venerdì 9 settembre 2016

#Fertilityday: Se non ora, quando? raccoglie firme per la revoca

Sono quasi 2000 le persone e associazioni (citiamo per tutte D.i.Re, Donne in Rete che coordina i centri antiviolenza, e Ass. Naz, Telefono Rosa) che sostengono la raccolta firme su change.org promossa dal movimento Se non ora, quando?, per chiedere al Governo la revoca della "Giornata per l'informazione e formazione sulla fertilità umana" indetta dalla ministra Beatrice Lorenzin per il 22 settembre, che ha sollevato tante proteste su forma e contenuti e dalla quale ha preso le distanze anche il premier Matteo Renzi, e il riesame del "Piano Nazionale per la Fertilità". L'obiettivo è raggiungere le 2500 firme. Ecco il testo completo:
"Chiediamo in via d'urgenza al Governo la revoca della "Giornata per l'informazione e formazione sulla fertilità umana" del 22 settembre e il riesame del "Piano Nazionale per la Fertilità", sulla base di un ampia discussione con la società civile, per valorizzare alcuni aspetti positivi sul piano sanitario ed eliminare tutti quelli ideologici legati al calo della natalità.
Le proteste suscitate dalla campagna per la fertilità promossa dal Ministero della Salute e approvata dal Consiglio dei Ministri in data 28 luglio scorso hanno coinvolto associazioni, comitati, media, reti informali della società civile evidenziando vizi di metodo e merito. Un tema fondamentale e delicato come quello della salute riproduttiva è trattato in modo inadeguato, allarmistico, offensivo della dignità della persona. L'infertilità è posta erroneamente come causa fondamentale della denatalità nel Paese, senza tener conto di altri preponderanti fattori socio - economici. L'approccio ideologico adottato impronta il piano in senso discriminatorio e non coerente con gli obiettivi dello Sviluppo Sostenibile proclamati dall'ONU che mirano a garantire non solo i diritti riproduttivi ma anche quelli sessuali e l'accesso pieno alla contraccezione e non pone al centro altri aspetti fondamentali come l'applicazione della legge 194, la rete dei consultori, l'accesso alla contraccezione e alla procreazione medicalmente assistita.
Il Piano Nazionale sulla fertilità, pur contenendo aspetti positivi sull'infertilità da valorizzare, non contiene linee guida per un efficace potenziamento dei servizi socio-sanitari a tutela dei diritti sessuali e riproduttivi. Svela inoltre una concezione del ruolo delle donne da cui traspare l'ideale materno come subordinato al benessere sociale e non come progetto di libertà personale e di amore. I diritti sessuali e riproduttivi e l'autodeterminazione sono principi fondamentali della persona, garantiti dal diritto internazionale e costituzionale. Per rispettare questi diritti occorrono politiche efficaci che rimuovano gli ostacoli al suo esercizio, non discorsi ideologici sui doveri riproduttivi delle donne. Per queste ragioni chiediamo al Governo di cogliere l'occasione per un confronto con le associazioni e la società civile volto a rivedere il Piano nazionale per la fertilità, adeguandolo in modo corretto, imparziale e non discriminatorio, ai vari aspetti d'interesse generale su salute sessuale e riproduttiva nonché alle necessarie politiche a sostegno della genitorialità". Se non ora quando?

mercoledì 7 settembre 2016

Sugli attacchi ad Agnese Landini, donna; insegnante, moglie (di un Presidente del Consiglio)

Attaccare in continuazione una persona con affermazioni infamanti per colpire qualcun altro accanto a lei è hate speech, ed è anche un atteggiamento trasversale mafioso; gli stessi attacchi rivolti a una donna in termini grondanti di sarcasmi antidonna sono pure misogini (come del resto è misogino passare ai raggi X il guardaroba o la cellulite di ogni donna che raggiunga una visibilità in politica). 



Non è chiaro cosa prevalga in questo caso, ma riportiamo l'intervento che segue, perché, approfondendo  le affermazioni ingiuste, e dando loro risposta, ristabilisce un equilibrio  e mette in chiaro qualcosa di importante. Scrive su Facebook Barbara Visicchio: Tutto avrei creduto nella mia vita, tranne che, io, insegnante, iscritta al M5S e desiderosa, come non mai, di vedere la fine politica di Matteo Renzi, mi sarei ritrovata a difendere la moglie del Presidente del Consiglio dalle accuse ingiuste e infamanti che le sono state rivolte, soprattutto negli ultimi giorni, ma più in generale negli ultimi anni. 

E la cosa di cui mi dispiace maggiormente è che le accuse vengono non solo da persone esterne al mondo della scuola, che ne ignorano le principali dinamiche, ma da colleghi che sanno perfettamente cosa stiamo vivendo in questi anni.

Stamattina, aprendo Facebook, ho visto, addirittura, che la pagina di Crozza Fan Page condivideva l’ennesimo post con Agnese Landini. Davvero non se ne può più.
Io sono la prima a non avere parole tenere per Renzi, ma me la prendo con lui, non con la moglie. I social network sono diventati sempre più il posto in cui si sputa veleno, senza verificare la fonte di quanto si afferma o si condivide.
Ricordo le critiche che sono state mosse ad Agnese Landini quando non ha partecipato agli scioperi contro la Buona Scuola.
Mi sarebbe piaciuto vedere ognuno di voi, moglie o marito di un politico del governo, scioperare in prima fila, davanti a Palazzo Chigi, al fianco di tutte le sigle sindacali. Magari sarà stata anche contro la Buona Scuola, ma glielo avrà detto a quattr’occhi al marito.
Quando Agnese Landini ha scelto di fare l’insegnante, (si è abilitata con la SSIS nel 2007), il marito non era neanche segretario del PD e ha avuto una carriera scolastica normalissima, facendo supplenze nelle scuole statali per almeno 8 anni, prima di passare di ruolo, quindi più di me che ne ho fatti solo 6, da abilitata.
A novembre 2015 è passata di ruolo, come tutti quelli che hanno fatto domanda per partecipare al piano straordinario di immissioni in ruolo, circa 90000 persone. Cosa avrebbe dovuto fare lei, rinunciare solo perché era la moglie del Presidente del Consiglio? Io, personalmente mi sento di apprezzare una donna, che, nonostante il ruolo che riveste, abbia deciso di continuare a lavorare in un mondo non facile, invece di fare la “First Lady” tutto il giorno.
È passata di ruolo trascorrendo più tempo sul Renzicottero che nella scuola, ha tuonato qualche altro saputello.
No. Ha lavorato su uno spezzone, invece che su una cattedra completa, come può fare chiunque abbia la possibilità di farlo. Avere un marito ricco non è una colpa.
È passata di ruolo, pur essendo stata bocciata al concorso del 2012.
La maggior parte delle persone che conosco, che, lavorando, ha partecipato a quel concorso, non lo ha vinto. Ed erano quasi tutte persone già abilitate e da anni nella scuola.
Gli altri insegnanti sbattuti a 800 km da casa e lei ha avuto Firenze!
Ma prima di fare affermazioni del genere siete andati a controllare il punteggio di mobilità della moglie di Renzi? Beh, io l’ho fatto: Agnese Landini ha 36 punti.
Io ho avuto Venezia, come da me richiesto, con 21 punti e un mio collega con 6 punti.
Mia cugina, in Puglia, che ha 36 punti e insegna nella stessa classe di concorso della moglie di Renzi (A051), ha avuto l’ambito territoriale in cui vive e non è parente di un politico.
Esclusi gli errori del tanto contestato algoritmo, quasi tutti gli insegnanti del Centro Italia e del Nord Italia hanno avuto l’ambito territoriale scelto.
I problemi si sono avuti nelle regioni del Sud, perché sono rientrate dal Nord persone che avevano punteggi più alti e hanno scavalcato coloro che avevano punteggi bassi, o perché in questi anni non hanno lavorato, o perché hanno lavorato nelle scuole private che non danno punteggio per la mobilità.
È stata chiamata con la chiamata diretta!
Cosa c’è di strano? Lo prevede la legge. Non ha avuto Firenze per effetto della chiamata diretta. La chiamata diretta è servita solo per stabilire in quale scuola di Firenze insegnerà per i prossimi 3 anni.
Anche se non si fosse candidata per nessuna scuola, avrebbe avuto d’ufficio una scuola dell’ambito di Firenze al quale appartiene, come ad esempio ho fatto io.
Mi fermo qui. Spero di essere riuscita a fare un po’ di chiarezza e, soprattutto, invito tutti a occuparci dei problemi seri che vive il mondo della scuola, non del posto di lavoro della moglie del Presidente del Consiglio. (Barbara Visicchio, insegnante)

domenica 4 settembre 2016

Ma noi siamo ancora Charlie Hebdo

Tutta la polemica sulle vignette sul terremoto non avremmo proprio voluto vederla; nemmeno le vignette, per la verità. Sono troppo tristi. La cosa da dire si poteva dire in un altro modo. Però tutta l'indignazione che, respingendo quel che di ripugnante hanno quelle vignette, rinnega il #JesuisCharlie che ci aveva riunito tutti (o quasi), è più ripugnante ancora. Quella dichiarazione, #JesuisCharlie, resta il simbolo del rifiuto senza se e senza ma della violenza, fino all'assassinio! di chi esprime critica o dissenso; punto e basta. Come si può rinnegarlo? Chi non si era unito, a suo tempo? solo i fascisti e gli islamisti che approvavano l'attentato. 
Dice bene, benissimo I hate Milano nel pezzo La satira spiegata a mia madre: "se una società ha la forza di sopravvivere al disgusto provocato dalla satira, allora è una società libera. Ed è per quello che, un anno e mezzo fa, si gridava Je Suis Charlie. Non certo perché eravamo tutti diventati fans di una rivista che esiste da decenni ed era pure in crisi di vendite".

Chi, ora, sbraca in gesti di scomposta indignazione tipo vien voglia anche a noi di sparargli!, coglie solo l'occasione per spandere in giro altra violenza, non dissimile da ogni altra disgustosa violenza; come quella di chi fa soldi con case fatte di sabbia, quella di chi si arroga il diritto di sgozzare gente; quella di chi soffia sul fuoco delle discordie come se la lite fosse un valore in sè.


Questa violenza (apparentemente) fine a sé stessa dovremmo tutti combattere; e invece quelli a cui fa comodo cavalcarla hanno un altro pretesto per farlo. Dall'altro lato, la superficialità di voler guardare solo all'aspetto odioso di quelle immagini (peraltro veritiere, ancorché odiose), ignorando del tutto il messaggio reale (è la mafia che gestisce gli appalti, il grave problema dell'Italia), produce (anche) tante mosche cocchiere che finiscono per unirsi al coro della violenza.
A mente fredda, sul serio, cosa evoca una vignetta in cui crolli e morti sono associati ai piatti più famosi della cucina italiana? Senza dubbio il "magnamagna all'italiana" (dunque mafioso) che-causa-morti-che-si-potevano-evitare.


Parrebbe un messaggio logico, ma ancora più logico è che la reazione emotiva di molti, specie sotto lo shock ancora recente, impedisca di vedere questo, ma solo l'oltraggio al dolore.   

Nella sua intervista a Pennac, Francesca De Benedetti chiede: La vignetta di Charlie Hebdo deride le vittime del terremoto o denuncia i responsabili della tragedia? 
Entrambe queste risposte, ad esempio, potrebbero andare: 1. La vignetta di Charlie Hebdo denuncia i responsabili della tragedia; e lo fa ferendo le vittime del terremoto. 2. La vignetta di Charlie Hebdo ferisce le vittime del terremoto, mentre denuncia i responsabili della tragedia; si, sono vere entrambe cose. 
Pennac risponde che neppure la satira dovrebbe calpestare una cosa importante come l'empatia; ma anche: "con la stessa chiarezza con cui dico che quel disegno non mi piace, sono pronto ad affermare senza mezzi termini: 'Io resto Charlie'. A ognuno le sue responsabilità morali: chi offende i morti ha le sue, e noi abbiamo le nostre. È nostro dovere ribadire ogni giorno che nulla autorizza l'uccisione di chi fa satira e che niente può giustificare un massacro come quello dei giornalisti e disegnatori di Charlie. Non possiamo esserne complici: ecco perché io - anche oggi - sono Charlie".
Scrive Alessio Fratticcioli, su Asiablog, che le vignette incriminate sul terremoto fanno umor nero, modalità di sarcasmo oltre ogni tabù sulla morte, che è sempre esistita; e che la vignetta, "come ogni altra unità di contenuto, è per sua natura un testo polisemico, si presta cioè a diverse letture: qualcuno vi legge una derisione alle vittime del terremoto: centinaia di morti insultati da un vignettista di Parigi. (...) altri, vi leggono tutt’altro: una denuncia politica contro i responsabili della tragedia, cioè contro coloro che hanno costruito edifici che si sono sbriciolati come se invece che di cemento armato fossero stati fatti con pasta all’uovo. Secondo questa lettura, la lasagna della vignetta sarebbe proprio quello: un edificio i cui piani o tramezzi sono crollati l’uno sull’altro come le sfoglie di una lasagna. (...) una cosa è certa: non è stato Charlie Hebdo a costruire gli edifici crollati sulla testa di centinaia di persone"


Tutto vero. Ai disegnatori che, dicendo cose giuste, tirano anche pugni nello stomaco che arrivano a destinazione come fuoco amico, come danni collaterali "inevitabili", compete valutare anche questo impatto secondario, e se ne assumono la responsabilità. D'altra parte, se la satira è libera di usare il proprio linguaggio, noi siamo liberi di decodificarlo e di criticarlo; e se magari in mezzo c'è anche un metamessaggio di merda (vedi ad esempio quello molto frequente di veicolare sessismo - come nella faccenda di Mannelli di cui abbiamo parlato qui), abbiamo il diritto di dirlo, a volte anche il dovere. 

Comunque, resta che forse dovremmo sempre chiederci cosa ci serve e dove vogliamo andare, quali sono i sentimenti e i contenuti che vogliamo nutrire, prima di partecipare alle miriadi di micro-risse che contribuiscono alla rissa collettiva, mondiale e globale che al momento domina ovunque. E prego notare che le vie dell'Inferno sono lastricate dalle buone intenzioni, anche quelle della satira; come quelle dei moralizzatori.




sabato 3 settembre 2016

Resistenza climatica; resistenza femminile

Vi segnaliamo il pezzo Resistenza climatica, su L’Internazionale oggi in edicola (oppure acquistabile online), sul tema cruciale del collegamento che intreccia indissolubilmente fra loro i temi dell'emergenza ambientale, della guerra e delle diseguaglianze.
L’Internazionale, però! speriamo ci scuserà se ci siamo tolte lo sfizio di rifare un pochettino la copertina: abbiano aggiunto una figura femminile (che non c'era), e un concetto (per noi) centrale (e cioè: e discriminazione di genere - che non c'era). Ritocchino che motiviamo con le citazioni di Naomi Klein che trovate sotto (tutte in rosso).


Una delle cose che mi hanno colpito di più nei miei studi sulla crisi climatica è che, in tutto il mondo, le donne sono in prima linea nella lotta per proteggere la terra, l'acqua e l'aria. Spesso lo fanno in nome delle generazioni future. E’ l’amore per il mondo naturale e la rabbia contro l’ingiustizia di alcune fra queste donne, la cosa che più di tutte mi ha spinto a scrivere di cambiamenti climatici. [One of the things that struck me most in my research into the climate crisis is that all around the world women are at the forefront of the fight to protect land, water, and air. Often they do so in name of future generations. These are some of the women whose love of the natural world, and rage at injustice, first inspired me to write about climate change. Da This changes everything].

..Rendere invisibili gli asiatici e le lesbiche, bollare i gay come devianti, i neri come criminali e le donne come esseri deboli e inferiori: questa profezia che si auto-avvera è responsabile di quasi tutte le disuguaglianze del mondo reale. [Asians and lesbians were made to feel “invisible,” gays were stereotyped as deviants, blacks as criminals and women as weak and inferior: a self-fulfilling prophecy responsible for almost all real-world inequalities. Da Patriarchy gets funky; capitolo IV di No Logo]. 

Perché prendersi la briga di agitare il ditino sotto il naso alle scelte redazionali su una copertina? No, non perché siamo le solite femministe spocchiose (che invece di pensare a tutte le cose importanti...). Perché le donne sono al cuore dell'emergenza climatica, come principali vittime e come principali attrici della resistenza; quindi dimenticarle (ignorarle) sempre (vedi anche l'appello, ovviamente disatteso, alla COP21) non è solo ingiusto: è stupido, è penalizzante per gli obiettivi che ci si dà; è una profezia che si auto-avvera.

E siccome teniamo molto agli obiettivi della sopravvivenza climatica, pace e giustizia sociale (i quali non si danno, separatamente da quelli per i diritti delle donne), ci prendiamo anche il lusso di un'autocitazione (da Il 26 agosto o dell'uguaglianza, dei suoi contrari e delle amnesie maschili) - che include altre citazioni: 
"Ai nostri maschi libertari che di Engels si sono dimenticati tranquillamente, si attagliano le parole che Joseph Dèjacques indirizzò a Proudhon, chiamandolo (proprio in relazione alla sua mentalità sui sessi) "anarchico del compromesso, liberale e non libertario che, insieme al libero scambio per il cotone e le candele, vuole sistemi che proteggano l'uomo contro la donna nella circolazione delle passioni umane; e che, mentre grida contro gli alti baroni del capitale vuole riedificare l'alta baronia del maschio sulla donna vassalla "(da De l'être humain mâle et femelle)Vabbè, Engels e Dèjacques c'è chi non li avrà mai nemmeno letti; ma molti, gli intellettuali che più pontificano, preferiscono non ricordare. Se così non fosse, di fronte alle battaglie femminili smetterebbero di fare il broncio insofferente del ma insomma, con tutti i problemi più seri che ci sono. E inizierebbero finalmente a rimboccarsi le maniche insieme a noi. 



Altre citazioni da Naomi Klein:
To live in a culture in which women are routinely naked where men aren't is to learn inequality in little ways all day long. So even if we agree that sexual imagery is in fact a language, it is clearly one that is already heavily edited to protect men's sexual - and hence social -confidence while undermining that of women / vivere in una cultura in cui le donne sono sistematicamente nude, e gli uomini no, significa imparare la disuguaglianza nelle piccole cose, per tutto il giorno. Quindi, se siamo d'accordo che l'immaginario sessuale sia di per sè un linguaggio, questo è chiaramente un linguaggio pesantemente manipolato per favorire la fiducia sessuale (e sociale) negli uomini, mettendo in crisi quella delle donne.

The Western sexual revolution sucks. It has not worked well enough for women / La rivoluzione sessuale occidentale fa schifo. Per le donne non ha funzionato.

Become goddesses of disobedience / Diventate dee della disobbedienza.


Women who love themselves are threatening; but men who love real women, more so / Le donne che amano se stesse fanno paura; ma gli uomini che amano le donne vere, ne fanno di più.



To change everything we need everyone / per cambiare tutto, abbiamo bisogno di  tutte e di tutti.



venerdì 2 settembre 2016

Se non ora quando? su #Fertilityday

Comunicato ufficiale di Se non ora quando? • Le proteste suscitate dalla campagna per la fertilità promossa dal Ministero della Salute hanno coinvolto associazioni, comitati, reti informali del mondo del femminismo italiano. 
Dalla tutela sociale della maternità (Parlamento,1978) al #Fertilityday (Governo, 2016) scorrono tutte le contraddizioni del nostro Paese rispetto ai diritti delle donne.


Il Governo Renzi, che ha esordito con una rappresentanza paritaria 50/50 tra Ministri e Ministre, ha ben presto accantonato il tema delle pari opportunità ed aumentato la distanza dalle associazioni delle donne impegnate sul tema della violenza. Insensibile a petizioni, appelli, sollecitazioni sul tema della libertà delle donne e sulla corretta applicazione della legge 194, il governo approda alla infelice campagna sulla fertilità. La fertilità è un tema di salute individuale e un fenomeno interessato da determinanti politiche, sociali, economiche, culturali. La campagna lanciata dal Ministero, oltre a contenere messaggi ai confini del bullismo mediatico, svela una concezione del ruolo delle donne da cui traspare l'ideale materno come subordinato al benessere sociale e non come progetto di libertà personale. Lo stesso stereotipo che spiega il basso tasso di occupazione femminile, la disparità salariale, la rappresentazione del corpo e del ruolo delle donne nella tv e sui giornali del nostro Paese e la inaccettabile violenza sui social network verso le donne. Rettifiche e rimpalli di responsabilità servono a poco, se non si definiscono con chiarezza gli obiettivi delle politiche rispettose delle differenze di genere. Saremo insieme alle donne delle associazioni e dei movimenti agli appuntamenti previsti il prossimo autunno, per definire azioni e obiettivi comuni. Le donne - concludono - sono in movimento per chiedere con fermezza dignità, libertà, futuro. Se non ora, quando?

giovedì 1 settembre 2016

La campagna della ministra Lorenzin prevede i 'villaggi della fertilità': le donne viste come fattrici

Difficile trovare una spiegazione. 

Che la campagna per il #fertilityday, Beatrice Lorenzin l'abbia ideata dopo essersi scoperta madre (di due gemelli), nel giugno 2015, a 43 anni?
(...)  Questa non è una campagna per la natalità ma per la prevenzione e la salvaguardia della fertilità, che è una parte della nostra salute - si difende colei che guida il Dicastero, definendosi ancora, al maschile, 'ministro': presentando l'idea di Villaggi della Fertilità nel sito del Ministero... Ma qualcuno al Governo ha mai visto la trasmissione di Mtv "16 anni e incinta?".
Mentre i politici già si schierano pro e contro, noi donne preferiremmo che il Ministero della Salute si impegnasse nel tutelare la libera scelta garantendo la 194, nel tutelare la salute riproduttiva a monte (di inquinamento e pesticidi vogliamo parlare?), nel promuovere la parità.

mercoledì 31 agosto 2016

L’acqua è un bene comune! l’utero no

#Fertilityday? no grazie. Meglio la #FertilityIDEA. Ministra Lorenzin, pensi a un piano nazionale per la fertilità di idee! quelle che dovreste partorire per rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo delle donne.






Grazie ad Anarkikka per l'ottimo spunto.