lunedì 18 gennaio 2016

Stupro arma di guerra. Anche a Colonia. Della guerra patriarcale sessista e razzista

Siamo state in attesa tanti giorni, leggendo ogni giorno cosa si dice di Colonia. Che per chi scrive (fra le altre molte cose), altro non è che il banale debutto di una delle più tradizionali armi di conflitto: lo stupro contro le donne, sulla scena ufficiale e internazionale della (nuova) guerra trasversale e diffusa.


Nel cuore delle città europee sono atterrate ormai da tempo le altrettanto tradizionali bombe, stupirebbe che il conflitto diffuso si limitasse a questo, rinunciando a uno dei suoi strumenti più atroci ed efficaci. Due anni fa fu presentata una mozione, al nostro Senato, contro questo diffuso crimine; chissà che ne è stato, poi. Tornando alle tante cose lette, la cosa che più stupisce, nelle decine e decine di articoli usciti nelle ultime settimane, è lo spezzettarsi della scena nei più disparati punti di vista, ciascuno sorretto da una logica la quale dimostra a sua volta qualcosa - ma le legittime riflessioni che ne scaturiscono conducono sempre a qualcosa di parziale. Come parziale è quello che si vede guardando una stanza dal buco della serratura. Vorremmo allora tirare alcuni fili per contribuire a legare fra loro questi pezzi, partendo da una premessa sulla cosa fondamentale, la cosa che sta lì, sotto gli occhi di tutti, e che eppure è tanto difficile vedere. E che è questa: i cori di indignazione razzista che si levano contro gli "immigrati" che stuprano sono animati più da risentimento verso lo straniero che osa toccare la proprietà (le "nostre donne") che non da reale rispetto verso le donne stesse. Per questo quel tipo di indignazione non sa andare al cuore del problema, ma anzi si muove su un terreno sostanzialmente complice. Sessismo e razzismo, infatti, sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.
E in ogni società patriarcale lo stupro è stato da sempre una sorta di sport internazionale, molto duro a sradicare; anzi, è ora di dirlo: lo stupro è addirittura il fondamento stesso (anche) della “nobile” civiltà occidentale che tanto si adonta dell’inciviltà dello straniero



Non dubitiamo, infatti, che fra i bravi maschi bianchi e razzisti (di Colonia come di casa nostra e di ovunque), che gridano allo scandalo, di stupratori e violenti contro le donne ce ne siano moltissimi.
Che fare, allora, l’aspetto dell’immigrazione e, soprattutto, della propaganda islamista, non c’entrano? negare l’evidenza? C’è chi lo fa tranquillamente; vedi nel caso lo strabiliante pezzo di Giulietto Chiesa che sale sul podio per spiegare a una certa Nicoletta “cosa succede a Colonia e a Parigi”: niente; a Colonia non è successo niente, solamente una montatura mediatica. Punto e basta; nessun’altra spiegazione, nessuna evidenza a riprova di questo “nulla”. Il fatto che ci sia “chi vuole far salire l’isteria (piace particolarmente, qui, la scelta accurata anche del termine isteria, ndr) della gente per evidenti ragioni politiche, cioè per abituare il cittadino a un clima xenofobo” (fatto perfettamente vero, peraltro) per lui è sufficiente a dimostrare che le centinaia di donne che hanno denunciato si siano volute solo togliere uno sfizio, quelle borghesi razziste e viziate in cerca di emozioni, cretine.
“Nessuna prova”, decide in seguito alle sue personali indagini. Le donne non sono morte, dunque che prove ci sono? (e vien da chiedersi se siano morti poi davvero i parigini al Bataclan, forse è un complotto anche quello).
Nossignore. Qualcosa è successo. Lo stupro è emblema della guerra, e il Taharrush una declinazione dello stupro (che da sport endemico è assurta ad atto politico conclamato nel 2011), e il corpo delle donne un primario campo del conflitto.


Detto ciò, a Colonia il Taharrush è sbarcato in modo non casuale perché la guerra si è spostata anche qui (e sia chiaro, dove c'è guerra, c'è chi ci sguazza: gli avversari sono spesso complici). E si, anche perché c’è un problema culturale, come sempre: un (nuovo) problema culturale che si innesta sull’atavico problema culturale, peggiorando le cose.
Di questo Waris Dirie, somala, a suo tempo mutilata e poi fuggita dal suo paese, e che ha dedicato la sua vita alla lotta contro le mutilazioni, avverte da anni e anni. Avverte i politici e le istituzioni; eppure gli esperimenti per una formazione e informazione delle persone immigrate che faciliti il dialogo, e l’integrazione, si contano sulle punta delle dita. E sai che c'è? i fascistoni razzistoni fanno a gara a stroncarli con articoli dileggianti e sarcastici. E invece sono un punto di partenza senza il quale ci siamo già persi e almeno lei lo dice: da somala, e musulmana, e mutilata, e fuggita e immigrata, almeno lei può dirlo.


Sostituisci, nel suo discorso, il termine "mutilazioni genitali" con stupro - o delitto d'onore, o altre violenze contro le donne, e il significato è chiaro.
Anche lo scrittore Kamel Daoud - da musulmano, e da maschio, e da algerino, può permettersi di dire quanto siamo stupidi e miopi: “del rifugiato vediamo lo status, non la cultura. E così l'accoglienza si limita a burocrazia e carità, senza tenere conto dei pregiudizi culturali e delle trappole religiose (…) Gli immigrati che accogliamo se la prendono con le nostre donne, aggredendole e stuprandole; nozione che la destra e l'estrema destra non tralasciano mai di enfatizzare quando si pronunciano contro l'accoglienza ai rifugiati. Ma in Occidente il rifugiato o l'immigrato non patteggerà facilmente con la propria cultura, e di ciò ci dimentichiamo con sdegno. Quella cultura è ciò che gli resta di fronte a sradicamento e traumi provocati in lui dalla nuova terra. In alcuni casi il rapporto con la donna  -  fondamentale per la modernità dell'Occidente  -  rimarrà incomprensibile a lungo, e ne negozierà i termini per paura, compromesso o desiderio di conservare la propria cultura. E tutto ciò può cambiare solo molto lentamente. Le adozioni collettive peccano di ingenuità, limitandosi a risolvere i problemi burocratici ed esplicandosi attraverso la carità. Il rifugiato è dunque un selvaggio? No. È semplicemente diverso, e munirlo di pezzi di carta e offrirgli un giaciglio collettivo non può bastare a scaricarci la coscienza. (E qui Daoud rivela la stessa, identica, consapevolezza che fa parlare Waris Dirie, ndr): l’Altro proviene da quel vasto universo di dolori e atrocità che è la povertà sessuale nel mondo arabo-musulmano. Accoglierlo non basta a risolverlo. Il rapporto con la donna rappresenta il nodo gordiano nel mondo di Allah. La donna è negata, uccisa, velata, rinchiusa o posseduta. È l'incarnazione di un desiderio necessario, e per questo ritenuta colpevole di un crimine orribile: la vita. Una convinzione condivisa, che negli islamisti appare palese. Poiché la donna è donatrice di vita e la vita è una perdita di tempo, la donna è assimilabile alla perdita dell'anima. Il corpo della donna è il luogo pubblico della cultura: appartiene a tutti, ma non a lei. Qualche anno fa, a proposito dell'immagine della donna nel mondo cosiddetto arabo si scrisse: La donna è la posta in gioco, senza volerlo. Sacralità, senza rispetto della propria persona. Onore per tutti, ad eccezione del proprio. Desiderio di tutti, senza un desiderio proprio. Il suo corpo è il luogo in cui tutti si incontrano, escludendola. Il passaggio alla vita che impedisce a lei stessa di vivere. È questa libertà che il rifugiato, l'immigrato, desidera ma non accetta. L'Occidente è visto attraverso il corpo della donna: la libertà femminile è vista attraverso la categoria religiosa di ciò che è lecito o della virtù. Il corpo della donna non è visto come luogo stesso di libertà (in Occidente valore fondamentale), ma di degrado. Per questo lo si vuole ridurre a qualcosa da possedere o da velare. La libertà di cui la donna gode in Occidente non è vista come ragione della supremazia occidentale, ma come un capriccio del culto occidentale della libertà. E i colpevoli sono immigrati arrivati da tempo o rifugiati recenti? Appartengono a organizzazioni criminali o sono semplici teppisti? Per delirare con coerenza non si aspetterà che queste domande abbiano risposta. Intanto i fatti hanno già riaperto il dibattito sull'opportunità di rispondere alle miserie del mondo accogliendo o asserragliandosi”. (il pezzo completo qui).
Giusto, non nascondersi dietro un dito, per timore di apparire razzisti.
Giusto, andare il 4 febbraio a Colonia a manifestare. Contro il sessismo e contro il razzismo. A quelle che dicono “preoccupiamoci della violenza in Italia”: la sola cosa da rispondere è che la violenza in Italia non è diversa o separata dalla violenza in Germania, o in Piazza Tahrir. Serve la risposta come gruppo, collettiva e rivolta al’intera umanità: una risposta che dica rigore, resistenza e rivolta, contro la cultura della violenza da qualunque parte venga, e contro lo stupro quale sua espressione, e contro lo stupro come arma di guerra.
Ma anche che non vogliamo un’Europa di fili spinati: perché non servirebbero a niente, come non serve a niente respingere con una pistola un formicaio. Ma anche perché noi siamo anche ognuna di quelle donne che premono disperate alle frontiere.
Perché sessismo e razzismo sono sfumature dello stesso imprinting patriarcale, quello del dominio.






giovedì 7 gennaio 2016

#MexicoNosUrge ancora e ancora. Ringraziando oggi Gisela Mota

Ringraziamo il coraggio di Gisela Mota, assassinata a pochi giorni dalla Giornata contro il femminicidio politico [indetta nel 2013 dalla Prima Conferenza delle Donne del Medio Oriente]. Non erano bastati, a intimidirla, l'assassinio del marito e del figlio: giurando guerra ai narcos si è candidata a sindaca di Temixco, è stata eletta e - il primo giorno del suo mandato - è stata immediatamente assassinata

La sequenza di assassini intimidatori marito-figlio che ha preceduto quello di Gisela ricalca lo stesso, identico copione riservato, nel marzo del 2015, a Aidé Nava Gonzales, allora candidata a sindaca per la città di Oxtotitlan: che fu rapita, torturata e poi trovata decapitata. 

Sono solo 2 fra le esecuzioni di quasi 100 sindaci nel giro dell'ultimo decennio.


mercoledì 6 gennaio 2016

I pretestuosi e confusionari appelli contro il Ddl Cirinnà: ecco invece perché votare a favore

Stanno arrivando a me, come a molte colleghe e colleghi parlamentari, centinaia di mail che chiedono di non votare il ddl Cirinnà, disciplina delle coppie di fatto e delle unioni civili (e vari esempi di questi appelli stanno circolando anche per internet). 

Mi permetto, innanzitutto, di far presente agli scriventi che l'articolo 29 Cost. non parla di uomo e di donna, ma solo di coniugi senza specificarne il sesso [La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare]. 
È chiaro che negli anni '40 non erano immaginabili motivi per fare certe distinzioni. Faccio presente che è nello stesso quadro che, all'epoca, la Costituente discusse a lungo e duramente se le donne potessero fare i giudici, a causa delle peculiari condizioni psico-fisiche del sesso femminile. Leggi: ciclo mestruale - e non si tratta solo di aneddoti, ma di motivazioni ufficiali e straordinariamente persistenti: si dovette arrivare al 1963, con la Legge n° 66/1963 Ammissione della donna ai pubblici uffici e alle professioni (un titolo che già dice tutto sulla mentalità!) per abolire l'ignobile divieto alle donne di accedere alla carriera di magistrato [e solo dopo 50 anni da allora, nel 2013, è stata per la prima volta candidata una donna a Primo Presidente della Cassazione - e nemmeno eletta]. 
Ma fortunatamente la società italiana ha fatto passi avanti rispetto al 1948 e anche al 1963; ed oggi siamo pronti (dovremmo esserlo!) a sanare i debiti anche con le minoranze che non vedono ancora riconosciuti equi diritti. Eppure contro la necessità di tale riequilibrio c'è addirittura chi ricorre direttamente a Nostro Signore, appellandosi ad argomenti pretestuosi come l'utero in affitto. Pretestuosi perché questa pratica resta espressamente vietata dalla legge 40/2004,  che non è toccata dal ddl Cirinnà, che parla invece di stepchild adoption, ovvero della possibilità, nelle coppie registrate, di adottare il figlio naturale del partner
Mi permetto di far presente ai preganti che questo istituto (già valido per le coppie eterosessuali da molto tempo) servirebbe a tutelare il bambino nel caso di morte o incapacità del genitore biologico

Gli abusi di chi si reca all'estero per la maternità surrogata restano perseguibili secondo legge. Certi collegamenti sono dunque moralismo peloso, contrario a ogni verità. Esistono purtroppo anche il turismo sessuale e la tratta degli organi. Sono pratiche abominevoli, e non si combattono abbastanza! ma come dovremmo combatterle? Forse vietando di viaggiare, o i viaggi in Thailandia, o il trapianto di organi? 
In ogni cosa si nasconde un rischio, che va previsto e combattuto senza negare equi diritti ancora non riconosciuti e che non ledono proprio nessuno. 
Spero che chi oggi sta combattendo così strenuamente contro il ddl Cirinnà si renderà conto che quella battaglia è contro la legittima ricerca della felicità da parte di altre persone. Qualcosa che è come l'aria pura, possiamo tutti respirarne a pieni polmoni, senza togliere nulla agli altri. 
Concludo dunque chiarendo definitivamente il mio pensiero: non c'è alcun motivo per non votare il Ddl Cirinnà. Ce ne sono invece molti per votare a favore!
Laura Puppato

giovedì 17 dicembre 2015

Codice rosa: le donne non sono oggetti da tutelare

Ricorreremo al Consiglio d’Europa per la violazione della Convenzione di Istanbul e assisteremo le vittime di violenza presso la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo qualora si sentano lese nei loro diritti dalle procedure dello Stato italiano.

I 73 centri antiviolenza D.i.Re non ci stanno e nemmeno Telefono Rosa, Udi, la Libera università delle donne di Milano, Ferite a morte, Fondazione Pangea, Be Free, Pari e Dispare, Uil, Le Nove e Giuristi democratici. Lo hanno detto forte e chiaro durante la conferenza stampa che si è svolta stamattina nella sala Cristallo dell’Hotel Nazionale a Montecitorio. Erano presenti molte donne, alcuni parlamentari,  Roberta Agostini, Marisa Nicchi, Giovanna Martelli e Delia Murer,  Pippo Civati e Andrea Maestri, unici uomini presenti, e molte attiviste femministe tra le quali Alessandra Bocchetti, che ha spiegato di essere presente perché “trova estremamente preoccupante la regressione a cui stiamo assistendo. Le donne vengono ricacciate in una sorta di “minorìa” della cittadinanza femminile, stanche di non essere mai nell’agenda politica di questo Paese e, quando ci sono, non vengono consultate”.

Le rappresentanti delle associazioni che hanno organizzato la conferenza stampa sono intervenute una ad una: Titti Carrano (D.i.Re),Vittoria Tola (Udi),Gabriella Moscatelli(Telefono Rosa), Oria Gargano (Be Free) per dire no! all’emendamento Giuliani che introduce il percorso di tutela delle vittime di violenza in tutti i pronto soccorso italiani, purtroppo approvato in Commissione Bilancio della Camera il 15 dicembre scorso. Le accuse contro l’emendamento sono durissime. E’ stato scritto con ignoranza e scarsa conoscenza di un fenomeno che ha bisogno di percorsi individuali e non standardizzati, è animato da vendetta da parte di chi ha cercato di imporre per anni un percorso di costrizione alle donne maltrattate senza riuscirci (fino all’emendamento) ed è inadeguato perché non prevede follow up dopo la visita al pronto soccorso che può salvare la vita delle donne.
A nulla sono serviti i ritocchini apportati al precedente testo nel tentativo di placare le proteste dei centri antiviolenza e delle associazioni impegnate sul tema dei diritti delle donne. Il testo, come già denunciato nei giorni scorsi da D.i.Re, “viola l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di Istanbul, che prescrive un approccio di genere perché la violenza di genere contro le donne non è una questione privata, non è una questione di sanità o di ordine pubblico, ma ungrave problema sociale che ha radici nella nostra cultura e va affrontato con una coerente e seria guida politico istituzionale”.
Il codice Rosa Bianca sui percorsi a tutela delle vittime è sempre stato  contestato durante i tavoli di confronto per il Piano Nazionale Antiviolenza e non è l’unica esperienza realizzata in un pronto soccorso per aiutare le donne. Da diversi anni anni esistono le esperienze del Codice Rosa dell’Ausl di Napoli e quella dell’ospedale Umberto I di Roma, a cui partecipa Differenza Donna. Eppure non si è mai aperto alcun confronto o riflessione con i centri antivolenza per capire come costruire il migliore progetto per le donne.  E’ stato imposto il modello di Grosseto, nonostante le obiezioni. Perché?
Per farsi un’idea dell’impostazione del Codice Rosa Bianca andate sul sito dell’ausl di Grosseto: viene descritta una procedura che tra ambiguità e contraddizioni presenta una sorta diesercito della salvezzaanimato da un interventismo istituzionale che mette al centro del percorso le procedure invece che la consapevolezza, le risorse e la libertà delle donne che, fra l’altro, non sono nemmeno nominate. La lettura della violenza di genere, in violazione della Convenzione di Istanbul, viene inghiottita dalla neutralità di tante “vulnerabilità” mischiate un calderone che equipara diverse problematiche.
Snoq libere ha esultato dopo l’approvazione dell’emendamento, mentre le tifoserie del Codice Rosa Bianca, stizzite dalle contestazioni, si erano date da fare sui social attaccando i centri con una palla colossale: accusandoli di affrontare il problema della violenza come una loro questione privata. Negli anni in cui le istituzioni erano latitanti  e non avevano gli strumenti per riconoscere il problema, i centri antiviolenza sono stati i primi a divulgare dati, a rivelare le caratteristiche del fenomeno, a sensibilizzare, a realizzare progetti innovativi e a chiedere con forza il coinvolgimento delle istituzioni. Hanno creato reti di collaborazione con servizi sociali, pronto soccorso e forze dell’ordine in città e province dove c’era il deserto, ma sempre pensando a progetti che restituissero forza alle donne che sono soggetti di diritto e non oggetti di tutela. Questa è la differenza tra femminismo e patriarcato. Snoq libere riconosce la differenza? E chi ha votato l’emendamento?
Marina Terragni ieri ne  ha scritto sul suo blog definendo questo percorso un disastro simbolico e reale perché  le donne non sono minori deficienti da tutelare, ma persone da accompagnare in un percorso ogni volta diverso nei tempi e nei modi. Che la libertà non è una medicina che si può inoculare. Poi, appellandosi alle colleghe della stampa estera, ha denunciato interessi distanti dalla libertà delle donne e non poteva dirlo meglio.

sabato 12 dicembre 2015

Elvira Reale: non è il Codice Rosa in sè da respingere ma quello oggi adottato, che va cambiato nel rispetto della Convenzione di Istanbul

Dopo l ‘appello di D.i.Re e di altre associazioni contro l’emendamento Giuliani,  ospito una riflessione di Elvira Reale, psicologa, responsabile sportello antiviolenza degli ospedali San Paolo e Cardarelli di Napoli.  
L’esperienza di Napoli ha un retroterra culturale e tecnico molto corposo sia nella cultura delle donne (si riferisce in toto al percorso degli organismi internazionali su questo tema e oggi alla Convenzione di Istanbul), sia nella cultura della medicina di genere. Si è posta l’obiettivo di trasformazione delle prassi mediche e psicologiche per riconoscere la violenza come eziologia di molte patologie ad elevato impatto nella popolazione femminile. L’inserimento nel percorso rosa intra-ospedaliero ha una novità: il referto psicologico che costituisce un potente mezzo per le donne, persone offese del reato e spesso uniche testimoni di se stesse, per accreditare la loro attendibilità ed evitare la vittimizzazione secondaria nei processi (il non essere credute, l’essere considerate malate, il considerare la patologia come causa della violenza o  delle loro denunce, ecc.ecc.).Il pronto soccorso San Paolo ha costruito un percorso rosa sia interno (doppio referto medico e psicologico per la donna e per il minore vittima di violenza assistita),  che esterno che ha il suo centro di azione nella donna, a cui è consigliato di rivolgersi in primis aicentri anti-violenza con cui si è in rete e in connessione costante. La rete con le forze dell’Ordine è presente e precede l’andata presso il centro anti-violenza solo quando la donna lo richiede, per le emergenze, per la sua tutela. Le forze dell’Ordine con cui ci si collega sono quelle indicate per prossimità o per rapporto di conoscenza dalla donna stessa (non dimentichiamoci che il 40% delle donne che arrivano in pronto soccorso sono oggetto di violenza da parte di ex-partner e hanno già rapporti con le forze dell’Ordine locali). L’esperienza del pronto soccorso San Paolo si muove all’interno della Convenzione di Istanbul con cui condivide ogni presupposto, e di cui ha condiviso l’istanza di fornire servizi istituzionali sanitari, specializzati e innovativi formati all’accoglienza delle vittime di violenza di genere e dei loro figli. L’esperienza di Grosseto non si muove nell’alveo della Convenzione di Istanbul ed è inappropriata proceduralmente nel percorso rosa rispetto alle donne. Non è dedicata alle donne vittime di violenza di genere e quindi non condivide il background culturale su cui poggia la Convenzione nel considerare la violenza di genere, quella maschile, contro le donne. La sua esperienza si è stagliata sull’organizzazione e settorializzazione del lavoro delle Procure che al loro interno hanno il settore fasce deboli che include ogni persona ‘vulnerabile’ per le proprie caratteristiche (si è ritornati a considerare le donne “fasce deboli”) alla violenza (donne, anziani, bambini, handicappati).
Il codice che Grosseto si è dato è appunto quello di ‘Rosa Bianca’, per indicare che il suo oggetto non sono le donne vittime di violenza di genere, ma ogni persona donna e uomo intrinsecamente vulnerabile alla violenza per le sue caratteristiche (handicap, età anziana, sesso debole!). Da queste premesse distorte rispetto a un’ottica di violenza di genere nasce una procedura non condivisibile: nessuna innovazione e modifica delle prassi sanitarie è stata introdotta, se non la riservatezza nell’introdurre nella ‘stanza rosa’, la donna o l’uomo che parla di violenza dove far confluire una equipe multidisciplinare. Nessuna procedura per la violenza di genere è stata codificata ma le donne sono state inserite, come voluto dalla procura e per assimilarsi a loro, nel calderone delle persone vulnerabili.
Grosseto ha arrecato un danno alla lotta contro la violenza di genere confondendo i problemi delle donne vittime di violenza (persone di ogni livello e profilo di personalità, persone anche socialmente forti) con quelle delle persone vulnerabili (dizione usata anche nell’emendamento che non si riferisce mai alla Convenzione di Istanbul!), come indicato nel linguaggio delle procure o nella cultura giuridica. Le donne in questo modo nel codice “Rosa bianca” (e non codice Rosa, come erroneamente detto) sono escluse dal diritto (inserito nella Convenzione) di essere rappresentare come vittime e non come persone vulnerabili, rinviando con questo a loro caratteristiche personali, che invece niente hanno a che vedere con la violenza di genere che colpisce ogni tipo di donna.
Dall’impostazione di Grosseto, plasmata sull’organizzazione delle procure rispetto ai reati contro le fasce deboli, discende anche la soluzione ai problemi da loro prospettata e riversata sia nel Piano nazionale antiviolenza, che ha preso Grosseto come modello, sia nell’emendamento alla legge di Stabilità: raccogliere nella stanza rosa di un ospedale intorno alla donna o all’uomo una equipe multidisciplinare in rappresentanza di tutte le istituzioni (fin quando si tratta di un piccolo paese è ancora immaginabile una cosa del genere anche se non corretta, pensiamo a Napoli dove ci sono per un milione di abitanti almeno 5 grandi pronto soccorso che chiamano la procura, le forze dell’Ordine, altri servizi per accorrere tutti immediatamente  in ospedale bloccando tutte le attività!) e ottenere la messa in sicurezza secondo un piano istituzionale rispetto al quale il consenso o i desiderata della vittima (o meglio persona vulnerabile, uomo o donna che sia, ritenuta incapace di agire in proprio) non sono presi in considerazione.
E’ chiaro quindi che, rispetto all’esperienza di Grosseto, esistono modelli alternativi di Codice Rosa che sostengono il processo di uscita dalla violenza e danno alla donna strumenti da utilizzare in prima persona (ma anche con il sostegno dei centri) nell’attraversare il mondo giudiziario (civilistico e penalistico) e che le rafforzino nella loro credibilità.
Va quindi criticato non il codice rosa in sé ma il codice rosa bianca di Grosseto, assunto a modello nazionale, e va invece proposto un altro modello di percorso rosa che rispetti la Convenzione di Istanbul e serva a rafforzare i percorsi di uscita delle donne dalla violenza.
Va da sé, in conclusione, che i centri anti-violenza non solo gli unici oggi a praticare la lotta alla violenza di genere: è necessario che essi riconoscano i partner nelle altre istituzioni e sappiano criticare le prassi istituzionali quando queste debordano da principi comuni. La convenzione di Istanbul impone allo stato di intervenire: lo stato e le istituzioni, comprese quelle sanitarie, devono usare le procedure corrette al loro interno (diagnosi, prognosi e referti corretti), saper modificare le loro prassi per andare incontro alle varie esigenze di violenza e saper lavorare in rete. Nessuno da solo ce la può fare, perché il problema della violenza attraversa tutti i settori della nostra società.

venerdì 11 dicembre 2015

Violenza contro le donne: perché i Centri Antiviolenza bocciano l'emendamento Giuliani sui codici rosa

Da giorni i centri antiviolenza italiani stanno contestando l'emendamento Giuliani alla legge di Stabilità che vorrebbe introdurre il cosiddetto Codice Rosa in ogni ospedale italiano. E' stato anche lanciato un appello firmato da D.i.Re,  Udi, LeNove, Ferite a morte, Casa Internazionale delle Donne, Telefono Rosa, Fondazione Pangea, e Be Free per chiedere il ritiro delle firme dei deputati e delle deputate all'emendamento. 
Il Codice Rosa è un percorso attivato nel 2010 all'Ausl di Grosseto, eppoi esteso nel 2014 in tutta la Toscana, che prevede percorsi rigidi nel caso una donna si rivolga al pronto soccorso a causa delle violenze. L'emendamento prevede "l'istituzione di un Gruppo interdisciplinare coordinato tra le procure della Repubblica, le regioni e le Aziende Sanitarie locali (ASL) finalizzato a fornire assistenza giudiziaria e sanitaria riguardo ad ogni aspetto legato alla violenza o all'abuso" e  anche "l'istituzione di un Coordinamento di Gruppi presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con il Ministro della Giustizia, il Ministro dell'Interno e il Ministro della Salute". In parte è fuffa perché ci sono già leggi che prevedono la procedibilità d'ufficio rispetto a determinati reati e in parte è pericoloso perché espone le donne a rischi. L'emendamento punta a rafforzare l'azione penale in tutto il Paese senza preoccuparsi che ci siano  in ogni territorio dove verrà applicato, luoghi idonei  che  possano accogliere le donne con i loro figli, come le  Case Rifugio. L'emendamento non si preoccupa nemmeno che  esistano reti collaudate tra centri antiviolenza e istituzioni che agevolino i difficili percorsi di uscita dalla violenza e che sostengano le donne per il tempo necessario a costruire una autonomia economica o ad individuare altre risorse. 
La denuncia penale, si stenta a capirlo, non è lo strumento principe con il quale affrontare il problema della violenza e da solo non mette al sicuro le donne. Le associazioni che hanno lanciato l'appello contestano fra l'altro un testo che ritiene le donne vittime di violenza: appartenenti a fasce di soggetti vulnerabili che possono facilmente essere psicologicamente dipendenti e per questo vittime dell'altrui violenza". Sparisce completamente una lettura di genere del fenomeno della violenza maschile anche in violazione di quanto dice la Convenzione di Istanbul. Non è certo la dipendenza affettiva delle donne, ammesso che in ogni caso di violenza ci sia davvero  quel problema,  a commettere stupri, stalking e femminicidi ma la violenza maschile. Quando il governo ci stupirà positivamente occupandosi di sostegno all'autonomia economica delle donne e del rispetto delle direttive europee che vorrebbero 5700 posti letto per le vittime di violenza invece delle attuali 500? E quando finalmente si lanceranno programmi nelle scuole, nei licei, nelle università per occuparsi della prevenzione della violenza?
@nadiesdaa

lunedì 30 novembre 2015

Intervento di Ministro Galletti al COP21: una traduzione 3D

Quella che segue è una versione in 3D dell'intervento sugli obiettivi dell'Italia che, secondo il sito Formiche, è stato portato dal nostro Ministro per l'Ambiente Galletti al COP21. 3D in quanto - al di là della loro piatta apparenza astratta - tenta di espandere le parole dette alle loro ovvie implicazioni reali.

Sotto è riportato il testo originale che potete confrontare. E questo il solo significato che riusciamo a cogliere secondo qualunque logica, in relazione ai puri fatti: 
L’Italia che scommette sull’economia green (che non è certamente l'attuale governo, e ancor peggio sarebbe con le opposizioni della destra dichiarata) vorrebbe vivere la COP21 come una grande occasione per scrivere il futuro. Abbiamo la consapevolezza e insieme la necessità di dover raggiungere assieme a tutti gli Stati del pianeta un’intesa alta e allo stesso tempo realistica: ma perché sia realistica dovete capire che deve escludere di investire in rinnovabili ma anzi pompare sul petrolio ancor di più, come fa la nostra legge di stabilità. Un'intesa dunque in grado di vanificare l’enorme mobilitazione attorno al tema del contrasto ai cambiamenti climatici che si è verificata lungo tutto il 2015, un anno di svolta parolaia, anche per la comunità internazionale, nelle tematiche ambientali. Trovare un accordo per contenere il surriscaldamento globale sotto l’asticella dei 2°C non è un’urgenza per noi. Lo è solo di alcuni Stati e dei poveracci, delle prossime generazioni e in verità per tutto il mondo, per il presente immediato prima ancora che per il futuro. Il non fare può costare carissimo, in tutti i sensi, lo sappiamo eppure perseveriamo nel fare il contrario.
E pazienza anche per i 250 milioni di rifugiati ambientali che, se non verrà tenuta sotto il livello di guardia la febbre della Terra, lasceranno i loro territori invivibili e migreranno per trovare rifugio dagli effetti immediati dei cambiamenti climatici: gli eventi atmosferici estremi, la mancanza di risorse vitali e le guerre per accaparrarsele (sulle quali si fanno ottimi business, su cui speriamo riprenda questa maledetta crescita).
Del resto, che dobbiamo fare? rendetevi conto dei costi economici (secondo l’Agenzia internazionale dell’energia 5 trilioni di dollari di investimenti aggiuntivi dal 2020 a 2035) che servirebbero per sostituire le tecnologie e gli impianti obsoleti che oggi utilizzano in maniera inefficiente le risorse naturali! ma siamo pazzi?
Ma anche dei 500 miliardi di dollari aggiuntivi in termini di investimenti che servirebbero per sostenere nel prossimo decennio l’inazione sul contrasto ai cambiamenti climatici. Ci penseranno le generazioni future! Raggiungere un’intesa equa, vincolante, trasparente e con impegni misurabili nel tempo, e cioè passare il confine tra vecchia e nuova economia, è davvero troppo complicato. La sconfitta rappresentata dal dover subire le tensioni socioeconomiche che i cambiamenti climatici innescano è comunque meno stressante che trovare la volontà reale di superarle.
In questi mesi, del resto, abbiamo registrato tanti segnali importanti verso un’intesa: nessuno viene dal governo italiano, ma non si può avere tutto. Ci pensa il Papa, con l’Enciclica Laudato si’, a restituire alla questione dei cambiamenti climatici quella dimensione umana ed etica che in questi anni aveva spesso smarrito, noi non siamo mica un ente di beneficienza! siamo uomini pratici, ci interessano semmai letture puramente economiche e di ordine tecnico, totalmente miopi ma capaci di farci sparare spot ottimistici a capocchia e di farci vincere le elezioni. 
L’interpretazione del problema ribadita dal Santo Padre all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York richiama alle proprie responsabilità ogni singolo governo e ogni singola coscienza, beninteso che siano disposti ad ascoltare. Concetti come ecologia integrale o debito ambientale indicano con chiarezza cosa siano chiamate a fare le nazioni più ricche per sostenere quelle più povere, per avvicinare il pianeta a un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e morale. 
Ma vi rendete conto che casino sarebbe metterli in pratica? Meglio scodellare parole in libertà e senza senso, tipo "è stata l’Europa, grazie anche al ruolo attivo dell’Italia nel semestre di presidenza, ad aver dato per prima l’esempio migliore di coesione e responsabilità".
L’accordo raggiunto nel nostro continente (ma gli obiettivi dell'Italia quando arrivano? questa è pignoleria, disfattismo; fatemi finire) – riduzione del 40% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990, l’aumento del 27% del consumo di fonti energetiche rinnovabili e il raggiungimento di un target indicativo, pari al 27%, nel settore dell’efficienza energetica – è oggi il più autorevole viatico per un accordo globale e ispiratore di altre importanti prese di posizione. Traguardi non nostri, beninteso, e per giunta l' Unfccc (l'organismo Onu che presiede la COP)ha detto chiaro che per rimanere entro i 2 gradi l’Ue dovrebbe tagliare le emissioni di CO2 almeno del 60% rispetto al 2010 (mentre il target individuato in sede europea di -40% rispetto al 1990 equivale solo a -27% rispetto al 2010, ndr). 
Ma per dire qualcosa senza dire niente, ci piace ricordare gli impegni congiunti presi dai massimi emettitori di anidride carbonica, Cina e Stati Uniti, il Clean power plan di Obama, il patto per il Clima di dieci oil&gas tra cui l’Eni, l’elevatissimo numero di contributi già arrivati dagli Stati per Parigi. 
Ecco, si, che c'entra l'Italia? scarichiamo il barile sulla Francia. L’Europa nella capitale francese ha una missione complessa e importante: può e deve essere il motore di un’intesa che tenga dentro tutti, che sia accettabile per i grandi come per i piccoli Paesi, per quelli ricchi (ma non so se includere tra questi l'Italia, un grande paese! certo, ma scusate, al momento non è che qui trippa per gatti ne resti molta) e per quelli in via di sviluppo. L’orizzonte che l’Europa s’è data è “zero emissioni” al 2100; e pazienza se gli scienziati hanno già dimostrato che sia un obiettivo tecnicamente raggiungibile, e tassativo, entro il 2050. Non è un sogno, ma un vero incubo che ci ritroviamo ancora a questo punto. Bè, torniamo all'orizzonte di cui sopra: è un punto di riferimento alto e qualificante, un obiettivo al quale tendere e verso il quale spingere la comunità internazionale: ci vadano loro. Per farlo occorre la consapevolezza politica, prima ancora che scientifica, della necessità di un accordo in grado di rappresentare il paradigma di un nuovo ordine mondiale. Da parte nostra, se gli altri fanno quadrato, si mettono d'accordo e ci mettono all'angolo, si vedrà; senza seri stanziamenti di fondi di incoraggiamento, e multe milionarie per inadempienze, di certo noi non muoveremo un dito.
Voglio proprio vedere se esiste la possibilità di un accordo che sia in grado nello stesso momento di: ridurre le emissioni globali, mettere in campo risorse finanziarie adeguate per gli interventi di adattamento necessari ai Paesi più poveri e più esposti ai cambiamenti climatici, definire nuove tecnologie sostenibili per uno sviluppo socioeconomico dei Paesi poveri senza ricorrere ai combustibili fossili (e qui noi ci tiriamo fuori: poveri si, ma non così tanto da dover rinunciare a trivellare), portarci a un sistema energetico con risorse rinnovabili che giunga all’efficienza energetica. 
Avviarci, insomma, a un mondo con meno disuguaglianze – senza le stridenti contraddizioni dei nostri tempi – verso un modello di sviluppo pienamente circolare; certo, certo. L’Italia per tutto questo è pronta a fare la sua parte ma, come dicevo, solo dopo che tutta la pappa sarà pronta e saremo veramente forzati a farlo. Al momento ci basti ricorrere alle solite parole in libertà, per affermare ad esempio che già l'ha fatto. Quando? massì dai, nel semestre italiano di presidenza delle istituzioni europee, in cui ha riaffermato la centralità della dimensione ambientale nelle scelte economiche. Il che poi non significa metterle in atto, che c'entra! che posso farci se la pressione delle società petrolifere ha portato a eliminare dal pacchetto Ue 2030 gli obiettivi vincolanti  per i Paesi-membri su rinnovabili ed efficienza? Ma tornando a quel che ha fatto l'Italia, la conclusione è coincisa con il significativo risultato della Cop20 di Lima - un nulla di fatto, insomma. 
Lo ha fatto tenendo fede ai suoi impegni e raggiungendo – come ha ufficializzato l’Onu – il traguardo di riduzione delle emissioni fissato dal primo periodo di impegno del protocollo di Kyoto; naturalmente non è vero - ma chi va a controllare? L’Italia insomma ci crede, che con le parole si risolve tutto; la stampa omissiva dà sempre una mano e insomma abbiamo le carte in regola per essere ottimisti.

E gli obiettivi dell'Italia dove sono? e nel concreto, in che termini? boh! noi non ne abbiamo trovati. Non ci aspettavamo che dichiarasse chessò, lo stato di emergenza climatica che potrebbe davvero cambiare le cose; ma forse Galletti ha comunicato qualche iniziativa concreta? magari ha incluso qualcosa delle richieste fatte dalle imprese italiane? O qualche spunto dai richiami delle donne
No, sembra che qui ci sia tutto, ma proprio tutto. Ma grazie se qualcuno vorrà segnalare qualche punto che ci fosse eventualmente sfuggito, dopo lettura attenta dell'intervento letterale e integrale, così come pubblicato oggi da Formiche.net, e che trovate di seguito:
L’Italia che scommette sull’economia green non può che vivere la Cop21 come una grande occasione per scrivere il futuro. Abbiamo la consapevolezza e insieme la necessità di dover raggiungere assieme a tutti gli Stati del pianeta un’intesa alta e allo stesso tempo realistica, che non vanifichi l’enorme mobilitazione attorno al tema del contrasto ai cambiamenti climatici che si è verificata lungo tutto il 2015, un anno di svolta per la comunità internazionale nelle tematiche ambientali. Trovare un accordo per contenere il surriscaldamento globale sotto l’asticella dei 2°C non è un’urgenza solo di alcuni Stati o delle prossime generazioni: lo è per tutto il mondo, per il presente immediato prima ancora che per il futuro. Il non fare può costare carissimo, in tutti i sensi.
Pensiamo ai 250 milioni di rifugiati ambientali che, se non verrà tenuta sotto il livello di guardia la febbre della Terra, lasceranno i loro territori invivibili e migreranno per trovare rifugio dagli effetti immediati dei cambiamenti climatici: gli eventi atmosferici estremi, la mancanza di risorse vitali e le guerre per accaparrarsele. Pensiamo poi ai costi economici, ai 5 trilioni di dollari di investimenti aggiuntivi dal 2020 a 2035 che, ci dice l’Agenzia internazionale dell’energia, serviranno per sostituire le tecnologie e gli impianti obsoleti che oggi utilizzano in maniera inefficiente le risorse naturali. Ma anche ai 500 miliardi di dollari aggiuntivi in termini di investimenti che servirebbero per sostenere nel prossimo decennio l’inazione sul contrasto ai cambiamenti climatici. Raggiungere un’intesa equa, vincolante, trasparente e con impegni misurabili nel tempo significa allora passare il confine tra vecchia e nuova economia. Tra la sconfitta rappresentata dal dover subire le tensioni socioeconomiche che i cambiamenti climatici innescano e la volontà reale di superarle. In questi mesi abbiamo registrato tanti segnali importanti verso un’intesa. Voglio innanzitutto citare l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che ha restituito alla questione dei cambiamenti climatici quella dimensione umana ed etica che in questi anni aveva spesso smarrito, a vantaggio di letture puramente economiche e di ordine tecnico. Un’interpretazione del problema che il Santo padre ha ribadito all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York e che richiama alle proprie responsabilità ogni singolo governo e ogni singola coscienza. Concetti come ecologia integrale o debito ambientale ci indicano con chiarezza cosa siano chiamate a fare le nazioni più ricche per sostenere quelle più povere, per avvicinare il pianeta a un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e morale. È stata l’Europa, grazie anche al ruolo attivo dell’Italia nel semestre di presidenza, ad aver dato per prima l’esempio migliore di coesione e responsabilità.
L’accordo raggiunto nel nostro continente – riduzione del 40% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990, l’aumento del 27% del consumo di fonti energetiche rinnovabili e il raggiungimento di un target indicativo, pari al 27%, nel settore dell’efficienza energetica – è oggi il più autorevole viatico per un accordo globale e ispiratore di altre importanti prese di posizione: gli impegni congiunti presi dai massimi emettitori di anidride carbonica, Cina e Stati Uniti, il Clean power plan di Obama, il patto per il Clima di dieci oil&gas tra cui l’Eni, l’elevatissimo numero di contributi già arrivati dagli Stati per Parigi. L’Europa nella capitale francese ha una missione complessa e importante: può e deve essere il motore di un’intesa che tenga dentro tutti, che sia accettabile per i grandi come per i piccoli Paesi, per quelli ricchi e per quelli in via di sviluppo. L’orizzonte che l’Europa s’è data è “zero emissioni” al 2100. Non è un sogno, ma un punto di riferimento alto e qualificante, un obiettivo al quale tendere e verso il quale spingere la comunità internazionale. Ma per farlo occorre la consapevolezza politica, prima ancora che scientifica, della necessità di un accordo in grado di rappresentare il paradigma di un nuovo ordine mondiale. Che sia cioè in grado nello stesso momento di: ridurre le emissioni globali, mettere in campo risorse finanziarie adeguate per gli interventi di adattamento necessari ai Paesi più poveri e più esposti ai cambiamenti climatici, definire nuove tecnologie sostenibili per uno sviluppo socioeconomico dei Paesi poveri senza ricorrere ai combustibili fossili, portarci a un sistema energetico con risorse rinnovabili che giunga all’efficienza energetica. Avviarci, insomma, a un mondo con meno disuguaglianze – senza le stridenti contraddizioni dei nostri tempi – verso un modello di sviluppo pienamente circolare. L’Italia per tutto questo è pronta a fare la sua parte. L’ha fatto nel semestre italiano di presidenza delle istituzioni europee, in cui ha riaffermato la centralità della dimensione ambientale nelle scelte economiche, la cui conclusione è coincisa con il significativo risultato della Cop20 di Lima. Lo ha fatto tenendo fede ai suoi impegni e raggiungendo – come ha ufficializzato l’Onu – il traguardo di riduzione delle emissioni fissato dal primo periodo di impegno del protocollo di Kyoto. L’Italia insomma ci crede e ha le carte in regola per essere ottimista. (Gianluca Galletti, 30 novembre 2015)

Il concetto della nostra traduzione di questo testo si ispira, quale dotta citazione, all'antica rubrica di Cuore (settimanale di resistenza umana) "parla come mangi", con le più sbrigative traduzioni di Piergiorgio Paterlini.