) senza saperlo. 
E le donne, le addette ai lavori così come le Angeline vere italiane, in altre parole senologhe e pazienti, sono ancora una volta tradite da uno stato che non attua politiche sanitarie che invece dovrebbero sostenere questa particolare situazione. Su questo io scriverò dal punto di vista della riflessione di un medico che ha fatto di questo specifico ambito il proprio focus professionale. 
Ma a voi che fate opinione e cercate il bene delle donne, lancio un appello: ascoltate la voce delle dirette interessate. 
Ascoltate quello che scrivono Anna Gazziero e Ornella Campanella. Leggete il libro “Il rischio” di Silvia Mari (giornalista e filosofa, mastectomia preventiva a 28 anni), e ascoltate perché ha fatto questa scelta. Ascoltate gli interventi delle donne che arriveranno anche qui. 
A Lorella Zanardo vorrei anche raccontare un episodio personale. Nel 2011 fui presidente del primo convegno nazionale sulla “Gestione della donna ad alto rischio di tumore della mammella e dell’ovaio”. Feci una presentazione sulla chirurgia preventiva, argomento talmente tabù in Italia che ebbi defezioni illustri dell’ultima ora da parte di alcuni illustri colleghi maschi, pur invitati ad esprimersi. Tra le mie diapositive ce n’era una con il suo libro al centro, “il corpo delle donne”, circondata da immagini di donne trasformate da interventi “estetici” in caricature di donna (non sono contro la chirurgia estetica, solo quella con risultati caricaturali). E chiamavo tutti a riflettere: non è giusto e non è ora che la donna possa decidere del suo corpo, anche nella direzione della mastectomia preventiva se (e sottolineo se), dopo approfondite riflessioni, questa fosse la sua scelta, avallata da evidenze scientifiche e prevista in tutti i protocolli internazionali? 
Perché in un mondo che manipola il corpo femminile con tanta superficialità, una donna che decide in piena consapevolezza e autonomia di pensiero di fare una scelta così dolorosa deve anche essere colpevolizzata?
Non si tratta di fare "pubblicità" a un prodotto o a una scuola di pensiero (informate, e ascoltando tutte le campane, le donne decideranno di volta in volta, ciascuna per sé, alla luce della propria storia personale). Si tratta di approfondire un tema grave in modo scevro da pregiudizi. Ringrazio le Donne di Politica Femminile Italia che hanno permesso di aprire un dibattito così serio, composto e con differenti punti di vista. Grazie di cuore.
Alberta Ferrari, 11 giugno 2013

Angelina Jolie, le Amazzoni, Sant'Agata e le blogger: approfondire sulla mastectomia preventiva

Ci scrive la senologa Alberta Ferrari, chiedendo di sollecitare un dibattito approfondito intorno alla decisione di Angelina Jolie di sottoporsi a mastectomia totale preventiva
Decisione duramente condannate a caldo, da parte di sostenitori della (peraltro sacrosanta) medicina olistica e anche di donne impegnate, da Lella Costa a Lorella Zanardo. Alberta Ferrari contribuisce al dibattito con una lettera aperta (già divulgata anche tramite le Amazzoni Furiose), in risposta a quanto da Lella Costa dichiarato a Radio Capital: “questa bellissima creatura e brava attrice (e madre bulimica, secondo me, ma questo è un altro discorso), ha deciso di sottoporsi a questa mastectomia bilaterale preventiva perché, avendo una familiarità, la sua mamma la sua zia etc, e non volendo correre rischi ha preso una decisione che però, e permettetemi di essere forse indelicata ma insomma di dire una cosa, non sta mica tanto dalle parti della vita, non sta dalle parti di una accettazione della componente di rischio e di avventura che sta nella vita”. 

Ma oltre alla lettera di Alberta Ferrari, e alle parole di Lella Costa, vi sottoponiamo di seguito altri punti di questa discussione: un post di Lorella Zanardo, che ha determinato una seconda lettera aperta: questa volta di Amazzone Furiosa a Zanardo stessa. Inoltre delle osservazioni critiche di Mercedes Lanzillotta e, infine, alcune precisazioni da parte di Zanardo. 
Noi di certo non sappiamo giudicare, ma guardiamo con grande interesse alle testimonianze di chi vive la malattia e di chi se ne occupa professionalmente: è importantissimo capire se interventi estremi sono dettati da una visione meccanicistica della medicina (a sua volta sostenuta da un business della salute su cui speculano le grandi farmaceutiche), o da estrema ratio, che a ragion veduta sfrutta scoperte scientifiche attendibili. In questo secondo caso, è poi importante saper interpretare bene le indicazioni reali che ne discendono. Dunque ben venga il dibattito, e soprattutto un'informazione che dia più elementi possibile su cui farsi un'idea consapevole.

Lettera aperta a Lella Costa
Carissima e mitica Lella Costa, mitica perché nella mia mente ho sempre associato la sua immagine a quella di una donna tosta, ironica, attrice straordinaria e impegnata a favore del mondo femminile con grinta e determinazione. Insomma, sono una sua ammiratrice da sempre. 
Questo è il motivo che mi spinge a scriverle una lettera aperta in merito al suo commento divulgato da Radio Capital sulla mastectomia preventiva cui si è sottoposta Angelina Jolie. 
Sono chirurga senologa e da anni mi occupo di questo argomento di nicchia: donne geneticamente predisposte al tumore a seno e ovaio. Prima del caso Jolie era difficilissimo infrangere con un’adeguata informazione un argomento che sembrava tabù in Italia, per motivi culturali ma anche per monopolio intellettuale e scientifico di “casta” (il problema esiste in ogni settore). Ho frammenti di lettere e di frasi su blog dove donne consapevoli (forse troppo tardi) del problema parlano tra di loro nel più totale disorientamento per mancanza di riferimenti medici informati e di centri che si facciano carico del loro problema.
Dopo il caso Jolie, scatta il problema opposto ma speculare: se ne parla anche troppo, ma troppo spesso senza conoscere davvero il problema. Cara Lella, il suo giudizio sbrigativo e un po’ colpevolizzante verso la scelta delle donne (non solo Jolie, tante anche in Italia, lo sapeva?) che optano, all’interno di un percorso serio e avallato da linee-guida scientifiche internazionali, per la chirurgia preventiva, è profondamente penalizzante verso la libertà di cura consapevole e la gestione del proprio corpo che le donne in diverse declinazioni rivendicano da anni: una presa di posizione sconcertante proprio perché viene da chi ha personalmente promosso nella sua vita e arte queste istanze.
Credo alla fine che si tratti di insufficiente informazione, del resto molto diffusa anche tra addetti ai lavori. Le scrivo perché penso che sarebbe importante, per le donne coinvolte a vario titolo in questa problematica, che lei tornasse a riflettere su questo argomento, perché il suo parere di personaggio pubblico femminile può avere un peso rilevante. Lei ha fatto un’affermazione forte sulla chirurgia preventiva: è una scelta che non sta mica tanto dalle parti della vita. Parla di mancanza di una accettazione della componente di rischio e di avventura che sta nella vita. Questo commento sarebbe calzante se parlassimo di rischio normale e condiviso: quello per cui tutte le donne sanno che potrebbero avere un tumore al seno nella vita (10-12% di rischio), così come viaggiando in autostrada non possiamo avere la certezza che non ci capiti un incidente. Vero, rischio e morte fanno parte della vita e culturalmente il trend tende ad allontanarsi il più possibile da questa consapevolezza. In questo senso sottoscrivo che si vive nel rischio quotidiano, che ogni giorno che passa potrebbe essere l’ultimo e comunque ci avvicina inesorabilmente di un passo verso il traguardo finale, uguale per tutti. Da artista lei sottolinea ancora di più: il rischio è anche un’avventura, la vita E’ un’avventura. Sottoscrivo.
Nelle donne con una mutazione genetica però non si tratta di gestire un rischio come quelli che conosciamo, magari un po’ più alto. Provo a sintetizzare in pochissime parole il mondo che separa le “donne ad alto rischio” da noi, paralizzando in alcuni casi proprio la loro vita. Svilupperanno un tumore al seno in oltre i 2/3 dei casi, con un rischio associato elevato anche di neoplasia dell’ovaio (altrimenti infrequente). Il cancro che sviluppano è solitamente molto più aggressivo di quello sporadico delle ultracinquantenni e colpisce in età giovanile (80% tra i 30 e i 50 anni). Hanno spesso subito lutti plurimi e gravissimi in famiglia, magari perso la madre da bambine, visto la zia o la sorella ammalarsi, aspettano senza neanche sapere dell’esistenza della mutazione che il destino si compia anche per loro. L’avventura diventa paralisi finchè non capiscono di cosa si tratta. E, diventando protagoniste attive della loro vita, corpo e destino, cercano di capire attraverso counselling clinici, genetici, psicologici, come possono gestire questo rischio che grava sulla loro vita come una spada di Damocle. Ed ecco chi sceglie un percorso di sorveglianza per puntare sulla diagnosi precoce del tumore in agguato, oppure chi decide di abbattere il rischio stesso di sviluppare il tumore con la chirurgia preventiva, che riporta la % di rischio da altissima a livelli accettabili, inferiori a quelli di una donna senza mutazione BRCA. Scelta difficile, percorso molto personale. Ogni opzione ha pro e contro molto complessi, non è questa la sede in cui approfondire. 
(solo un commento personale in merito: ho preso atto da tempo, non senza sofferenza e indignazione, di una singolare contraddizione: se si interviene sul corpo femminile per prevenire una grave malattia si scatenano controversie laceranti e feroci, laddove di fronte a manipolazioni chirurgiche anche abnormi effettuate per futili motivi - ispirate all’immaginario erotico maschile e/o ai tirannici canoni estetici attuali - nessuno si straccia le vesti).
Tuttavia, queste scelte vanno rispettate e il problema non eluso con fatalismo, come se si trattasse di un’avventura o un brivido da roulette russa. Piuttosto, è un dramma per la maggior parte di queste donne/ragazze, che troppo spesso conosciamo quando già la malattia ha fatto la sua comparsa, e loro a dire: ma perché nessuno me ne ha mai parlato? Avrei potuto fare delle scelte…. Un cancro al seno in giovane età devasta ancora di più la vita di una donna ferendo non solo la sua femminilità nel pieno splendore, ma anche interferendo con la maternità, con la vita sessuale, lavorativa….
Le donne raccontano Lella. Mi piacerebbe farle leggere alcune testimonianze che ho raccolto da loro, con l’idea di farne un libro. Una volta ne ho fatta leggere una, molto lucida e toccante, a un convegno. Rileggendo oggi quei testi immagino lei, con la sua voce e la sua straordinaria espressività, dare diritto di parola a queste voci inascoltate e incomprese. Sui cui complessi percorsi emotivi in questi giorni tutti, dal sedicente esperto alla mia parrucchiera, hanno detto la loro, passando senza volerlo come carrarmati a devastare la verità di un mondo che neanche lontanamente immaginano.
Le vuole leggere Lella? Ne sarebbe toccata, entrerebbe in risonanza con la complessità di questa problematica femminile estremamente particolare e sfaccettata e, ne sono certa, capirebbe. Forse addirittura le verrebbe voglia di farsene portavoce. Abbiamo un evento scientifico tra un anno, su questo tema, nell’ambito del quale saranno sancite le raccomandazioni scientifiche italiane, messe a punto e condivise da un gruppo di esperti di tutte le specialistiche implicate associato a un’advocacy femminile. Eppure enunciare linee-guida non significa che le cose funzioneranno davvero. Una donna che fa i controlli particolari (tanti) a causa della mutazione in Emilia Romagna è esente ticket, in tutte le altre regioni no. La spending review sta mettendo a repentaglio la possibilità di fare con il SSN il test genetico e persino la mastectomia e l’annessiectomia (asportazione di ovaie/tube) preventiva. 
Come vede è un ambito in cui avremmo bisogno di donne alleate, che non liquidino il problema con una frase a effetto ma anzi contribuiscano a tenere alta l’attenzione affinchè le politiche sanitarie intervengano con provvedimenti adeguati a sostegno di questa particolare condizione di rischio geneticamente determinato. Provi a conoscere queste donne: si innamorerebbe della loro forza, del loro coraggio, della loro lucida determinazione ad essere protagoniste attive e consapevoli del loro destino.
La ringrazio per la pazienza, se avrà avuto la bontà di leggere fino a qui con attenzione.
Cordiali saluti, con affetto e immutata ammirazione,
Alberta Ferrari

Lettera aperta a Lorella Zanardo
Lorella, così ci ferisci. Fa male il post che Lorella Zanardo ha dedicato ad Angelina Jolie sul suo seguitissimo blog 'Il corpo delle donne'. Fa male a chiunque abbia avuto il cancro al seno, a chiunque abbia avuto un'amica, una mamma, una sorella, una zia colpita dalla malattia. E` un post pieno di cattiveria gratuita, immotivata. E` un post che giudica, che assegna patenti di bene e di male. E` un post a scoppio ritardato - porta la data del 5 giugno - scritto a seguito di lunga riflessione. O almeno cosi` si spera, visto che il tema è dei più delicati e complessi e di tempo dalla diffusione della notizia della doppia mastectomia preventiva della Jolie alla pubblicazione del post ne e` passato. E allora perché?
Scrive la Zanardo che la Jolie è "divenuta un'eroina, non perché`in grado di combattere coraggiosamente una malattia conclamata, così come molte altre sue colleghe hanno già fatto in passato, bensì perché capace di sconfiggere preventivamente l'ipotesi che un tumore al seno o all'utero possa coinvolgerla". Innanzitutto, l'utero non c'entra. La mutazione da cui è affetta Angelina Jolie la espone al rischio di sviluppare il cancro al seno e alle ovaie. Rischio che la mastectomia preventiva - secondo quanto dichiarato dall'attrice - avrebbe fatto scendere dall'87% al 5%. Non sono numeri al lotto, ma cifre fornite dai genetisti che l'hanno seguita. E` importante ricordarlo. La Jolie non si è svegliata una mattina e ha deciso di farsi tagliare il seno perché così le andava. Ha preso una decisione ponderata e supportata da medici di sua fiducia. E in quanto tale va rispettata. Inoltre, perché distinguere tra lei, la Jolie, che si fa asportare i seni preventivamente e le donne "in grado di combattere coraggiosamente una malattia conclamata"? Se avesse atteso che la malattia si sviluppasse avrebbe forse guadagnato i galloni del coraggio e l'ammirazione della Zanardo? Sono molte le donne che la malattia ce l'hanno, che non si sentono affatto guerriere, che non gradiscono affatto che l'appellativo sia appiccicato loro addosso. Una tale Susan Sontag ne ha scritto magistralmente negli anni '70. Zanardo l'ha letta?
La Jolie non avrebbe dovuto rendere pubblica la sua decisione, dice Zanardo. Lo sa, Lorella, che il cancro al seno era un tabù fino a un paio di decenni fa e che parlarne e farsi fotografare (anche con una fragola in bocca, come nella foto allegata al post) è stata una conquista? Per quale motivo la Jolie avrebbe dovuto tacere? "Non si debella il cancro con la rimozione degli organi", si legge nel post. E come lo si debella? Con la psiconeuroendocrinoimmunologia? Zanardo ci prende in giro forse? "Il corpo si ammala quasi ci fosse una volontà di morte", continua. Questo si chiama victim blaming. E` come dire a una donna che è stata violentata che se l'è cercata. Far ricadere la responsabilità di una malattia come il cancro al seno sulle donne stesse è una vecchia strategia di controllo sociale. Vogliono farci stare zitte sulle cause ambientali, ad esempio, e allora ci rovesciano addosso colpe inesistenti.
"Molto utile resta la prevenzione": quale? Si riferisce forse, Zanardo, alla mammografia? No, perché se questo è il caso, non di prevenzione ma di diagnosi precoce si tratta. E spesso non serve a un bel nulla. Come non serviva questo tardivo e insipiente concentrato di acrimonia verso una donna che si è trovata in una situazione difficile, che ha fatto le sue scelte e che, come tale, merita rispetto".

Il tutto viene raccolto da Mercedes Lanzillotta, che scrive:
Sant'Agata non abiurò la religione cattolica. Sant'Agata non cedette a questo e altri ricatti.
Sant'Agata era una donna vera, così il rimando della sua leggenda.
Ci piace la sua tessitura di resistenza a Quintiano, non certo di attesa e sottomissione come Penelope, che francamente, anche in prima media, non c'è stata mai simpatica. Ci piace pensare che la sua castità non nascesse dal rifiuto del maschio, ma dal rifiuto della violenza sessuale. Fu mastectomizzata con una tenaglia ardente e nemmeno questo bastò a piegarla. Una punizione terribile, insieme a mille torture, un femminicidio che la portò al martirio.
La mastectomia preventiva scelta da Angiolina Jolie, non è  una Punizione inflitta dalla società scientifica per non sopportare una pena, un castigo naturale o innaturale. Non è nemmeno mancanza di coraggio. Non può essere inteso come violenza sul proprio corpo. La Mastectomia Preventiva è una cura, un atto serio di prevenzione che la Donna può scegliere se portatore di un gene, quello che decide che avrà l'87% di probabilità di morire come sua madre, sua zia e tante donne sue ave di un tumore invasivo, precoce e poco differenziato, un tumore che le porterà a morire in breve tempo.
Lella Costa e Lorella Zanardo, due donne fortemente impegnate nel Movimento delle Donne hanno "poco ragionato", elaborando giudizi frettolosi su un tema molto difficile, di cui si parla poco e male e sul quale andrebbe contestualizzato il dato scientifico. Vanno riposti i termini della questione nella sua giusta dimensione. Il Blog delle "Amazzoni furiose" lo fa, e mi auguro abbia la massima diffusione, attraverso due contributi (la lettera a Lorella  Zanardo e quella a Lella Costa, ndr).

precisiamo che Lorella Zanardo ritiene di essere stata fraintesa
Zanardo risponde per ora indirettamente: dicendosi convinta che diversi commenti al suo post su Angelina Jolie sono frutto di fraintendimenti, e offrendo ulteriori elementi per chiarire il suo pensiero:
Riporto qui le dichiarazioni degli oncologi dell’American Cancer Society:
“Non tutte le donne hanno bisogno di fare test genetici, e non tutte le donne che risultano positive per la mutazione del gene BRCA devono subire una doppia mastectomia. Solo alle donne che hanno una storia familiare molto importante di cancro al seno, nella quale tale patologia sia stata diagnosticata a parenti stretti e in giovane età, si consiglia una analisi genetica (è il caso appunto di Angelina Jolie, ndr). Penso che come medici dobbiamo spiegare in modo chiaro a chi sia o meno consigliato di fare un test genetico: alcune delle mie pazienti mi hanno chiesto di farlo, ma non avevano le caratteristiche di rischio che lo giustificassero”.  (Dr. Otis Brawley, medico responsabile della American Cancer Society). 
Ma la mia opinione è che non tutte le persone che leggono quello che Angelina Jolie ha scritto, lo capiranno così. 
"Anche dai test genetici le donne potrebbero non avere le risposte che cercano. Se risultano negative, possono ricevere una falsa rassicurazione e pensare che non si devono più preoccupare; invece potrebbero essere positive per altri tipi di mutazione, che noi non conosciamo ancora, o ancora essere positive per una mutazione con un significato ancora non noto che potrebbe creare ancora più ansietà". (Dr. Sandhya Pruthi, consulente per le diagnosi di cancro al seno e di alto rischio presso Clinica the Mayo Clinic in Rochester, Minn.)
Come dicevo nell’articolo, le dichiarazioni di Jolie non sono state interpretate correttamente dalle persone comuni. I media vanno usati con attenzione, specialmente quando si è uno status symbol. Alle dichiarazioni di Jolie un numero notevolissimo di donne è entrato in panico e ha chiesto immediati test genetici al proprio medico. Inoltre chi non ottiene risultati negativi dal test genetico, ritiene di non doversi più controllare, rischiando perché il test non è risolutivo e non ci assicura che non ci ammaleremo. Bisogna usare i media con attenzione. 
Lorella Zanardo, su fb, 10 giugno 2013

Aggiornamento dell'11 giugno:
Vi segnaliamo che, riguardo a queste ultime precisazioni di Lorella Zanardo,  la chirurga senologa Alberta Ferrari ha inviato una replica che trovate a questo nuovo post.

domenica 9 giugno 2013

Josefa Idem presenta il metodo che parte dal basso: ascolto e valorizzazione del lavoro già svolto

Pari opportunità e lotta alla violenza e al femminicidio: nuovo approccio e nuovi strumenti dagli audit con le associazioni per i diritti e femminili. Diciamolo per l'ennesima volta: non era questo il governo che avremmo sperato e voluto. Anche per questo, ancora più ci colpiscono favorevolmente alcune gemme che questo ennesimo pasticcio italiano è riuscito comunque a esprimere. Foglie di fico, come dice Grillo?
Chi ha fatto il governo avrà anche guardato a esigenze di facciata... Ma la luce di cui risplendono gemme come la ministra Josefa Idem, e il metodo di lavoro che ci sta proponendo, volto a un vero lavoro corale per azioni concrete e per un cambio di paradigma culturalesono davvero come un faro nel buio.

In questo video, Idem stessa ci presenta il suo metodo di lavoro al primo incontro informale con le associazioni milanesi:



Qualcosa che realizza in pieno un'idea della politica innovativa: quella che noi definiamo politica femminile. Infatti, con un approccio (tanto logico quanto inusuale nella politica arida e distante che conosciamo!) la ministra avvia il suo lavoro con l'ascolto, e con una visione che guarda al lavoro collettivo secondo la massima efficienza.

E come? presentando i suoi intenti, in primis, alle associazioni attive da anni nei campi della promozione della parità, dei diritti sessuali e della lotta alla violenza, e ascoltando i loro suggerimenti, in cerca di un metodo articolato e trasversale che sappia valorizzare, e mettere a frutto, anni e anni di esperienze e progetti realizzati.

Il primo atto di questo lavoro è stato una sorta di "audit" ufficiale, che ha convocato a Roma le associazioni a livello nazionale. Qui vediamo invece un passo successivo: un primo incontro realizzato informalmente a Milano, il 6 giugno 2013. Importanti momenti nel percorso di lavoro che dà seguito all'intenzione della ministra di creare una task force contro la violenza di genere e la sua manifestazione più eclatante, il femminicidio.

Di seguito a questo primo video, che riassume gli interventi introduttivo e quello conclusivo, fatti dalla ministra all'appuntamento di Milano, sul canale della Rete delle Reti sono in uscita anche i contributi delle associazioni.  

sabato 8 giugno 2013

Nadia Somma: denunciare per essere bollate come calunniatrici? No, grazie

Ringraziamo Nadia Somma per il suo pezzo, pubblicato sul Fatto Quotidiano, dopo la lettera (finora senza risposta) inviata ai responsabili di Italia Uno. Lo apprezziamo moltissimo per la chiarezza che fa sui veri argomenti per cui sono da ritenere inaccettabili i contenuti di certi servizi di "informazione". Argomenti che mettiamo in evidenza nel post che riproponiamo qui, corredato di ulteriori link utili per approfondimenti. 
Il 2 giugno, il programma di Italia Uno “Le iene” ha trasmesso il servizio “Sesso o stupro?”  che mette in dubbio la sentenza di condanna  a 5 anni di reclusione inflitta dal tribunale di Cagliari a due uomini per il reato di stupro. Nell’estate del 2010 infatti una donna li denuncia per una violenza sessuale avvenuta davanti a una discoteca. La sentenza di condanna viene emessa nel 2012, dopo ben due anni di raccolta di prove, audizioni dei testimoni a difesa o a carico degli imputati, valutazione dell’attendibilità degli stessi, valutazione delle tesi della difesa. In alcuni minuti di servizio, ”Le iene” hanno imbastito una  sorta di processo sommario sulla base della sola testimonianza dei due condannati e, dopo aver citato in maniera frammentaria tre o quattro testimonianze estrapolate dalla copiosa documentazione degli atti processuali, hanno stabilito che la sentenza di primo grado non convinceva.
Il portale “La rete delle reti femminili” ha pubblicato una lettera indirizzata sia a Luca Tiraboschi, direttore di rete che alla redazione de “Le iene” per chiedere che “il programma e i responsabili di rete si scusino e sconfessino senza reticenze simili contenuti e la filosofia che vi è sottesa”.

La lettera allude a buon titolo a una sorta di ”filosofia” implicita nel servizio, perché il video di domenica 2 giugno segue un altro del 5 maggio in cui il fenomeno della violenza contro le donne viene negato da un’associazione di padri separati per cui “le violenze sulle donne non esistono, il 98% sono tutte calunnie per vendetta nei confronti degli ex o degli uomini per spillare denaro eccetera”.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne sia ormai riconosciuto, denunciato e studiato a livello internazionale dall’Onu e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, 

nonostante siano state fatte piattaforme e stipulate convenzioni internazionali per contrastarlo; 

nonostante il 28 maggio scorso sia stata ratificata alla Camera la Convenzione di Istanbul

nonostante le indagini dell’Istat, 

nonostante le donne continuino a essere ammazzate a fronte di centri anti-violenza sempre più depauperati, 

[nonostante tutto ciò, ndr] continuiamo a imbatterci nella negazione  del fenomeno [qui riguardo alle statistiche su dati documentati, e qui una riflessione di Adriano Sofri sul tema, ndr].

Salvaguardando il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza di indagati, imputati e condannati fino a sentenza definitiva, bisogna dire 2 cose: 

1. innanzitutto che i processi sommari sono sbagliati, soprattutto in una realtà dove la cultura misogina favorisce l’emersione della violenza contro le donne; 

2. in secondo luogo che le sentenze della magistratura si rispettano. 

Ci sono ben tre gradi di giudizio a garanzia degli imputati che si possono difendere in tribunale e non alla vecchia maniera. Quale? [quella del victim blaming, metodo messo molto bene in evidenza dal famoso processo per stupro del 1979, e da sempre, e ancora, in gran voga; ndr].
Sul web [in numerosi siti, inclusa la pagina fb delle Iene: vedi ultima foto nel post, ndr] è in atto una lapidazione collettiva nei confronti di quella donna, vittima di stupro, tanto per continuare a perpetuare con mezzi moderni, arcaiche ritorsioni nei confronti delle donne che denunciano uno stupro.  

La società ha sempre risposto, e lo fa tuttora, alla denuncia di stupro di una donna con emarginazione, isolamento e stigmatizzazione. Perché l’unica donna stuprata davvero credibile è una donna morta.

Così ecco esplodere la reazione online fatta da offese (anonime) scagliate come pietre da una canea livorosa convinta del valore della giustizia fai da te grazie al servizio de “Le iene”. 

A questo punto l’incoraggiamento finale di Mauro Casciari che ha realizzato il servizio – “Donne denunciate…” –  suona come una beffa. 
Perché mai le donne dovrebbero sentirsi incoraggiate a denunciare stupri o violenze? Per essere etichettate come calunniatrici, mogli vendicative, arpie senza scrupoli? No grazie.



venerdì 7 giugno 2013

Femminicidio, preti e Madonne. E la spiritualità scippata alle donne.

Le pagine femminili su facebook sono oggetto di numerosi commenti provocatori da parte di pagine sessiste. Ma non basta: fioccano anche ripetuti richiami moralistici da parte di pagine (strettamente collegate alle prime), che si ammantano di anacronistico moralismo religioso.
Cari, cari moralizzatori! non siamo fra quell* che si lasciano scippare la spiritualità dai bigotti e dai sepolcri imbiancati. Respingiamo al mittente le avvertenze sull'inferno e vi consigliamo di aggiornarvi, a partire dalla visione di questo bellissimo documentario: 


Cari saluti.





Contro l'inesorabile processo di vanificazione della Legge 194: Laura Puppato presenta mozione al Senato, sottoscritta da diversi partiti

6 giugno 2013 La mozione al Senato, si rifà all'ultima relazione sullo stato di attuazione della 194,  come già quella precedente presentata da SEL alla Camera, ed è proposta da Laura Puppato e firmata da senatori di diversi partiti.
IL SENATO, PREMESSO CHE:

• l’ultima Relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) presentata al Parlamento dal Ministro della salute il 9 ottobre 2012) riporta – tra le altre informazioni - i dati definitivi sull’obiezione di coscienza esercitata da ginecologi, anestesisti e personalenon medico nel 2010;

• i dati che emergono sono molto preoccupanti e pongono una seria riflessione sulla garanzia e sulla qualità del servizio per l'interruzione della gravidanza disciplinata dalla legge n. 194 del 1978. Dalla Relazione delMinistro Balduzzi, infatti, si evince che in Italia ben il 69,3% dei ginecologi del servizio pubblico è obiettore di coscienza. 
In pratica quasi sette medici ginecologi sudieci sono obiettori, in una tendenza cheappare inoltre in continua crescita. 
Se si analizzano i dati su baseterritoriale troviamo che, ad eccezione della Valle d’Aosta (dove i ginecologi obiettori sono solamente il 16,7%), le percentuali regionali non scendono mai al di sotto del 51,5%. I dati medi aggregati per Nord, Centro, Sud e Isole indicano percentuali di ginecologi obiettori di coscienza pari rispettivamente al 65,4%; 68,7%; 76,9%; 71,3%. 
In particolare le Regioni dove l’obiezione è più alta sono le seguenti: Lazio 91%, Puglia 89%,Molise 85.7%, Campania 83.9%, Alto Adige 81.3% e Sicilia 80.6%;

• recentemente l’associazione LAIGA (Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della legge194), dopo un monitoraggio sullo stato di applicazione della legge n. 194, ha denunciato uno scollamento fra i dati ufficiali contenuti nella relazione al Parlamento del precedente Ministro della salute e i dati reali raccolti dall’associazione stessa. 
Inparticolare, nella regione Lazio, in ben 10 strutture pubbliche su 31 non è nemmeno più possibile accedere alleinterruzioni di gravidanza. La stessa associazione ha evidenziato inoltre ilrischio reale che nell’arco dei prossimi 5 anni, resti operativo un numero dimedici non obiettori non superiore a 150 per tutto il territorio nazionale;

• i pochi medici non obiettori rischiano di vivere oggi una specie di segregazione professionale, inquanto costretti a fare in prevalenza aborti rispetto ad altri interventi in sala operatoria;

• nell’ottobre 2012 la Ong International planned federationeuropean network, con il supporto dell’associazione LAIGA, ha presentatouna denuncia contro l’Italia al Comitato europeo dei diritti sociali delConsiglio d’Europa, ritenendo la legge n. 194 del 1978  non in grado di garantire il diritto all’interruzione della gravidanza, e quindi il diritto delle donne alla salute ed a non essere discriminate. Tale ricorso è stato ritenuto ricevibile;

• molte strutture ospedaliere, per garantire l’applicazionedella legge, ricorrono a specialisti esterni convenzionati con il sistemasanitario ed assunti esclusivamente per le interruzioni di gravidanza (medici SUMAI), o a medici “a gettone”, con un significativo aggravio di costi per il Sistema Sanitario Nazionale;

• a livello nazionale, la principale conseguenza di un numero così elevato di obiettori di coscienza è quella di rendere sempre più difficoltosa la stessa applicazione della legge n. 194, con effetti gravemente negativi sulla funzionalità dei varienti ospedalieri (e quindi del sistema sanitario nazionale) che si riflettonosulle donne che devono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza (eche spesso si traducono in aborti drammaticamente tardivi, a causa dei lunghi tempi di attesa);

• a fronte di questo stato “di emergenza” le donne siritrovano spesso a dover migrare da una regione all'altra o addiritturaall’estero, mentre (soprattutto tra le immigrate), ritorna a emergere il ricorso all'aborto clandestino (con il malaffare che vi è collegato), una piaga che solo la corretta applicazione della n. 194 aveva debellato;

• questo dato raccapricciante è confermato da azioni delle Forze dell’Ordine che hanno portato addirittura alla scoperta di cliniche e ambulatori fuorilegge. Sono 188 i procedimenti penali aperti solo nel 2012 per violazione della legge n. 194, spesso contro insospettabili professionisti che agivano nei loro studi medici. Ma queste strutture sono controllate in numero crescente anche dalla delinquenza organizzata: l’ultima, smantellata dalla Guardia di Finanza solo poche settimane fa, era gestita a Padova dalla mafia cinese, e incassava circa 4.000 euro al giorno. 
Dunque, traendo profitto dalla non applicazione della legge, si imbastiscono illegalmente affari lucrativi che alimentano a loro volta altri illeciti: agli interventi illegali si aggiunge, ad esempio, il fenomeno dello spaccio di farmaci abortivi, poi somministrati con modalità pericolose e fuori controllo. Sono numerosi, ad esempio, i casi di ragazzine e donne straniere che cercano di indursi l’aborto assumendo dosi massicce di un farmaco per l’ulcera a base di “misoprostolo”, e che viene spacciato a tale scopo da bande sudamericane che lo fanno arrivare nel porto di  Genova dagli Stati Uniti (10 pillole per 100 € al mercato nero, meno della metà se si compra su Internet);

CONSIDERATO CHE:

•  l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza, disciplinato dall’articolo 9 della legge n. 194 del 1978,  da parte del personale sanitario in relazioneall’interruzione volontaria di gravidanza, riveste particolare importanza per le sue ricadute socio-sanitarie sulle donne e per i suoi effetti sulla stessa funzionalità del servizio sanitario nazionale;

•  l'articolo 9 prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate siano “tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8” ed inoltre che in tale contesto “ La Regione ne controlla e garantisce l’attuazioneanche attraverso la mobilità del personale”;

•  la legge n. 194 oltrea prevedere la tutela di scelte individuali prevede anche delle responsabilità pubbliche. L’obiezione di coscienza è infatti un diritto della persona ma non della struttura, che ha anzi l’obbligo di erogare le prestazioni sanitarie garantite dalla legge;

•  il diritto della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata, e quello del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza, dovrebbero poter convivere affinché nessun soggetto veda negata la propria libertà;

•  risulta necessario valorizzare e ridare piena centralità ai Consultori, quale servizio per la rete di sostegno alle donne e quali servizi primari di prevenzione e di controllo del fenomeno abortivo, e attuare una effettiva integrazione fra i consultori e i centri incui si effettua l’interruzione volontaria della gravidanza. Come conferma anche l’ultima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della n. 194 del 1978,“ nel tempo i Consultori familiari non sono stati, nella maggior parte dei casi, potenziati né adeguatamente valorizzati. In diversi casi l’interesse intorno al loro operato è stato scarso ed ha avuto come conseguenza il mancato adeguamento delle risorse, della rete di servizi, degli organici, delle sedi”;

CONSIDERATO ALTRESI CHE:

•  la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo agli articoli 3, 18 e 25 contempla la libertà,il diritto alle cure mediche ed alla libertà di coscienza”;

•  la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, all’articolo 12, prevede che gli Stati parte sono tenuti a prendere “tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti delle donne nel campo delle cure sanitarie al fine di assicurare loro, in condizione di parità con gli uomini, i mezzi per accedere ai servizi sanitari, compresi quelli che si riferiscono alla pianificazione familiare”;
                                                                                       
IMPEGNA IL GOVERNO:

a garantire il rispetto e la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto ilterritorio nazionale nel riconoscimento della libera scelta e del diritto allasalute delle donne;

a garantire unriequilibrio del personale medico e infermieristico, come peraltro previsto all'articolo 9 della legge n. 194 attraverso la mobilità del personale, nell'ambito di livelli minimi e di una programmazione regionale, che preveda almeno il 50 per cento di personale non obiettore;

a valorizzare eridare piena centralità ai Consultori familiari, quale servizio fondamentale per attuare vere politiche di prevenzione nonché servizio essenziale per l’attivazione del percorso per l’interruzione volontaria della gravidanza;

ad attivarsi perchél’IVG farmacologica sia proposta come opzione alle donne, che, entro i limiti di età gestazionale imposti dalla metodica, devono poter scegliere quale percorso intraprendere;

a promuovere la conoscenza dei diritti in tema di contraccezione di emergenza, anche tramite adeguate azioni informative sull’esclusione del diritto all'obiezione di coscienza per i farmacisti;

a prevedere azioni di prevenzione dell'interruzione volontaria di gravidanza mediante attività di educazione alla tutela della salute e di informazione sulla contraccezione nelle scuole di ogni ordine e grado.

PARLAMENTARI FIRMATARI
Laura Puppato (Pd), Stefano Esposito (Pd), Laura Cantini (Pd), Lucio Barani (Gal), Valeria Fedeli (Pd), Patrizia Manassero (Pd), Lucrezia Ricchiuti (Pd), Maria Spilabotte (Pd), Francesca Puglisi (Pd), Camilla Fabbri (Pd), Donella Mattesini (Pd), NicolettaFavero (Pd), Stefania Pezzopane (Pd), Sergio Lo Giudice (Pd), Miguel Gotor (Pd), Isabella De Monte (Pd), Nerina Dirindin (Pd), Donatella Albano (Pd), Monica Cirinnà (Pd), Giorgio Pagliari (Pd), Loredana De Pretis (Sel, Felice Casson (Pd), Paola De Pin (M5s), Adele Gambaro (M5s), Mario Morgoni (Pd), Elena Ferrara (Pd), Cristina DePietro (M5s), Magda Zanoni (Pd)