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lunedì 30 novembre 2015

Intervento di Ministro Galletti al COP21: una traduzione 3D

Quella che segue è una versione in 3D dell'intervento sugli obiettivi dell'Italia che, secondo il sito Formiche, è stato portato dal nostro Ministro per l'Ambiente Galletti al COP21. 3D in quanto - al di là della loro piatta apparenza astratta - tenta di espandere le parole dette alle loro ovvie implicazioni reali.

Sotto è riportato il testo originale che potete confrontare. E questo il solo significato che riusciamo a cogliere secondo qualunque logica, in relazione ai puri fatti: 
L’Italia che scommette sull’economia green (che non è certamente l'attuale governo, e ancor peggio sarebbe con le opposizioni della destra dichiarata) vorrebbe vivere la COP21 come una grande occasione per scrivere il futuro. Abbiamo la consapevolezza e insieme la necessità di dover raggiungere assieme a tutti gli Stati del pianeta un’intesa alta e allo stesso tempo realistica: ma perché sia realistica dovete capire che deve escludere di investire in rinnovabili ma anzi pompare sul petrolio ancor di più, come fa la nostra legge di stabilità. Un'intesa dunque in grado di vanificare l’enorme mobilitazione attorno al tema del contrasto ai cambiamenti climatici che si è verificata lungo tutto il 2015, un anno di svolta parolaia, anche per la comunità internazionale, nelle tematiche ambientali. Trovare un accordo per contenere il surriscaldamento globale sotto l’asticella dei 2°C non è un’urgenza per noi. Lo è solo di alcuni Stati e dei poveracci, delle prossime generazioni e in verità per tutto il mondo, per il presente immediato prima ancora che per il futuro. Il non fare può costare carissimo, in tutti i sensi, lo sappiamo eppure perseveriamo nel fare il contrario.
E pazienza anche per i 250 milioni di rifugiati ambientali che, se non verrà tenuta sotto il livello di guardia la febbre della Terra, lasceranno i loro territori invivibili e migreranno per trovare rifugio dagli effetti immediati dei cambiamenti climatici: gli eventi atmosferici estremi, la mancanza di risorse vitali e le guerre per accaparrarsele (sulle quali si fanno ottimi business, su cui speriamo riprenda questa maledetta crescita).
Del resto, che dobbiamo fare? rendetevi conto dei costi economici (secondo l’Agenzia internazionale dell’energia 5 trilioni di dollari di investimenti aggiuntivi dal 2020 a 2035) che servirebbero per sostituire le tecnologie e gli impianti obsoleti che oggi utilizzano in maniera inefficiente le risorse naturali! ma siamo pazzi?
Ma anche dei 500 miliardi di dollari aggiuntivi in termini di investimenti che servirebbero per sostenere nel prossimo decennio l’inazione sul contrasto ai cambiamenti climatici. Ci penseranno le generazioni future! Raggiungere un’intesa equa, vincolante, trasparente e con impegni misurabili nel tempo, e cioè passare il confine tra vecchia e nuova economia, è davvero troppo complicato. La sconfitta rappresentata dal dover subire le tensioni socioeconomiche che i cambiamenti climatici innescano è comunque meno stressante che trovare la volontà reale di superarle.
In questi mesi, del resto, abbiamo registrato tanti segnali importanti verso un’intesa: nessuno viene dal governo italiano, ma non si può avere tutto. Ci pensa il Papa, con l’Enciclica Laudato si’, a restituire alla questione dei cambiamenti climatici quella dimensione umana ed etica che in questi anni aveva spesso smarrito, noi non siamo mica un ente di beneficienza! siamo uomini pratici, ci interessano semmai letture puramente economiche e di ordine tecnico, totalmente miopi ma capaci di farci sparare spot ottimistici a capocchia e di farci vincere le elezioni. 
L’interpretazione del problema ribadita dal Santo Padre all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York richiama alle proprie responsabilità ogni singolo governo e ogni singola coscienza, beninteso che siano disposti ad ascoltare. Concetti come ecologia integrale o debito ambientale indicano con chiarezza cosa siano chiamate a fare le nazioni più ricche per sostenere quelle più povere, per avvicinare il pianeta a un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e morale. 
Ma vi rendete conto che casino sarebbe metterli in pratica? Meglio scodellare parole in libertà e senza senso, tipo "è stata l’Europa, grazie anche al ruolo attivo dell’Italia nel semestre di presidenza, ad aver dato per prima l’esempio migliore di coesione e responsabilità".
L’accordo raggiunto nel nostro continente (ma gli obiettivi dell'Italia quando arrivano? questa è pignoleria, disfattismo; fatemi finire) – riduzione del 40% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990, l’aumento del 27% del consumo di fonti energetiche rinnovabili e il raggiungimento di un target indicativo, pari al 27%, nel settore dell’efficienza energetica – è oggi il più autorevole viatico per un accordo globale e ispiratore di altre importanti prese di posizione. Traguardi non nostri, beninteso, e per giunta l' Unfccc (l'organismo Onu che presiede la COP)ha detto chiaro che per rimanere entro i 2 gradi l’Ue dovrebbe tagliare le emissioni di CO2 almeno del 60% rispetto al 2010 (mentre il target individuato in sede europea di -40% rispetto al 1990 equivale solo a -27% rispetto al 2010, ndr). 
Ma per dire qualcosa senza dire niente, ci piace ricordare gli impegni congiunti presi dai massimi emettitori di anidride carbonica, Cina e Stati Uniti, il Clean power plan di Obama, il patto per il Clima di dieci oil&gas tra cui l’Eni, l’elevatissimo numero di contributi già arrivati dagli Stati per Parigi. 
Ecco, si, che c'entra l'Italia? scarichiamo il barile sulla Francia. L’Europa nella capitale francese ha una missione complessa e importante: può e deve essere il motore di un’intesa che tenga dentro tutti, che sia accettabile per i grandi come per i piccoli Paesi, per quelli ricchi (ma non so se includere tra questi l'Italia, un grande paese! certo, ma scusate, al momento non è che qui trippa per gatti ne resti molta) e per quelli in via di sviluppo. L’orizzonte che l’Europa s’è data è “zero emissioni” al 2100; e pazienza se gli scienziati hanno già dimostrato che sia un obiettivo tecnicamente raggiungibile, e tassativo, entro il 2050. Non è un sogno, ma un vero incubo che ci ritroviamo ancora a questo punto. Bè, torniamo all'orizzonte di cui sopra: è un punto di riferimento alto e qualificante, un obiettivo al quale tendere e verso il quale spingere la comunità internazionale: ci vadano loro. Per farlo occorre la consapevolezza politica, prima ancora che scientifica, della necessità di un accordo in grado di rappresentare il paradigma di un nuovo ordine mondiale. Da parte nostra, se gli altri fanno quadrato, si mettono d'accordo e ci mettono all'angolo, si vedrà; senza seri stanziamenti di fondi di incoraggiamento, e multe milionarie per inadempienze, di certo noi non muoveremo un dito.
Voglio proprio vedere se esiste la possibilità di un accordo che sia in grado nello stesso momento di: ridurre le emissioni globali, mettere in campo risorse finanziarie adeguate per gli interventi di adattamento necessari ai Paesi più poveri e più esposti ai cambiamenti climatici, definire nuove tecnologie sostenibili per uno sviluppo socioeconomico dei Paesi poveri senza ricorrere ai combustibili fossili (e qui noi ci tiriamo fuori: poveri si, ma non così tanto da dover rinunciare a trivellare), portarci a un sistema energetico con risorse rinnovabili che giunga all’efficienza energetica. 
Avviarci, insomma, a un mondo con meno disuguaglianze – senza le stridenti contraddizioni dei nostri tempi – verso un modello di sviluppo pienamente circolare; certo, certo. L’Italia per tutto questo è pronta a fare la sua parte ma, come dicevo, solo dopo che tutta la pappa sarà pronta e saremo veramente forzati a farlo. Al momento ci basti ricorrere alle solite parole in libertà, per affermare ad esempio che già l'ha fatto. Quando? massì dai, nel semestre italiano di presidenza delle istituzioni europee, in cui ha riaffermato la centralità della dimensione ambientale nelle scelte economiche. Il che poi non significa metterle in atto, che c'entra! che posso farci se la pressione delle società petrolifere ha portato a eliminare dal pacchetto Ue 2030 gli obiettivi vincolanti  per i Paesi-membri su rinnovabili ed efficienza? Ma tornando a quel che ha fatto l'Italia, la conclusione è coincisa con il significativo risultato della Cop20 di Lima - un nulla di fatto, insomma. 
Lo ha fatto tenendo fede ai suoi impegni e raggiungendo – come ha ufficializzato l’Onu – il traguardo di riduzione delle emissioni fissato dal primo periodo di impegno del protocollo di Kyoto; naturalmente non è vero - ma chi va a controllare? L’Italia insomma ci crede, che con le parole si risolve tutto; la stampa omissiva dà sempre una mano e insomma abbiamo le carte in regola per essere ottimisti.

E gli obiettivi dell'Italia dove sono? e nel concreto, in che termini? boh! noi non ne abbiamo trovati. Non ci aspettavamo che dichiarasse chessò, lo stato di emergenza climatica che potrebbe davvero cambiare le cose; ma forse Galletti ha comunicato qualche iniziativa concreta? magari ha incluso qualcosa delle richieste fatte dalle imprese italiane? O qualche spunto dai richiami delle donne
No, sembra che qui ci sia tutto, ma proprio tutto. Ma grazie se qualcuno vorrà segnalare qualche punto che ci fosse eventualmente sfuggito, dopo lettura attenta dell'intervento letterale e integrale, così come pubblicato oggi da Formiche.net, e che trovate di seguito:
L’Italia che scommette sull’economia green non può che vivere la Cop21 come una grande occasione per scrivere il futuro. Abbiamo la consapevolezza e insieme la necessità di dover raggiungere assieme a tutti gli Stati del pianeta un’intesa alta e allo stesso tempo realistica, che non vanifichi l’enorme mobilitazione attorno al tema del contrasto ai cambiamenti climatici che si è verificata lungo tutto il 2015, un anno di svolta per la comunità internazionale nelle tematiche ambientali. Trovare un accordo per contenere il surriscaldamento globale sotto l’asticella dei 2°C non è un’urgenza solo di alcuni Stati o delle prossime generazioni: lo è per tutto il mondo, per il presente immediato prima ancora che per il futuro. Il non fare può costare carissimo, in tutti i sensi.
Pensiamo ai 250 milioni di rifugiati ambientali che, se non verrà tenuta sotto il livello di guardia la febbre della Terra, lasceranno i loro territori invivibili e migreranno per trovare rifugio dagli effetti immediati dei cambiamenti climatici: gli eventi atmosferici estremi, la mancanza di risorse vitali e le guerre per accaparrarsele. Pensiamo poi ai costi economici, ai 5 trilioni di dollari di investimenti aggiuntivi dal 2020 a 2035 che, ci dice l’Agenzia internazionale dell’energia, serviranno per sostituire le tecnologie e gli impianti obsoleti che oggi utilizzano in maniera inefficiente le risorse naturali. Ma anche ai 500 miliardi di dollari aggiuntivi in termini di investimenti che servirebbero per sostenere nel prossimo decennio l’inazione sul contrasto ai cambiamenti climatici. Raggiungere un’intesa equa, vincolante, trasparente e con impegni misurabili nel tempo significa allora passare il confine tra vecchia e nuova economia. Tra la sconfitta rappresentata dal dover subire le tensioni socioeconomiche che i cambiamenti climatici innescano e la volontà reale di superarle. In questi mesi abbiamo registrato tanti segnali importanti verso un’intesa. Voglio innanzitutto citare l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che ha restituito alla questione dei cambiamenti climatici quella dimensione umana ed etica che in questi anni aveva spesso smarrito, a vantaggio di letture puramente economiche e di ordine tecnico. Un’interpretazione del problema che il Santo padre ha ribadito all’Assemblea delle Nazioni Unite di New York e che richiama alle proprie responsabilità ogni singolo governo e ogni singola coscienza. Concetti come ecologia integrale o debito ambientale ci indicano con chiarezza cosa siano chiamate a fare le nazioni più ricche per sostenere quelle più povere, per avvicinare il pianeta a un modello di sviluppo sostenibile sotto il profilo economico, ambientale e morale. È stata l’Europa, grazie anche al ruolo attivo dell’Italia nel semestre di presidenza, ad aver dato per prima l’esempio migliore di coesione e responsabilità.
L’accordo raggiunto nel nostro continente – riduzione del 40% delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990, l’aumento del 27% del consumo di fonti energetiche rinnovabili e il raggiungimento di un target indicativo, pari al 27%, nel settore dell’efficienza energetica – è oggi il più autorevole viatico per un accordo globale e ispiratore di altre importanti prese di posizione: gli impegni congiunti presi dai massimi emettitori di anidride carbonica, Cina e Stati Uniti, il Clean power plan di Obama, il patto per il Clima di dieci oil&gas tra cui l’Eni, l’elevatissimo numero di contributi già arrivati dagli Stati per Parigi. L’Europa nella capitale francese ha una missione complessa e importante: può e deve essere il motore di un’intesa che tenga dentro tutti, che sia accettabile per i grandi come per i piccoli Paesi, per quelli ricchi e per quelli in via di sviluppo. L’orizzonte che l’Europa s’è data è “zero emissioni” al 2100. Non è un sogno, ma un punto di riferimento alto e qualificante, un obiettivo al quale tendere e verso il quale spingere la comunità internazionale. Ma per farlo occorre la consapevolezza politica, prima ancora che scientifica, della necessità di un accordo in grado di rappresentare il paradigma di un nuovo ordine mondiale. Che sia cioè in grado nello stesso momento di: ridurre le emissioni globali, mettere in campo risorse finanziarie adeguate per gli interventi di adattamento necessari ai Paesi più poveri e più esposti ai cambiamenti climatici, definire nuove tecnologie sostenibili per uno sviluppo socioeconomico dei Paesi poveri senza ricorrere ai combustibili fossili, portarci a un sistema energetico con risorse rinnovabili che giunga all’efficienza energetica. Avviarci, insomma, a un mondo con meno disuguaglianze – senza le stridenti contraddizioni dei nostri tempi – verso un modello di sviluppo pienamente circolare. L’Italia per tutto questo è pronta a fare la sua parte. L’ha fatto nel semestre italiano di presidenza delle istituzioni europee, in cui ha riaffermato la centralità della dimensione ambientale nelle scelte economiche, la cui conclusione è coincisa con il significativo risultato della Cop20 di Lima. Lo ha fatto tenendo fede ai suoi impegni e raggiungendo – come ha ufficializzato l’Onu – il traguardo di riduzione delle emissioni fissato dal primo periodo di impegno del protocollo di Kyoto. L’Italia insomma ci crede e ha le carte in regola per essere ottimista. (Gianluca Galletti, 30 novembre 2015)

Il concetto della nostra traduzione di questo testo si ispira, quale dotta citazione, all'antica rubrica di Cuore (settimanale di resistenza umana) "parla come mangi", con le più sbrigative traduzioni di Piergiorgio Paterlini.

mercoledì 11 novembre 2015

Le donne nella lotta al cambiamento climatico: appello alla COP21 di Parigi 2015

Abbiamo già invitato da questo blog a mobilitarsi in vista dell'accordo della 21° Conferenza per il Clima che avrà luogo a breve a Parigi. Invitiamo anche a riconoscere i veri focus del problema: e che l'aggravarsi del clima, l'aumento delle guerre, il dilagare della povertà e la riduzione dei diritti sono tutte questioni strettamente collegate.

In questo ambito chiediamo a tutte e tutti di leggere, firmare e condividere l'appello che segue, facendolo circolare il più possibile:

Noi, Presidenti del Consiglio superiore per l'uguaglianza di genere, della Delegazione per i diritti della donna dell'Assemblea nazionale e del Senato di Francia, così come le istituzioni e le associazioni partner, desideriamo condividere la nostra ambizione a ottenere un solido impegno politico e finanziario a sostegno dell’empowerment femminile e della parità di genere, nell'accordo da concludersi alla COP21 (21° Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all'11 dicembre 2015. 
Per questo abbiamo elaborato il documento di richiesta intitolato «Le donne, attrici della lotta al cambiamento climatico», volto a convincere gli Stati partecipanti, e i loro negoziatori, dell'importanza di tener conto del contributo delle donne nella lotta al cambiamento climatico nell’Accordo attualmente in fase di negoziazione. Come si vedrà, oltre ad essere le prime vittime delle conseguenze del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, le donne sono già le principali risorse in materia di sviluppo sostenibile, nonostante i molti ostacoli che devono superare. Eppure il loro contributo non è sufficientemente riconosciuto e, ad oggi, il loro accesso ai processi decisionali, nonché ai meccanismi di finanziamento e di trasferimento di tecnologie rimane limitato. E invece le donne saranno tanto più efficaci quanto più verranno sostenute e messe in grado di esercitare pienamente i propri diritti.
L'appello che chiediamo di firmare, «Sostenere le donne nell'affrontare i cambiamenti climatici: perché ci siamo impegnati?» si propone di mobilitare il più possibile i leader politici e la società civile in tutto il mondo. E' attraverso l'azione collettiva che riusciremo ad integrare la parità di genere in modo esplicito e l'emancipazione femminile nell’accordo stesso della COP 21, così come nelle strategie per affrontare il cambiamento climatico, e relativi fondi. Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete darci firmando e facendo circolare il più possibile tra i vostri amici e colleghi.

L'appello
Dalla COP 21 del prossimo dicembre a Parigi dovrà uscire un accordo per contenere il riscaldamento globale e i suoi numerosi impatti negativi. In tale accordo deve essere pienamente riconosciuta l’importanza del contributo delle donne alla lotta contro il cambiamento climatico. Politici, artisti, associazioni, cittadine e cittadini, noi ci siamo tutte e tutti impegnati in questa chiamata.

Nei paesi in via di sviluppo il cambiamento climatico ha conseguenze ancora più gravi per le donne che per gli uomini 
Nella vita di tutti i giorni, la crisi climatica colpisce le donne povere più severamente rispetto agli uomini: la crescente scarsità delle risorse naturali allunga i percorsi - sono loro che devono procurare l'acqua e il legno ancor più faticosamente - e ne aumenta le ore di lavoro e la precarietà delle condizioni di vita.

E quando c'è una catastrofe climatica, sono loro le più vulnerabili perché le più esposte: l'80% delle vittime del ciclone Sidr in Bangladesh (2007) e il 61% delle vittime di Nargis in Birmania (2008) erano donne e bambine. Nelle zone colpite l'assistenza sanitaria e l'accesso alla contraccezione sono spesso ridotti a zero, ostacolando ulteriormente la loro capacità di controllare le nascite, condizione essenziale per la loro emancipazione.

Riconoscere le donne come attrici della lotta contro il cambiamento climatico
Nonostante questi ostacoli e la discriminazione che devono affrontare, le donne sono in prima linea nella lotta per ridurre le emissioni di gas serra e l'adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici: sono loro che innovano in tutti i continenti ricorrendo all’agricoltura conservativa (che riduce i consumi e gli impatti), organizzando serbatoi idonei per irrigazione e acqua potabile, creando profondi processi di riciclaggio dei rifiuti ... [e salvaguardando la biodiversità difendendo i semi e piantando alberi, ndr].
Eppure le loro azioni, spesso condotte a livello locale, sono poco valorizzate e raramente finanziate. Attrici misconosciute di questa battaglia, le donne sono poco coinvolte nelle decisioni a livello nazionale e nei negoziati internazionali. E saranno tanto più efficaci quanto più potranno essere autonome e messe pienamente in grado di esercitare i loro diritti.

COP 21 deve segnare un decisivo passo avanti inscrivendo nell’accordo di Parigi impegni concreti in materia di parità tra donne e uomini, e nelle strategie e finanziamenti futuri.

Noi chiediamo:
• L'inclusione nell'accordo di Parigi dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere, valorizzando il contributo delle donne e rafforzando la loro partecipazione a tutti i livelli della lotta contro il cambiamento climatico.

• L'attuazione pratica di tali impegni, garantendo che i progetti e finanziamenti dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici promuovano la parità di genere e l'empowerment femminile.
9 novembre 2015 [traduzione di La rete delle reti femminili]

Vi rimandiamo anche a quest'altro appello delle reti femminili, rivolto al COP21 per includere nei termini dell'accordo i temi della salute e dell'empowerment femminile.
E infine, anche alla dichiarazione-appello per azioni urgenti per il clima promossa da WECAN (Women's Earth and Climate Initiative); appello che, già 2 anni fa, avevamo rilanciato anche tramite il video che segue: vi segnaliamo che non si tratta banalmente di uno spot, ma di un video informativo pieno di dati e di proposte concrete, che può rappresentare uno strumento concreto di formazione e sensibilizzazione utilizzabile in molti ambiti, per esempio nelle scuole.

venerdì 23 ottobre 2015

Mobilitazione per il clima!

Come già in miriadi di altre occasioni (l'ultima qui - ove ricordiamo che urge Piano di Emergenza Nazionale per il clima!), in vista di Parigi 2015 invitiamo a mobilitarsi. Informarsi e partecipare. 
23-24-25 ottobre sono giornate di mobilitazione per il clima con eventi in tutta Italia (flash mob, incontri, volantinaggi, aperitivi, iniziative sportive e culturali). L'obiettivo è proprio sensibilizzare quanta più gente possibile sulla posta in gioco nel COP21, il vertice ONU sul Clima che si terrà a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre, in modo da far confluire la massima partecipazione alla Marcia Globale per il Clima che avrà luogo a Roma il 29 novembre. Qui trovate la pagina di Avaaz sui relativi eventi.
Se volete informarvi sul vero stato del clima, se volete qualche strumento anche per i vostri studenti, ancora una volta vi rimandiamo (nuovamente), anche a questo video, che include dati reali e proposte per azioni urgenti:

Aggiungiamo da parte nostra un appello agli attivisti e alle attiviste impegnate/i in qualunque campo, perché lavoriamo tutti insieme a creare un solido asse fra gli attivismi! che veda i movimenti dellle donne, sempre, come i più efficienti e privilegiati alleati.