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giovedì 18 agosto 2022

Catastrofi ambientali: in soli 6 mesi perdite per 75 miliardi

Scrive il Sole24ore (articolo di Laura Galvagni del 10/8/2022) che nel primo semestre del 2022 le catastrofi ambientali hanno già causato 75 miliardi di perdite; e in questa cifra ancora non sono inclusi i danni causati dal caldo torrido e dalla siccità degli ultimi mesiPer non parlare delle "perdite" in termini di sofferenza ed estinzione del vivente; costi che nessuno cita mai; e quindi restiamo anche qui, per ora, sul bilancio meramente economico.

Già il 2021, secondo le stime di Swiss Re (gruppo riassicurativo che ogni anno produce un corposo studio sugli impatti del cambiamento climatico), era stato un anno di intensa attività catastrofale in tutto il mondo con alluvioni, temperature estreme, uragani, incendi e tornado (oltre al tremendo terremoto ad Haiti), che hanno provocato perdite economiche globali per 280 miliardi di dollari (217 miliardi nel 2020); fra questi eventi i soli fenomeni alluvionali colpiscono circa il 29% della popolazione in tutto il mondo. L’istituto stima inoltre che se le temperature continueranno a crescere e se entro il 2050 non si raggiungerà l’obiettivo “emissioni zero” il mondo intero perderà l’11% del Pil.
E purtroppo niente fa pensare a un'inversione di tendenza; e infatti le catastrofi sono in costante incremento.
Intervistato da Sara Deganello, sempre per Il Sole, sull’iniziativa #unvotoperilclima, il climatologo Antonello Pasini ha dichiarato:

«Dobbiamo adattare i nostri territori, l’agricoltura, le attività produttive, le città a quegli eventi climatici che abbiamo sperimentato negli ultimi anni e che ci saranno anche in futuro. Oltre a ridurre i gas serra e perseguire la carbon neutrality per il 2050. È una chiamata all’azione affinché i partiti ci facciano vedere programmi seri per contrastare il cambiamento climatico. E la popolazione possa scegliere di votare chi dà la priorità a questi temi. Vedo una maggiore sensibilità sul tema; la lettera sul clima rivolta alla politica ha avuto una grande risposta da parte della gente comune; dai politici no. In campagna elettorale, anche in quelle del passato, si è parlato pochissimo di clima. Ma quest’anno il cambiamento lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Noi siamo interessati a sostenere soluzioni scientificamente fondate su una maggiore efficacia. Ad esempio, a livello globale ci siamo dati l’obiettivo di non superare l’aumento di 1,5°C della temperatura rispetto al periodo pre industriale. Ora siamo già a un aumento di 1,2-1,3°C. Anche se la temperatura rimanesse quella di oggi i ghiacciai alpini perderebbero il 30% della propria massa entro la fine del secolo perché stanno rispondendo lentamente al riscaldamento degli anni passati; di conseguenza perderemmo il 30% della disponibilità d’acqua. Dobbiamo dunque pensare a nuovi invasi, a irrigazioni a goccia, a una sistemazione degli acquedotti colabrodo. Dobbiamo gestire questa cosa che è inevitabile e allo stesso tempo scongiurare scenari molto peggiori. Se nel 2100 avremo raggiunto i 4-5°C di aumento i ghiacciai alpini perderanno il 90-95% di superficie e volume attuali, generando una situazione ingestibile per l’agricoltura del Nord Italia. L’economia, nei propri conti, deve valutare i danni ambientali, non esternalizzarli. Ci sono ecosistemi che se muoiono ci tolgono servizi fondamentali. Pensiamo a quelli che filtrano e depurano l’acqua, per esempio. Dobbiamo mettere in sicurezza territori e attività produttive investendo con decisione e celerità le risorse disponibili del Pnrr. È in atto una tendenza: gli ultimi anni sono stati storicamente i più siccitosi. I nostri modelli ci fanno vedere come questo sia legato strettamente alle attività antropiche. Conosciamo le cause di ciò che avviene. È il momento di passare alle azioni. Non possiamo più nasconderci dietro a un dito». 

giovedì 4 agosto 2022

Perché la politica dovrebbe mettere il clima in cima all'agenda politica

Anche nei programmi per le imminenti elezioni il tema degli impegni urgentissimi da prendere contro il disastro climatico langue, in sottofondo; eppure dei politici credibili dovrebbero oggi chiedere scusa per l'ignavia di decenni e mettere questo punto al primo posto. Perché? bè, ce lo spiegano gli scienziati più esperti in questo campo che abbiamo in Italia, in una lettera aperta alla politica, appunto: che possiamo sottoscrivere anche tutte e tutti noi firmando la petizione "un voto per il clima" [QUI]

Giorgio Parisi, fisico premio Nobel per i suoi studi sui sistemi complessi, spiega QUI perché si trova "assolutamente d'accordo con i colleghi climatologi" sull'importanza "che i partiti mettano in chiaro nei programmi i loro progetti per la lotta ai cambiamenti climatici, perché gli elettori possano votare anche in base a quale di questi progetti trovano più convincente. Tra i promotori della lettera anche il climatologo Antonello Pasini, fra protagonisti del webinar urgente sul clima di cui avevamo riferito qui. Ecco comunque gli argomenti degli studiosi:

La scienza del clima ci mostra da tempo che l'Italia, inserita nel contesto di un hot spot climatico come il Mediterraneo, risente più di altre zone del mondo dei recenti cambiamenti climatici di origine antropica e dei loro effetti, non solo sul territorio e gli ecosistemi, ma anche sull'uomo e sulla società, relativamente al suo benessere, alla sua sicurezza, alla sua salute e alle sue attività produttive. Il riscaldamento eccessivo, le fortissime perturbazioni al ciclo dell'acqua e altri fenomeni meteo-climatici vanno ad impattare su territori fragili e creano danni a vari livelli, influenzando fortemente e negativamente anche le attività economiche e la vita sociale. Stime assodate mostrano come nel futuro l'avanzare del cambiamento climatico ridurrà in modo sensibile lo sviluppo economico e causerà danni rilevanti a città, imprese, produzioni agricole, infrastrutture. Per un grado di riscaldamento globale in più rispetto al presente, ad esempio, si avranno mediamente su scala globale un aumento del 100% della frequenza di ondate di calore e tra il 30 e il 40% di aumento della frequenza di inondazioni e siccità, con una conseguente diminuzione del benessere e del prodotto interno lordo. Nel Mediterraneo e in Italia, poi, la situazione potrebbe essere anche più critica in quanto, ad esempio, si hanno già chiare evidenze di aumenti di ondate di calore e siccità, di ritiro dei ghiacciai alpini, di aumento delle ondate di calore marine e, in parte, di aumento degli eventi estremi di precipitazioneIn questo contesto ci appare urgente porre questo problema in cima all'agenda politica. E oggi l'avvicinamento alle prossime elezioni diventa l'occasione per farlo concretamente. Chiediamo dunque con forza ai partiti politici di considerare la lotta alla crisi climatica come la base necessaria per ottenere uno sviluppo equo e sostenibile negli anni a venire; questo dato di realtà risulta oggi imprescindibile, se vogliono davvero proporre una loro visione futura della società con delle possibilità di successo. In particolare, nella situazione attuale appare urgente porre in essere azioni di adattamento che rendano noi e i nostri territori più resilienti a ondate di calore, siccità, eventi estremi di precipitazione, innalzamento del livello del mare e fenomeni bruschi di varia natura; azioni che non seguano una logica emergenziale ma di pianificazione e programmazione strutturale. A causa dell'inerzia del clima, i fenomeni che vediamo oggi saranno inevitabili anche in futuro, e dunque dobbiamo gestirli con la messa in sicurezza dei territori e delle attività produttive, investendo con decisione e celerità le risorse peraltro disponibili del PNRR. Allo stesso tempo dobbiamo anche fare in modo che la situazione non si aggravi ulteriormente e diventi di fatto ingestibile, come avverrebbe negli scenari climatici peggiori. Per questo dobbiamo spingere fortemente sulla riduzione delle nostre emissioni di gas serra, decarbonizzando e rendendo circolare la nostra economia, accelerando il percorso verso una vera transizione energetica ed ecologica. Come scienziati del clima siamo pronti a fornire il nostro contributo per elaborare soluzioni e azioni concrete che siano scientificamente fondate, praticabili ed efficaci, ma chiediamo con forza alla politica di considerare la crisi climatica come un problema prioritario da affrontare, perché mina alla base tutto il nostro futuro. Ci auguriamo dunque elaborazioni di programmi politici approfonditi su questi temi e una pronta azione del prossimo governo per la lotta alla crisi climatica e ai suoi impatti.

Primi firmatari

Carlo Barbante, CNR e Università Ca' Foscari, Venezia

Carlo Carraro, Un. Ca' Foscari, Venezia

Antonio Navarra, Un. Bologna e Pres. Fondazione CMCC

Antonello Pasini, CNR, Roma

Riccardo Valentini, Un. della Tuscia, Viterbo, e Pres. SISC 

Con il contributo dei seguenti autori italiani dell'AR6-IPCC:

Annalisa Cherchi, CNR, Bologna

Erika Coppola, ICTP, Trieste 

Susanna Corti, CNR, Bologna

Sandro Fuzzi, CNR, Bologna

Piero Lionello, Università del Salento, Lecce

Massimo Tavoni, Politecnico di Milano

Elena Verdolini, Università di Brescia

Le prime altre firme pervenute dalla comunità scientifica sono:

Roberto Barbiero, APPA, Trento

Leonardo Becchetti, Un. di Tor Vergata, Roma

Alessandra Bònoli, Un. di Bologna

Michele Brunetti, CNR, Bologna

Roberto Buizza, Scuola Universitaria Superiore Sant'Anna, Pisa

Carlo Cacciamani, ItaliaMeteo 

Stefano Caserini, Docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici, Politecnico di Milano

Claudio Cassardo, Università di Torino

Marinella Davide, Università Ca' Foscari, Venezia

Enrica De Cian, Università Ca' Foscari e CMCC, Venezia

Maria Cristina Facchini, CNR, Bologna

Francesco Forastiere, CNR, Palermo, e Imperial College, Londra

Filippo Giorgi, ICTP, Trieste

Silvio Gualdi, CMCC, Bologna 

Fausto Guzzetti, CNR, Perugia, e Protezione civile, Roma CNR

Vittorio Marletto, ARPAE Emilia-Romagna, Bologna

Simona Masina, CMCC, Bologna

Maurizio Maugeri, Università di Milano

Paola Mercogliano, CMCC, Caserta

Mario Marcello Miglietta, CNR, Lecce

Franco Molteni, consulente scientifico ECMWF, Reading, UK, e ICTP, Trieste

Mario Motta, Politecnico di Milano

Elisa Palazzi, Università di Torino

Claudia Pasquero, Università di Milano Bicocca

Cinzia Perrino, CNR, Roma

Antonello Provenzale, CNR, Pisa

Gianluca Ruggieri, Università dell'Insubria, Varese

Gianmaria Sannino, ENEA, Roma 

Stefano Tibaldi, CMCC, Bologna

Giorgio Vacchiano, Università di Milano

Francesca Ventura, Università di Bologna

sabato 1 agosto 2020

Il permafrost, i profitti e la pelle. Dalla crisi climatica alla crisi economica e ritorno

Un interessante articolo de Il Sole24Ore (edizione cartacea di ieri) mette il dito su quella piaga che i fautori della crescita ad ogni costo non vogliono decidersi a guardare; benché sia ben nota da tempo: gli avvertimenti anche in questo senso si susseguono.

Una piaga che viene ora riaperta dagli esiti di uno stress test condotto dagli analisti di Morgan Stanley sui maggiori gruppi russi produttori di materie prime. Lo studio doveva stimare l’impatto potenziale del riscaldamento climatico sui rispettivi indicatori finanziari e dividendi nell'immediato futuro, e i risultati sono piuttosto mozzafiato.

Ad esempio, fra i gruppi che saranno più colpiti, Gazprom nel 2022 potrebbe vedere il proprio cash flow crollare di oltre la metà: da 8,4 a 4 miliardi di dollari. Ma sono molte le società coinvolte, con interessi enormi. 
"I cambiamenti climatici nelle regioni del permafrost, che rappresentano circa il 60% della Russia, causano emissioni di immani volumi di metano e anidride carbonica, riducono la stabilità del suolo e creano rischi per le infrastrutture", afferma Morgan Stanley. "Il tasso di crescita della temperatura media annuale in Russia dal 1960 supera il tasso mondiale di 2,5 volte e di ben 3-4 volte, negli ultimi 20 anni, nelle regioni artiche. Di conseguenza, la capacità portante delle fondazioni nelle regioni chiave della produzione di idrocarburi in Russia è diminuita dal 25 al 75% rispetto al 1965-1975". Il che conferma esattamente quello che abbiamo descritto QUI: e cioè che la grave accelerazione, a cui stiamo assistendo da mesi, nello scioglimento del permafrost comporta rischi imminenti di reazioni a catena in grado di distruggere l’umanità.
Sono gravi, concreti e vicini i rischi per la sopravvivenza stessa: ma pare che ai più, se si continua a far profitti, di sopravvivere non interessi nulla
Viceversa, si sa che la paura di vedere ridurre i profitti smuove le montagne; e in questo rapporto, che mette l’accento non sui pericoli di estinzione, ma su quelli economici, ce n’è abbastanza da costringere i peggiori negazionisti a correre ai ripari. 
Ammesso che le notizie circolino… le citazioni di questo report, ad esempio, al momento si contano sulle punta delle dita, anche in ambito internazionale. Ne ha parlato The Moscow Times e, in Italia, solo la informatissima Antonella Scott del Sole24Ore. 
E sul servizio pubblico nazionale? Anche questa volta per ora nulla, il vuoto pneumatico.




Estratto da articolo su Vedomosti:
Il surriscaldamento nelle regioni del permafrost sta diventando una delle principali minacce per le infrastrutture delle maggiori società, avvertono gli analisti della banca Morgan Stanley (…) Il rischio è più rilevante per Gazprom, Novatek, Norilsk Nickel e Alrosa. La nota analitica di Morgan Stanley sui mercati delle materie prime russe fa notare come la fuoriuscita di gasolio a Norilsk abbia messo in luce il problema dei rischi climatici per le aziende russe di materie primeUno stress test condotto dalla banca ha valutato il potenziale impatto del riscaldamento nelle regioni del permafrost sulle prestazioni finanziarie e sui pagamenti di dividendi nel 2022. (…) Il tasso di crescita della temperatura media annuale in Russia dal 1960 supera il tasso mondiale di 2,5 volte e di ben 3-4 volte, negli ultimi 20 anni, nelle regioni artiche. Di conseguenza, la capacità portante delle fondazioni nelle regioni chiave della produzione di idrocarburi in Russia è diminuita dal 25 al 75% rispetto al 1965-1975. 
Esistono anche rischi significativi nella fornitura di energia; tanto che, avvertono gli analisti, si potrebbe arrivare a un arresto della produzione.
In Russia il 90% del gas, il 30% del petrolio, il 100% del palladio e il 90% dei diamanti sono estratti nelle aree del permafrost, quindi un grave impatto del surriscaldamento sulle prestazioni finanziarie e sulla capitalizzazione delle società di materie prime potrebbe diventare manifesto nel prossimo futuro, afferma il rapporto.
In termini di free cash flow (FCF), la banca ha registrato il maggior rischio in Gazprom: l'FCF della società, se non verrà affrontato il rischio climatico, nel 2022 potrebbe essere ridotto di oltre la metà rispetto all'indicatore di previsione: da $ 8,4 miliardi a $ 4 miliardi. Riguardo ai dividendi il massimo impatto potrebbe abbattersi su Norilsk Nickel: con un indicatore di previsione per i dividendi, per il 2022, ridotto della metà - a $ 1,1 miliardi.

domenica 7 giugno 2020

Dopo decenni di allarmi la rottura del permafrost

È curioso, ma non divertente, che nel 1972, con previsioni attraverso un modello computerizzato, il MIT avesse già stabilito che, in assenza di cambi di rotta, la scadenza per il punto di non ritorno fosse proprio il 2020. Previsione poi progressivamente confermata; vedi ad esempio nel 2012 Scientific American nell'articolo Apocalypse soon, o Le Scienze. Il tutto abbastanza spaventoso, visto che proprio in quest'anno, dopo incendi, pandemia, cavallette, il 29 maggio si è verificata anche una brusca spallata al permafrost, uno degli elementi più cruciali nell'equilibrio del pianeta, creando i presupposti per una catastrofe irreparabile.
In Italia solo alcuni quotidiani hanno riportato la notizia di un grave "incidente" in Siberia che avrebbe fatto arrabbiare Putin. 
Ma forse è meglio essere più precisi e dire che non è un incidente: è disastro climatico. Dal 1972 ad oggi siamo andati avanti imperterriti, assottigliando la spessa calotta protettiva dei ghiacci e minacciando il permafrost permanente. Qualche giorno fa, cioè proprio adesso, lo abbiamo anche bucato causando, con il crollo di una enorme cisterna che vi poggiava sopra, lo sversamento di decine di migliaia di tonnellate di petrolio nel sistema di fiumi della Siberia. Bisogna anche pensare che nell'Artico sono centinaia le strutture che poggiano sul suolo ghiacciato, per questo l'accelerarsi del suo scioglimento potrebbe causare altri crolli.
Ma a questi disastri e avvelenamenti si aggiunge un altro grave pericolo; visto che il permafrost, oltre a tenere intrappolata una quantità di CO2 che fuoriuscendo ci annienterebbe, può liberare virus e batteri ora dormienti, davvero letali.


Per molte ragioni dunque danneggiare il permafrost può causare lo sconvolgimento totale del Pianeta. Si tratta del peggior incubo (sia per ragioni di clima sia sanitarie), su cui climatologi e studiosi ambientali da anni lanciano allarmi. Ora che questo incubo si manifesta, la domanda, nuovamente, è sempre la stessa: ma come mai il problema di salvarsi non assurge ancora a priorità che deve surclassare qualunque altro argomento?
Non se ne parlava prima, quando il disastro era annunciato, né ora, che è conclamato.

Nella sconcertante latitanza dell'informazione e della politica, forse bisognerebbe lanciare almeno dei webinair informativi rivolti ai cittadini e alla stampa. In questo senso un primo passo è stato fatto programmando a breve un webinar urgente > QUI, a cui speriamo ne seguiranno altri.
Perché no: quello che è appena successo non è un fatto locale né un “incidente”, ma un disastro globale che va fermato, e per farlo non se ne può parlare solo nei circoli più ristretti degli studiosi (che a quanto pare sono ascoltati solo dalle Cassandre).
Il quadro climatico generale è (era) già di per sé abbastanza preoccupante. Ma ora, l'ulteriore indebolimento del permafrost, oltre ad aver causato uno dei più gravi incidenti petroliferi della storia, fa profilare il pericolo immediato di una ondata di tremende conseguenze a tutti i livelli. Si pensava di avere più tempo.. qualche decina d'anni ancora; ma le cose sembrano andare più in fretta del previsto.
Del resto, secondo gli studi genetici la comparsa dell’essere umano moderno risale a circa 200.000 anni fa, su un pianeta che ha oggi 4,6 miliardi di anni; e, se guardiamo all'organismo della Terra come se, in scala, fosse un essere di 46 anni, e l'umanità un microrganismo ospite, in proporzione, siamo comparsi su questo organismo da sole 4 ore. La nostra rivoluzione industriale è iniziata 1 minuto fa; e in questo solo minuto abbiamo distrutto oltre il 50% delle foreste del mondo; quindi in modo fulmineo abbiamo portato il nostro organismo ospite al collasso. Ci siamo comportati come una malattia, tanto più fulminante quanto meno ci poniamo domande. 


Per maggiore informazione, di seguito alcuni stralci da una nota della AFP che ieri (fornendo peraltro anche dati disponibili già da tempo), descriveva così la situazione climatica intorno al permafrost:
In Siberia, sede di gran parte del permafrost della Terra, nel mese scorso le temperature sono aumentate di 10 gradi Celsius rispetto alle medie annuali, mentre il mondo intero ha registrato il suo mese di maggio più caldo. La rete di monitoraggio del clima dell'Unione europea, il Copernicus Climate Change Service (o C3S), ha dichiarato che nel 2020 il mese di maggio è stato più caldo di 0,63 °C rispetto alle sue medie dal 1981 al 2010, con temperature sopra la media in diverse parti dell'Alaska, Europa, Nord America, Sud America, aree dell'Africa e dell'Antartide. La Siberia occidentale, in particolare, è stata insolitamente calda per diversi mesi consecutivi. Freja Vamborg (scienziata senior C3S) rivela che "le anomalie veramente grandi sono iniziate a gennaio e da allora questo segnale è stato piuttosto persistente".
(...) L'ondata di calore su regioni della Siberia e dell'Alaska provocherà un particolare allarme nelle zone già travolte l'anno scorso da enormi incendi boschivi alimentati da calore record e dove, come Copernicus avverte, gli "zombi" infuocati che bruciano sottoterra potrebbero riappiccare il fuoco.
Secondo la rete di monitoraggio, per tutto il periodo da marzo a maggio 2020 in Siberia le temperature "molto anomale" hanno raggiunto un innalzamento di quasi 10 °C oltre la media 1981-2010 nelle zone dei fiumi Ob e Yenisei, ove "è stato riportato uno scioglimento record del ghiaccio fluviale". Mentre in gran parte dell'Artico le temperature salivano ben oltre la media, la primavera è stata più fredda nel nord del Canada, in varie parti d'Europa, dai Balcani alla Scandinavia, in Australia, nell'Asia meridionale e negli Stati Uniti orientali.
Ma gli ultimi 12 mesi (da maggio 2019 a maggio 2020) sono stati il periodo più caldo mai registrato (...) come anche gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati, così come lo è stato tutto l'ultimo decennio.
In particolare nella regione artica le temperature medie sono aumentate di 2 gradi Celsius dalla metà dell'Ottocento, quasi il doppio della media globale. È questo che ha accelerato lo scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia (il cui spessore è normalmente di oltre 2 km), causando una perdita netta di 600 miliardi di tonnellate di massa di ghiaccio all'anno, pari a circa il 40% dell'innalzamento del livello del mare nel 2019. Il permafrost nelle foreste russe e canadesi contiene fino a 1,5 trilioni di tonnellate di anidride carbonica, cioè una quantità di CO2 pari a circa 40 volte le emissioni annuali attuali.

martedì 2 giugno 2020

Cara Rai, per favore migliora l'informazione ambientale

Come abbiamo scritto citando l'ottimo esempio di The Guardian, riteniamo di importanza cruciale la corretta informazione per combattere i pericoli della crisi climatica in atto. Ci uniamo quindi con convinzione alla lettera rivolta al presidente (Marcello Foa) e al direttore della Rai (Giuseppe Carboni), da ben 15 associazioni (vedi sotto l'elenco), che dichiarano di porre estrema attenzione nella divulgazione di informazioni scientifiche, consapevoli dell’impatto che hanno i temi ambientali sulla opinione pubblica in generale e, soprattutto, in questa particolare fase

E che per queste ragioni scrivono: "siamo molto meravigliati della banalizzazione con cui il servizio di TG1 ambiente del 26 maggio 2020, “Alberi per purificare l’aria”, di Marilù Lucrezio, ha raccontato agli ascoltatori che piantare alberi potrebbe non contribuire, anzi in alcune circostanze danneggiare, la lotta alla crisi climatica.
La fonte del servizio è con tutta probabilità l’articolo di Michael Marshall “Planting trees doesn’t always help with climate change”, pubblicato su BBC Future lo stesso 26 maggio. Tuttavia la versione andata in onda in Italia ne ha banalizzato alcuni punti, arrivando a comunicare che in Europa e in Nord America piantare alberi sarebbe climaticamente inutile. Ma secondo la miglior scienza disponibile l’insieme di tutte le soluzioni basate sulla natura, che comprendono piantare alberi, gestire le foreste esistenti in modo climaticamente intelligente, fermare la deforestazione tropicale, conservare le aree umide e le torbiere, praticare l’agricoltura conservativa potrebbe aiutarci a conseguire il 30% della mitigazione climatica necessaria al 2030 per  contenere il riscaldamento a fine secolo entro 2°C rispetto all’epoca pre-industrale [Griscom, B.W. et al., 2017a: Natural climate solutions. Proc. Natl. Acad. Sci., 114, 11645–11650, doi:10.1073/pnas.1710465114]. 
La sola espansione delle foreste in tutte le aree disponibili (escludendo quelle agricole, urbane e ad alto contenuto di biodiversità come le savane) potrebbe garantire, tramite la fotosintesi aggiuntiva, un sequestro addizionale di oltre 10 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno [PCC Special Report on Climate Change and Land, 2019]. Un contributo non sufficiente da solo, ma di cui non è possibile fare a meno se si vuole raggiungere l’obiettivo degli accordi di Parigi. Un contributo che però non è scontato. Anzitutto, per realizzare questo potenziale occorre piantare gli alberi giusti al posto giusto, e assicurare alle nuove foreste cura e protezione dalla siccità e degli incendi, soprattutto nei primi anni. La scienza oggi conosce bene le tecniche migliori per realizzare foreste resistenti, resilienti e funzionali, e che siano in grado di auto-sostenersi ecologicamente una volta arrivate a maturità [vedi ad esempio > QUI].
In secondo luogo, come suggerisce il servizio del TG1 Ambiente, ci sono situazioni in cui piantare alberi potrebbe innescare conseguenze opposte a quelle desiderate. Sono i cosiddetti effetti biofisici dovuti al fatto che alberi e foreste hanno altri modi, oltre alla fotosintesi, per modificare il clima locale:
• il cambiamento di colore della superficie terrestre, da bianco (aree innevate senza alberi) o marrone (suoli tropicali deforestati) a mediamente scuro (nuove aree con alberi). Nel primo caso, corrispondente alle zone artiche e boreali, un colore superficiale più scuro si tradurrebbe in un riscaldamento, per lo stesso fenomeno che sperimentiamo quando entriamo in una automobile scura in una calda giornata d’agosto;
• la maggiore evaporazione di acqua da parte dei nuovi alberi, che può favorire la formazione di nubi (effetto raffreddante) ma anche aumentare la quantità di vapore acqueo in atmosfera, un gas serra naturale (effetto riscaldante);
• l’aumento della rugosità superficiale, che favorisce la dispersione di calore mediante turbolenze (effetto raffreddante);
• la produzione di metano da parte di foreste delle aree caldo-umide o paludose (effetto riscaldante), e l’emissione dalle foglie di composti organici volatili che possono favorire la formazione delle nuvole (effetto raffreddante).
Tuttavia, le poche ricerche condotte finora hanno fornito risultati contrastanti sul loro effetto complessivo - un dibattito estremamente attivo, ma non raccontato dal servizio del TG1 (come invece fatto dal pezzo della BBC).
Questa incertezza è determinante perché, secondo l’IPCC,  c’è un’alta probabilità che su scala locale gli effetti biofisici siano più importanti di quelli determinati dalla fotosintesi. In realtà il bilancio netto sul clima dipende dall’area geografica dove si piantano le nuove foreste, dalla specie utilizzata, e dall’umidità del suolo. Secondo i modelli considerati dall’IPCC, un aumento di foreste ai tropici causerebbe un rinfrescamento sia globale che locale (2,5°C in meno nel Sahel, 1.2 in meno in Cina, e fino a 8 °C in meno nel Sahara occidentale).
Contrariamente a quanto riportato da TG1 ambiente, il cui claim è basato su una ricerca vecchia ormai di 13 anni e superata da nuovi studi, secondo il rapporto speciale dell’IPCC anche in Europa e Nord America un effetto rinfrescante è possibile come risultato dell’espansione delle foreste, tranne nelle zone più aride, dove non c’è abbastanza acqua da far evaporare e l’effetto inscurimento sarebbe prevalente.
Secondo alcuni ricercatori, le ondate di calore del 2003 e del 2010 in Europa sarebbero state molto più deboli in caso di afforestazione su larga scala. L’unica area dove i due effetti si compensano a vicenda sembra essere quella boreale-artica dove, a causa dell’effetto-colore, la messa a dimora di nuove foreste avrebbe un effetto climatico tre volte meno efficace rispetto alle zone tropicali. Secondo gli studi più recenti, considerando sia gli effetti biofisici che la fotosintesi, l’afforestazione di 800 milioni di ettari a livello mondiale risulterebbe in una diminuzione della temperatura di 1 grado nelle regioni temperate e 2,5 in quelle boreali.
Ma c’è un terzo punto, il più importante.
Le città del mondo stanno subendo le più dure conseguenze dei cambiamenti climatici: ondate di calore estivo, precipitazioni intense e improvvise, il peggioramento della qualità dell’aria [e, aggiungiamo, la crisi sanitaria conclamata ora con il Covid19, che ha anch'essa una genesi importante proprio in deforestazione e surriscaldamento; ndr]. E gli alberi hanno, nei confronti di queste minacce, poteri eccezionali.
Non tanto tramite l’assorbimento di CO2, di entità estremamente limitata in confronto alle emissioni di una città, ma facilitando l’adattamento dei cittadini. Rinfrescando l’aria durante le ondate di calore, assorbendo parte degli inquinanti e delle polveri sottili, riducendo il deflusso delle acque superficiali. Migliorando in sintesi, la salute e il benessere dei cittadini, in modo “altamente probabile” – come conclude anche il rapporto IPCC su Climate Change e Land. Confidando nell’utilità di questa nostra comunicazione per migliorare l’informazione del servizio pubblico, con l’occasione si  inviano cordiali saluti."

Associazioni firmatarie: Legambiente, Sisef, PeFC Italia, Uncem, Federforeste, Kyoto Club, Aiel, Conaf, Federparchi, Slow Food Italia, FSC Italia, Fondazione Symbola, Centro di Ricera FL Crea, Conai BO, Pro Silva Italia