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domenica 17 novembre 2013

Compagni in piazza, fascisti a letto: su sessismo e violenza nella sinistra

A Milano, il 9 novembre, si è tenuto un incontro indetto da 3 donne, Giulia, Marica e Silvia, che il 28 settembre 2013 hanno denunciato di essere state oggetto di un'aggressione sessista, fisica e verbale, da parte di alcuni esponenti del loro stesso movimento (quello dell'aurtonomia diffusa) - come loro stesse raccontano diffusamente qui. Spiegando fra l'altro: "abbiamo deciso di esporci pubblicamente per trasformare questo vergognoso episodio in un'occasione di riflessione condivisa, all'interno dei movimenti antagonisti, sui problemi di sessismo e fascismo nell'autonomia". 
E' stato un incontro davvero interessante, e anche l'occasione che ha consentito di raccogliere una testimonianza storica: è intervenuta infatti anche Lidia Menapace, illustre politica e nota ex-partigiana, che ha parlato senza peli sulla lingua dei portati di sessismo e violenza anche negli ambienti storici della sinistra, mettendo in luce episodi sconosciuti ai più della vita di figure del calibro di Togliatti, Nilde Iotti, Teresa Mattei. Ascoltiamola:


Insomma: la sinistra è tradizionalmente "al fianco delle donne" - e ideologicamente non può ammettere la sopraffazione maschilista, le mancanze di rispetto verso le donne, la violenza sessista...
Vero - vero anche che tra il dire e il fare ci sono i retaggi, che ci condizionano tutti/e nel profondo, tenaci soprattutto negli uomini. 

Ma una donna che era presente all'incontro, e che, sempre a Milano, frequenta i "movimenti antagonisti", fa notare come, là dove l'identificazione politica prevale su quella di genere, anche in molte donne l'azione di questi retaggi porti a forme di reticenze (e giustificazioni dei loro compagni), che fanno sentire sole le donne colpite. Traccia inoltre una riflessione guardando al futuro. Ecco il suo contributo:

Il silenzio
Ha lunghissima storia il silenzio delle donne sugli episodi di violenza. 
Sabato [9 novembre 2013, ndr] ho potuto nuovamente verificare che la parola di una donna che accusa un uomo di violenza, da sempre, nella nostra cultura patriarcale è bollata come menzogna, oppure, se violenza c'è stata, la donna è complice. (Era ubriaca, consenziente, provocatoria, etc etc).
Per me tacere equivale a cedere a questa logica, invece che combatterla. Questa giornata, con le sue contraddizioni, è un tassello nello scardinare questo dispositivo di controllo delle donne. 

La donna come vittima
C'è una grande differenza tra l'essere vittime e fare le vittime. E' necessario impedire alle donne di relegarsi o essere relegate nel ruolo di vittima. La testimonianza pubblica di un fatto violento rende giustizia a chi l'ha subito, ricordando che ciò che è successo non è un avvenimento normale o trascurabile in alcun modo. La presa di parola pubblica dovrebbe contenere in sè anche la decisione di sfidare i media sul loro terreno, invitandoli a tracciare i contorni della vicenda nel rispetto dell'integrità delle persone e non nella mistificazione dei ruoli vittima/carnefice.
Spesso una donna che reagisce con forza a una violenza viene stigmatizzata. Non si apprezza la sua forza, ma si sminuisce la violenza che ha subito. 

Dispositivi di esclusione
Il movimento esclude chi lo contesta? Sabato ho notato come le più critiche verso Giulia, Silvia e Marica fossero proprio le donne. Perché? Sembra inevitabile che la necessità di riconoscersi in un'identità collettiva, funzioni, per il nostro sesso, più sul piano della classe che del genere

Violenza e conflitto
Non sono la stessa cosa. Anzi, rimanere in conflitto nel rispetto dell'altro è antidoto alla violenza. Un comunicato provocatorio è conflittuale, non violento. Uno schiaffo invece è violento. Purtroppo sabato non c'è stato tempo di discutere della confusione che spesso si fa tra questi due termini. Ma è nel conflitto che si creano le condizioni di crescita, tramite l'affinamento delle proprie risorse tese a difendere le proprie posizioni. 
Questo a patto che non si scada nella violenza. Dopo quella fisica, la prima violenza è il non riconoscimento dell'altro come interlocutore. 
Questo comportamento ha delle analogie con il silent treatment, considerato, in psicologia, abuso psicologico grave.
Sabato, in ogni caso, nei fatti, le persone erano lì, al freddo, a parlare, al di là delle dichiarazioni.

Violenza o violenza sessista?
Secondo il mio punto di vista, la violenza non ha genere. Ciò non toglie che se mentre meno qualcuno lo insulto perchè ebreo, negro, comunista, gay o femmina, sto commettendo un atto di violenza e razzismo, violenza e sessismo.

Come andare avanti?
Essere escluse, attaccate e sminuite fa male, ancora di più dopo aver subito una violenza. Il senso di giustizia che ne nasce può essere dirompente. E' necessario però fare uno sforzo consapevole per esercitare una rabbia sana, direi pura. Questa occasione data a Milano, qualcuna l'ha riconosciuta, qualcuna no, quel che conta è che si continui a confrontarsi, affermando anche che una collera sana esiste, sono i nostri anticorpi all'ingiustizia, ma coltivando la capacità di creare dialogo anche là dove sembra impossibile.
Sara

martedì 14 maggio 2013

Se 89 anni vi sembran pochi.. Lidia Menapace racconta

Se 89 anni vi sembran pochi….
Incontro con una donna che ha fatto la Storia: Lidia Menapace racconta il secolo breve
Ecco il file audio dell'incontro con Lidia Menapace tenutosi sabato 11 maggio 2013 ore 18 Genova Palazzo Ducale, sala Munizioniere: scaricatelo al sito della Radio delle Donne.

lunedì 1 aprile 2013

Incompetenti e folli: ecco perchè le donne possono salvare l'Italia

Il 3 aprile 2013 la mia maestra di vita e di politica Lidia Menapace compie 89 anni, una età che ha fatto esclamare al mio figlio più piccolo, che la conosce e che nello stesso mese ne compirà 71 di meno: “Porco mondo, che numero”!
Un numero che quando indica una età mette soggezione, invita a riflettere sul senso dell'esistenza, e che in questa esistenza particolare incarna la fatica ma anche la forza di una donna straordinaria e discreta, che si è sempre espressa con la lievità della ironia dissacrante mantenendo nel tempo una rara disponibilità al dialogo e al confronto.
Se penso alla saggezza Lidia mi appare subito, ma non solo ora che è sulla soglia dei 90 anni: l'ho conosciuta saggia da ben prima, di una saggezza che ho ravvisato in lei oltre30 anni fa, fatta non di capelli bianchi e rughe che segnano il volto, ma di quella alchimia seducente che rende decine di donne, anche molto più giovani di lei, delle brain symbol (altro che sex symbol) delle guide, delle ispirazioni a migliorare per se stesse, per le altre (e altri), nel proprio operare nel mondo.
La mia agenda, e quella di molte mie amiche attiviste e colleghe femministe è piena di nomi di donne così, e credo che tutte ci possiamo ritenere molto fortunate a conoscerle, talvolta ad averle come amiche: si tratta di donne di grande valore, competenza, intelligenza, creatività, onestà, coraggio e generosità. Tutte donne sagge, famose in poche, la maggior parte di loro sconosciuta al circo mediatico, ciascuna con talenti dei quali non l'Italia, ma il mondo ha bisogno, e che ciascuna prova, dove e come può, a condividere. Il pantheon monosessuato nominato dal capo dello stato fotografa non tanto e solo la sua incapacità di vedere questa ricchezza, ma dice del declino pericoloso in cui siamo come paese. Dice che nessuna donna è abbastanza saggia per essere davvero degna di essere 'saggio': è un po' come quando si insiste sul linguaggio sessuato, affinchè sia il maschile che il femminile venga nominato nelle frasi, ma si sa che è il neutro (maschile) a rappresentare, ancora oggi, l'autorevolezza compiuta.
Allora, forse, è necessario cominciare a dire che non abbiamo bisogno di saggi, ma di donne incompetenti e folli.
Donne che non hanno le competenze utili a reggere questo sistema escludente  e iniquo, e che non vogliono competere ma condividere.
Donne che non sono conniventi con chi ha tenuto in piedi un sistema di potere fine a se stesso, che non si sono messe in competizione per avere più denaro o più visibilità televisiva, per accaparrarsi il più ricco e famoso, né per sostenere lo status quo.
Condivido lo sdegno e la nausea  espressa da molte per questa ennesima cancellazione del femminile, ma paradossalmente questa conferma mi pare sia stata un regalo: se tra i 'saggi' si fossero buttati lì due o tre nomi di donne, anche strepitose e di unanime consenso, sarebbe stato come dare una mano di pittura fresca su un muro umido e scrostato, la gratificazione momentanea per zittire le solite folli incompetenti femministe che così non avrebbero potuto lamentarsi più di tanto. Vedete? Le donne ci sono, avrebbero detto. Senza che nuilla cambiasse davvero.
Ci siamo, sì. Tante e in rete. Si lavora molto, dentro e fuori i luoghi dove si decide, perchè cambi linguaggio, punto di vista, struttura di questa società ammalata. 
Insieme agli uomini che pensano che la saggezza non sia dei saggi, ma di chi osa divergere sguardo e pratica quotidiana, per ridare senso, finalmente e di nuovo, alla politica. 
Monica Lanfranco, per Il Fatto quotidiano