giovedì 1 agosto 2013

Sulle pensioni d'oro parlamentari scrivono a Letta: la Costituzione deve valere sempre e per tutti

Al Presidente del Consiglio dei Ministri On.le Enrico Letta
e p.c. Al Ministro del Lavoro e Politiche Sociali Prof. Enrico Giovannini

Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, 
in questi giorni ho appreso, a mezzo stampa, la sentenza della Consulta che restituisce i soldi ai pensionati d'oro, giudicando il provvedimento anticostituzionale ai sensi degli art. 3 e 53 della Costituzione, perché viola i principi di uguaglianza e quelli in materia tributaria.
Una sentenza in quanto tale va accettata, ma lascia perplessi il fatto che non sia stato utilizzato lo stesso criterio nel momento in cui è stato valutato il provvedimento che bloccava la rivalutazione per i pensionati sopra i 1200 euro per ben 2 anni. 
Onorevole Presidente, mi consenta di dirLe, a questo punto, che gli stessi principi costituzionali nel nostro Paese non valgono per i poveri, così come non è stata giudicata incostituzionale la riforma Fornero che ha lasciato a piedi centinaia di migliaia di lavoratori che avevano sottoscritto un "contratto" con lo Stato che unilateralmente  è venuto meno  ai patti.
In qualità di Parlamentare, e quindi di rappresentante dei cittadini, Le scrivo queste poche righe per chiedere a Lei, e di conseguenza al Governo, di dare risposte subito, affinché il nostro Paese non lasci indietro le persone  più bisognose, quelle  persone verso le quali vengono oggi consumate ingiustizie e che spesso sono anche quelle più indifese, come anche di rivedere il provvedimento del blocco della rivalutazione delle pensioni sopra i 1200 euro e di risolvere da subito la questione degli esodati. 
Io continuo a pensare che le risorse ci sono: vanno trovate nel blocco degli acquisti degli F 35, nella riduzione  delle missioni militari, nella tassazione delle transazioni finanziarie e mobiliari e nell'aumento della aliquota Iva per l' acquisto di diamanti oggi è  fissata al 21%.
Nella speranza che i punti contenuti in questa missiva vengano presi in considerazione e riveduti quanto prima e ringraziandoLa per il tempo dedicatomi, l'occasione è opportuna per porgere i miei più cordiali saluti e auguri di buon lavoro.
Roma, 30 luglio 2013 Maria Spilabotte. Si uniscono (in ordine di adesione) le/i parlamentari: Laura  Puppato • Emilio Floris • Francesco Giacobbe • Dario Stefano • Francesco Scalia • Francesco Molinari • Luciano Pizzetti • Vito Claudio Crimi • Enrico Buemi • Anna Cinzia Bonfrisco

Task Force contro la violenza da un lato, via libera a stalker e corruttori dall'altro

C'è qualcosa che non ci torna. Il 22 luglio la Viceministra Maria Cecilia Guerra ha ri/convocato la Task Force interministeriale contro la violenza verso le donne, già istituita dalla Ministra Josefa Idem: e  il Dipartimento per le Pari Opportunità  informava che vi hanno partecipato tutti i capi di gabinetto o i loro rappresentanti dei vari ministeri coinvolti: istruzione, lavoro, giustizia, salute, economia, integrazione, esteri, difesa nonché il Consigliere per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio del ministero dell'interno. E che tutte le amministrazioni hanno condiviso  la necessità di un'azione coordinata tra le varie istituzioni, ognuna per le proprie competenze, per prevenire, oltre che contrastare, il dilagante  fenomeno della violenza alle donne.

Pochi giorni dopo, però, nell'indifferenza generale, tutta la maggioranza in Commissione Giustizia al Senato ha accolto un emendamento al decreto «Svuota carceri» che abolisce la custidia cautelare per il reato di stalking. Complimenti! 
Ripetiamo: c'è qualcosa che non ci torna. Ma poi rischia di tornare, con il sospetto di qualcosa di ancora più aberrante: e cioè che tale emendamento sia stato posto per salvare (soprattutto), i corruttori: è infatti un colpo di spugna che elimina il carcere per i reati di finanziamento illecito ai partiti, di falsa testimonianza ai pm e di favoreggiamento e contraffazione.

E come si raggiunge lo spettacolare risultato? stabilendo che la custodia cautelare e i domiciliari possano scattare solo per i reati per cui è prevista una pena di 5 anni. Non più di 4, dunque: e 4 anni è proprio il massimo di pena previsto per gli stalker e corruttori, appunto. E la corruzione è l'humus della politica-solo-al-maschile che da sempre ci ammorba, che ci fa schifo e di cui siamo stufe marce. E troviamo molto simbolico, che questo emendamento mandi a spasso a braccetto gli stalker con i corruttori: perché anche la corruzione è stalking. Stalking violento contro la comunità.
E non deve bastarci che ora, con l'approvazione di tutti i partiti, per ridurre la cagnara si parli di rimediare sul reato di stalking: questo emendamento è inaccettabile in toto, là dove dà il via libera a tutti questi odiosi reati, già fin troppo tollerati. I reati che già ci hanno portato alla povertà e alla disperazione sociale.

mercoledì 31 luglio 2013

Giudici costituzionali: 15 membri, 1 sola donna. Il che appare come un rapporto incostituzionale.

Chi sono i Giudici della Corte Costituzionale attualmente in carica? 
Ecco l'elenco: prof. Franco Gallo • prof. Gaetano Silvestri, eletto nel 2005 : prof. Luigi Mazzella, eletto nel 2005 • prof. Sabino Cassese.  prof. Giuseppe Tesauro • Nominato nel 2005 • dott. Paolo Maria Napolitano. Nominato nel 2006; avv. Giuseppe Frigo. Nominato nel 2008 • dott. Alessandro Criscuolo. Nominato nel 2008 • prof. Paolo Grossi. Nominato nel 2009 • dott. Giorgio Lattanzi. Nominato nel 2010 • dott. Aldo Carosi. Nominato nel 2011 • prof. Marta Cartabia. Nominata nel 2011 • prof. Sergio Mattarella. Nominato nel 2011 • Mario Rosario Morelli. Nominato nel 2011 • dott. Giancarlo Coraggio. Nominato nel 2013.
Notate anche voi quello che notiamo noi? il genere femminile vi è rappresentato per meno delll'8%:
• in aperto contrasto con il dettato costituzionale stesso,
• e in stridente violazione dell'impegno assunto dalla Repubblica, proprio in sede costituzionale, a promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini.
E la cosa interessante è che, riguardo all'elenco dei giudici costituzionali precedenti (le cui cariche sono ora cessate), la percentuale scendeva addirittura al 3% e rotti (28 giudici maschi contro 1 sola giudice donna). Ed ecco una domanda che viene in mente solo alle donne: come è possibile che simili consessi maschili possano, nel loro ambito, promuovere la parità di genere? Non è continuando a nominare sempre e solo figure maschili che si potrà uscire da questo grottesco squilibrio. 
Ci auguriamo dunque che il Presidente vorrà tenere conto dell'educato "appello" dell'Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, che trovate di seguito: ma non per comprensiva gentilezza, quanto perché operare in questa direzione rientra in un preciso dovere costituzionale, ad oggi ancora disatteso.

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano


Illustre Presidente,
nel prossimo mese di settembre dovrà essere nominato un nuovo Giudice Costituzionale per la scadenza naturale di un mandato.
Poiché attualmente la Corte Costituzionale vede la presenza di una sola Giudice, sottoponiamo alla Sua attenzione l’opportunità di nominare un’altra donna per rivestire tale ruolo.

Le rivolgiamo questo caldo invito poiché riteniamo non giustificabile l’attuale esigua presenza femminile, anche in considerazione della possibilità di individuare agevolmente tra le donne competenze adeguate.

Come Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria - ricorderà che abbiamo avuto l’onore di essere state da Lei ricevute nell’aprile 2012 - da anni stiamo sostenendo a tutti i livelli e nelle varie circostanze la necessità di incrementare le presenze femminili nei luoghi della rappresentanza politica e istituzionale del nostro Paese. 

L’intento delle 55 Associazioni che hanno sottoscritto l’Accordo è quello di colmare il divario - ormai insostenibile e ingiustificabile - tra le competenze delle donne italiane e la loro presenza sulla scena pubblica.
         
Contiamo dunque sulla Sua sensibilità e sui richiami da Lei più volte esplicitati circa la necessità di dare valore alle donne italiane anche allo scopo di sostanziare la nostra democrazia e rinvigorirne la presenza a tutti i livelli pubblici.

Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, 31 luglio 2013

Primo incontro di sorellanza: la vita di noi donne da difendere, la vita da reinventare

Dal 1 al 4 agosto, in Toscana, invito a un "primo incontro di sorellanza": quattro giorni di condivisione fra donne di diverse provenienze, origini ed età, per dialogare, conoscersi e vivere la sorellanza.
Un'occasione per interrogarsi fra donne sulla vita che vogliamo migliorare, per ragionare su come intessere relazioni di solidarietà benefica fra donne. Su come difendersi dalle offese maschiliste, dal patriarcato e dalla sua violenza. Si incroceranno diverse esperienze, a partire da un filo teso, dall'Italia, all´Argentina e alla Spagna. 
Scrivono le organizzatrici: ogni giorno svolgeremo insieme un dialogo su un tema, mentre nel resto della giornata potremo scegliere fra momenti di lettura, incontri con autrici, film, passeggiate. Ci accoglierà la splendida Casa al Dono nel bosco di Vallombrosa (nei pressi di Firenze), luogo ideale per liberare insieme l'immaginazione di un presente e un futuro da reinventare.

Appuntamenti in programma
1 agosto 
dalle h. 17.00: Arrivi e aperitivo di benvenute

2 agosto
h. 17.00: Genere primo. 
Dialogo con Sara Morace, autrice con Dario Renzi de L’origine femminile dell’umanità, tra le principali ispiratrici della Corrente di pensiero Utopia socialista.
h. 21 Musica dal vivo con Daniela Nossa

3 agosto
h. 17.00: Sorellanza e libertà. 
Dialogo a più voci.
h. 21 Serata teatrale: "Volevo solo giocare", di e con Arianna D’Ambrini

4 agosto
h. 11.00: Affermare e difendere la vita, il nostro impegno contro la violenza patriarcale. 
Confronto fra esperienze.
h. 21 Festa di saluto nella corte della Casa.

Inoltre incontri con Círculos de Amigas Feministas di Buenos Aires “Comenzando a construir hermandad entre mujeres en la Argentina”; Ivana Trevisani autrice con Leila Ben Salah di "Ferite di parole, le donne arabe in rivoluzione"; Luciana Tufanidirettora della rivista Leggere Donna e altri.

Tante donne vi aspettano e fra loro le prime promotrici:
Coordinamento Dipende Da noi Donne  
Colectivo Feminista revolucionario y libertario (Barcelona)
Per contatti e partecipazioni:
chiamate "dipende da noi donne": +39 342 013 56 09 oppure scrivete a dipendedanoidonne@libero.it • oppure: Casa della Cultura di Utopia socialista: tel. +390558622714 • csutopia@tiscali.it  

martedì 30 luglio 2013

Se non con Marta, non certo con Stefano Esposito

Una donna che denuncia va rispettata.
Due concetti belli netti e semplici:
1. le manganellate sarebbero giuste,
2. una donna che denuncia dice falsità.
E li esprime a caldo, senza la minima riflessione, un senatore del PD. Sarebbe questo il PD della gente che ha fatto la fila alle primarie, votando compatta il patto del mai-alleanze-con-Berlusconi, per ritrovarsi con il governo che ci ritroviamo? 
A quanto pare si, almeno finché la base non se lo riprenderà. 
• Premesso che va tutta la nostra solidarietà a chiunque sia minacciato di morte - e dunque anche ad Esposito, riguardo alle minacce che ha subito dopo questo fatto, e spiace anche per cose sgradevoli successe anche nei mesi scorsi - che però ci pare molto scorretto collegare a Marta.
• Premesso che non crediamo sia il caso di far ricadere la responsabilità di simili minacce contro un'attivista che manifestava per le sue convinzioni.
• Premesso che la denuncia di Marta non ci sembra affatto così inverosimile.
• Premesso tutto ciò, pensiamo dovere di tutte e di tutti respingere il victim blaming automatico che porta a dichiarazioni aprioristiche come quelle del senatore Esposito. Perciò, se non con Marta con chi dovremmo stare? certamente con lei, e adesso. Non certo con il senatore Esposito.
E, se siete con Marta, vi ricordiamo che potete partecipare alla campagna promossa da questa pagina fb.


Riceviamo, e volentieri pubblichiamo:
Durante l'attacco ai manifestanti No Tav da parte delle forze dell'ordine avvenuto la notte del 19 luglio scorso presso il cantiere della Val Clarea, una giovane manifestante catturata dalla polizia ha denunciato pubblicamente non solo di essere stata manganellata dopo che il fermo era già avvenuto, ma anche palpeggiata nelle parti intime dagli uomini delle forze dell'ordine nonché fatta oggetto di sputi e di pesanti insulti.

Non abbiamo letto una sola riga di indignazione, né ascoltato una sola parola di condanna da parte delle varie personalità femminili radical chic, sempre pronte a riempirsi la bocca di espressioni sdegnate quando una donna diviene bersaglio della violenza maschile e delle logiche maschiliste [su questo cari amici di Marta spiace vedere che del vero impegno e delle lotte delle donne non sapete molto, e che la vostra fretta di giudicare non troppo si discosta da quella del sen. Esposito, ndr].

Ma forse Marta, giovane dotata di spirito critico e di coraggio nell'esprimere la propria opinione e il proprio dissenso nei confronti di scelte politiche scellerate, non merita la solidarietà di quelle donne che sono pur sempre complici di una classe politica non solo irreparabilmente ipocrita e machista , ma anche totalmente discreditata agli occhi di quella parte di opinione pubblica che ancora é in grado di utilizzare in modo libero il proprio pensiero.

Purtroppo è già emerso il negazionismo da parte dei sindacati di Polizia, e si preannunciano querele ai danni della vittima. Non c'erano testimoni e temiamo, come succede in paesi guidati da regimi dittatoriali, che la vittima dei soprusi paghi per il solo fatto di aver avuto il coraggio di denunciarli.

Non abbiamo dubbi che Marta abbia raccontato la verità, e non è la prima volta che alcuni reparti delle forze dell'ordine, come già successo nella caserma Diaz a Genova o il 6 dicembre 2005 a Venaus, si macchiano di comportamenti che andrebbero puniti a norma del codice penale. Per questo facciamo nostra la denuncia pubblica di Marta, alla quale va tutta la nostra solidarietà incondizionata.

Fonte: info.notav. A nome del comitato NO TAV Susa - Mompantero, delle donne del Movimento NO TAV e dei partecipanti alla fiaccolata di martedì 23 a Susa: Ilva Traversa, Fulvia Di Stefano, Doriana Tassotti, Elisabetta Lambert, Maria Grazia De Michele, Franca Fontana, Rosanna Vighetto, Gabriella Tittonel, Emanuela Favale Abbà, Nina Garberi, Elena Pozzallo, Ausilia Cinato, Nelly Cinato, Ivana Pelissero, Alice Carrà, Valter Di Cesare, Angelo Gorrino, Denis Fontana, Corrado Motta, Franco Zaccagni, Mario Fontana.

lunedì 29 luglio 2013

L'affido condiviso, la Pas, e i continui disegni di legge contro le donne e contro il diritto di difendersi dei bambini: facciamo chiarezza

ARCHIVIO/DOCUMENTI Sul tema dell'affido condiviso, detto anche della "bigenitorialità", c'è molta confusione. E' una confusione voluta e indotta da molti, perché su questo terreno si giocano battaglie di importanza cruciale per le donne e per la stessa democrazia. E per affrontarle è necessario essere ben informate/i. Con questo post cerchiamo dunque di darvi un quadro di riepilogo utile a orientarsi.
La legge 54/2006
Nel 2006 è stata introdotta in Italia la cosiddetta “legge sull’affido condiviso” (54/2006) il cui scopo avrebbe dovuto essere garantire la “bigenitorialità”, cioè il sacrosanto diritto, per i figli di genitori separati, di crescere mantenendo un rapporto con entrambi i genitori. Ma quella legge tuttora in vigore presentava, fin dall’inizio, una profonda lacuna nel fatto che non vi era prevista alcuna modalità di azione o prevenzione nell’eventualità (non certo rarissima) che, nella famiglia interessata dalla separazione, fosse presente l’elemento dei maltrattamenti o di altri gravi abusi. In assenza di tali precauzioni, l’obbligo dell’affido condiviso, anziché migliorare la situazione, può acuire pre-esistenti condizioni di pericolo
Cosa che è stata drammaticamente dimostrata nei fatti, inclusi casi eclatanti in cui il genitore abusante, nell’esercizio dei suoi diritti di “bigenitorialità”, ha portato a termine sui figli atroci vendette di cui spesso il vero obiettivo è la madre, rea di volere la separazione.
Sarebbero dunque necessari interventi migliorativi capaci di disciplinare questi aspetti e di tutelare i soggetti più deboli. 
Eppure, paradossalmente, la legge è stata si messa in discussione più volte, ma i ripetuti tentativi di ritoccarla non andavano affatto nella direzione di garantire i componenti della famiglia da simili pericoli, e dall’eventuale coniuge violento.
Al contrario, come se la legge fosse solo il primo grimaldello con cui intaccare diritti da tempo acquisiti, sono stati messi in campo numerosi tentativi di revisione volti addirittura a stravolgere il principio base della bigenitorialità, direttamente ai danni della donna. E come? sbilanciando la cifra dalla “condivisione” a un riconoscimento sostanzialmente preminente nei confronti del padre.
Ciò ignorando platealmente non solo che questo sbilanciamento contraddice la Costituzione e il diritto di famiglia, ma anche che, per quanto i maltrattamenti possano essere perpetrati da entrambi i genitori, statisticamente le violenze e gli abusi sono in larga maggioranza operati dal coniuge maschio, in un disequilibrio di genere certamente favorito da retaggi culturali di dominio.

Il ddl 957 e la PAS
E un ritorno a questo “dominio” è appunto il senso più profondo delle modifiche che intendeva imporre il ddl 957, voluto da Pdl e Udc.
Questo decreto insisteva sulla potestà dei genitori reintroducendo appunto elementi di quella “patria potestà” che era stata cancellata nel 1975, con il diritto di famiglia che stabiliva la parità fra i coniugi.
E infatti, premesso che “il figlio è soggetto alla potestà dei genitori sino all’età maggiore o alla emancipazione” questo spudorato decreto avrebbe introdotto che nel momento i cui “sussiste un incombente pericolo di grave pregiudizio per il figlio, il padre può adottare i provvedimenti urgenti ed indifferibili (art. 316 e 322)”. 
Il padre, cioè un genitore per principio preminente rispetto all’altro.  
Ma non solo. Per maggior sicurezza, là dove tenta di dare al padre, in modo aprioristico, un potere che esclude la madre (e di fatto la assoggetta), il ddl 957 intende anche prevenire che tale potere possa venire scalfito dall’emergere di abusi e, appunto, da relative contestazioni. E così si brandisce, dandole status di strumento giuridico, una teoria senza alcun fondamento, la quale vuole che, se i figli rifiutano un genitore perché lo temono, la causa si debba al “condizionamento negativo” indotto dall’altro genitore (nella fattispecie si adombra sempre il concetto della “madre malevola” che riesce a penetrare l’inconscio dei figli portandoli a odiare il padre).  E’ la cosiddetta Pas (Parental Alienation Syndrome), o “sindrome di alienazione parentale” o di “alienazione genitoriale”, volta a esautorare ogni versione fornita da familiari abusati.

Co’è la Pas o presunta ‘sindrome di alienazione genitoriale’?
La cosiddetta Pas è una ipotetica “sindrome” messa a punto a uso e consumo dei negazionisti della violenza domestica. Un concetto che (strumentalizzando fenomeni di contrapposizione che notoriamente si creano fra coniugi in via di separazione), generalizza malamente, prestandosi a ogni distorsione volta a negare le problematiche di abusi violenti e/o pedofili. E come tale è giustamente additata come sindrome giustificativa, volta a negare l’incidenza delle violenze e degli episodi di pedofilia.
Né appare un caso che la Pas come strumento giuridico sia stato inventato da uno psichiatra su cui pesano appunto pesanti sospetti di pedofilia: Richard Gardner. Il quale non solo sosteneva apertamente che non vi fosse “nulla di particolarmente sbagliato nella pedofilia, incestuosa o meno”, ma alla sua morte, avvenuta per suicidio, è stato trovato positivo ai farmaci per la castrazione chimica che evidentemente si autoprescriveva. Informazioni più approfondite su Gardner QUI, e alla relativa fonte originale, articolo di Andrew Gumbel].
Ad ogni modo, la presunta Pas è stata negli ultimi decenni attentamente verificata sia in sede psichiatrica sia giuridica, venendo sconfessata in numerosi paesi in cui si era tentato di introdurla (dagli Usa, all’Europa).  Ad oggi non solo non è mai stata scientificamente provata, ma è ormai riconosciuta come “scienza spazzatura” dal contesto scientifico internazionale.
Qui alcune valutazioni: Società Italiana di PediatriaAndrea Mazzeo [vedi anche QUI], Maria Serenella Pignotti. Inoltre Jorge Corsi di ASAP [fonte secondo alcuni controversa ma che citiamo per completezza].

Perché la Pas è strumento utile a negare violenza e pedofilia?
Perché attenzione: ove si introduca la PAS, si mette il bavaglio ai figli che rifiutino un genitore. La loro testimonianza non è ammessa in quanto “non attendibile” (perché di certo frutto di “plagio” dell’altro genitore).
E si verifica così il paradosso per cui il genitore che, a causa di possibili abusi e violenze, è temuto dai figli, viene favorito, perché appunto la presenza di un rifiuto nei figli viene considerata frutto di una colpa del genitore che invece dai figli è accettato.
Come recita l’art. 9 del ddl 957: “il comprovato condizionamento della volontà del minore, in particolare se mirato al rifiuto dell’altro genitore attivando la sindrome di alienazione genitoriale, costituisce inadempienza grave, che può comportare l’esclusione dall’affidamento”. Ove il “comprovato” condizionamento viene provato sostanzialmente dalla presenza di resistenze nei figli, i quali non vengono ascoltati perché “inattendibili”. E il gatto si morde la coda senza soluzione di continuità.
La PAS è un formidabile strumento intimidatorio contro le donne, e possibile viatico per lasciapassari a violenti e pedofili. Come tale la PAS è l’obiettivo principe di chi vorrebbe tornare agli ordinamenti ottocenteschi e si oppone dunque al diritto di famiglia attuale, in quanto ritenuto “troppo matriarcale”. Sembra incredibile, vero?

Chi vuole la Pas in Italia, strumento utile a negare violenza e pedofilia?
Dato quanto sopra, non ci si spiega come mai in Italia si insista, contro ogni orientamento internazionale, e contro ogni logica e giustizia, a voler fare della PAS uno strumento giuridico: che sconfessa la maggior parte delle denunce e consente di estromettere i bambini dai ruoli di testimoni.
Eppure, sull’onda di tale obiettivo, sono stati presentati in successione ben 5 disegni di legge. Ma attenzione: non solo dalla destra più conservatrice – che pure ha fatto da apripista. Alle bordate della destra sono seguite a ruota quelle di esponenti di tutti i partiti (che evidentemente cullano in sé visioni trasversalmente patriarcali e ostili alle donne):
1. ddl 957 (Pdl e Udc), 
2. ddl 2800 (IDV), [in palese disaccordo, peraltro, con esponenti donne di IDV stesso]
3. ddl 3289 (UDC-SVP-AUT UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI) al Senato, 
4. ddl 5257 (PDL) alla Camera.
TUTTI questi progetti di legge presentano, sotto diverse facce, lo stesso, identico tentativo: quello di introdurre (tramite il cavallo di Troia dei giusti “diritti dei bambini” al rapporto con entrambi i genitori), l’arma impropria della Pas, che toglie ai bambini ogni voce.
TUTTI questi ddl pretendono che i genitori “armonicamente” interagiscano condividendo ogni dettaglio della vita di figlie e figli. Sempre? Si, anche quand’anche la separazione sia conseguenza di violenza domestica o altri abusi. Ed è questo che perpetua, e anzi può drammaticamente acuire, eventuali condizioni pre-esistenti di pericolo.
E a questi si aggiunga (ultimo nato) il Progetto di Legge n° 1403 presentato il 22 luglio 2013 dall’On. Bonafede e da altri parlamentari del Mov5stelle: il quale rischia di essere ulteriormente peggiorativo, rispetto ai precedenti, anche se ha l'accortezza di non citare espressamente la Pas.  
Nel frattempo, questo è ciò che accade in Italia: sempre più avvocati che difendono genitori abusanti ricorrono al pretestuoso strumento della “Pas”, al fine di vanificare le denunce di abusi nei loro confronti. E mentre la parte maltrattante viene rappresentata nella condizione di vittima, il coniuge maltrattato finisce sul banco degli accusati, come calunniatore e manipolatore dei figli (della cui testimonianza non si tiene più conto). E per tale soggetto-supposto-calunniatore cosa si chiede? che perda i diritti di genitorialità – quelli che si voleva “garantire equamente” a entrambi i genitori. 
Non stupiamoci dunque se nel nostro paese violenza e femminicidio raggiungono ormai dimensioni da emergenza nazionale.  

Che fare
E' necessario fare chiarezza, in primis fra coloro che, confusi da argomentazioni ingannevoli, cadono in buona fede in convinzioni controproducenti. Magari in seguito a cattive esperienze fatte con donne che di fatto cercano di abusare, a fini personali, dei loro diritti di ex-coniugi o di madri: noi tutte e tutti conosciamo situazioni del genere, e noi donne per prime siamo ben consce che non è certo l'essere "donna" che può garantire, in sè, comportamenti equi. Ma non si possono prendere simili casi a statistica per demonizzare le donne al fine di distorcere la legge in senso antiparitario. Sono ben più numerosi i padri che NON si interessano dei figli mai, e che per un'intera vita non contribuiscono al sostentamento nemmeno con un euro. : che facciamo, allora togliamo diritti a tutti i padri che si comportano bene?
Gli strumenti legali che già ci sono vanno utilizzati meglio, e migliorati in ben altro senso.
E tantomeno, il fatto che esistano donne che si fanno scudo di giuste battaglie per penalizzare uomini che non lo meritano può essere la scusa con cui negare la grave difficoltà che le donne e i bambini già vivono rispetto alla violenza e abbandonarli ad essa ancora più di quanto già non avviene.
Dobbiamo chiarire che, se davvero vogliamo arginare la violenza domestica con tutte le sue tragiche conseguenze:
1. simili disegni di legge di modifica dell’affido condiviso, che adombrando miglioramenti tentino di introdurre la PAS, vanno decisamente contrastati, 
2. le denunce di violenza e/o pedofilia NON sono da vanificare, rubricandole a escamotage scorretti per ottenere migliori condizioni di separazione;
3. nessuna madre considera la vicinanza di un padre responsabile e attento un ostacolo da evitare, bensì una risorsa preziosa;
4. la bigenitorialità va dunque salvaguadata nella sua vera essenza, e non in termini strumentali contro le donne;
5. qualunque proposta seria di bigenitorialità deve esplicitamente prevedere ed affrontare l’eventualità di un partner abusante o che abbia già espresso minacce, rispetto al quale è prioritario prendere provvedimenti: a partire dalla revoca di ogni forma di affido condiviso.




domenica 28 luglio 2013

La prima a pagare Maria Luisa Pellizzari, la sola che tentò di resistere alle pressioni kazake

Maria Luisa Pellizzari è stata rimossa dal ruolo di Direttrice dello SCO (servizio centrale operativo) della Direzione Anticrimine Centrale.
Caso Shalabayeva: "chi ha sbagliato deve pagare", diceva Letta il 13 luglio. L'ira del premier,  titolava Repubblica. La donna e la sua bambina sono ovviamente state consegnate, come ostaggi, a un paese in cui (come ci avverte la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo) si ricorre alla tortura: ostaggi e "metodi" con i quali le autorità kazake potranno ora premere per un ritorno-suicido del dissidente. 
La donna rischia concretamente, inoltre, una pesante condanna penale, e la bambina rischia ancora più concretamente un orfanotrofio kazako.  Sarebbe un'onta per l'Italia, commenta Repubblica. 
No, l'Italia si copre di onta già da sola. Sarebbe invece un'immane tragedia per una donna e una bimba innocenti. Ma per fortuna il nostro premier ha dichiarato che eserciterà moral suasion sul governo kazako (?). E che i responsabili non la passeranno liscia. 
E il nostro ministro dell'Interno? Come è noto, Alfano lavora da sempre per conto di un signore molto amico del dittatore kazako, e che di questa amicizia si vanta non da oggi. E che, soprattutto, ha in comune con lui stretti legami su lucrosi affari economici

Ma, naturalmente, tutto questo è ininfluente. E infatti, contro i responsabili della deportazione in Kazakistan, il nostro ministro dell'Interno promette "il pugno duro". Peccato che il responsabile principale sia proprio lui, e lui resta saldo al suo posto
• Nonostante la Costituzione dica chiaro che ogni ministro sia responsabile per ogni azione del suo dicastero. 
• Nonostante sia ormai dimostrato che prima del blitz l’ambasciatore kazako è stato per due giorni negli uffici del Viminale, dando addirittura disposizioni ai funzionari impegnati nelle ricerche del dissidente marito della donna. 
• Nonostante il ministero di Alfano abbia attuato una vera e propria «consegna su ordinazione» alle autorità kazake. 
E allora chi paga? Chi ha rimosso, per ora, il ministro non-responsabile che non-sapeva? Non è tanto chiaro, francamente. Abbiamo visto per ora che è stato obbligato alle dimissioni l'ex capo di gabinetto del Viminale, Giuseppe Procaccini, e che sono stati trasferiti il capo della segreteria del Dipartimento di Pubblica sicurezza, Alessandro Valeri); il questore de L'Aquila Giovanni Pinto… ma soprattutto la direttrice dello SCO.
Considerati i "cambi di mansione", a noi sembra che  la sostituzione più notevole sia proprio quella di Pellizzari: eppure non sembra lei la più "indiziabile". Visto che si, ha acconsentito a ordinare la seconda perquisizione nella villetta di Casal Palocco, ma ha anche messo a verbale di avere ricevuto ripetute pressioni.
Visto che - soprattutto - pare sia stata la sola a cercare di resistere alle pressioni kazake. 
Alla fine, insomma, l'impressione è che il non-ministro che non-sapeva abbia addirittura utilizzato lo scandalo, che avrebbe dovuto vedere le sue dimissioni, come volano per piazzare figure a lui più gradite - inclusa quella del prefetto Iurano. Ironia della "sorte", Iurano, che era stata declassata dalla ministra  Cancellieri, ora è stata promossa; mentre Pellizzari, che era stata voluta da Cancellieri, viene declassata.
Maria Luisa Pellizzari, già Direttrice del Servizio Polizia Stradale, era stata nominata direttrice dello SCO un anno fa - dopo che si fecero nuove nomine in seguito agli accertati maltrattamenti nella caserma Diaz. Ma ora un bello spintone e fuori dalla porta, al suo posto Raffaele Grassi. Lei (se abbiamo capito bene, resta a dirigere il "Servizio studi e addestramento della Scuola di Polizia". 
E noi donne abbiamo perso un'altra figura di riferimento capace di essere interlocutrice, e non muro di gomma o di pietra contro cui sbattere. 

Vi lasciamo di seguito un suo intervento riguardo al ruolo che possono (potrebbero) avere contro la violenza sulle donne strutture strategiche come quella di cui lei è oggi (purtroppo) ex-direttrice:
“Il Servizio Centrale Operativo è una struttura di polizia centrale altamente specializzata per il contrasto alla criminalità organizzata – non di matrice terroristica ed eversiva – e comune in tutte le sue manifestazioni più pericolose e in qualunque composizione etnica si esprima. Ha funzioni di impulso e coordinamento informativo e operativo delle Squadre Mobili delle Questure, e partecipa direttamente alle indagini delle Squadre Mobili nei casi di particolare complessità. Nel corso degli anni ha assunto sempre più importanza, anche nelle attività seguite dallo SCO (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato), il contrasto della violenza di genere, tematica nella quale la Polizia di Stato ha sempre avuto un’esposizione di primo piano, essendo stata la prima Forza di polizia a dotarsi, fin dai primi anni Sessanta, di una struttura dedicata, con il Corpo di Polizia Femminile. Nel corso degli anni, parallelamente alla riorganizzazione della Polizia di Stato, anche le strutture dedicate alla trattazione dei reati commessi in pregiudizio di donne e minori sono stati innovati. Infatti, nel 1996 sono stati istituiti, presso ogni Questura, gli Uffici Minori, incardinati nelle Divisioni Anticrimine e deputati allo svolgimento dell’attività di prevenzione. Nel 1998, invece, è stata costituita, presso ogni Squadra Mobile, una sezione ad hoc specializzata nelle indagini concernenti lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia e il turismo sessuale in danno di minori, competenza che, negli anni, è stata estesa ai reati commessi in ambito domestico e allo stalking. Gli operatori assegnati agli Uffici che si occupano di tale tematica ricevono una specifica formazione multidisciplinare che pone al centro dell’attenzione le vittime e le modalità più efficaci per prevenire la recrudescenza delle violenze. Ciò può essere ottenuto attraverso una corretta valutazione dei fattori di rischio e la conseguente valutazione del rischio di recidiva, che può arrivare alla commissione dell’omicidio, nei casi più gravi. Al riguardo, attesa l’estrema importanza della formazione in un settore così delicato, lo SCO, avvalendosi della collaborazione di docenti del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università di Napoli e di operatori dell’associazione Differenza Donna, che gestisce centri antiviolenza nella provincia di Roma, ha sperimentato, in numerosi corsi di formazione, il metodo S.A.R.A., acronimo che sta per Spousal Assault Risk Assessment, ovvero Valutazione del rischio di aggressione della partner. Il monitoraggio interforze degli omicidi consumati sul territorio nazionale, effettuato dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ha evidenziato, infatti, che la maggior parte di quelli commessi in pregiudizio di donne è maturato in un contesto familiare (in particolare, dal 2010 ad oggi, del totale degli omicidi con vittima di sesso femminile, circa il 70% è stato commesso in ambito familiare). L’Italia, possiamo dire, ha una legislazione avanzata in tal senso, pur non essendovi una fattispecie penalistica di violenza domestica. Da ultimo, la L. 23 aprile 2009, n. 38 ha introdotto il delitto di atti persecutori, colmando un vuoto giuridico che non consentiva agli operatori di polizia di intervenire in tutti quei casi ai limiti della rilevanza penale. L’esperienza di questi anni di applicazione della nuova norma ha confermato che anche lo stalking si concretizza nella maggior parte di casi tra partner ed ex-partner. Sotto il profilo delle misure di intervento, la legge ha dotato il Questore dello strumento, di tipo preventivo, denominato ammonimento, che offre una tutela anticipata alla vittima di stalking che non intende presentare una formale denuncia-querela. Dopo più di tre anni di applicazione l’ammonimento è risultato efficace nell’impedire che i comportamenti persecutori siano portati a ulteriori conseguenze. La sua funzione dissuasiva, determinata dal fatto che l’inosservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento comporta la procedibilità d’ufficio per atti persecutori, è dimostrata dal fatto che, allo scorso 26 novembre 2012, solo il 18% dei soggetti ammoniti è risultato recidivo, venendo successivamente denunciato o arrestato per atti persecutori”
Maria Luisa Pellizzari, 30-11-2012 (intervento al convegno "Femminicidio: Analisi, metodologia e intervento in ambito giudiziario. Per una strategia concreta di lavoro interdisciplinare").