venerdì 13 settembre 2013

La Jihad delle donne mussulmane: per la pace

Tra i familiari delle vittime dell'11 settembre c'è un gruppo molto attivo che chiede non nuove guerre ma, al contrario, giustizia e pace. La sua fondatrice, Valerie Lucznikowska, è una donna divenuta (come tante altre) simbolo della spinta globale contro le politiche di guerra.
E' una battaglia che le donne si stanno assumendo ovunque, stando in prima linea anche là dove per loro ogni rischio è ben più alto che per gli uomini - ad esempio nel mondo mussulmano
Un argomento di cui in realtà sappiamo poco. Lo incontriamo solo quando viene celebrata una singola donna.
Magari perché riceve un riconoscimento (vedi ad esempio la giovane Malala, recentemente invitata a parlare all'ONU) o viene eletta a un ruolo di responsabilità (ad esempio la recente nomina di Aminata Touré a Primo Ministro del Senegal). Ancora più spesso perché viene spazzata via da un assassinio politico (l'ultima, solo pochi giorni fa, Sushmita Banerjee).
Dovremmo invece guardare di più a questo tema nella sua prospettiva principale, che è quella complessiva: quella del fronte comune delle donne, trasversale a tutti i paesi e a tutte le culture, per nuovi modelli di esistenza. Qualcosa che emerge dalla bellissima mostra online Muslima, promossa dall'IMOW, il Museo Internazionale delle Donne.

Proprio di questo, con particolare riferimento al mondo mussulmano, tratta questo articolo di Samina Ali, la curatrice della mostra:
Nel 12° anniversario dell’11 settembre, una domanda importante (ma spesso trascurata) da porsi è: da allora, cosa hanno fatto le donne musulmane per promuovere la pace e la giustizia?
E’ una domanda che si fanno in pochi perché, secondo i nostri stereotipi, in media le donne musulmane sono o in balia di pericolose narrazioni dell’estremismo, oppure troppo oppresse e subordinate per poter svolgere un ruolo attivo come agenti per la pace.
Ma, curando l’esposizione globale Muslima: Arte & voce delle donne musulmane per il Museo Internazionale delle Donne, sono giunta a una visione molto diversa. In effetti, mi sono resa conto che le donne musulmane sono una risorsa misconosciuta e segreta in quella che potremmo definire una jihad globale per la pace e la giustizia.
Curando la mostra Muslima ho avuto l'opportunità di incontrare centinaia di donne musulmane leader, scrittrici e artiste di tutto il mondo. La diversità tra queste donne è mozzafiato: diverse lingue, culture, espressioni artistiche, differenti spettri di fede. Eppure ho scoperto che la passione che, più di ogni altra, anima ogni donna è il lavoro per creare nel proprio paese più tolleranza e uguaglianza, svolto da ciascuna, nell’ultima decade, attraverso attività creative e spesso coraggiose.
Ad esempio, per esprimere il desiderio di pace e di auto-espressione con i suoi i graffiti, l’artista egiziana SuzeeintheCity usa le mura della sua città come una tela. Superficialmente  l’arte dei graffiti potrebbe sembrare una forma di resistenza non seria, ma "vivendo in uno stato di polizia, di costante oppressione e paura", come racconta lei stessa in un'intervista, "è naturale che i muri siano completamente spogli e qualunque forma d’arte esista deve essere approvata e sponsorizzata dal governo...". Dato che in Egitto il tasso di alfabetizzazione globale degli adulti è solo del 66%, la diffusione delle informazioni tramite le immagini è ben più efficace che non le scritte. E il messaggio di SuzeeintheCity, e di altre artiste di strada presenti in Muslima, emerge chiaro: di fronte all’escalation di controllo governativo su libertà e diritti, queste attiviste resilienti rifiutano di subire soprusi in silenzio.
Un'altra donna che rifiuta di esser messa a tacere è Alka Sadat. Vivendo in Afghanistan, dove hanno governato i talebani e tutti i media sono banditi (TV, riviste, giornali: qualsiasi cosa in cui ci siano immagini di persone) lei opera coraggiosamente come premiata documentarista. 
Quando le ho parlato per Muslima, Alka ha ammesso che quando cammina per strada ha sempre paura che “qualcuno possa cercare di ucciderla”.
Talebani e governo hanno già cercato di assassinare la donna al centro del suo ultimo documentario: il film, "Half-value life", racconta le battaglie quotidiane di Maria Bashir, la sola donna procuratore generale del paese.
Lavorando a Herat, una delle città più corrotte del paese, Bashir si è assunta la missione di informare le donne riguardo ai loro diritti legali e islamici per l'uguaglianza. Rafforzate da queste conoscenze, queste presentano un record di rapporti di polizia contro maschi colpevoli. Quando le ho chiesto perché rischi la vita per salvare altre donne, lei mi ha risposto: “la giustizia si può raggiungere solo rendendo le donne consapevoli dei propri diritti. Io dico loro che se lavorano nel governo dell'Afghanistan, possono avere un ruolo significativo per lo Stato di diritto, in particolare riguardo alla giustizia verso le donne". (Samina Ali
Fonte: How the muslim women are waging a Jihad for peace

giovedì 12 settembre 2013

Le criticità del decreto cosiddetto anti-femminicidio: un comunicato Snoq

Il 10 settembre, durante le audizioni sulla violenza di genere alla Camera-Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia, è stato presentato anche un documento elaborato da numerosi comitati territoriali e tematici Snoq e discusso nel rispettivo coordinamento nazionale. 
Scrivono le donne autrici del documento: Noi donne di Se Non Ora Quando, come moltissime altre, viviamo un vivace ed approfondito dibattito sulle questioni sollevate dal DL sicurezza varato nel mese di agosto e contente norme in materia di violenza nei confronti delle donne, dibattito reso ancora più vario dal carattere di pluralità che ci contraddistingue.
In accordo con le indicazioni emergenti dal trattato di Istanbul, dalla convenzione No More, dal rapporto CEDAW e da tutta la ricca elaborazione che arriva da anni di lavoro sul campo da parte di operatrici e donne competenti, osserviamo quanto segue:

Così come già sostenuto nella nostra campagna ‘mai più complici’ e in tutti gli interventi che i comitati territoriali hanno portato avanti, la soluzione del problema costituito dalla violenza di genere non può che nascere dal riconoscimento che la questione non è emergenziale ma culturale e deve essere affrontata con un’ottica di educazione alla differenza di genere, alla prevenzione, alla autodeterminazione della donna.

Il termine femminicidio – che il movimento ha contribuito a diffondere – ha una sua cruciale importanza e deve essere adottato dalle istituzioni e dalla società tutta a significare la comprensione e la metabolizzazione del fatto che le donne vengono uccise ‘in quanto donne’ e non per inesistenti questioni ‘passionali’.

In questo senso le conclusioni del processo per l’uccisione di Stefania Noce che introducono per la prima volta nelle motivazioni di una sentenza il termine femminicidio e che condannano all’ergastolo in prima istanza l’assassino per premeditazione sono emblematiche della direzione che la giustizia e la applicazione della legge debbano prendere nel nostro paese.

Di fondamentale importanza, inoltre, è il lavoro che i centri antiviolenza e gli operatori tutti stanno portando avanti perché le donne raggiungano una sempre maggiore consapevolezza ed autonomia attraverso un piano di contrasto alla violenza declinato in ogni possibile forma di ‘accompagnamento’ nel percorso di fuoriuscita dalla violenza stessa.

Questo significa dunque che la presenza dello Stato all’interno della battaglia contro la violenza di genere non può che prevedere un robusto intervento di sostegno alla rete dei centri, alle campagne di informazione ed educazione a partire dai giovani e giovanissimi, ad un piano complessivo e generale che comprenda anche un potenziamento delle possibilità occupazionali che rendano le donne maggiormente indipendenti e quindi meno ricattabili.

Esiste una legge, la 154/2001, che prevede già moltissimi interventi a contrasto della violenza domestica e non, integrata dalle successive specifiche contro lo stalking ma che purtroppo non viene sufficientemente applicata.

Il DL sicurezza si inserisce certamente in un momento in cui il femminicidio, per i moltissimi casi che purtroppo si registrano quasi quotidianamente e per l’attenzione diversa che anche i media vi riservano, comincia ad essere percepito anche dall’opinione pubblica come espressione di una violenza tutta maschile perpetrata contro le donne. In questo senso riteniamo che il DL abbia, quindi, il merito di richiamare all’attenzione della politica e del paese tutto il problema della violenza e ci auguriamo possa fornire reali strumenti per un’ applicazione più rigorosa della la legge154/2001.

Nondimeno nel DL sono contenuti alcuni elementi che ci preoccupano e che riteniamo presentino forti criticità:
• non c’è un impegno concreto ad investire in percorsi educativi e formazione;
• non si prevedono finanziamenti ai centri antiviolenza e alle reti di supporto alle donne;
• non si parla di centri di ascolto o percorsi formativi per gli uomini maltrattanti;

Entrando poi nel merito di alcuni punti del decreto, osserviamo che:
la non revocabilità della querela da parte delle donne offese è un’arma a doppio taglio. Potrebbe essere applicata in maniera responsabile solo se si garantisse concretamente alle donne che le violenze non continuino, ma questo può avvenire solo se viene finanziata e fatta crescere la rete di supporto alle donne in ogni momento del percorso di distacco.

L’inasprimento della pena di un terzo nei casi in cui le violenze vengano perpetrate da un coniuge/partner rispecchia la frequenza dei femminicidi che avvengono in ambito domestico, ma rischia di discriminare tutte le altre situazioni di violenza.

Osserveremo dunque con interesse il prossimo percorso del decreto, augurandoci che le istituzioni vogliano accogliere insieme alle nostre le osservazioni che giungono da tutto il mondo femminile e da numerose voci competenti; non c’è possibile sconfitta della violenza di genere senza un ampio lavoro culturale, preventivo, educativo. 

Pubblicato su SnoqCittà con le adesioni dei seguenti gruppi regionali e tematici:
• Piemonte: 
Snoq Torino, Snoq Cuneo, Snoq Biella
• Liguria:
Snoq La Spezia, Snoq Tigullio
• Lombardia: 
Snoq Lombardia, Rete Donne Snoq Cremona, Snoq Lodi, Snoq Pioltello, Snoq Mantova, Snoq Cesano Maderno (Monza-Brianza)
• Trentino Alto Adige: 
Snoq Trentino, Snoq Bolzano Aa Eiz
• Veneto: 
Snoq Venezia, Snoq Padova, Snoq Cittadella, Snoq San Donà Di Piave, Comitato Donnemogliano Di Mogliano Veneto
• Friuli Venezia Giulia:
Snoq Pordenone, Snoq Udine
• Toscana: 
Snoq Firenze, Snoq Livorno, Snoq Massa, Snoq Pisa, Snoq Siena
• Marche:
Snoq Ancona 13 Febbraio, Snoq Osimo, Snoq San Benedetto Del Tronto
• Abruzzo: Snoq Teramo, Snoq Chieti
• Lazio: Snoq Roma, Snoq Cerveteri
• Campania: 
Snoq Napoli, Snoq Salerno, Snoq Vallo Di Diano, Snoq Sapri, Snoq Cava De' Tirreni
• Puglia:
Snoq Pulsano
• Calabria: 
Snoq Reggio Calabria
• Sardegna: 
Snoq Cagliari
• Gruppi tematici: 
Snoq Factory, Snoq Sanità, Gruppo Snoq Donne e Informazione

martedì 10 settembre 2013

I codici (software) della Democrazia

Che differenza c'è tra LiquidFeedback e Airesis? e tra Tu Parlamento (promosso dalla Senatrice Laura Puppato e presentata il 19 giugno 2013 da una squadra di Parlamentari tutta al femminile, ndr) e il Parlamento Elettronico di cui il Movimento 5 Stelle ha avviato la sperimentazione? 
Come sono state progettate e gestite le consultazioni promosse prima dal Governo Monti e ora dal governo Letta? con quali risultati? e soprattutto: riuscirà l'uso di questi strumenti, a migliorare l'esercizio della democrazia nel nostro Paese?
Negli ultimi mesi si è parlato molto sui media di questi temi, non sempre a proposito. Spesso confondendo le piattaforme software, le iniziative di partecipazione che le utilizzano e le piattaforme politiche che (sempre più) ricorrono a tali strumenti di partecipazione e deliberazione online per rispondere alle pressanti richieste di nuove forme di democrazia.
Il rapporto su  “I Media Civici in ambito parlamentare” (pubblicato dal Servizio Informatica del Senato della Repubblica e curato da Fondazione Ahref) ha avviato l'analisi. Ma ora serve un confronto diretto tra i progettisti delle varie piattaforme software e coloro che hanno avviato e gestito esperienze di consultazione e raccolta di proposte da parte dei cittadini, in un contesto che dia spazio anche a considerazioni “di scenario” internazionale,  culturale (dal punto di vista di diverse discipline) e politico.  
Nella convinzione che l'interazione via rete non può sostituirsi a quella fisica, ma la arricchisce e trasforma fino a incidere, con le scelte fatte nello sviluppo dei software, sulle modalità della partecipazione democratica.

Per questa ragione abbiamo scelto I codici (software) della Democrazia come titolo del workshop che si terrà a Milano il prossimo 13-14-15 settembre 2013 organizzato dal Dipartimento di Informatica e Comunicazione (con la collaborazione di Fondazione RCM, patrocini di Comune e Provincia di Milano). Hanno accettato di moderare le varie sessioni giornalisti che hanno seguito questi temi con grande competenza. Dati i tempi che corrono, sarà un workshop organizzato davvero al risparmio: il contributo del Dipartimento servirà a coprire le spese di chi viene dall'estero.
Una più ampia presentazione del workshop, che sarà aperto dal Rettore dell'Università di Milano, e il dettaglio delle sessioni (ancora in parte in via di definizione) sono (e saranno via via aggiornate) sul sito Codici della Democrazia. Sul sito potete iscrivervi alle sessioni a cui intendete partecipare ...anche se noi auspichiamo che possiate seguire il workshop per intero.

Qui due estratti della conferenza di presentazione della piattaforma partecipativa TuParlamento:

domenica 8 settembre 2013

La guerra, la pace, la crisi. E il problema informazione

Nel labirinto di problemi in cui ci troviamo, sappiamo tutti quanto si stia facendo grave il problema informazione? Lo sappiamo davvero? Sui giornali di oggi un esempio a caso (che potremmo applicare a qualunque argomento). Per mostrarvelo, prendiamo il quotidiano forse più prestigioso in Italia, ritenuto anche fra i più equilibrati. Sotto vedete la prima pagina di oggi. A cui abbiamo fatto una "critica grafica" (che poi spiegheremo meglio).

Il mondo brucia, si rischia una guerra mondiale, l'ambiente è devastato, l'economia dello stupro non regge più, la gente perde il lavoro e si droga di slot machine e di qualunque altra cosa. Ma i titoloni sono solo sulle beghe di potere fra politici incapaci. Da mesi e mesi vediamo questa solfa, in relazione all'invadenza di un ex-premier - ma potremmo riferirla a qualunque altro fatto. Il nodo della cosa è che (escluso il faticoso sforzo dei blog e dei siti indipendenti) ai livello dei media di massa manca una vera informazione: quella che consente di giudicare e di scegliere.
Nel pezzo di ieri sulla crisi siriana c'era anche un'osservazione di Vandana Shiva:

"la vera guerra di oggi è la guerra contro la gente e contro il pianeta. Dopo secoli di lotta, i movimenti democratici erano riusciti a tenere separato il potere economico da quello politico, ma questo lungo processo è stato spazzato via e distrutto dalla globalizzazione: e così gli Stati sono diventati come delle aziende, delle corporation. (...) Se non interverranno drastici cambi di rotta, imposti dalle proteste popolari o da chi rappresenta i veri interessi delle popolazioni, quando sarà terminata l’emergenza di queste crisi il modello economico sarà già abbastanza cambiato e radicato, da fare sembrare naturale la trasformazione degli attuali Stati democratici in nuove forme di Stati militari che potranno agire legalmente contro le minoranze che tenteranno di opporsi alle scelte di governi-azienda. Nessuno si potrà ribellare per la ridotta libertà dei cittadini, come previsto dalle leggi approvate dal governo per fermare chiunque agisca per ostacolare il profitto delle grandi organizzazioni multinazionali.
Non parla un invasato "complottista": ma una delle più pacate e autorevoli economiste internazionali. Solo che non è una teorica dell'economia della distruzione, ma di una diversa visione. Non è ozioso fermarsi, ogni tanto, a scrutare nel buio. Considerando come tutte le cose siano collegate e quanto sia importante vederci bene.

Tornando alla prima pagina del Corriere di oggi: 
premesso che è ben noto che la stragrande maggioranza della gente a cui capita in mano un giornale non si avventura a leggere gli articoli, ma si limita a leggere i titoli e, da lì, desume una sua lettura soggettiva delle cose (ne trattiene cioè un'impressione "di pancia");
1. la notizia della mobilitazione per la pace è in pole position, come esige la dignità che non si può negare al Papa: ma alquanto piccolina. Considerato che una guerra mondiale si rischia davvero, è plausibile che l'evento meritasse la mezza pagina e titoli cosiddetti cubitali;
2. il titolo a caratteri cubitali, però (anche se contenuti), con il grassetto è stato dato solo alla "novità" Berlusconi (evidentemente preminente su ogni cosa);
3. il vero spazio in prima pagina dunque è (tanto per cambiare), su Berlusconi;
4. in prima pagina, titolo e sottotitolo sulla richiesta di pace per la Siria non sono sul tema globale, ma sull'evento religioso a Roma. Alludono dunque solo a una sorta di "mobilitazione religiosa" (anche se nella seconda pagina si rende conto meglio della cosa), citando "migliaia" in piazza San Pietro: che è come dire "niente". Benché - come nota lo stesso Corriere in questo trafiletto, la partecipazione non sia stata di "migliaia", ma di milioni (e molti, anche). Anche in San Pietro erano almeno centomila, ma la cosa importante è che molte altre città hanno organizzato veglie e sit-in, ovunque,
5. a cui (e qui la vera notizia nella notizia) hanno aderito pubblicamente organizzazioni e associazioni di ogni tipo.
Di tutte le fedi (inclusi ebrei e mussulmani): dall'Unione dei Buddisti Italiani alla Comunità Ebraica ai mussulmani dell'Ucoi. E laiche: da Emergency a Se Non Ora Quando Factory. Cosa accennata, come un fatto interessante, si, ma anche del tutto naturale.

Dunque questa mobilitazione, alla fine, è stata esorcizzata assegnandole un carattere morale, non politico. Eppure che si tratti di un gesto politico perfino da parte del Papa lo dimostra la sua stessa lettera inviata giorni fa al G20.

La vera notizia, tra le righe, è che per quanto cresca la partecipazione della gente, se su di essa si stende la molle cappa assordante del guardare sempre altrove, la democrazia non si riesce a praticare.

sabato 7 settembre 2013

No alla guerra in Siria. 7 settembre: anche meditazione e preghiera come strumenti di azione politica

A un convegno su "giustizia e pace nel tempo della crisi", riguardo a come evitare le guerre, Vandana Shiva ha dichiarato: "Bisogna cominciare dalle nostre menti. Dimenticare i paradigmi di guerra, che ci hanno insegnato fin da bambini, che mettono tutti in concorrenza gli uni con gli altri e cosa contro cosa. La cultura attuale insegna a star sempre pronti a difendersi in qualsiasi momento - e maggiormente in tempi di crisi".



Siamo liete che all'appello lanciato dal Papa Francesco per una giornata di digiuno e preghiera, che sollevi la consapevolezza del mondo e sostenga una soluzione diplomatica del conflitto siriano, abbiano aderito anche tante organizzazioni di donne, fra le quali Se Non Ora Quando Factory.
Come riguardo alla violenza di genere (e contro i bambini), per affrontare positivamente ogni tema politico è necessario prima di tutto cambiare mentalità e metodo.
Sul tema specifico di un'azione di preghiera planetaria possiamo qui ricordare la cosa che ancora tanti sottovalutano: non solo la validità della preghiera ha senso per chi ha fede (secondo Gandhi essa è addirittura la più efficace forma di azione politica), ma che la frequenza del pensiero sia in grado di cambiare il mondo è un fatto scientifico oramai appurato. Questo sia detto non solo sullo strumento che segna questa giornata; ma soprattutto riguardo alla necessità di far cadere pregiudizi calcificati per iniziare a pensare in maniera nuova. CambiareMentalitàMetodo.


Ricordando che politica ed economia (da cui discendono guerra o pace) sono alla fine la stessa, identica cosa, perché l'una determina l'altra, ed entrambe sono determinate dalla mentalità: entrambe sono prodotte dalla cultura e generano a loro volta altra cultura, in un circuito senza fine che, oggi, nella sua parte preminente è molto malato.
Va dunque interrotto - come si dice. Ma anche questa è una anacronistica illusione: un ciclo dinamico non si può interrompere. Più che "spezzarlo", serve invertire l'orientamento della sua spirale. 

Vi lasciamo dunque anche il resto delle considerazioni di Vandana - una meditazione di politica femminile utile per tutti, ma soprattutto per chiunque sia impegnato in politica:

"L'atteggiamento di prevenzione e difesa è sintomo di una violenza latente che può emergere nei modi e nei luoghi più imprevedibili. Per esempio, nel mio paese, l’India, si è lavorato moltissimo per almeno 10 anni per sviluppare l’agricoltura con nuove tecnologie per consentire una produzione più abbondante, un miglior livello di vita per i produttori e raccolti più abbondanti per sfamare la popolazione.
Queste nuove tecnologie, e il modo in cui sono state introdotte, hanno prodotto squilibri sociali e proteste che sono sfociate in reazioni locali e, in una escalation di violenza, hanno determinato l’omicidio di Indira Gandhi. Quindi, da un processo messo in atto con buoni propositi di crescita e di pace, è nato un processo di violenza. È cominciato con l’introduzione dei pesticidi in agricoltura, con gli OGM, con le reazioni di chi non accettava di cambiare le proprie consuetudini e con le pressioni dei gruppi economici che invece volevano imporre i loro prodotti. È’ cominciato un processo che, benché volesse essenzialmente portare benessere a popolazioni avvezze da sempre alla fame e ai disagi, è sfuggito di mano ed è diventato un’arma che ha portato alla morte. Morte per l’avvelenamento dei cibi irrorati da pesticidi, morte per gli innumerevoli suicidi dei contadini che hanno visto le loro terre diventare improduttive, e che si sono ammazzati per i troppi debiti che non avebbero mai potuto pagare. Sono tutte attività che si svolgono nei campi più disparati della produzione e che non possono essere definite vere armi da guerra, ma che realmente, con tutta la loro forza di distruzione di massa, possono creare danni ben più gravi e incontrollabili di una guerra dichiarata.
L’agricoltura, che dovrebbe essere un elemento portante di benessere, ormai è soggetta non solo alle intemperie climatiche ma soprattutto alle restrizioni imposte dalle multinazionali che regolano i prezzi, dalle leggi che incentivano o disincentivano le produzioni, dalla criminalità mafiosa che indirizza la scelta delle coltivazioni e si è trasformata in un’arma di guerra tanto, che nel mondo ci sono almeno 2 miliardi di persone che soffrono la fame o che si alimentano con Junk Food.
Un conflitto locale minore spesso viene preso a pretesto per essere trasformato in un conflitto nazionale, sociale, religioso, razziale o viene strumentalizzato per contrastare l’immigrazione.
La primavera araba cominciò casualmente con il ritiro di una permesso da venditore a un ambulante tunisino e da questo piccolo incidente, ha avuto inizio una rivoluzione, che era già nell’aria, ma che aveva bisogno di un pretesto per iniziare. In Egitto tutto è cominciato per l’aumento del prezzo del riso. Il prezzo del riso e del pane hanno causato un effetto domino che ha prodotto l’aumento dei prezzi di tutti alimentari, dei trasporti, delle case, ecc….
Anche in Siria è cominciato tutto con la protesta degli agricoltori che avevano subito danni a causa dei cambiamenti climatici. I poveri contadini, l’anello più debole della catena economica e i più vulnerabili in caso di calamità di qualsiasi genere, come il clima, sono quelli che soffrono sempre di più. Quindi in un certo senso la ribellione, degenerata fino alla guerra civile, con decine di migliaia di morti è stata scatenata per “colpa del maltempo“. La globalizzazione, attuata senza nessun controllo, non ha portato nessuno dei benefici promessi ma è finita con l’essere il fattore determinante di tutte le crisi che sono più catastrofiche delle guerre dichiarate.

Tornando al mio paese, l’India, la crescita del PIL è al 9% [la conferenza è del giugno 2012, ndr], quindi, leggendo i dati, sembrerebbe un paese in espansione dove il benessere è a portata di mano, sembrerebbe che a tutti vada bene. Ma non si guarda mai o non si racconta come vive la gente comune. 
Ad esempio, negli ultimi anni ci sono stati 250.000 suicidi tra gli agricoltori che non riuscivano più a raccogliere dai loro campi il necessario per sostenere se stessi e la propria famiglia.
Ad esempio, passa quasi inosservato che un bambino su due non è alimentato quanto basta a sviluppare completamente il proprio corpo e il proprio cervello: e la denutrizione è il primo passo che crea povertà ed infermità, ferma l’educazione e rende l’uomo schiavo di chi ha di più e che, per questo, può sfruttare il prossimo.
Bisogna poi chiedersi: ma è veramente così importante il consumismo?
Tutti i cibi che mangiamo e che compriamo in un supermercato devono essere incartati, ricoperti di una pellicola trasparente o di alluminio e spesso venduti in un contenitore di cartone o polistirolo. Tutto questo richiede lavoro e impiego di risorse della terra come petrolio, bauxite, carbone e alberi. Tutto questo lavoro e questo spreco di risorse naturali è permesso, anzi previsto, dalla legge e per questo motivo si continua a violare e distruggere, senza un reale bisogno, tutte le risorse del pianeta.

E dunque naturale e spontaneo che ci siano manifestazioni di protesta che chiedono di riflettere sulla reale utilità di certe leggi che autorizzano l’uso, anzi l’abuso indiscriminato delle risorse naturali. Ma proprio queste proteste costituiscono poi il pretesto per distruggere anche la democrazia perché, come si è visto in molti paesi contro le proteste di gente che tenta di difendere i propri diritti, i governi inviano le truppe e applicano leggi speciali, antiterrorismo.
C’è stato e continua ad esserci un utilizzo improprio del termine “Green Economy”, per cui diventa verde tutto ciò che non serve affatto all’economia, quello che l’economia la distrugge. Come stanno suggerendo i media riguardo al rapporto dell’uomo con l’ecologia, e come si cercherà di imporre anche alla prossima conferenza Rio+20: dove si tenterà nuovamente di far credere che la privatizzazione di tutte le risorse ambientali (inclusi l’acqua, gli alberi e la possibilità di respirare aria pura) sia l’unica strada per proteggere veramente la natura.
È questa la vera guerra di oggi: è la guerra contro la gente e contro il pianeta. Dopo secoli di lotta i movimenti democratici erano riusciti a tenere separato il potere economico da quello politico, ma questo lungo processo è stato spazzato via e distrutto dalla globalizzazione: e così gli Stati sono diventati come delle aziende, delle corporation.
Uno Stato che voglia far quadrare i conti senza curarsi di come vivono i suoi cittadini, come una qualsiasi azienda, non tiene conto che le finalità di uno Stato non sono le stesse di una impresa commerciale.
Se non interverranno drastici cambi di rotta, imposti dalle proteste popolari o da chi rappresenta i veri interessi delle popolazioni, quando sarà terminata l’emergenza di queste crisi il modello economico sarà già abbastanza cambiato e radicato, che sembrerà naturale la trasformazione degli attuali Stati democratici in nuove forme di Stati militari che potranno agire legalmente contro le minoranze che tenteranno di opporsi alle scelte di governi-azienda. Nessuno si potrà ribellare per la ridotta libertà dei cittadini, come previsto dalle leggi approvate dal governo per fermare chiunque agisca per ostacolare il profitto delle grandi organizzazioni multinazionali.
Fra i metodi per rendere l’uomo meno dipendente da questi sistemi sempre più coercitivi (dei governi che impongono i compiti assegnati dai reali detentori del vero potere - quello economico-finanziario) c'è il riavvicinare l’uomo alla terra, stringendo nuovamente quel vincolo che in passato lo legava alle sue radici, che gli ha permesso di procurarsi direttamente gli alimenti con cui sfamarsi, di restare connesso al proprio territorio e ai suoi simili con cui ha costituito la società.
È così che io intendo si possa costruire la pace. Con la difesa dei beni comuni e delle comunità locali, orientandoci tutti verso una pace che sia dentro di noi e sia reciproca, non solo con il prossimo ma anche con la natura.
In questi tempi di crisi globale abbiamo una grande opportunità per ridisegnare un futuro differente, senza sprechi, con più rispetto e con una nuova speranza. Ma è un treno che non possiamo perdere.

giovedì 5 settembre 2013

Altradimora 2013: una 3 giorni sul tema "politica, sostantivo femminile"

Inizia domani il sesto incontro annuale di Altradimora - Officina dei saperi femministi - Marea: una 3 giorni sul tema “politica, sostantivo femminile”.
Né estranee, né cooptate, né indifferenti, né escluse dalla politica: questo incontro pone al centro visioni, strumenti e progetti politici con ottica di genere, utili a metterci tutte in grado (chi da fuori chi da dentro le istituzioni) di non indebolire l’azione comune e di salvaguardare (anche contro il disconoscimento per ignoranza e incuria), la ricchezza prodotta da quattro generazioni di donne.

Ecco perché la “politica”: un tema quanto mai attuale e su cui è necessario che le donne si confrontino, anche e soprattutto alla luce degli ultimi eventi.
Qualcosa a cui dal femminismo è stata soprattutto opposta estraneità: un atteggiamento chiarissimo e puntuale, che però ha contribuito a isolare le femministe e le attiviste, facendo emergere da una parte soggettività femminili "neutre" (a destra ma anche a sinistra), dall’altra spingendo l’onda (che, dopo Usciamo dal silenzio e il ritorno in pista dell’Udi, sembrava riemersa con Snoq), nella risacca di un trasversalismo ambiguo. E perché lo è? perché propugna la sacrosanta presenza femminile in ogni dove, ma senza dire quale segno di femminile e di politica femminile sia necessario.
[Tema che sta molto a cuore a noi delle rete-blog politica femminile, e che abbiamo affrontato più volte, ad esempio quiqui • e qui, ndr]. 
Una posizione di trasversalismo che, con un termine brutto ma efficace, è stata definita donnismo: insomma più donne, basta che siano donne, senza interrogarsi su cosa, e come, queste donne vanno a fare, dire, disfare e proporre.

Al contrario di quanto avvenuto in altri paesi, in Italia la proposta di una lista solo di donne (e di femministe) è sembrata impossibile anche solo da pensare e da ragionare. Anche senza configurarsi come un partito, o comunque rompendo la logica del legame stretto e necessitante con le strutture tradizionali: al grande incontro di Paestum, che poteva essere uno dei luoghi dove ragionarne, non è emerso molto su questo. Ma alcuni segnali sono stati importanti – come dimostra questo intervento di Alessandra Bocchetti:


Ora, con l’imperare della cosiddetta antipolitica come sinonimo del rifiuto rabbioso non tanto dei partiti, ma della politica stessa come luogo dove si elaborano insieme le priorità, i bisogni e i desideri delle donne e degli uomini che abitano e danno corpo alla cittadinanza, l’emergenza è quella di ritrovare senso. A partire dal tornare a fare e a dire della politica come politica delle donne.

Nel video la Bocchetti cita il "vuoto di relazione" fra le politiche elette e le donne (e il mondo femminista). Un punto davvero cruciale, che ci conferma che occorre creare ponti.
Ponti verso le donne (dalle più giovani ma non solo), che oggi sono dentro alla politica (nei movimenti come nelle istituzioni) ma che non hanno la percezione dell’importanza della differenza di genere, e sono formidabili portatrici d’acqua nel mare della neutralità.
Ponti per arginare l’ennesima cancellazione non solo delle donne come corpi, ma come intelligenze e visioni lontane e antitetiche a quelle del patriarcato.
Ponti, iniziative e pratiche che formino, anche, le e i giovani alle priorità della politica: non solo, giustamente, diminuzioni di stipendio al parlamento, ma anche rinarrazione sistematica della storia dei diritti e delle analisi dei femminismi.

Come si svolgono i seminari
La modalità di discussione è circolare e non frontale, e prevede facilitazioni introduttive per offrire stimoli a chi partecipa per poi condividerli nella discussione collettiva. Le facilitazioni sono filmate e poi rese disponibili e scaricabili al sito della radio delle donne
Gli interventi di apertura saranno tenuti da:
Valentina Bazzarin, ricercatrice precaria Bologna
Laura Cima, Laboratorio politico, Torino
Cecilia Cortesi Venturini, consigliera di parità, avvocata, Parma
Antonella Cunico, Femminile plurale, Vicenza
Daniela Dioguardi, Udi, Palermo
Erminia Emprin Gilardini, Altradimora/Marea, Corciano
Paola Lanzon, Presidente Consiglio comunale, Imola
Adriana Nannicini, femminista, psicologa, Milano
Rosangela Pesenti, Udi, Gruppo Sconfinate Romano di Lombardia
Annamaria Sarzotti, Donne in movimento, Val Susa

Programma
• Venerdì 6 settembre: 
dalle 18 arrivo partecipanti, cena e video
• Sabato 7 settembre: 
dalle 8,30 colazione, 9,45-13,30 seminario, Buffet, 15-19,30 seminario, 19,30-20,30 attività per il benessere, 21 cena, 21,45 Lisistrata - spettacolo teatrale della Compagnia teatrale Stregatti
• Domenica 8 settembre: 
dalle 8,30 colazione, inizio seminario 9,45 fino a 13,30
14 Buffet e saluti, con mercatino liberato (ciascuna porterà da casa gli oggetti che desidera barattare -  libri, vestiti, accessori vari).

Info, dettagli e uff. stampa: 


lunedì 26 agosto 2013

La Siria specchio del mondo e di una politica universale: il vero colpevole da avversare

Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano" (vedi sotto). Una tragedia su cui proponiamo qui una piccola riflessione.
L'immane pasticcio siriano non è che un tassello nell'immenso pasticciaccio mondiale, risultato attuale della guerresca politica maschile che infuria da sempre sul pianeta. Shimon Peres ha dichiarato che "gli stranieri non sono in grado di comprendere quello che succede in Siria", suggerendo che l'Onu deleghi alla Lega Araba il compito di occuparsi di un governo provvisorio siriano, previa rimozione delle armi chimiche (si, ma come?). Forse ha ragione, ma in questo torbido, incomprensibile orrore, una sola cosa risulta chiara: i protagonisti delle possibili decisioni, da qualunque lato li si guardi, fanno tutti paura. Mentre gli estromessi, da qualunque lato si guardi la cosa, sono sempre gli stessi, e i soli che potrebbero pervenire a soluzioni sensate: le persone pacifiche, i cittadini ovunque schiacciati, le donne, le famiglie, i bambini. I contendenti, con i loro colpevoli litigi o inazioni, li travolgono in massa, passando come un carrarmato su tutte le persone inermi, sugli animali, la terra, la vita selvatica.
Gli estromessi di oggi sono, soprattutto, i protagonisti della rivolta pacifica che a suo tempo ha destabilizzato Assad: lì era il momento di intervenire, e di farlo in tutt'altro modo.

Comprendiamo molto bene le parole di Eva Ziedan, nell'indignata "lettera ai pacifisti italiani" di oggi: da mesi leggo del vostro sostegno al “laico” Asad, contro gli estremisti religiosi (anche quando non erano ribelli armati). Ma non avete speso mai una parola per i pacifisti siriani – quelli sì veri pacifisti – arrestati, torturati, alcuni anche uccisi, per aver chiesto la libertà nel Paese, o per aver raccontato le violenze del regime.
Non è del tutto vero: la rete di parole ne ha spese... ma certo i giornali che possono muovere l'opinione se ne sono lavati le mani, perché questi giornali appartengono agli stessi che ovunque comandano. E purtroppo fra chi comanda nessuno pensa a loro - alla gente che soffre, ai Siriani, a noi, a se stesso - all'umanità come a un organismo che ha bisogno di pace.
Tutti costoro pensano invece a come attivarsi per arraffare qualcosa nell'immenso saccheggio che è l'esercizio del potere. E anche per il futuro la loro lungimiranza guarda a un solo scenario: come diventare più potenti, come imporre se stessi ancora più forti e di più, dove e quanto arraffare di più e meglio. Chissenefrega se il mondo nel frattempo viene eroso alla velocità della luce? Si andrà su Marte - il pianeta perfetto per loro. Noi, che andremmo più volentieri su Venere, non contiamo di poterci arrivare. E così oggi eccoci di nuovo qua.
Déjà vu dell'Iraq di 10 anni fa (e della Libia di 2 anni fa, e della tragedia afghana: quante volte dovremo rivedere lo stesso film? Come al solito la solita politica - guerresca e machista - delle convenienze e delle alleanze ai fini più bassi non è stata capace di nessuna diplomazia per contenere la tragedia siriana, tutti hanno sguazzato nella melma di conflitti incrociati in cui la corruzione domina e i peggiori faccendieri si arricchiscono e finanziano sempre, a qualunque livello, la stessa politica, in un diabolico circolo senza fine. Così la situazione è deflagrata al punto che oggi ci troviamo di fronte all'ennesimo rebus impossibile, la cui soluzione è sempre: guerra; guerra, guerra. L'industria che non va mai in crisi, il business perfetto. Con il rischio di infiammare il mondo intero. 
Sul fronte del regime di Assad - impresentabile e sanguinario - si schierano dittature altrettanto spaventose: l'Iran (che minaccia forti reazioni), la Russia e la Cina. Ma non possono certo rassicurare nemmeno quelli che sono contro Assad: a partire dalla Lega Araba (con Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi), né le ragioni degli interventismi: a partire dalla Turchia, con Francia e Gran Bretagna. O degli Stati Uniti, che pur tergiversano, con Italia e Germania.  
Dopo la notizia diffusa il 21 agosto dalla controversa Coalizione nazionale siriana (Cns), di circa 1.300 morti causati da un presunto raid dell'esercito con gas nervino la temperatura è andata alle stelle. Il regime nega, Amnesty international e Medici senza frontiere stanno cercando di verificarla, ma le potenze interventiste sono convinte che sia vera: avremmo dunque raggiunto «la linea rossa dell'impiego di armi chimiche» oltre la quale gli Usa hanno dichiarato un intervento non più rimandabile. 
E lo spettro di un Iraq/Afghanistan al cubo si avvicina sempre più. In un solo anno, dal 2003 al 2004, l'operazione Iraqi Freedom ha sterminato circa 150.000 iracheni, 4.500 militari Usa e centinaia di altre vittime provenienti dai pù diversi paesi.
Ma, soprattutto, tutto ciò non è valso a risolvere la situazione: l'Iraq (come l'Afghanistan) è oggi un campo di battaglia che gronda ancora sangue e pieno di insidie. Cosa garantisce che in Siria non accada anche di peggio?
Il presidente della Coalizione Nazionale Siriana è un ultrareligioso antisemita e amico di fondamentalisti. L'opposizione al sanguinoso regime di Assad è impestata di figure sordide, anch'esse impegnate solo a versare altro sangue, a ribaltare il dittatore per instaurare un'altra dittatura, se possibile anche peggiore perché religiosa e volta alla guerra totale con l'Occidente. Alla fine, una versione peggiorata di quanto sta accadendo anche in Egitto.
In tutto ciò, oltre alla corruzione e ai fiumi di denaro mossi dall'industria della guerra, i soli fenomeni che lievitano paurosamente sono il fondamentalismo, la miseria, le ondate di profughi.
E la mattanza reciproca, scatenata gli uni contro gli altri da sciiti e sunniti, ma uniti contro ebrei, cristiani, drusi, curdi. 
La nostra ministra degli Esteri, Emma Bonino, invita a "pensare mille volte" alla gravità delle possibili conseguenze di un intervento. E suggerisce che si potrebbe tentare una campagna internazionale per l'esilio del presidente siriano Bashar al Assad o il suo deferimento alla Corte penale internazionale. Si, pensiamoci mille e mille volte, ma soprattutto ripensiamo la politica.
Non c'è più tempo, il mondo è alla frutta. Salga dal basso una nuova coscienza, una coalizione di pace che tolga il mazzo alla coalizione internazionale del machismo guerresco e distruttivo.

Sit in per la Siria
Per giovedì 29 agosto è indetta a Roma una mobilitazione "in sostegno del popolo siriano", appuntamento  alle 18.00 in Piazza Santi Apostoli. L'invito è a portare tutti un lenzuolo bianco con cui coprirsi e a stendersi a terra uno di fianco all'altro, con un cartello bianco con questi due versi: io amo la vita /sulla terra tra i pini e gli alberi di fico/ ma non posso arrivarci così (Mahmud Darwish, Martire).
L'intento dichiarato dagli organizzatori è sollevare l'attenzione sul dramma della Siria e sull'immobilismo internazionale. Ecco: un'ottima iniziativa, che dovrebbe avere la massima partecipazione. Ma forse la scelta di  altri versi sarebbe stata migliore. 
Mahmud Darwish è un grande poeta ma scegliere proprio le 2 righe pronunciate, in una sua poesia, da un martire a giustificazione del proprio martirio.. bè, data la situazione appare un po' equivoco.  
I versi - tratti dalla poesia Stato d'assedio - nel loro contesto più ampio sarebbero:
Il martire mi spiega: non ho cercato al di là della spianata
le vergini dell’immortalità, perché amo la vita
sulla terra, fra i pini e gli alberi di fico,
ma era inaccessibile, così ho preso la mira
con l’ultima cosa che mi appartiene: il sangue
nel corpo dell’azzurro.

Perciò chiediamo: non sarebbe stato meglio evocare la pace, invece che la (santa) guerra?
Obbligatorio, se considerariamo quello che sta succedendo in Siria, ove fazioni fondamentaliste hanno messo a tacere i rivoltosi pacifici, imponendosi come leadership dei resistenti.  
Ma soprattutto se capiamo che cercare ragioni per scegliere fra diverse fazioni della guerra è il terreno stesso su cui tutto questo si riproduce.

Claudia, all'evento su fb ha mandato questa osservazione:
E perciò...