lunedì 30 settembre 2019

Lettera aperta degli scienziati del clima agli studenti in lotta per il Pianeta

In risposta ai tanti fake, ai giornalisti, politici e agli haters che gridano addirittura al complotto, o alla presunta "mancanza di basi scientifiche" delle proteste per il clima #fridaysforfuture, e addirittura invitano saccentemente i ragazzi a tornare a scuola, rimandiamo alla lettera aperta del marzo scorso, rivolta agli studenti dagli scienziati del CNR e dell'Istituto di ricerca per la Protezione Idrogeologica. Di seguito il testo completo:
Cari studenti che state scioperando per il clima, 
noi scienziati e studiosi dei cambiamenti climatici e dell’ambiente vi offriamo tutto il nostro sostegno

Ci unisce il desiderio di studiare la realtà, e una delle realtà che oggi purtroppo emerge è la difficoltà per gli esseri umani a rimettersi in discussione: così si spiegano gli attacchi contro di voi e le accuse ingiuste, come quella di avere sporcato una piazza che avete lasciato pulitissima o di essere pupazzi nelle mani di adulti che vi userebbero - sono accuse che servono, a chi le inventa, ad evitare di prendere coscienza della crisi climatica in cui ci troviamo
E' un riflesso fin troppo umano; a nessuno fa piacere sapere che il nostro pianeta rischia di diventare inospitale, con un drammatico calo delle risorse a nostra disposizione. 
Ma non è moralmente accettabile che si neghi pubblicamente il dato scientifico, come ci è capitato di leggere in questi giorni. Possiamo affermare con certezza che se leggete di qualcuno che nega che i cambiamenti climatici dipendano dall’uomo, oppure che nega siano un grave pericolo, non sta parlando della realtà, ma della difficoltà ad accettarla
E il vostro, il nostro compito è di aiutare a diffondere questa importante consapevolezza. Perché sul clima non esistono nemici, solo interlocutori da persuadere alla realtà. 
Vi chiediamo allora di tentare assieme di persuadere la classe politica, di andare insieme ad incontrarla. 
Prima delle elezioni del 2018 ci siamo uniti in un comitato, “La Scienza al Voto”, per convincere tutte le forze politiche a fare del contesto ambientale in pericolo il centro di ogni altra politica – e abbiamo proposto un accordo di legislatura trasversale, ritenendo che molte azioni siano importanti ed urgenti qualunque sia l’appartenenza a partiti o movimenti: abbiamo in effetti incontrato alcune disponibilità, ma manca ancora una consapevolezza diffusa e di conseguenza un’azione adeguata. 
I politici non ci devono temere: la politica è l'arte di organizzare la vita sociale, e ai politici spetta il grandioso, storico compito di organizzare la transizione ecologica. 
A noi spetta di ricordare loro che ci sono però due elementi basilari da rispettare, cui peraltro l'Italia si è già obbligata aderendo all'Accordo di Parigi: 
-  una riduzione delle nostre emissioni molto maggiore di quella ad oggi prevista, indispensabile per limitare l'aumento della temperatura a 1,5°C rispetto all'era preindustriale, e dunque le catastrofi più gravi (e naturalmente un efficace adattamento ai cambiamenti non più evitabili);
-  un impegno sostanziale verso i paesi più poveri, secondo il principio della giustizia climatica, poiché essi sono i meno responsabili e i più colpiti dalla manomissione del clima, e devono essere aiutati a svilupparsi rinunciando all'uso dei combustibili fossili - che a noi occidentali è invece stato permesso – come pure ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici, potenzialmente in grado di suscitare migrazioni epocali.
I politici potranno naturalmente essere stimolati da un'opinione pubblica consapevole della crisi climatica e delle sue soluzioni, e potranno a loro volta stimolare i cittadini a raggiungere questa consapevolezza – sostenuti da coloro che formano le coscienze e il pensiero collettivo, gli insegnanti e i giornalisti, cui spetta uno speciale dovere di raggiungere una consapevolezza in materia di manomissione del clima e di possibili soluzioni alla crisi. 
Cari studenti, la strada di fronte a noi è difficile, ma chiara. Vogliamo, se lo ritenete opportuno, percorrerla insieme? 

Antonello Pasini, fisico e climatologo, CNR (Coordinatore)
Carlo Barbante, chimico e climatologo, CNR e Universita Ca’ Foscari, Venezia
Leonardo Becchetti, economista, Universita di Tor Vergata, Roma
Alessandra Bonoli, ingegnere della transizione, Universita di Bologna
Carlo Cacciamani, fisico e meteorologo, Protezione Civile
Stefano Caserini, ingegnere ambientale, Politecnico di Milano
Claudio Cassardo, meteorologo e climatologo, Universita di Torino
Sergio Castellari, fisico e meteorologo, INGV
Andrea Filpa, urbanista, Universita di Roma Tre
Francesco Forastiere, epidemiologo, CNR
Fausto Guzzetti, geologo, CNR
Vittorio Marletto, fisico e agrometeorologo, ARPAE Emilia-Romagna e AIAM
Cinzia Perrino, biologa ed esperta di qualita dell'aria, CNR
Nicola Pirrone, ingegnere ed esperto di cambiamenti globali e inquinamento atmosferico, CNR Mario Motta, ingegnere dell'energia, Politecnico di Milano
Gianluca Ruggieri, ingegnere ambientale, Universita dell’Insubria
Federico Spanna, agrometeorologo, Regione Piemonte e AIAM
Stefano Tibaldi, fisico e meteorologo, CMCC
Francesca Ventura, fisico e agrometeorologo, Universita di Bologna e AIAM 

Gli attacchi alle mobilitazioni per il clima continuano senza posa: dalle dietrologie farneticanti di giornalisti rissosi e sempre schierati con la politica della paura, però contro le persone, e di politici a loro affini; perfino da isolate voci di scienziati in ritardo sulla Storia: a cui certo non appartiene Carlo Rubbia.. ma i suddetti giornalisti riescono anche, giocando sui titoli, a fargli dire il contrario di quello che lui effettivamente dice... e le persone superficiali rilanciano, senza aver capito niente. 
Preferiscono dar credito agli haters che diffondono tranquillamente foto false con cui si attribuiscono ai manifestanti comportamenti incivili
Ma cosa vi aspettavate, che quelli che per decenni non hanno fatto niente, nascondendo sotto il tappeto la realtà e inventando falsi nemici con cui mettere tutti contro tutti, si svegliassero di colpo? che comprendessero finalmente che diluvi e incendi trascineranno via anche loro? e smettessero quindi di rissare e arraffare?
Macché; continueranno a remare dalla parte sbagliata, come pirati che si infilzano, con lo scrigno sotto al braccio, mentre il galeone affonda. 
Da parte nostra cercheremo sempre di riparare la nave, salvando anche loro; ognuno faccia la sua parte; grazie Greta, grazie a tutti quelli che partecipano.
Nessuno è grato più di tutti noi, che gridiamo inascoltati da decenni [e qui ci sono solo alcuni fra gli esempi più recenti: Si deve dichiarare lo stato di emergenza nazionale (4 ottobre 2015) -  il mondo brucia. Dichiarare l'emergenza ambientale globale (24 luglio 2018) - ma di quale crescita stiamo parlando? - (3 febbraio 2013) - Chiamata urgente delle donne per il clima (11 ottobre 2013) eccetera.. ]; no, nessuno è più grato a questa ragazza, che con la sua straordinaria tenacia è riuscita a farsi udire, a far udire anche la nostra voce.

PS.. e a proposito delle pseudo-notizie  di certi giornali grondanti rabbia: secondo Libero  "500 scienziati" avrebbero scritto all'Onu, smentendo Greta e i dati sul surriscaldamento globale. E chi sarebbero? nessun link, nessun approfondimento, perché è meglio non approfondire. Si scoprirebbe che i presunti "studiosi", che contrappongono le loro certezze a quelle degli scienziati (veri) più autorevoli al mondo, (oltre a non essere affatto "500" ma solo poco più di una decina) altro non sono che personaggi al servizio delle compagnie petrolifere, capitanati da Guus Berkhout: uomo della Shell fondatore, appunto, di una organizzazione negazionista olandese nata proprio con lo scopo di diffondere campagne contro la riduzione delle emissioni. Complimenti a tutti: negazionisti e stampa anti-scientifica che si appella alla "scienza".

giovedì 25 aprile 2019

Il 25 aprile festa della libertà ritrovata. Non perdiamo coscienza che la dobbiamo sempre difendere

di Liliana Segre • Per me il 25 aprile del 1945 non fu il giorno della Liberazione. Non poteva esserlo perché io quel giorno ero ancora prigioniera nel piccolo campo di Malchow, nel Nord della Germania. C’era un grande nervosismo da parte dei nostri aguzzini, ma non sapevamo nulla di quel che accadeva in Europa. A darci qualche notizia furono dei giovani francesi prigionieri di guerra mentre passavano davanti al filo spinato. «Non morite adesso!», scongiurarono alla vista delle disgraziate ombre che eravamo.


«Tenete duro. La guerra sta per finire. E i tedeschi stanno perdendo sui due fronti: quello occidentale con gli americani e quello orientale con i russi». Nelle ultime ore da prigioniere assistemmo alla storia che cambiava. Fuori dal lager ci costrinsero all’ennesima orribile marcia ma niente era uguale a prima. La mia personale festa di liberazione fu quando vidi il comandante del campo mettersi in abiti civili e buttare a terra la sua pistola. Era un uomo terribile, crudele, che a ogni occasione picchiava selvaggiamente le prigioniere. La vendetta mi parve a portata di mano, ma scelsi di non raccogliere quell’arma. All’improvviso realizzai che io non avrei mai potuto uccidere nessuno e questa era la grande differenza tra me e il mio carnefice. Fu in quel momento che mi sentii libera, finalmente in pace.
Il 25 aprile del 1945 fu quindi un’esplosione di gioia che mi sarebbe arrivata più tardi filtrata dai racconti di amici e famigliari. Avevo avuto bisogno di una tregua prima di tornare in Italia. E dovevo guarire da troppe ferite per riuscire a fare festa insieme agli altri. Ero stata ridotta a un numero, costretta a vivere in un mondo nemico e costantemente con il male altrui davanti a me, come diceva Primo Levi. Ci vollero anni perché riscoprissi il sentimento della felicità collettiva.
Poi quel momento è arrivato. E il 25 aprile è diventata una festa famigliare, la festa della libertà ritrovata. Simboleggiava la caduta definitiva del nazifascismo e la liberazione. E rendeva omaggio al sacrificio di partigiani e militari, ai resistenti senz’armi, ai perseguitati politici e razziali. Era la festa del popolo italiano ma anche una festa celebrata in famiglia insieme a mio marito Alfredo, che era stato un internato militare in Germania per aver detto no alla Rsi. Avevamo patito entrambi la privazione della libertà e potevamo capire il significato profondo di quella data che poneva le fondamenta della democrazia e della carta costituzionale. Ogni 25 aprile sventolavamo idealmente la nostra bandiera.
Non ho mai smesso di sventolare quella bandiera. E ancora oggi mi ostino a spiegare ai ragazzi perché è una festa fondamentale. Ma è sempre più difficile combattere con i vuoti di memoria. Solo se si studia la storia si comprende cosa è stato il depauperamento mentale di masse di italiani e tedeschi indottrinate dai totalitarismi fascista e nazista. Bisogna raccontare alle giovani generazioni cos’è stata la dittatura, soprattutto ora che il saluto romano non stupisce più nessuno. Mi chiedo se a una parte della politica non convenga questa diffusa ignoranza della storia. Chi ignora il passato è più facilmente plasmabile e non oppone “resistenza”.
In anni non lontani, c’è stato anche chi ha proposto di abolire il 25 aprile dal calendario civile. Temo che prima o poi si arriverà a cancellarlo. Perché il tempo è crudele: livella i ricordi e confonde la memoria, mentre le persone muoiono e le generazioni passano. Qualche anno fa ci siamo illusi che intorno a questa data fosse stata raggiunta l’unanimità delle forze politiche. Oggi leggo con preoccupazione che alla festa della Liberazione si preferisca una cerimonia di altro genere. Se devo dire la verità, rimango esterrefatta. In tarda età assisto a degli atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prima del 25 aprile, quando la democrazia non c’era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi.
Così come rimango tristemente stupita di fronte alla cancellazione della prova di storia alla maturità. La mancanza di memoria può portare a episodi come quello che ha coinvolto pochi giorni fa un istituto alberghiero di Venezia. Un insegnante su Facebook ha offeso la Costituzione con parole che preferisco non ripetere. E si è augurato che Liliana Segre finisca in «un simpatico termovalorizzatore». Questa non l’avevo ancora sentita: probabilmente il «simpatico termovalorizzatore » è la forma aggiornata del forno crematorio.
Preferisco però concentrarmi sui moltissimi italiani che mi vogliono bene. E insieme ai quali festeggerò il 25 aprile, un rito laico che continua a emozionarmi. E a portarmi via con sé. Perché la libertà è una condizione assoluta, irrinunciabile. E non importa se qualche ministro resterà a casa. Sono sicura che domani saremo in tanti a provare la stessa emozione civile. Buon 25 aprile a tutti.
Fonte: Il 25 aprile, la mia nuova Resistenza 

martedì 2 aprile 2019

Il Congresso delle Famiglie a Verona, le donne, gli oppressi

di Giuliana Nuvoli • Il Palazzo dei Congressi, a Verona, ha chiuso i battenti; le camionette della polizia e dei carabinieri si sono allontanate; i turisti sono tornati i signori di piazza dell’Arena. La tre giorni del Congresso delle famiglie ha lasciato strascichi fastidiosi e un profondo senso di disagio. Per molti motivi: una informazione superficiale; una moltitudine di racconti viziati; concetti arbitrariamente deformati; linguaggi impropri, offensivi e inopportuni.

In primo luogo è falso che vi siano state due diverse visioni del mondo e della famiglia a confronto: una delle due parti condannava l’altra, senza alcuna forma di comprensione o di rispetto. Se non sei come me andrai all’Inferno: la diversità non era contemplata. E la zona laica, dove ogni credenza è accettata e dove tutti sono dialoganti alla pari; quella zona laica, che dovrebbe coprire l’intero globo terracqueo, semplicemente non esisteva.
L’ ”Avvenire” ha pubblicato queste parole: “Se la questione famiglia è diventata divisiva […] è evidente che qualcuno ha sbagliato a dosare toni e parole, non ha avuto cura di costruire alleanze di pace ma solo piani di battaglia […] privilegiando scelte oltranziste ed estremiste”. Le scelte oltranziste ed estremiste di cui parla non appartengono solo a questo Congresso: sono un’ombra nera che sta prendendo corpo in modo consistente nei cinque continenti, e con modalità disparate. Due macro-sistemi sono entrati in crisi: il potere patriarcale e il capitalismo. E stanno arrivando i colpi di coda del dragone che muore: velenosi, violenti, disperati. E la disperazione è, non di rado, letale.


A Verona la vera novità è stata la forza del “trans-femminismo”, che ha visto la presenza di attiviste dalla Croazia, dalla Polonia, dall’Argentina, e da altri paesi ancora, che hanno sfilato sabato con almeno 100.000 persone, e che si sono riunite in assemblea domenica, per tirare le somme di tre giorni di dibattiti, in cui ricercatrici da Berlino, Belgrado, Varsavia e Parigi, hanno tenuto panel di discussioni non solo di stampo femminista. 

La liberazione del genere femminile (ancora lontana!) è la liberazione di tutti gli oppressi. E saranno le donne a compiere questa trasformazione necessaria per la sopravvivenza del genere umano: e lo dico con serena certezza e senza retorica, ormai da decenni.
I penosi tentativi di chi ha cercato di bollare la manifestazione di sabato come “presenza di femministe pagate” e “turismo organizzato” (parlo del ministro Salvini) non possono intaccare in alcun modo la bellezza e l’intensità di quella festa. C’era un sole caldo e una Verona festante. Dal giorno precedente polizia e carabinieri presidiavano il Palazzo dei Congressi; alle 14 la piazza era stata chiusa per l’arrivo di esponenti di governo e di leader politici. Poco importava: il corteo avrebbe percorso un’altra strada, partendo dalla stazione di Porta Nuova. Eravamo una marea, che si muoveva fra gli applausi e i sorrisi della gente sui marciapiedi; chi era alle finestre cantava e ballava; e bambini, disabili in carrozzina, coppie anziane, studenti dei due sessi, signore composte dal passo deciso seguivano le ragazze (venti? trenta?)  variamente dipinte che, danzando, aprivano il corteo.
E il corteo era composto da decine di migliaia di persone che erano società civile, lì, sotto il sole, a difendere i diritti di tutti. Di ogni singolo individuo perché potesse essere ciò che desiderava, nelle modalità che gli erano necessarie e nel territorio di sua appartenenza.
Nel pomeriggio di domenica c’è stato il corteo dei sostenitori del Congresso: molto meno numeroso e certo non altrettanto ben accolto dai cittadini. 
E’ questo che conforta: dietro le finestre abbiamo visto una città che pareva svegliarsi dal torpore di provincia benestante, per aprirsi su un mondo dove tutti abbiano spazio e accoglienza.
“Non una di meno. Insieme siam venute, insieme torneremo”. Le donne sapranno cambiare il mondo. Tutte, insieme. Perché tutti possano avere una vita vera, insieme.
Giuliana Nuvoli

venerdì 9 novembre 2018

10 novembre 2018: Italia in piazza contro il medioevo del Decreto Pillon

Tutte le mobilitazioni di sabato 10 novembre, in protesta contro il ritorno al passato che vorrebbe imporre il Ddl Pillon. Un decreto che è una vera dichiarazione di guerra al diritto di divorziare e, in particolare, al coniuge più debole, alle donne e ai bambini, in un contesto generale che è anche un incoraggiamento vero e proprio alla violenza.
E' un regolamento di conti del patriarcato con l'universo femminile. Chi non l'ha ancora fatto unisca la propria firma alle oltre 100.000 già raccolte dalla petizione lanciata da D.i.Re.
Tutte e tutti si uniscano (in attesa della manifestazione nazionale del 24 novembre a Roma), alle mobilitazioni di sabato 10 novembre.
Qui > alcune ragioni per cui dobbiamo fermamente respingerlo
Cercate, fra questi, l'appuntamento più vicino a voi:



• Roma: Piazza Madonna di Loreto, h 11
Milano: Piazza Scala, h 15

• Alessandria: Univ. Piemonte Orientale, via Mondovì 8, h. 10.30
• Ancona: piazza Roma, h 10
• Bari: piazza Madonnella, h 17
• Bergamo: Piazza Matteotti, davanti al Municipio, h 10
• Bologna: Piazza Re Enzo, h 15 - 18
• Bolzano: film "L’affido", Liceo Carducci, h 20
• Brescia: corso Zanardelli, h 16. 
• Brindisi: Palazzo Nervegna, via Duomo 20, h 17,30
• Cagliari: piazza Garibaldi, h 16
• Carpi: Piazza Matteotti, h 10 - 12
• Caserta: Piazza Vanvitelli, h 17
• Catania: via Etnea, ang. Prefettura, h 17
• Catanzaro: Piazza della Prefettura, h 17
• Cesena: sensibilizzazione itinerante, h 8.30-12
• Crema: Piazza Duomo, h 10 -12. 
Cosenza: Cinema S. Nicola, h 18: film L’affido e dibattito
• Faenza: Piazza del Popolo, h 9 - 12  
• Ferrara: Piazza Savonarola, h 15.30
• Firenze: assemblea c/o ARCI, piazza dei Ciompi 11, h 10
• Follonica: via Chirici (davanti al Supermercato), h 10.30-12.30
• Forlì: Piazza Saffi, h 15
• Genova: Giardini Luzzati, h 15, passeggiata femminista Piazza Matteotti h 17.30
• Grosseto: Piazza Baccarini (centro storico), h 16 - 19.30
• Imola: viale Amendola 8, h 10, flashmob itinerante
• Lecce: presidio davanti a Prefettura, via XXV Luglio h 9.30 
• Lucca: Piazza San Michele, h 10 - 17
• Lugo: incontro c/o Centro antiviolenza Demetra, corso Garibaldi 116, h 10-12
• Modena: Piazza delle Torri, dalle 17 h 18.30
• Napoli: Piazza Salvo D’Acquisto, h 10
• Novara: Piazza Matteotti, h 14 - 18
• Orbetello: mercato settimanale del sabato, h 10 - 12
• Orvieto, Torre del Moro, h 10-19; 
• Padova: sul Liston, via VII Febbraio, h 15, passeggiata femminista h 16.30
• Palermo: manifestazione da Piazza Croci a Piazza Verdi, h 15.30
• Parma: via Mazzini, h 10 - 13
• Perugia: Piazza Italia, h 15
• Pesaro: Piazzale Collenuccio, h 17 - 19
• Pescara: incontro c/o Libreria Feltrinelli, via Milano, h 11 -12.30, Presidio in Piazza Unione h 17
• Piacenza: presidio piazza Cavalli h 10.30; manifestazione Piazza Duomo h 15.30.  
• Pisa: Largo Ciro Menotti, h 16, corteo h 17.30
• Pizzo Marina: incontro c/o Centro La Tonnara, h 17
• Prato: 12 novembre, dibattito e film L’affido, Cinema Eden, ore 20.30
• Potenza: Piazza Mario Pagano h 11 - 13
• Ragusa: Piazza San Giovanni, h 16
• Ravenna: Piazza Unità d’Italia, h 15.30 - 18.30
• Reggio Calabria: Scalinata Teatro Cilea, h 16 - 19.30
• Reggio Emilia: Piazza Fontanesi h 10, presidio Piazza dei Martiri del 7 luglio h 17
• Rimini: Piazza Tre Martiri, h 9.30 - 12.30
• Salerno: Piazza Portanova, h 17.30
• Scicli: Piazza Municipio, h 18
• Siracusa: da Piazza Repubblica a Largo XXV Luglio (Tempio di Apollo), h 10.30
• Taranto: incontro c/o Biblioteca Acclavio, h 15.30
• Terni: Piazza della Repubblica, h 17.30
• Torino: Piazza Carignano, h 15.30, incontro c/o Teatro Nuovo, h 17.30; film L’affido h 21
• Trento: largo Carducci, h 15. Inoltre: 13 novembre h 20, Cinema Astra, film L’affido 
• Trieste: Sala Auditorium Molo IV, h 16 film L’Affido, incontro h. 17.30 
• Valdichiana: staffetta nei 10 comuni con proiezione del film L’affido dal 1 al 10 novembre
Varese: presidio, piazza del Garibaldino, h 17
• Venezia: Campo San Giacomo di Rialto, h 11.30
• Viareggio: Piazza Mazzini, h 15.30 - 18.30
• Vicenza: corteo dall’Esedra di Campo Marzio a piazza Matteotti, h 10
• Viterbo: volantinaggio performativo in varie piazze, vari orari

QUI > l'evento nazionale su fb, con gli appuntamenti in aggiornamento


NO al ritorno al diritto di famiglia degli anni Cinquanta
NO alla mediazione obbligatoria e a pagamento
NO ai figli come pacchi e alla doppia domiciliazione/residenza dei minori
NO al mantenimento diretto
NO al piano genitoriale
NO all’introduzione del famigerato concetto di alienazione parentale

sabato 13 ottobre 2018

Aborto, sicari, civiltà. Una riflessione di Luisa Muraro sulle ultime, controverse, parole del Papa

Non stupisce, ovviamente, che un religioso debba fermamente respingere il concetto stesso di aborto; ma ultimamente il Papa ha detto parole che sono state interpretate come un durissimo attacco alla regolamentazione dell'aborto, nonché offensive per i pochi che resistono nel tentare di far rispettare una legge dello Stato sempre più attaccata e isolata, mentre le donne rischiano di ricadere nel risucchio dagli orrori dell'aborto clandestino.


Un bel dilemma, quello dell'aborto, qualcosa che chi ha una vera coscienza non può risolvere con la semplificazione moralista. Né con i giudizi con l'accetta. E qui la faccenda, riguardando la capacità riproduttiva stessa e la autodeterminazione delle donne, è ancora più complessa, e sempre in modo molto attento occorrerebbe rifletterci sopra. E' uscito ieri, sulla Libreria delle donne, un commento di Luisa Muraro; lo sottoponiamo dunque anche alla vostra riflessione. Scrive la Muraro:
Il Papa insegna regolarmente il catechismo cattolico e lo fa con tutta la libertà e l’autorità che vanno riconosciute ad ogni insegnante. Anche lui, come gli altri e le altre che lo fanno, lo fa più o meno bene. Arrivato al quinto comandamento, Non uccidere, il papa ha parlato del valore della vita e ha detto: la vita è aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l’uomo, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto, e da tutti i sistemi che sottomettono l’esistenza umana a calcoli di opportunità, mentre un numero scandaloso di persone vive in uno stato indegno.
Subito dopo si è messo a parlare del problema dell’aborto.
Il problema dell’aborto esiste, le donne lo sanno. Ma era questo il momento e il modo giusto per parlarne?
Le parole usate dal papa suggeriscono una parziale giustificazione della sua scelta. Ha detto: «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema». Forse non sta parlando dell’aborto in generale ma di un ulteriore problema che si sta ponendo ai nostri giorni. Sta diventando possibile tracciare il DNA del feto con l’analisi del sangue materno, e diagnosticare così la possibilità di futuri problemi di salute nella creatura nascente. In caso di diagnosi infausta, la futura madre (e non lei soltanto) si troverebbe in una drammatica situazione.
Apro una parentesi: chiamo futura madre la donna che, trovandosi incinta, ha detto sì, ci sto. E così, con la sua accettazione, il progetto di vita che è l’embrione si è convertito in un progetto di vita umana. La dottrina cattolica non fa questa distinzione, che invece è di primaria importanza e che io mi autorizzo, in ipotesi, ad attribuire al papa.
Domanda: quando il papa dice «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema», si rivolge alla futura madre per convincerla a restare fedele alla sua iniziale accettazione nonostante una diagnosi infausta? Risposta: sì e no.
Se fosse semplicemente sì, sarebbe come non avere idea del vissuto di una donna che si scopre incinta di una creatura (la sua creatura!) che è più o meno gravemente malata. Sarebbe metterla in croce, cosa che la morale sessuale cattolica ha già fatto in un passato che speriamo sia veramente passato. Sarebbe, insomma, una risposta non umana né cristiana.
Sì e no, ho detto. Le parole citate sono rivolte alle donne, ma non alla singola lasciata sola e neanche lasciata sola con la sua dottoressa per tentare una decisione che fatalmente andrà sul piano inclinato della salvezza personale, a meno di un’impennata eroica che io non raccomando a nessuna. Le parole sono rivolte a una donna inserita in una civiltà degna di questo nome, dove le possibilità offerte dalla conoscenza non sono comandate dal profitto e dal successo ma hanno il tempo di maturarsi nella ricerca del meglio per sé e gli altri, mai l’uno senza gli altri.
Uno scienziato francese, impegnato in queste ricerche, ha detto: siamo premuti dagli investimenti privati in cerca di profitti; questa, che si annunciava una promettente rivoluzione scientifica, sta mutandosi in una rivoluzione sociale che va troppo in fretta (fonte: Le monde, Science & Médecine, 26 settembre 2018). 


Accade così che le persone singole siano prematuramente caricate di scelte funzionali non al bene comune dei più, ma al profitto dei meno. Penso in primo luogo alle donne, perché si tratta, ancora una volta, di loro e del potere di dare la vita
Esattamente questo, infatti, è capitato con la PMA, la procreazione medicalmente assistita, che ha fatto da strumento per il business della cosiddetta GPA, come ho scritto sul Sottosopra intitolato Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda, al seguito degli studi di Laura Corradi e di tante altre femministe.
Se la mia lettura si avvicina al vero, nel catechismo del papa non c’è stato un brusco passaggio dalla critica dell’ordine, anzi disordine dell’economia globale, al problema dell’aborto; non c’è stato l’uso pretestuoso della sofferenza dei molti per una condanna dell’aborto, come tanti giornali hanno inteso in buona o cattiva fede. L’insegnamento del Non uccidere riguarda anche l’aborto, sì, ma solo per dire che per essere buoni ci vuole una civiltà e che, oggi, questa necessaria civiltà della convivenza sta venendo meno.

venerdì 28 settembre 2018

Fermati, ascolta, danza. Settimana della DanzaMovimentoTerapia APID

di Simonetta Ottone • Nei prossimi giorni si svolgerà in tutto il paese una manifestazione che coinvolgerà migliaia di persone in ogni ambito e che metterà in movimento tantissime donne: è la settimana (qui il programma) della DanzaMovimentoTerapia.
Le iniziative dell'Associazione Professionale Italiana DanzaMovimentoTerapia (APID, che conta al suo interno centinaia e centinaia di donne e qualche preparatissimo uomo) vedono spesso la partecipazione di donne che trovano in quest'attività un'ottima risposta al loro naturale desiderio di evoluzione e benessere; invitiamo dunque tutte a partecipare: QUI l'evento su Facebook a cui aderire e da far girare.

Saranno giornate di luce aperta: davvero tante le iniziative in programma, e soprattutto interessanti, originali, coraggiose! Quest’anno siamo di più, in più parti del paese: nuove Regioni si sono mobilitate e nuove realtà si vanno ad aggiungere al già lungo elenco di chi organizza questo appuntamento d’inizio autunno.
Sui nostri canali web trovate tutto ciò che succederà nella prossima settimana, soprattutto i luoghi e i titoli delle iniziative, perché tant* sono le/i soci* che mettono a disposizione la loro professionalità, il loro tempo e la loro energia, in una mobilitazione generale che va oltre i nomi e le appartenenze personali.
Le/i professionist* della DanzaMovimentoTerapia APID sanno lavorare insieme, sono punto d’incontro tra realtà istituzionali, realtà del privato sociale, enti pubblici e privati, perché per tutt* l’appartenenza è ad un solo mondo:
quello della Danza, quello del Movimento, quello della Terapia, tre parole di tre mondi inscindibili.
Perché si sa, l’Arte unisce prima di tutto il resto e ciò che produce avrà risvolti globali, in primis in ambito culturale e scientifico, perché la Danza ed il Movimento sono una straordinaria sintesi, velocizzano metabolismi in ogni parte di Noi e si fanno promotori di Salute in ogni ambito della società.
Le iniziative vertono su quadri tematici decisivi, su cui APID sta lavorando da tempo:
Embodiment e violenza di genere
Embodiment, trauma e resilienza
Embodiment, inclusione sociale e intercultura.

APID in più di venti anni ha portato questa straordinaria sintesi in Italia, svolgendo un’azione di avanguardia costante, in rapporto alle istituzioni e ai vari settori dell’Educazione, Riabilitazione, Prevenzione, Ricerca. Si inizierà Domenica 30 Settembre con Legami, il flashmob della DanzaMovimentoTerapia: inviteremo al silenzio e all’ascolto della pulsazione, ci guarderemo l’uno nell’altro con un augurio: Fermati, Ascolta, Danza.
Da Catania, a Palermo, Pescara, Napoli, Reggio Calabria, Perugia, Spoleto, Roma, Frosinone, Grosseto, Livorno, Firenze, Pontedera, Genova, Padova, Vicenza, Novara, Monza, Milano, Torino e decine e decine e decine di province e territori sparsi nelle periferie più preziose per fantasia, originalità e coraggio. Una manifestazione che assurge ad auspicio e invito a unire idealmente tutto il paese, in tutti i suoi “pezzi, belli e diversi”, in un movimento forte, pieno di vita, bellezza e idee!

domenica 26 agosto 2018

Stalking a Cosenza: una storia di impunità, una donna che non si arrende

La violenza non è solo uno schiaffo o portare dei lividi corpo, è molto di più: è vergogna, è paura, è ansia, è timore di non essere compresi, è timore di non essere creduti; è, sopratutto, la consapevolezza di scontrarsi con un muro di gomma quale l’omertà e sapere che chi è preposto ad aiutarti non lo farà.
Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l'omertà intorno a te, ma l'omertà e l'abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto... quella proprio no, non la si può accettare.


Da anni, tramite articoli e campagne varie si sensibilizzano le donne, che subiscono silenziosamente violenza, incoraggiandole a uscire dal silenzio, a farsi coraggio e soprattutto a fidarsi e affidarsi alle Istituzioni, denunciando chi, senza rispetto per niente e per nessuno, fa leva in modo vigliacco su stati di ansia e paura.
E poi? Cosa succede? Difficile immaginarlo se non hai toccato con mano ma io si; lo so bene. 
Io voglio raccontare la mia storia e nello specifico cosa succede: varchi la soglia dell'Istituzione alla quale decidi di chiedere aiuto e tutela, dopo un'enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere, con un senso finalmente di sollievo e pensando che ti accoglieranno dandoti tranquillità, serenità e un senso di protezione.
E invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili. Vorresti sentirti dire: tranquilla, ora ci siamo noi. Invece trovi scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarti, sguardi solo di curiosità, nessuno che ti dà il beneficio del dubbio. Con poca professionalità e poco tatto sei sbattuta da un ufficio all'altro; nonostante tu abbia appreso, dalle varie campagne di sensibilizzazione, che c’è un ufficio con gente che dovrebbe occuparsi solo di te, creato solo per quello, la tua richiesta scritta passa da un dipendente all'altro, il quale, dopo aver letto, guarda caso, non è mai l'addetto preposto ad apporre una semplice firma e un protocollo sulla tua denuncia/richiesta di aiuto.
Non c'è una persona alle 9.30 del mattino, a metà  settimana, ad accogliere una donna che chiede aiuto; non c'è una sola persona che ti fa accomodare in un ufficio, ma attendi nei vari corridoi mentre oltre 15 impiegati a turno si fanno il passamano della tua richiesta di aiuto, facendo ognuno le "opportune" chiamate di rito (a non so chi!), allontanandosi da te, o chiudendo la porta davanti a te, che attendi sempre in piedi nel corridoio.
Alla fine delle sterili consultazioni nessuno vuole apporre una firma; fino a quando, esasperata e chiaramente offesa e infastidita, con voce ferma pretendi un protocollo sulla ricevuta della tua richiesta.
Vai via demotivata, incredula e delusa dalla mancanza di accoglienza, dalla leggerezza con la quale viene gestita una richiesta di aiuto per violenza di genere; dovrai attendere il mattino seguente l'invito a ritornare per firmare un “verbale di ratifica” che poteva essere compilato il giorno prima con meno disagi.
Inizia cosi una triste e anomala vicenda, con un finale vergognoso che racconterò sommariamente, dovendo per privacy, omettere nomi e alcuni episodi.
Malgrado la copiosa documentazione allegata alla richiesta depositata, la persona segnalata, che per inciso porta una divisa, incurante della tua denuncia ha continuato ad assillarti per oltre 15 giorni. Finché tu, sempre più incredula e scoraggiata, ti rivolgi nuovamente all’Autorità e, integrando la documentazione con le prove dei contatti successivi, chiedi, sempre con più timore, che questo soggetto sia chiamato e allontanato da te.
Malgrado la documentazione e una molteplicità di allegati forniti, le indagini per attestare che sei insistentemente infastidita e perseguitata continuano e durano ancora per ben 4 mesi, alla fine dei quali arriva finalmente “l'inevitabile" provvedimento amministrativo richiesto.
Provvedimento al quale lo stalker, come da sua facoltà, fa ricorso al TAR e questo, con sentenza abbreviata emessa nella stessa mattina della prima udienza, lo rigetta, quale chiaro segno di non fondatezza.
Allora tu pensi finalmente è finita! Malgrado tutti gli ostacoli ho fatto bene a denunciare!
Ma immediatamente  il penoso e vergognoso epilogo: dopo soli 20 giorni dall'ordinanza del TAR, lo stalker chiede nuovamente la revoca del provvedimento all’Autorità che lo ha emesso, benché il TAR si sia opposta al suo annullamento. E, udite udite: la ottiene.




E perché? Le motivazioni di revoca, praticamente, sono che ha fatto il bravo per 6 mesi (4 dei quali nel periodo in cui duravano le indagini + il mese del suo ricorso al TAR).
Ma se è vero che solo 20 giorni prima la stessa Autorità si era fermamente opposta  all’annullamento del provvedimento, mi spiegate che senso ha?
Donne: denunciate. Denunciate! Non abbiate timore: così si legge; ma la realtà è diversa. Mentre sarete costrette a difendervi a spese vostre, nonostante gli atti persecutori si gioca con la vostra dignità, con il vostro dolore e la vostra sofferenza, si calpestano i vostri diritti. 
Si, denunciate; ma soprattutto: attenzione a chi denunciate! 
Sappiate che ci sono categorie di uomini che si possono denunciare e altre categorie che non si toccano.
Non ci sono parole per definire questa vicenda e spero che qualcuno se ne vorrà interessare; è a disposizione un'ampia documentazione a riprova di quello che sostengo.
Perché, a prescindere dalla mia vicenda personale, non è accettabile che ancora oggi nelle Istituzioni (dove ho anche incontrato rari esempi di persona splendide), ci siano simili vergognosi comportamenti che, così operando, non solo non tutelano chi denuncia, ma avallano, coprono e dunque autorizzano persone malate a ledere la libertà altrui. 
Alle Istituzioni dico: prima di avviare campagne di sensibilizzazione alle vittime di violenza sensibilizzatevi voi! Perché siete ancora ben lontani dai concetti di rispetto e libertà. 
E io devo continuare a difendermi da sola.
Cosa che continuerò a fare: mi hanno deluso, ma nelle istituzioni voglio continuare ad avere fiducia; per questo farò a mia volta ricorso al Prefetto. Come diceva Giovanni Falcone lo Stato siamo noi e la giustizia la dobbiamo pretendere. 
Grazie a tutte e tutti coloro che vorranno sostenermi.
D. B., vittima di stalking a Cosenza