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giovedì 20 maggio 2021

La senatrice Elena Cattaneo ridicolizza l'agricoltura biodinamica: risponde Carlo Triarico

In Parlamento era ferma da anni una proposta di legge per cui Giulia Maria Crespi ha combattuto fino all'ultimo; senza purtroppo fare in tempo a vederla approvata (cosa appena avvenuta); una legge necessaria, per un'agricoltura sostenibile in alternativa al disastro ambientale e di salute causato dalle coltivazioni intensive che letteralmente stanno avvelenando il Pianeta. Ma ora questa legge è in pericolo sotto attacchi pretestuosamente "scientifici" contro l'agricoltura biodinamica.

Al contrario della Crespi, la senatrice Elena Cattaneo, benché sia un'autorevole studiosa impegnata per l'innovazione, sembra combattere assiduamente per scongiurare ogni progresso proprio in direzione dell'agricoltura biologica (secondo lei "favola bella e impossibile") e biodinamica, di cui è ferrea nemica; promotrice invece di OGM e glifosato. Le ultime dichiarazioni della Cattaneo ieri, a sostegno dei suoi emendamenti, sconcertano chi abbia esperienza di agricoltura biodinamica (ma lei, che pure è esperta in tante cose, non è fra questi). Purtroppo Giulia Maria Crespi non è più qui per poterle rispondere, cosa che certamente avrebbe fatto puntualmente  portando ad esempio anche la sua lunga ed eccezionale esperienza imprenditoriale e la Zelata. Alle sue argomentazioni (che ridicolizzano l'agricoltura biodinamica come "magia") e proposte di emendamenti risponde Carlo Triarico, il quale si augura che queste precisazioni potranno contribuire a informare i parlamentari rispetto alle comunicazioni non veritiere della senatrice Cattaneo e magari difendere agricoltori per bene del nostro paese:

1. Riferimenti normativi e tradizione 

Al fine di identificare l’agricoltura biodinamica, oltre ad affermare che è un metodo interno all’agricoltura biologica, bisogna indicare le sue peculiarità e caratteristiche distintive. È importante comprendere, nella definizione, non solo l’uso dei preparati (del resto previsti dagli stessi regolamenti UE della bioagricoltura), ma anche e sopratutto i disciplinari affermatisi da lunga tradizione di applicazione che caratterizzano la gestione aziendale agro-ecologica a ciclo chiuso. È fondamentale il richiamo alla tradizione del metodo a ciclo chiuso, metodoche ha ormai un secolo di applicazione. Non basta certo fare agricoltura biologica e aggiungere i preparati per fare agricoltura biodinamica. Occorre necessariamente assicurare l’assetto agro-ecologico aziendale tramite il ciclo chiuso, una percentuale di SAU destinata alla biodiversità e il rispetto del rapporto concimazioni – rotazioni, con l’obbligo della presenza animale per l’approvvigionamento delle sostanze concimanti, che vanno maturate in situ. 

Anche per questo il prestigioso rapporto Green Italy 2018 di Fondazione Symbola e Unioncamere definisce l’agricoltura biodinamica “il fiore all’occhiello della sostenibilità”. Questo aspetto è distintivo, insieme all’obbligo di uso dei preparati. 

La biodinamica è definita e aggiornata nei principi e nelle pratiche, dal 1924, attraverso gli indirizzi della Freie Hochschule für Geisteswissenschaft am Goetheanum, Sektion für Landwirtschaft. Il richiamo necessario alla tradizione di applicazione è coerente con la normativa UE (Reg. 848/2018) che, in tema di biodinamica, richiama proprio la tradizione. Anche la normativa italiana contempla già l’agricoltura biodinamica e la individua letteralmente come “Agricoltura biodinamica” e come tale la cita affianco alle altre due: l’agricoltura convenzionale e l’agricoltura biologica. 

Cfr. a proposito il D. M. 18354, 27 novembre 2009, art. 3, comma 5 “Disposizioni per particolari prodotti utilizzati in agricoltura biologica, biodinamica e convenzionale” (nell’Allegato 1. 5 include i “preparati biodinamici”). 

Dalla prima regolamentazione dell’agricoltura biologica in Europa, avvenuta nel 1991, i regolamenti UE in materia di bioagricoltura includono l’agricoltura biodinamica. 

Si veda il Reg .Cee 2092/91, All. 1. 2. B, dove le preparazioni biodinamiche sono definite “appropriate” per l’attivazione del compost. Il successivo e vigente Regolamento UE 834/07 conferma ciò all’articolo 1, comma 2, lettera C e negli allegati. 

Infine, il nuovo Regolamento UE in materia di bioagricoltura, n. 848, approvato il 30 maggio 2018 e in vigore dal 1 gennaio 2021, conferma la precedente giurisprudenza, ma inserisce esplicitamente l’Agricoltura biodinamica dentro l’agricoltura biologica. 

Nomina esplicitamente di Agricoltura biodinamica e all’articolo 3, “Definizioni”, definisce le sostanze “tradizionalmente utilizzate in agricoltura biodinamica” e include i preparati biodinamici nell’elenco delle sostanze dell’agricoltura biologica (Allegato 2). 

Rilevante il riferimento alla “tradizione”, un termine dalla valenza peculiare in diritto, che ha pregio in chiave di diritto consuetudinario, che il legislatore europeo ha inteso riconoscere. 

Nel Convegno “Innovazione e ricerca. Alleanzeper l’Agroecologia” (Milano, Politecnico, 24 novembre 2018), il prof. Filippo Briguglio, docente di Fondamenti di diritto europeo all’Università di Bologna, comparando la normativa dichiarava: “La normativa fa dei prodotti biodinamici prodotti biologici ed evidenzia la stretta correlazione fra biologico e biodinamico”. Tale condizione è stata recepita correttamente nell’articolo 1, comma 3, dal DDL “Disposizioni per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico” approvata alla Camera e calendarizzata in discussione al Senato; nell’articolo è anche presente lo specifico riferimento ai disciplinari.  

2. Letteratura scientifica sulla biodinamica 

La review delle pubblicazioni scientifiche sull’agricoltura biodinamica su riviste scientifiche soggette a referaggio, pubblicata per la Cambridge University press nel 2009 [Renewable Agriculture and Food Systems: 24(2); 146–15], evidenzia la consistenza della ricerca scientifica in agricoltura biodinamica al 2009: “una buona parte dei risultati della ricerca (...) dimostra gli effetti dei preparati BD sulla resa, sulla qualità del suolo e sulla biodiversità”. La più recente review sul tema (2018) ha esaminato 147 pubblicazioni su riviste scientifiche sottoposte a peer review evidenziando i risultati positivi emersi dall’analisi della letteratura. [Cfr. Maresca A. (2018), Agricoltura biodinamica sotto lalente, Terra e Vita, 2018]. In questa il prof. Gaio Cesare Pacini, docentedi Ecologia Agraria all’Università di Firenze, commenta la sua Review su 147 studi su riviste a impact factor e pur evidenziando il bisogno di moltiplicare le ricerche sull’argomento per trarre giudizi consolidati, conclude: 

“I sistemi biodinamici hanno dimostrato di avere il potenziale per essere superiori, in date condizioni, sia ai sistemi convenzionali che ai sistemi biologici per quanto riguarda la stabilità degli aggregati del suolo, il pH, la formazione di sostanza organica stabile, il calcio, la biomassa microbica e della fauna; I preparati biodinamici hanno, in determinate circostanze, un impatto positivo sulla biodiversità; I sistemi biodinamici hanno un impatto positivo sull’utilizzo e l’efficienza dell’energia; Allo stato attuale dell’arte nessuno è stato capace di rivelare quale principio scientifico sia alla base del funzionamento dei preparati biodinamici, né di dimostrare la loro supposta inconsistenza scientifica”.  

3. Istituzioni scientifiche 

Rudolf Steiner, il fondatore dell’agricoltura biodinamica, studiò chimica presso il Politecnico di Vienna e conseguì il dottorato di ricerca in Filosofia a indirizzo epistemologico. Ebbe prestigiosi incarichi accademici, formulò una rigorosa teoria epistemologica (l’Empirismo razionale), fu fondatore della corrente di pensiero denominata Geisteswissenschaft (scienza dello spirito) e fu uno dei padri della Fenomenologia, insieme a Husserl, suo collega a Vienna. A sviluppare sperimentalmente la biodinamica furono i più celebri scienziati, docenti universitari, allievi di Steiner: il chimico, laurea honoris causa in Medicina e professore di Scienza della nutrizione, Ehrenfried Pfeiffer, la microbiologa Lili Kolisko e il fisico, medico e docente di Chimica medica dell’Università di Vienna, Eugen Kolisko. 

La prima formalizzazione matematica dei principi che sono alla base della biodinamica fu di un altro allievo di Steiner, il matematico George Adams, poi laurea ad honorem in Chimica a Cambridge. Questi i principali istituti scientifici e università dove si ricerca e si insegna la biodinamica: in Olanda l’Università di Wageningen e il Louis Bolk Instituut, sorto nel 1976 a Driebergen. In Germania in tutte le facoltà di agraria viene introdotta la biodinamica e in particolare si insegna nell’Università di Kassel, nell’Università di Bonn e nell’Università di Hohenheim. Quest’ultima ha anche la sua propria azienda agricola (denominata “Klein Hohenheim") dedicata alla ricerca in biodinamica. In Svizzera segnaliamo la Sezione di Scienze Naturali, la Sezione di Agricoltura e il Forschungsinstitut am Goetheanum, a Dornach, Basilea, in attività dai primi anni Venti del Novecento. Nello stesso paese ha sede il FiBL -Forschungsinstitut für biologischen Landbau. In Germania ricordiamo anche il Forschungsring für Biologisch-Dynamische Wirtschaftsweise, istituto operante dal 1950 a Darmstadt e poi il Forschung & Züchtung Dottenfelderhof, operante dalla fine degli anni Cinquanta a Bad Vilbel, Francoforte e sempre nell’Università di Kassel risiede un centro di ricerca per la biodinamica. In Svezia vi è il Biodynamic Research Institute a Ierna, sorto dalle ricerche dei primi anni Cinquanta e affiliato alla Rudolf Steiner University. Nel Regno Unito vi è l’Università di Conventry. Il Biodynamisk Forskningsforening, ente di ricerca riconosciuto dallo Stato, sorto nel 1997, opera in Danimarca. Il Bio-dynamic Research Institute, fondato in Australia nel 1952, è riconosciuto dallo Stato. In Egitto il corso di laurea in agricoltura biodinamica ha sede nella Heliopolis University, presso il Centro Sekem, fondato negli anni Settanta. Il Michael Fields Agricultural Institute, svolge ricerca in biodinamica negli Stati Uniti, paese dove la ricerca fu avviata fin dagli anni Trenta e dove sono operanti il Josephine Porter Institute e il RodaleInstitute. Dal 2005 è stato costituito il Biodynamic Research Network. Esso federa diversi centri di ricerca operanti sulla biodinamica in tutto il mondo.  

4. Metodo agricolo e certificazioni 

La biodinamica è una pratica agricola definita da lunga tradizione di applicazione in tutti i continenti, libera e non soggetta a nessuna restrizione o brevetto e non consiste in una certificazione privata. La certificazione volontaria Demeter ha il fine di garantire in modo trasparente al consumatore l’applicazione del metodo agro ecologico a ciclo chiuso. Possono pertanto fregiarsi di un marchio collettivo degli agricoltori che, garantendo il rigoroso rispetto dell’applicazione della qualità della biodinamica, è molto apprezzato in Centro e Nord Europa. La Demeter Italia è un’associazione non lucrativa di agricoltori italiani fondata nel 1984 per tutelare i frutti del lavoro agricolo e la trasparenza ai consumatori, fine nobile di un’agricoltura certificata. È una di quelle organizzazioni tipo, che la Dichiarazione ONU dei diritti degli agricoltori, indica quale presidio che gli Stati si impegnano a sostenere, per garantire i diritti contadini (art. 10 e 16). 

Come è noto, esistono molte aziende, consorzi, OP di agricoltori che applicano ai loro campi la biodinamica, nel rispetto dei regolamenti europei. Fondamentale per distinguere l’azienda biodinamica, insieme all’obbligo di uso dei preparati, è la tradizionale applicazione del metodo, che comporta la realizzazione di un’azienda agroecologica a ciclo chiuso in cui è rispettato il rapporto rotazioni – presenza animale – origine e trattamento in situ dei concimi.

L’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, con circa 1.000 soci, esiste in Italia da prima di Demeter Italia (dal 1947) e tutte le organizzazioni che hanno nel nome “biodinamica” (Federbio Federazione Italiana dell’agricoltura biologica e biodinamica; FIRAB Fondazione per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica ecc), agiscono liberamente e sono indipendenti dalla Demeter. È una condizione giuridica chiara e come tale è stata rappresentata correttamentein sede UE e recepita correttamente, nell’articolo 1, comma 3, dal DDL “Disposizioni per latutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola,agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico”, coerentemente con la giurisprudenza comunitaria in esso richiamata.  

5. Valenza economico produttiva dell’Agricoltura biodinamica 

La valutazione dell’impatto economico produttivo dell’Agricoltura biodinamica è rappresentato nel Bioreport 2017 - 2018 di Rete Rurale Nazionale del MIPAAFT (Ministero per le Politiche Agricole): questo rapporto annuale sullo stato dell’Agricoltura biologica include il capitolo 11 dedicato all’Agricoltura biodinamica, ove è fotografato un quadro molto chiaro.

Le aziende biologiche che in Italia applicano l’agricoltura biodinamica sono individuate in 4.500 (dato coincidente con quello già emerso da una precedente analisi di Coldiretti, del maggio 2018). Il campione delle aziende biologiche certificate biodinamiche è di 419 realtà. Gli studi econometrici del Bioreport forniscono dati chiari sul valore dell’agricoltura biodinamica, che si attesta come modello di produzione agricola da reddito di alto pregio

I dati comparativi del Bioreport 2018 hanno evidenziato i seguenti dati medi di reddito per ettaro:

Agricoltura italiana (generale):              3.207 €/ettaro.

Agricoltura biodinamica italiana:        13.309 €/ettaro. 

Il dato, che posiziona le produzioni biodinamiche tra le colture a più alto reddito, è coerente coi dati generali delle colture considerate tali (la viticoltura da vino, per esempio, si attesta in Italia intorno ai 17.000 €/ettaro). 

Testimonia inoltre che le aziende biodinamiche sono indirizzate su colture di qualità, fortemente remunerative e pertanto costituiscono un modello con carattere di esemplarità di un’agricoltura italiana che, con una limitata disponibilità di SAU, vuole essere vocata alla qualità e all’alta remunerazione per ettaro.

Carlo Triarico (Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica), 20 maggio 2021


Per maggiore informazione riportiamo qui, inoltre, la replica fatta da Michele Serra nel 2018, a un altro attacco mosso dalla senatrice Cattaneo all'agricoltura biologica, seguito da un botta e risposta fra i due, e da ulteriore risposta finale di Cattaneo: una lettera francamente sprezzante, non scevra da attacchi personalistici a Serra stesso, che per quanto lunghissima e puntigliosa non fa che ribadire assiomi da altri punti di vista completamente contestabili, in modo che, mentre sembra confermare l'atteggiamento ideologico adombrato dal giornalista nel suo approfondimento, fa anche pensare che la senatrice non sia "ignorante" dell'argomento, ma abbia semplicemente fatto una scelta di campo: quella dell'agricoltura industriale, i cui interessi però non coincidono con quelli della popolazione.





mercoledì 8 agosto 2018

Tutti maschi, solo maschi: il potere che odia le donne si manifesta

C’è qualcuno (Michele Serra, oggi su Repubblica) che pone finalmente attenzione alle falangi di maschi di razza bianca che si concentrano contro le donne. Una scena che diventa sempre più comune in qualunque paese occidentale, in cui alle battaglie femminili si oppongono forze che diventano sempre più aggressive.


Si, se nei paesi musulmani ci pensano l'integralismo e le figure che se ne servono (dagli ayatollah agli Erdogan), se oltreoceano ci pensano i suprematisti bianchi, da noi lo fanno i fascisti e i leghisti, e quel mix che inizia a farsi chiamare “sovranista”.
Dice Serra che, per non cadere nei luoghi comuni, debite differenze storiche, territoriali, politiche vanno sicuramente fatte. Vero. Ma il filo comune di una feroce misoginia accomuna i partiti che, compattandosi dietro nemici confezionati ad arte, scatenano guerre fra poveri sventolando bandiere ipocrite di simulacri religiosi usati solo a simbolo del tradizionalismo, e quelle vergognose di razzismo, sessismo e omofobia.
Fra i cosiddetti “valori” dei loro supporter Serra nota opportunamente che c’è un “vigoroso, quasi festoso anti-femminismo, come se qualcuno avesse finalmente levato il coperchio al pentolone ribollente della frustrazione maschile. Questo ultimo aspetto (il revanscismo maschile) è esplicito nel caso di Pro Vida e di tutti i movimenti analoghi, per i quali l’autonomia del corpo femminile è un attentato non alla vita (come dice una propaganda che di fronte all’aborto clandestino non ha mai fatto una piega) ma all’ordine patriarcale. Ma sarebbe il caso di considerarlo più estesamente, più attentamente, come una delle componenti fondamentali della grande revanche della destra politica (comunque la si voglia chiamare) in tutto l’Occidente”.
C’è, evidentemente qualcosa di molto profondo e sostanziale, continua, “a provocare tutte queste adunate di maschi in posa da maschi: e questo qualcosa è l’autodeterminazione delle donne in sé, della quale l’interruzione di gravidanza è una delle pagine più complicate e più inevitabili, con la legalizzazione a fare da discrimine secco tra un prima di sottomissione e un dopo nel quale le scelte della femmina contano, scandalosamente, tanto quanto quelle del maschio. 
Se vale l’ipotesi che siano l’insicurezza del maschio e la sua disperata voglia di rivincita, uno dei motori delle nuove destre in marcia [si, vale, ndr], allora andrebbe percentualmente ridimensionata l’influenza che la crisi economica ha sull’aggressività montante da un lato; e sulla crisi della democrazia dall’altro. È un’influenza oggettiva, quella della crisi economica, e di grande rilievo: ma se ne parla sempre come dell’unica benzina che alimenta il motore delle destre nazionaliste, insieme all’additivo, potente, della paura dello straniero
Molto meno si parla del brusco processo di respingimento, sia esso cosciente o istintivo, che le donne subiscono all’interno degli assetti del nuovo potere
Del trionfo di quella quintessenza del maschio alfa che sono i nuovi leader populisti, i Trump, i Putin, gli Erdogan, giù giù fino a Orban e Salvini; della pallida presenza femminile (anche a sinistra...) negli ultimi scorci – così decisivi – della politica italiana; degli undici maschi su undici nello staff social di Matteo Salvini; della presenza marginale, e quasi mai menzionata, delle donne nel nuovo agone mediatico, che sembra costruito a misura di maschio a partire dalla vocazione all’insulto, alla sopraffazione, alla prova di forza che soppianta ogni dialettica e ogni riflessione”. 
Finalmente qualcuno si decide a dirlo, fra i commentatori “ufficiali”. Qualcuno, peraltro, che scrive su un quotidiano anch’esso gravemente soggetto (quanto tutti gli altri), alla sindrome del #tuttimaschi
Nel panorama politico di donne-maschi purtroppo ce ne sono, a partire dalle esecrabili Le Pen; e anche tantissime donne, con i loro voti, continuano a nutrire chi rema contro di loro. Vero anche che tantissimi uomini combattono per il bene di tutti e per la pace.
Ma è ora di riconoscere che l’ “organismo collettivo femminile”, nel suo insieme, si muove sempre più verso la democrazia, l’equilibrio fra i diritti, la cura dell’ambiente, la ricerca di soluzioni comuni; mentre c'è un “organismo collettivo maschile” che si rifiuta di guardare ai veri problemi del mondo, agisce in favore dei privilegi e resta ancorato alla guerra. 
Ne è un’immagine simbolo il confronto fra due famose foto di firme a provvedimenti: in una si vede Trump, con il suo staff interamente maschile, che taglia aiuti alla strutture sanitarie che offrono informazioni sull’aborto e sulla pianificazione familiare, l’altra mostra la ministra svedese Lovin, con le sue più strette collaboratrici, che firma un impegno alla riduzione delle emissioni che (parole sue) sancisce una nuova era nelle politiche svedesi sul clima.

La guerra imposta ai sessi dal patriarcato sta venendo a galla in tutte le sue implicazioni politiche: l'atavico conflitto del maschile contro il femminile che è alla base di tutti gli sfruttamenti in modo più primordiale (come ben sottolineava Engels) e ancor più feroce della lotta fra le classi.
Di tutto questo bisognerà parlare più a fondo e parlare di più.

Per inciso; collegata a questo tema ci sembra un'altra notizia di oggi: quella della incredibile guerra dichiarata dal vicesindaco leghista di Trieste, nonché assessore ai Grandi eventi (guerra pienamente sostenuta dal governatore leghista della Regione e dai vertici del partito), contro il manifesto per il 50enario della Barcolana, la regata più frequentata al mondo che, a Trieste, festeggia quest’anno il suo cinquantenario. 
E perché? bè, nel manifesto appare l’artista Marina Abramovic, una bandiera in mano con il monito: siamo tutti sulla stessa barca.
Non sia mai! attacco alla Lega! La delirante definizione del vicesindaco è «un manifesto che fa inorridire, diffuso proprio mentre il ministro degli Interni Matteo Salvini è impegnato a ripulire il Mediterraneo». 
E, a parte il delirio di una simile affermazione, il manifesto è stato creato a gennaio, dunque ben prima delle elezioni (e della triste situazione che ne è seguita). 
Ma non importa; con l’ignoranza censoria e con le code di paglia che vanno a fuoco non si discute; e così, democraticamente: o il manifesto sparisce oppure verranno negati i 30.000 euro di finanziamenti già decisi, i permessi per l’occupazione del suolo pubblico, la sicurezza e la partecipazione delle Frecce Tricolori.


Il presidente della Barcolana aveva ben chiarito che “il poster lancia un messaggio universale per salvare il mare e dunque la terra”. Bravo ora ad affermare: “Non solo non sarà censurato, ma rifarei la stessa scelta perché la nostra regata, oltre che una festa di sport che vede campioni e principianti sullo stesso piano, è anche un evento culturale. Non voglio alimentare polemiche, ma a Marina Abramovic dobbiamo dire grazie perché ci ricorda che oggi ogni problema va affrontato insieme. Salvare il pianeta non è secondario e sul fronte dell’umanità siamo davvero tutti sulla stessa barca”. 
Grazie agli uomini come lui, e come Serra, e a tutti gli altri che sulla barca con noi donne (e con l'umanità intera) ci vogliono stare.

domenica 12 giugno 2016

Femminicidio: parla un uomo e giornalista. Michele Serra, ad esempio

Femminicidio nel parere di alcuni uomini; oggi (vedi anche parla l' "esperto"i prof. Crepet), un pezzo di Michele Serra, di cui apprezziamo molti passaggi (anche se in altri punti constatiamo come diverse evidenze sfuggano perfino al commentatore più amico, com'è in questo caso Serra). Il pezzo titola Femminicidio: l'ossessione dei maschi che uccidono. Non basta la psicologia a spiegare l'orrore delle tante donne assassinate; ed ecco il testo (grassetti, tutti di apprezzamento, sono nostri): Sui maschi che uccidono o sfregiano la femmina che li rifiuta (con lo scopo, lucidamente feroce, di renderla "inservibile" ad altri maschi) si esercitano molto le discipline psicologiche, criminologiche e antropologiche, come è utile e anzi indispensabile che avvenga. Ma credo - e lo dico da maschio - che su quella rovente, tremenda questione, non si eserciti abbastanza la parola politica.


Al netto dei materiali psichici complessi e oscuri che ci animano, molti dei nostri comportamenti sono determinati dalle nostre convinzioni e dalle nostre idee. Ciò che siamo è anche ciò che vogliamo essere. O che tentiamo di essere. Se non rubiamo non è solamente per il timore della punizione, o perché non ne abbiamo la stretta necessità economica. È perché abbiamo ripugnanza etica del furto.
Quando ero ragazzo, negli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo, si è decisamente sopravvalutato il potere che le convinzioni e le idee potessero esercitare sulla nostra vita; vita quotidiana compresa. "Il privato è politico", si diceva allora [o meglio, le femministe dicevano, già allora, ndr], volendo significare che ogni nostro atto, anche domestico, anche invisibile alla Polis che tumultuava e rumoreggiava sotto le nostre finestre, avesse valore pubblico e producesse il suo effetto politico. Era una forzatura ideologica che l'esperienza provvide, per nostra fortuna, a sdrammatizzare e infine a diradare, facendoci sentire un poco meno "responsabili del mondo" almeno dentro i nostri letti, un poco meno sottomessi al Dover Essere ideologico [e su questo, invece, a nostro parere l'approfondimento maschile e collettivo si è semplicemente, purtroppo! arenato; ndr]
Vennero scritti libri e girati film sulla presuntuosa goffaggine che pretendeva di avere instaurato, in quattro e quattr'otto, libertà di costumi e liberalità di sentimenti. Non erano così facilmente arrangiabili, i sentimenti e gli istinti, alle nuove libertà. Non così addomesticabili il dolore inferto e subito, l'abbandono, la gelosia.
Ma la decompressione ideologica dei nostri anni è funesta in senso contrario. Le idee, che a noi ragazzi di allora parvero fin troppo determinanti, oggi vagolano in forma di detriti del passato oppure di scontate banalità. Hanno perduto molto del loro appeal: in positivo, perché è finita la sbornia ideologica, ma anche in negativo, perché molte fortissime idee hanno perduto la loro presa sul discorso pubblico, impoverendolo e istupidendolo. Per esempio l'idea - e veniamo al punto - che la donna appartenga a se stessa ("io sono mia"), che la sua persona e il suo corpo non siano mai più riconducibili alle ragioni del patriarcato e del controllo maschile. Se c'è mai stata, al mondo, un'idea rivoluzionaria, è quella: ribalta una tendenza millenaria, smentisce spavaldamente la Tradizione, muta la struttura sociale perfino più radicalmente di quanto la muterebbe la sovversione della gerarchia padrone-operaio. Perché non se ne sente più l'eco, di quello slogan così breve e di così implacabile precisione? [perché le voci che impongono concetti di massa e che fanno rumore sono quasi tutte maschili; e se sono femminili sono messe lì da maschi. Perché il potere NON vuole sentire e sapere; perché non ci ascoltate. Ndr]. Forse perché lo si dà per scontato (non essendolo!); forse perché nessun "principio" assoluto riesce più a ottenere credito in una società smagata, relativista più per sfinimento che per cinismo. [Ribadiamo: "quello slogan di così implacabile precisione" vibra ogni giorno, da sempre e ancora oggi, in tutto l'attivismo femminista; ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, ndr].
Eppure, volendo ridurre all'osso la questione del femminicidio, è proprio l'ignoranza o il rifiuto maschile di quel principio - io sono mia - il più evidente, perfino il più ovvio di tutti i possibili moventi. No, tu non sei tua, tu sei mia. Il mio bisogno è che tu stia con me, e del tuo bisogno (non stare più con me) non ho rispetto, o addirittura non ne ho contezza. Tu esisti solamente in quanto mia; in quanto non mia, esisti talmente poco che cancello la tua vita. Certo, la stratificazione psichica è profonda, cause e concause si intrecciano, paure e debolezze si sommano producendo, nei soggetti più sconquassati, aggressività e violenza. Ma il "via libera" all'aggressione, alla persecuzione, allo stalking, al delitto scatta anche perché nessuna esitazione "ideologica" interviene a soccorrere il carnefice, nessuna occasione di dibattito interno gli è occorsa, a proposito di maschi e di femmine.
Politica e cultura (ovvero: il processo di civilizzazione) esistono apposta per non abbandonare la bestia che siamo alla sua ferinità e ai suoi istinti [si, però l'ideologia del "tu sei mia" NON è istinto ma sovrastruttura, cultura appunto, ndr], regolando in qualche maniera i rapporti sociali, rendendoli più compatibili al bisogno di incolumità e dignità di ogni persona. 
Questo non esclude, ovviamente, che ci siano stalker e aguzzini di buona cultura e di idee liberali [ed eccoci al punto! la "buona cultura liberale" di quegli aguzzini NON è liberale davvero perché è patriarcale; e il patriarcato stesso è fondato sullo stupro. E nessuna profonda revisione culturale è mai davvero avvenuta in quanto è stata costantemente, sapientemente e accuratamente contrastata; ndr]. Ma è l'eccezione che conferma la regola: costumi e comportamenti di massa sono largamente influenzati, e sovente migliorati, dalla temperie politica e culturale dell'epoca. 
È nell'Italia rinnovata e modernizzata degli anni Sessanta che la contadina siciliana Franca Viola si ribella al ladro del suo corpo e pronuncia, entusiasmando milioni di spiriti liberi, il suo semplice ma inequivocabile "io sono mia" prefemminista e presessantottino, con la mitezza luminosa di una Lucia aggiornata che rimette al suo posto il donrodrigo di turno. È sempre in quell'Italia che, con fatica, si arriva finalmente a mettere in discussione l'obbrobrio giuridico del "delitto d'onore", che verrà finalmente cancellato vent'anni dopo. Ed è a livello popolare, mica solo nei "salotti", è nel profondo della società che quei fermenti circolano, quelle discussioni si animano, quei confitti indirizzano il senso comune. [Ma qualcuno anche fra gli uomini lo riconosca, finalmente, senza lasciare solo Wolinski! che tutto questo fermento fu opera del femminismo, delle femministe allora così moleste, ma senza le quali nessun maschio avrebbe fatto il benché minimo passo avanti, sul piano della consapevolezza delle relazioni! ndr].
Non so quanto dipenda dalla mia storia psichica o dalle mie attitudini caratteriali il fatto che io non abbia mai alzato un dito su una donna. Ma so per certo che dipende in buona parte, per dirla molto banalmente, dalla mia volontà di non farlo; dalla mia educazione e dall'esempio ricevuto in famiglia; dalle mie inibizioni culturali, che mi fanno considerare indegna e vile la sopraffazione dell'altro; infine, e non ultimo, dalle mie convinzioni politiche, che mi conducono fortemente a credere che la libertà delle donne sia condizione (forse la prima condizione) della libertà di tutti.
Come disse a milioni di persone, con la sua ruvidezza a volte così necessaria, Luciana Littizzetto al Festival di Sanremo di qualche anno fa, "chi picchia una donna è uno stronzo". Poi, certo, è soprattutto di aiuto, di assistenza e perfino di pietà che hanno bisogno anche gli stronzi, soprattutto gli stronzi. Ma la prima domanda da porre, al femminicida in carcere o in altro luogo di recupero e cura, è sempre e solamente una, semplice, facile da capire, ineludibile: ma non lo sapeva, lei, che le donne non sono di sua proprietà? Non glielo aveva mai spiegato nessuno(il testo in rosso è il pezzo di Michele Serra, su Repubblica, 12 giugno 2016)