domenica 9 ottobre 2016

#Nonunadimeno: dall'assemblea nazionale delle donne dell'8 ottobre

Grandissima partecipazione all'assemblea di ieri a Roma: circa 500 donne di tutte le età, tra cui moltissime giovani, provenienti da tutta Italia (e non solo; è intervenuta ad esempio anche una rappresentante delle donne curde). E' stato un confronto intenso e molto partecipato, con interventi durante l'intera giornata. In questo video le prime conclusioni, che saranno poi riassunte in un documento che sarà pubblicato sul sito di #Nonunadimeno.





Solo il primo passo del percorso verso la manifestazione nazionale di sabato 26 novembre 2016, che sarà seguita da una nuova riunione nazionale il 27 novembre, in un coordinamento di confronto e per azioni future. 

La marcia della Pace, il business della guerra

Oggi è il giorno della marcia della Pace; intanto il business delle armi in Italia vola, e nessuna risposta viene data sulle vendite italiane di armi ai paesi in guerra, Arabia Saudita in testa. Paese alquanto poco rispettoso dei diritti umani, di quelli delle donne e della Pace, al quale la nostra Ministra Pinotti ha appena fatto visita. E perché? il sito del Ministero (sempre chiamando la ministra rigorosamente al maschile, il ministro Pinotti) ci informa che questa visita ufficiale a Riad, per una serie di incontri ai massimi livelli, conferma che l’Italia guarda con grande interesse al ruolo dell'Arabia Saudita, per la stabilità della regione, e al rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due paesi. [aiuto, ndr]


E così la nostra ministra si è confrontata con il re sulla situazione internazionale e regionale e sui rischi legati al terrorismo e all'estremismo e, nel rammentare gli ottimi rapporti tra Italia e Arabia Saudita ha discusso le possibili aree di collaborazione con il nostro paese. Durante il colloquio è emersa l’esigenza comune di assicurare la stabilità alle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa allo scopo di garantire alle popolazioni di queste regioni pace e sicurezza[aiuto, ndr]
Traduzione, sostenuta da ottimi argomenti, di Unimondo: la ministra è andata in Arabia Saudita per nuovi contratti militari.
Ma c'è di peggio: sempre il ministero ci informa che durante il meeting si è parlato dello sviluppo della cooperazione bilaterale con un focus particolare sui settori della formazione e  dell’addestramento militare; toccando, inoltre, l'analisi politico strategica e gli sviluppi della situazione nella regione, i rischi di instabilità e terrorismo.
Per confondere un po' le acque, poi, la nostra ministra ha incontrato alcune donne (esponenti del Consiglio della Shoura e della società civile saudita) con le quali ha avuto scambi di opinioni sullo stato e sulle prospettive della condizione delle donne nel Paese. 
scambi di opinioni ???  molto efficace, davvero. Non vorrai mica parlare di queste quisquilie con il re, vero; fatevi un the fra signore.


La pace è in marcia, la guerra pure; marcia militare a passo di corsa - qui un po' di dati e varie fonti per approfondire. Diritti delle donne al palo. 
Il tutto come si conviene; con buona pace della presunta sensibilità per l'equilibrio di genere millantata da questo governo.

Eppure. Chissà se la ministra Pinotti è fiera di quanto sta facendo per il mondo, in seguito alle responsabilità che si è presa.

Su twitter vola anche l'hashtag #Pinottirisponda; una domanda l'avremmo anche noi: Ministra, di notte lei dorme





Perché ricordare Tina Merlin nell'anniversario della catastrofe del Vajont

Oggi, 9 ottobre 2016, nel 53° anniversario della tragedia del Vajont è utile ricordare come la giornalista Tina Merlin si batté strenuamente per prevenirla; ma non solo non fu ascoltata, fu addirittura processata per "allarmismo", nell'indifferenza complice della stampa. Lei, donna, ex-partigiana (eccola nella foto con altre 2 staffette), non era considerata attendibile dalle autorità e tantomeno dai colleghi maschi.



Ricordare oggi la battaglia (persa) di Tina Merlin è particolarmente importante perché, oggi, si torna a vaneggiare di Ponte sullo strettoIl senno di poi non può ridare vita alle vittime del Vajont, ma può prevenirne altre future: eppure si pretende di costruire un ponte assurdo, sullo stretto di Messina, senza tenere conto dell'urgenza di investire fondi, invece, nel sistema ferroviario esausto e obsoleto, e dunque pericoloso [vedi recente tragedia di Andria-Corato], per buttare cifre immense in un progetto che comporta ulteriori immensi rischi per la sicurezza. 
Nel 1953 la Merlin fu la sola a mettere in luce, con determinata ostinazione, la verità sulla costruzione della diga del Vajont, e a dare voce alle denunce degli abitanti della valle sui pericoli che correvano i paesi di Erto e Casso, che furono in effetti spazzati via quando la famigerata diga fu messa in funzione. Inascoltata da tutti, fu accusata del reato di diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico. Anche dopo il disastro fu isolata, mentre i colleghi maschi commentavano il fatto accusando la natura matrigna.
Poi scrisse un libro-inchiesta sulla vicenda, ma nessuno glielo pubblicò per altri 20 anni: "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont" trovò un editore solo nel 1983. 

Venendo ai giorni nostri, e al ponte sullo stretto, come scrive Mario Tozzi (ricercatore CNR-Igag) non si comprende il motivo per cui si continui a vagheggiare come un sogno un progetto che ha, invece, tutti i connotati per essere un incubo. Niente da fare: nessuno sa chiarire quanto si tratti di una grande opera inutile, diseducativa, tecnicamente e geologicamente altamente pericolosa
Un progetto meramente dimostrativo; quando la sola cosa da iniziare a dimostrare sarebbe un vero rispetto per il territorio ormai martoriato. Riguardo ai pericoli: ancora non esiste al mondo un ponte di lunghezza così spropositata; la campata di quello di Akashi a Kobe (attualmente il più lungo del mondo, con campate di 1.900 metri) non solo è più corta di un terzo, ma soprattutto non porta una ferrovia. Dunque nessuna prova sorregge l'ipotesi che la struttura potrà resistere a 166.000 tonnellate di carico sotto tensione ed esposto a vibrazioni continue; per giunta in un luogo a grave rischio sismico, la sede stessa del terremoto più devastante che si sia mai presentato in Italia (il terrificante terremoto di Messina del 1908). Ma, anche in assenza di sismi, un cantiere del genere sarebbe già un catastrofico terremoto lui stesso, che si abbatterebbe sul fragile equilibrio di un territorio ormai devastato e che richiede ben altra cura e attenzioni. 

martedì 4 ottobre 2016

Aborto: dalla Polonia all'Irlanda la lotta delle donne contro divieti e controlli è la lotta di noi tutte

E ora basta! Dall'Irlanda alla Polonia le donne scendono in piazza per dire stop a divieti e condanne penali per quelle che abortiscono, chiedendo riconoscimento della autodeterminazione. 

Ieri, lunedì 3 ottobre, le polacche, nella giornata che è stata chiamata blackmonday  - per il colore nero dei vestiti, a simboleggiare la collera e il lutto per le donne morte di aborto clandestino e di parto - hanno riempito le strade di Varsavia, Cracovia, Danzica e più di altre 20 città, contestando il progetto di legge promosso dalla maggioranza assoluta del partito conservatore Diritto e giustizia (Pis), capeggiato da Jaroslaw Kaczynski.

Progetto che intende limitare l'attuale legge sull'aborto, già molto restrittiva, rendendolo totalmente illegale e punendo con il carcere fino a 5 anni le donne che abortiscono; ma non solo: addirittura prevedendo il carcere per le donne incinte che vanno in bicicletta! Lo hanno chiamato #CzarnyProtest: la Protesta nera. Vestite di nero hanno manifestato e indetto anche uno sciopero, lasciando i figli a casa con nonni e  mariti, per far assaggiare il peso del lavoro delle donne, quello produttivo ma anche quello di cura, non pagato. Come le donne islandesi che nel 1975 paralizzarono il loro Paese con uno sciopero per battersi per i loro diritti.


Oggi le polacche possono abortire solo in caso di stupro, incesto, malformazioni del feto e pericolo per la salute; ma solo dopo la  verifica di un procuratore. La legge di Kaczynski, se sarà approvata, sarà liberticida al punto di imporre alle donne addirittura verifiche sugli aborti spontanei. Una vera e propria moderna inquisizione. Il partito di maggioranza polacco (Pis) ha risposto col pugno di ferro contro una richiesta di maggiore libertà delle donne ,perchè  il parlamento polacco aveva anche discusso e bocciato altre proposte di legge che andavano nella direzione di riconoscere l'autodeterminazione delle donne in tema di aborto.  Del resto la stima degli aborti clandestini a cui le donne polacche devono purtroppo ricorrere si aggirerebbe intorno ai 150mila contro i 1500 all'anno che vengono eseguiti nel rispetto dell'attuale legge. 

Le irlandesi hanno manifestato invece il 24 settembre scorso, scendendo in piazza a Dublino in 25mila (un numero significativo per una popolazione di 5milioni di abitanti) per chiedere l'abrogazione dell'8°emendamento della Costituzione che venne introdotto nel 1983 equiparando i diritti del feto a quelli della madre. Attualmente in Irlanda è possibile abortire solo in caso di imminente pericolo per la  madre ma la legislazione non tutela comunque la vita delle donne nemmeno in casi di gravidanze che ne mettano a rischio la vita. Nel 2012 Savita Halappanavar morì di setticemia dopo giorni di sofferenze in cui chiese ai medici di effettuare un'aborto per salvarle la vita. I medici intervennero solo quando il cuore del feto smise di battere. Fu troppo tardi. 
Le donne spagnole dovettero fare la loro resistenza. Io Decido fu la parola d'ordine del movimento di donne che si oppose ai tentativi del governo Rajoy di abrogare la legge sulla Ivg approvata dal governo Zapatero. La proposta presentata dal Alberto Ruiz Gallardon nel dicembre 2013 era restrittiva: se fosse stata approvata avrebbe permesso l'aborto medicalmente assistito solo in caso di stupro o per la salvaguardia della vita fisica o psichica della donna; ma il colpo di coda reazionario di Rajoy si arrestò sulle forti proteste delle spagnole.
In Italia sappiamo come va. La strategia di limitare l'autodeterminazione delle donne non è stata frontale e diretta ma attuata con lo svuotamento della legge 194 fatta ad arte con l'obiezione di coscienza. Oggi in alcune regioni italiane non è difficilissimo abortire a causa dei medici obiettori arrivati ad essere il 90% del personale medico. Mentre l'aborto torna ad essere clandestino, il Ministero della Salute continua a negare stime e denunce di disapplicazione della legge.
Dopo le donne irlandesi, polacche e spagnole, sta a noi riprenderci la forza e lo potremo fare a Roma, il 26 novembre prossimo alla manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne. Perché è violenza anche contrastare l'autodeterminazione in tema di procreazione e mettere a rischio la salute riproduttiva delle donne, violenza di Stato.
@nadiesdaa
pubblicato anche su Il porto delle nuvole

martedì 27 settembre 2016

Lesbiche contro l'utero in affitto: nessun regolamento sul corpo delle donne

Questo è un testo contro i regolamenti volti a introdurre la GPA [utero in affitto, ndr], invocati da più parti specialmente nella sinistra. Non è un testo proibizionista, ma è contrario ai contratti e agli scambi di denaro per comprare e vendere esseri umani.


Scambi ora illegali in Italia, perché il contratto non è valido (non per la proibizione della legge 40, è una questione di molto più lunga data). Questa presa di posizione è necessaria, in un momento in cui l'intero movimento gay lesbico e trans sembra militare sotto le bandiere del presunto "dono" dovuto alla grande generosità femminile, e avallare così il commercio di bambini. 

Lesbiche contro la GPA: Nessun regolamento sul corpo delle donne 
La maternità surrogata, detta gestazione per altri (GPA), praticata in alcuni paesi, è la messa a disposizione del corpo di una donna che genera bambini su commissione. 
Solitamente si impiantano nell’utero delle madri surrogate embrioni di ovociti prelevati da altre donne, al fine di recidere il legame genetico tra la gestante e chi nascerà. Chi organizza questa attività spera così di recidere anche il legame affettivo tra madre surrogata e neonato/a, come se il legame dipendesse dal codice genetico e non dalla gravidanza e dal parto. Si tratta di metodiche invasive e pericolose per la salute materna su cui si sorvola, così come si tace del fatto che di norma si impedisce l’allattamento al seno del/neonato/a per interrompere l’attaccamento. 
Lungi dall’essere un generoso gesto individuale questa pratica sociale è limitata ai pochi paesi che hanno introdotto la validità del contratto di surrogazione, proposto da imprese che si occupano di riproduzione umana in un sistema organizzato che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie, tutti mossi dal proprio interesse monetario. Nella maternità surrogata non ci sono né doni né donatrici, ma solo affari e attività lucrative promosse dal desiderio genitoriale di persone del primo mondo. 



Questo sistema ha bisogno di donne come mezzi di produzione, in modo che la gravidanza e il parto diventino un mestiere (nemmeno riconosciuto come tale, in nessun luogo) e i neonati dei prodotti con un valore di scambio. 


L’invasione del mercato in tutti gli ambiti della vita - sanità, istruzione, servizi una volta detti pubblici - con la globalizzazione rischia così di arrivare alla riproduzione umana
Diciamo no a prestazioni lavorative che invadono il nostro stesso corpo e mercificano un nuovo essere umano, che diventa il prodotto della gravidanza. 


Certe donne acconsentono a impegnarsi in tale contratto che aliena la loro salute, la loro vita e la loro persona (ad esempio attribuendo la decisione su eventuali aborti al medico che risponde ai committenti) sotto pressioni multiple: i rapporti di dominazione famigliari, sessisti, economici, geopolitici, e la sempreverde mistica della maternità - questa volta per altri - con la glorificazione dell’autosacrificio femminile, che rende felici i committenti - molto più spesso eterosessuali, in minore proporzione gay. 
Le madri surrogate infatti privilegiano il proprio rapporto con i committenti a quello con la loro creatura, rimanendo comunque prive di diritti rispetto alla frequentazione o all’informazione sul futuro dei figli che hanno affidato ad altri. 
Non è accettabile diventare madre per altri obbligate da un contratto né seguendo le norme di regolamenti che normalizzano questa pratica avendo come conseguenza ultima la creazione di una sottoclasse di fattrici, che non possono considerare propria la creatura il cui sviluppo nutrono, anche con l’influenza epigenetica. 



I neonati nati da contratto sono programmati per essere separati dalla madre alla nascita, non per cause di forza maggiore come quando la madre viene a mancare o decide di non riconoscerli causandone la messa in adozione, ma in modo predeterminato, togliendo loro la fonte ottimale di nutrimento e interrompendo la loro relazione privilegiata con la donna che li ha generati, fonte anche di rassicurazione. 
Le convenzioni internazionali come la Convenzione ONU sui diritti del bambino (Stoccolma 1989) e la Convenzione sull’adozione internazionale (l’Aja 1993) garantiscono la continuità della vita familiare, cioè il diritto dell’infante a stare con la donna che lo ha partorito (cioè la madre), cui si può derogare solo nelle adozioni. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla biomedicina (Oviedo 1997) rende inoltre indisponibili al profitto le parti prelevate del corpo umano, come ad esempio gli ovociti. 

Di conseguenza, in nome dell’autodeterminazione delle donne e dei diritti dei neonati, noi, firmatarie della dichiarazione: 
RIFIUTIAMO:
• la mercificazione delle capacità riproduttive delle donne;
• la mercificazione dei bambini;
CHIEDIAMO A TUTTI I PAESI:
di mantenere la norma di elementare buon senso per cui la madre legale è colei che ha partorito e non la firmataria di un contratto né l’origine dell’ovocita;
• di rispettare le convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambino di cui sono firmatari e di opporsi fermamente a tutte le forme di legalizzazione della maternità surrogata sul piano nazionale e internazionale, abolendo le (poche) leggi che l’hanno introdotta.

[Vi ricordiamo, in tema, anche la Carta per l'abolizione della maternità surrogata, che potete firmare qui; promossa dalle associazioni femministe francesi che trovate qui; ndr] 

Le prime 50 firme: Lorenza Accorsi (attivista e disegnatrice di architettura e arredamento); Claudia Barilla (La Porta); Edda Billi (lesbofemminista); Svetlana Blokhina (ingegnera); M. Pia Brancadori (docente di filosofia, Cagliari); Cinzia Bucchioni (bibliotecaria); Giovanna Camertoni (operatrice Centro antiviolenza); Paola Cavallin (autrice e attrice di Solo queer shows); Alessandra Cenni (scrittrice); Anna Chiodi (pediatra di famiglia, attivista Arcilesbica); Lucilla Ciambotti (fisioterapista); Antonia Ciavarella (bibliotecaria e attivista); Yvette Corincigh (attivista); Ana Cuenca (La Porta); Eleonora Dall’Ovo (insegnante e giornalista di Radio Popolare); Daniela Danna (ricercatrice in scienze sociali); Teresa de Lauretis (Distinguished Professor of the History of Consciousness, University of California, Santa Cruz www.teresadelauretis.com); Amalia dell’Aquila (naturopata e insegnante di danza ); Rosaria D’Emilio (insegnante); Sabrina Di Lenardo (educatrice); Silvia Dradi (responsabile Comunità di accoglienza minori); Gloria Fenzi (danzattrice); Flavia Franceschini (femminista e attivista lesbica); Raffaella Gallerati (femminista); Lucia Giansiracusa (attivista); Cristina Gramolini (insegnante e attivista); Jacqueline Julien (Bagdam Espace lesbien, Toulouse, Francia); La Carlina (Carla Benvenuti, lesbostar); Lucy Lanfranconi (impiegata); Rosa Maria Lettieri (imprenditrice); Satia Marchese Daelli (consulente direzionale responsabilità sociale d'impresa); Carmela Mendola (medico); Cristina Moretti (attivista); Alessandra Novelli (Prato); Rosanna Palla (manager artistica/pubblicitaria, attivista femminista); Mariagrazia Pecoraro (insegnante e artista); Daniela Pellegrini (60 anni di impegno politico nel movimento delle donne); Marcella Pirrone (avvocata); Chantal Podio (psicoterapeuta, responsabile progetto “Uomini non più violenti si diventa”); Francesca Polo (editrice e attivista di ArciLesbica); Valeria Santini, project & event manager e attivista di Azione Gay e Lesbica); Simonetta Spinelli (insegnante in pensione (militante lesbo-femminista); Annarita Silingardi (commerciante); Anna Maria Socci (redattrice giuridica); Mafalda Stasi (sociologa, Università di Coventry); Maria Elisabetta Vendemia (insegnante); Luisa Vicinelli (libera ricercatrice di studi delle donne); Stella Zaltieri Pirola (attivista); Anna Zani (bibliotecaria); e Tu? 
Sostengono l’iniziativaAurelio Mancuso (giornalista e blogger, presidente Equality Italia); Gianpaolo Silvestri (fondatore di Arcigay, ex senatore dei Verdi). Inoltre, fra alcune femministe di fama internazionale: Silvia Federici, attivista femminista e Emerita presso l’Hofsra University, New York; Ariel Salleh (scrittrice ed attivista femminista, Sydney University); Barbara Katz Rothman (autrice di studi sulla maternità, City University of New York); Silvia Federici (Italian American scholar, teacher, and activist from the radical autonomistfeminist Marxist tradition). 
Contatti stampaDaniela Danna, 3405398566 [autrice di Contract Children, Questioning Surrogacy (Ibidem, Stoccarda, 2015 - e di molti altri lavori: Amiche compagne amanti. Storia dell’amore tra donne (Mondadori 1994), Stato di Famiglia. Le donne maltrattate di fronte alle istituzioni (Ediesse 2009), curatrice di Crescere in famiglie omogenitoriali (FrancoAngeli 2009)].

mercoledì 21 settembre 2016

22 settembre: con le guardiane della Terra in piazza! denunciamo l'assenza di politiche ambientali per la salute

Proprio il 22 settembre 2016, la data scelta dal governo per celebrare il maldestro Fertility Day su cui già molto si è detto, eventi di controinformazione e di protesta Fertility Fake denunceranno come l'impianto del Piano Nazionale per la Fertilità trascuri platealmente i veri contenuti da considerare quando si parla di fertilità, a partire dalla salute e dalle condizioni ambientali, oltre che da quelle sociali.

La denuncia del #FertilityFake non si limita a contestare, ma pone sul piatto i contenuti ineludibili, quelli su cui, appunto, il Fertility Day invece glissava. Le Guardiane della Terra sono donne al lavoro sulla salute delle donne e della Terra, e su welfare, reddito, equità di genere: siamo le donne che ovunque combattono per la giustizia climatica; siamo le donne che chiedono un Piano di Emergenza Nazionale (e internazionale) per l'ambiente; siamo le donne che aderiscono alla Campagna Nazionale Guardiane della Terra - la salute delle donne è il futuro del pianeta, lanciata da oltre 50 realtà associative tra comitati territoriali, organizzazioni ecologiste, società scientifiche e istituti di ricerca; e saremo in piazza, il 22 settembre e nei prossimi mesi (cliccate QUI per tenerVi in contatto e organizzare) con lo slogan #siamoinattesa. Come dice Marica Di Pierri, presidente del CDCA (Centro di documentazione sui conflitti ambientali): siamo in attesa! Non ancora di figli, ma ancora in attesa di bonifiche, reddito, welfare, asili nido, lavoro, diritti.

Sia il Manifesto per la Salute delle Donne lanciato dalla Ministra Lorenzin nella 1° Giornata Nazionale per la Salute delle Donne (celebrata lo scorso 22 aprile), sia l'infelice idea del Fertility Day testimoniano l'assenza di ogni attenzione per la prevenzione primaria, tesa all'eliminazione alla fonte delle cause delle malattie. Per questo le guardiane della Terra, denunciando il vuoto, nelle politiche ministeriali a tutela della salute femminile e riproduttiva, di ogni cenno alle tematiche ambientali, contrappongono un altro manifesto per la salute delle donne, chiedendo al governo, e alle istituzioni preposte, di cambiare rotta.


E' un'emergenza rivelata da una miriade di dati; quali l'80% in più di tumori al collo dell'utero a Taranto rispetto alla media di riferimento; aumento della abortività spontanea correlata a inquinamento atmosferico, PM10 e ozono; perdita di 13 milioni di punti di quoziente intellettivo in Europa a causa dell'esposizione del feto a pesticidi; perdita, tra il 2004 e il 2013, di ben 10 anni di vita in salute per le donne italiane (e di 7 per gli uomini).


Patrizia Gentilini è oncologa membro del Comitato Scientifico di ISDE Italia (Associazione medici per l'ambiente): La contaminazione ambientale è ormai un'emergenza nazionale che compromette non solo la salute riproduttiva ma anche la salute complessiva della popolazione e delle future generazioni. Se non interveniamo tempestivamente sulle cause delle malattie (come cancro, patologie ormonali, abortività spontanea, infertilità, autismo, diabete, obesità etc), se non si migliora la qualità dell'aria, dell'acqua e del cibo, riducendo  l'esposizione a veleni come metalli pesanti, diossina, pcb, particolato ultrafine, si rischia di condannare all'inefficacia ogni politica di salute pubblica.

Laura Greco è Presidente di A Sud, associazione per la cooperazione e il riequilibrio fra il Nord e il Sud del mondo: Mentre da un lato cresce l'attenzione della popolazione e delle comunità locali - a partire da quelle impattate - riguardo ai determinanti ambientali della salute, le politiche governative vanno in tutt'altra direzione e bonifiche e tutela ambientale sono fanalino di coda nella lista delle priorità di governo.

Marzia Caccioppoli, è presidente dell'associazione Noi Genitori di Tutti, che riunisce i genitori che hanno perso i propri figli per tumori connessi alla contaminazioni ambientale: La Terra dei Fuochi ha dimostrato che la contaminazione ambientale provoca malattie gravi, infertilità e patologie tumorali che colpiscono sempre di più i bambini. In Campania, regione con la popolazione più giovane d'Italia, i tagli alla sanità sono enormi. Non solo manca la prevenzione primaria, che è fondamentale, ma anche le possibilità di curarsi. E la Campania è solo la punta dell'iceberg dell'emergenza ambientale diffusa in tutto il paese.




Le mobilitazioni di piazza del 22 settembre 2016 non sono che le prime azioni di una campagna che intende promuovere azioni di pressione istituzionale e di visibilità, portando avanti proposte concrete come la chiusura di fonti contaminanti, bonifiche di territori inquinati, istituzione di meccanismi di partecipazione popolare alle politiche ambientali, riforma del sistema di monitoraggi ambientali e sanitari, al fine di renderli davvero terzi e efficaci. E' una #FertilityIdea permanente: contenuti per riempire il vuoto del #FertilityDay.

giovedì 15 settembre 2016

Melito: cultura mafiosa e violenza di genere sono legate

Cultura mafiosa e violenza di genere sono fortemente legate [vedi anche "il gioco dello stupro e dell'omertà"]. Ci sono storie che si ripetono, lo spiega la deputata Celeste Costantino, nata a Melito per caso, e cresciuta a Reggio Calabria: "E siamo a tre! Questa vicenda si inscrive in una situazione particolare che è quella di un territorio fortemente compromesso con la ndrangheta ed è necessario che intervenga la commissione antimafia. C'è la violenza di genere, quella subita da una giovanissima ragazza in un contesto mafioso che ricorda la vicenda di Anna Maria Scarfò e di un'altra ragazza a Pimonte (Campania). Storie di violenze che si somigliano e si ripetono in contesti di ndrangheta e camorra e per questo andrebbe fatta una riflessione approfondita. Dobbiamo anche farci carico della dimensione del sequestro della propria libertà che vivono i cittadini di Melito e tutti quelli che vivono nei contesti di mafiosi, per renderli liberi"Anna Maria Scarfò come la ragazza di Pimonte e quella di Melito. A  13 anni  si innamora di un ragazzo che le promette amore ma la attira in una trappola facendola finire in una spirale di violenze di un gruppo di giovani legati alla ndrangheta. Va avanti tutto per tre anni ma quando Anna Maria capisce che i suoi aggressori stanno prendendo di mira la sorellina, rompe il silenzio e denuncia le violenze. Seguono insulti della comunità dove vive, l'ostracismo, le minacce ma lei non molla. Oggi vive sotto protezione insieme alla sorella che ha salvato, ed ha scritto Malanova insieme alla giornalista Cristina Zagaria.
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Celeste Costantino deputata Sel
Eppure sia a Melito che a Taurianova che a Pimonte è stato possibile che ragazze vittime di violenza svelassero le violenze e ricevessero aiuto nonostante le minacce e il contesto mafioso. I dati della violenza contro le donne comunque ci parlano di un fenomeno trasversale. In Italia, secondo l'Istat, le donne che prima dei sedici anni hanno subito violenza sessuale sono 2milioni 284mila e di queste, quasi 200mila hanno subito stupro e circa 650mila sono state costrette a toccare le parti intime dell'aggressore e 2milioni e 154mila hanno subito palpeggiamenti e altre molestie. Il problema è far emergere il problema; perché confrontando i dati delle ricerche Istat con le denunce si capisce che il fenomeno è ancora sommerso.
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Melito di Porto Salvo - Stazione
Dopo la denuncia di stupro della giovane di Melito, la Regione Calabria ha indetto per il 21 ottobre prossimo una  manifestazione nazionale contro la violenza sule donne; da parte del movimento delle donne c'è una  forte  adesione e si stanno organizzando pullmann da diverse regioni italiane. Matteo Renzi ad Uno Mattina ha definito finalmente la violenza maschile contro le donne un problema nazionale, un problema di tutti e non solo del mondo femminile: le donne di D.i.Re chiedono che quelle parole si trasformino in atti politici e amministrativi e che non cali più il sipario del silenzio sul fenomeno come accaduto troppe volte una volta spento il clamore dei media.
Oggi Maria Elena Boschi, ministra per le Riforme con delega per le Pari Opportunità, ha incontrato in prefettura, a Reggio Calabria, alcune associazioni legate all'Arcidiocesi che si occupano anche di violenza contro le donne. Ed è un peccato che all'incontro non siano state invitate le donne di altri centri antiviolenza calabresi tra cui quelle del centro anti-violenza Roberta Lanzino di Cosenza che ha intenzione di costituirsi parte civile nel processo contro gli uomini arrestati con l'accusa di violenza sessuale. Da mesi  le attiviste cosentine erano in contatto con le donne della Fidapa di Melito che avevano chiesto aiuto   per l'apertura di uno sportello antiviolenza [vedi anche la citazione che, a queste attiviste, fa  qui Titti Di Salvo nella lettera alla Ministra Boschi, ndr].


Antonella Veltri, presidente del Roberta Lanzino confida che dopo la manifestazione del 21 ottobre  seguano azioni efficaci " non basta l'eco mediatico,  abbiamo chiesto  al presidente della Regione Calabria di fare una mappatura dei centri antiviolenza in modo da rendere chiari i criteri di assegnazione dei  fondi della legge regionale 20 e quelli della legge 119 e di implementare i progetti di contrasto alla violenza di genere". 
Ben venga quindi la manifestazione del 21 ottobre, ma poi è importante che seguano interventi adeguati: contrasto alla criminalità organizzata,  cultura della legalità, mappatura e rafforzamento dei centri antiviolenza ma anche progetti contro la violenza di genere per contrastarla e capire che cos'è. Ieri l'arcivescovo di Reggio Calabria, monsignor Fiorini Morosini ha puntato il dito contro una concezione troppo edonistica della sessualità. Se si confonde la misoginia e lo stupro con una qualche attività ludica vuol dire che c'è molto da fare ancora. [Pubblicato anche su Il porto delle nuvole]
@nadiesdaa