domenica 29 gennaio 2017

Trump: nella sua prima settimana una raffica di provvedimenti antidemocratici, e già anche la sua prima sconfitta legale

Lascia basiti la sfilza di provvedimenti antidemocratici e repressivi che il nuovo presidente Usa ha varato nella sua prima settimana, in una sola settimana, e con una semplice firma, come fosse Gengis Khan, o qualunque imperatore delle favole, e non l’uomo a capo della più potente democrazia del pianeta. 
Fra questi, l’ordine esecutivo di sospendere per mesi l'arrivo di tutti i rifugiati e delle persone provenienti da 7 Paesi a maggioranza islamica, anche se con visto e perfino se dotati di doppio passaporto; una discriminazione che ha innescato la solidarietà degli americani scatenando immediate proteste davanti a numerosi aeroporti internazionali. Una folla di migliaia di persone si è radunata in particolare al John F. Kennedy Airport di New York. 

Inoltre, da parte della ACLU [the American Civil Liberties Action] è partita un’iniziativa legale che ha citato in giudizio il governo per bloccare l'ordine della Casa Bianca. E così, essendo gli Usa ancora una democrazia, ecco un nuovo record: già nella prima settimana Trump incassa lo stop di un giudice; pardon di una giudice: è lei, Ann Donnelly, giudice federale di New York.

La Donnelly ha emesso un'ordinanza di emergenza che impedisce agli Stati Uniti, almeno temporaneamente, di espellere i rifugiati provenienti dai 7 paesi soggetti all'ordine esecutivo emanato da Trump, stabilendo che i rifugiati e altre persone bloccate negli aeroporti degli Stati Uniti non possono essere rispedite nei loro paesi

Questo non consente alle persone attualmente bloccate di essere ammesse nel paese; e al momento non esiste nessun verdetto sulla costituzionalità dell'ordine esecutivo di Trump. Ma un paletto è stato posto: certe decisioni non si prendono in questo modo - anzi non si prendono proprio
Con questo gesto storico parte la resistenza ufficiale contro la barbarizzazione del paese: la parte sana degli Stati Uniti rivendica il suo status di democrazia, fondata non solo sull’invasione e sulla violenza contro i nativi, ma anche sull’immigrazione, sull’accoglienza e sulla multiculturalità.




We have seen this before: visita la campagna Bend the ARC jewish action


E per inciso, a quelli che dicono "ma Trump mantiene solo le sue promesse, cosa vi stupite? perché vi lamentate?" ricordiamo: ANCHE Hitler fu eletto "democraticamente", e cosa prometteva era piuttosto chiaro (idem il sultano Erdogan nella Turchia di oggi).

Ma le democrazie occidentali attuali hanno mezzi di difesa e come se non bastasse, Trump è stato eletto con 3milioni di voti in meno di quelli ha avuto la Clinton: dunque oltre metà dei votanti non l'ha votato, e ora grazie a Dio reagisce: per fortuna, e perché non dovrebbe?
E in quanto a "mantenere le promesse", ecco cosa dichiarava Mike Pence (oggi vice-presidente di Trump), nel 2015: invocare il bando degli ingressi di persone musulmane negli Stati Uniti è offensivo e incostituzionale.


Ma insomma, si cambia idea! e così, a nemmeno una settimana dall'insediamento, via alle leggi razziali! nemmeno Mussolini era stato tanta rapido.
Un'efficienza che non ha dimenticato di escludere dal bando diversi paesi stra-islamici ma con cui, cosa vuoi, Trump & Co fanno affaroni di bilioni; e fra questi uno fra i più efferati, e cioè l'Arabia Saudita.


Per la cronaca, però, in tutta questa storiaccia, oltre alla reazione popolare, c'è un'altra nota positiva: la premier britannica Theresa May (che pure preoccupa molto!) da tali iniziative di stampo nazista ha avuto la decenza di dissociarsi


Cosa che non hanno fatto invece i trumpisti de noàntri: Salvini Meloni e compagnia cantante. Loro, ispirati, suonano l'adunata in piazza.


venerdì 27 gennaio 2017

Cosa c’è da ricordare. Una giornata qualunque nel Terzo Reich

Quanto segue riporta quasi interamente un pezzo di Jacopo Giliberto, su un eccidio che rappresenta, anche, una giornata qualunque dell'epoca, per molti ebrei e per molti nazisti. 

La stessa storia è raccontata nei dettagli anche nel libro "I volonterosi carnefici di Hitler", di cui QUI si trova un intero brano
Oggi più che mai si ricorda perché è la giornata della memoria ma, come cantava Leonard Cohen, I can't forget, I can't forget, but I don't remerber what... così anche noi, forse, non possiamo dimenticare, ma non ricordiamo cosa
Ok, la cosa è questa: è un attimo ricaderci. 
E' un attimo che ciò che un attimo prima sembrava inconcepibile diventi normale. Così, tanto per dirne una, fino a pochi mesi fa sembrava inconcepibile che un pazzo irascibile, dichiaratamente simpatizzante nazista, che nega la crisi ambientale, vuole annientare l'assistenza sanitaria e dichiara di voler spazzar via la memoria stessa di Obama sulla terra, vuole fare un muro di 3.000 km ecc, potesse diventare presidente della potenza più influente sul pianeta. 
Eppure è successo
So what? 
cosa diventerà normale ora? tutti gli orrori che vediamo ogni giorno sfilare sotto gli occhi nelle immagini che arrivano da tutto il pianeta sono ancora chiamati orrori; ancora chiamiamo mostri quelli che li approvano; ma siamo certi che tutto ciò non possa, impercettibilmente, cambiare? diventare semplicemente quella normalità che per i nazisti era morale? 
Per capire come si può cadere in una mentalità che consente simili barbarie, velocemente e in modo irreversibile, è molto utile vedere il bellissimo film Conspiracy del 2001, che narra nei dettagli la celebre Conferenza di Wannsee; e di cui il video sotto mostra qualche istante. 



Ed ecco il racconto. 
"1942, Polonia, alle porte di Jòzefòw. Un convoglio di autocarri si ferma poco lontano dal paese, ne scendono 500 uomini: soldati tedeschi, battaglione 101, polizia ordinaria dello Stato. In semicerchio intorno al loro comandante, ascoltano il maggiore Trapp che comunica loro la missione di oggi: “è molto difficile, un compito duro". Il paese che devono circondare è pieno di ebrei, 1.800 circa (…) tra loro circa 300 maschi in grado di lavorare, vanno rastrellati e portati a un campo di lavoro; tutti gli altri bisogna ammazzarli. Il maggiore Trapp ha la voce rotta, sembra faccia fatica a trovare le parole, ha gli occhi lucidi; è una cosa che colpisce molti soldati, e dice: "eppure bisogna farlo, bisogna eseguire gli ordini; può aiutare i soldati, sapere che questa guerra l’hanno voluta gli ebrei?” ma se qualcuno non se la sente di eseguire l’ordine, dice che lo assegnerà ad altri incarichi.
Uno solo si fa avanti per consegnare il fucile. il comandante della sua compagnia comincia a urlargli addosso, ma il maggiore lo zittisce e ripete l’invito; altri uomini si fanno avanti, una dozzina; verrà dato loro il compito di scortare gli ebrei maschi, assieme al sottotenente che già la sera prima aveva annunciato che non avrebbe eseguito l’ordine.
Tutti gli altri si muovono verso il paese; una compagnia circonda il villaggio con l’ordine di sparare a vista su chi cerca di scappare, le altre due compagnie vi entrano e cominciano a sfondare le porte: separano gli uomini e radunano donne, vecchi e bambini nella piazza centrale (…) Un poliziotto ha scritto: anche sotto minaccia di morte le madri non si separavano dai bambini. (…)
Il primo gruppetto di ebree con i loro figli viene scortato a un boschetto, là vengono fatte sdraiare e i soldati sparano loro addosso, e qui cominciano i problemi perché le vittime in buona parte sono donne, madri con bambini e neonati: difficile sparare la madre da un neonato; e impossibile che una madre non reagisca. Molti uomini sparano alto, alcuni (pochi in verità) gettano il fucile e chiedono di essere dispensati, altri pèrdono il controllo, imbrutaliti, sparano troppo vicino e si ritrovano l’uniforme lorda di pezzi di cervello, sangue, ossa.
(…) quando sentono la prima salva gli ebrei ammassati in piazza esplodono in un urlo spontaneo, collettivo, ma poi sembrano accettare la morte, nessuno piange a parte i neonati (…). Nel primo pomeriggio ci si rende conto che a questo ritmo ci saranno ebrei ancora vivi in nottata. Le compagnie accelerano i ritmi, per quanto è possibile, nel bosco comincia a essere difficile trovare terreno libero in cui far adagiare le vittime.
Comincia a circolare la vodka, questo aiuta. I soldati comunque, almeno quelli che sparano ancora (altri hanno ceduto), sono molto arrabbiati con il loro comandante che per tutta la giornata non si è fatto vedere. Il maggiore Trapp passerà tutta la giornata chiuso in una locanda, piangendo a dirotto; questo non lo salverà dalla Corte polacca che nel 1947 lo condannerà a morte per questo ed altri crimini di guerra.
E’ notte quando il battaglione finisce il lavoro. Il villaggio è del tutto deserto, il bosco è pieno di cadaveri (…) il battaglione 101 torna in caserma.
E’ solo una giornata nella vita del battaglione 101, per il quale una giornata così si ripete decine di volte, e va moltiplicata per gli 11 battaglioni (5.550 uomini in totale) di polizia inviati da Himmler in Unione Sovietica; per le due brigate SS (11mila uomini), per i quattro Einsatzgruppen (12mila) al seguito dei tre gruppi d’armata tedeschi nel 1941; vanno aggiunte le centinaia di pogrom in Polonia, Ucraina e paesi baltici.
Se le parole non bastano a descrivere quanto accaduto ci sono immagini e le testimonianze tedesche dell’epoca. La strage di Jòzefòw non è di per sé eccezionale, ma lo è come documentazione. Due aspetti rendono eccezionale lo sterminio di questa cittadina: 
1) la figura del maggiore Trapp, che con la sua debolezza così poco militare diede ai suoi soldati l’opportunità di non partecipare 
2) il processo intentato dai giudici di Amburgo ad alcuni ufficiali del battaglione, nei primi anni Sessanta.
Gli incartamenti del processo contengono gli interrogatori approfonditi di oltre 100 membri del battaglione, una buona parte della forza in organico; è grazie a questi atti che possiamo ricostruire con tanta precisione (…) che pensavano questi assassini? chi erano? la risposta è nel titolo del libro con cui Cristopher Browning descrive quest’orrore: "uomini comuni".
Erano uomini comuni; nella quasi totalità venivano da Amburgo, una delle città meno naziste della Germania; in massima parte riservisti, appartenevano alle classi operaie: camerieri, portuali, facchini, marinai, occupazioni in cui era fortissima la presenza, prima del 1933, dei partiti socialista e comunista. Avevano poi un’età media sui trent’anni scarsi, ma non erano adolescenti influenzabili. La percentuale di iscritti al partito nazista – anche tra gli ufficiali – era molto bassa; e infine erano in buona parte sposati, padri di famiglia, con figli, gente tranquilla.
Loro stessi, venti anni dopo, durante il processo ad Amburgo, faticavano a capire; sembra, a noi viaggiatori del tempo, che in quegli anni in Europa esistesse un altro quadro di riferimento morale. Ciò che oggi appare con forza sbagliato, orribile, osceno, all’epoca era – se non normale – un compito sgradevole ma necessario; alcuni degli intervistati si giustificarono dicendo che non volevano sembrare vigliacchi. Altri – con un’idea più chiara di che cosa fosse veramente il coraggio – dissero che furono troppo vigliacchi per non sparare.
Spicca però – in questa desolazione morale – la figura del primo soldato, quello che si fece in avanti all'appello di Trapp, o del sottotenente che la sera prima, appena saputo della missione, aveva seccamente rifiutato di partecipare; o degli altri, che buttarono i fucili dopo aver visto quello che si chiedeva loro.
In quegli uomini restavano vivi, anche in mezzo ad una dittatura totalitaria che poneva la razza alla base dell’etica, altri e più solidi princìpi. Della maggioranza, la cosa migliore che può essere detta è questo: per essi la cosa più importante era fare ciò che la società si aspettava da loro. Non deludere i compagni e uniformarsi alle decisioni del gruppo – qualunque esse fossero.
La barriera che ci separa da quelle politiche e da quell'universo morale è fragile. Sta a noi tutti, nel nostro piccolo, difendere e coltivare i princìpi che in quegli anni furono calpestati". 
FonteJacopo Giliberto, sul Sole24Ore

domenica 22 gennaio 2017

Uomo pensaci. Lettera ai maschi



Cari maschi, questa lettera è per voi. Siate voi eterosessuali o gay, siate voi di destra o di sinistra, vecchi o giovani; siate voi bianchi o neri o di ogni altro colore; siate voi atei o credenti; cristiani, o musulmani o di qualunque altra religione; vi invitiamo a osservare la forza delle donne nel mondo, la loro capacità di reazione.
Solo per citare gli eventi più recenti, vedi le mobilitazioni in Irlanda e di Varsavia, rispettivamente il 24 settembre e il 3 ottobre 2016; quella in Argentina e America Latina del 19 ottobre e quella di Roma, il 26 novembre 2016; quella di Washington, e in tutto il mondo, il 21 gennaio 2017.



Cosa vogliono, cosa chiedono queste donne? diritti femminili, democrazia, pace; le stesse cose coltivano ovunque in pubblico e in privato, giorno dopo giorno, a ogni latitudine.

Certo, esistono (anche) molte donne complici del patriarcato e della violenza; consciamente o inconsciamente. Del resto, allo stesso modo moltissime persone, sperando sinceramente in qualche cambiamento positivo, hanno deciso di votare un presidente come Trump, un uomo che non ha fatto mistero delle sue simpatie (e alleanze) naziste, dei suoi “ideali” guerrafondai, razzisti e misogini (in un ambito che misogino è già di suo), della sua follia negazionista sui temi ambientali, né dei metodi che intende applicare contro chiunque tenterà di ostacolarlo. Fra loro si, anche moltissime donne (benché in netta minoranza rispetto agli elettori maschi).

Però noi tutte e tutti sappiamo, se lo vogliamo vedere (e se guardiamo ai dati), che la principale resistenza a crudeltà e distruzione, e alla povertà che ne deriva, e dunque alle dittature, viene proprio dalla universale spinta collettiva delle donne, come gruppo umano, verso la giustizia, la pace, la protezione dell’ambiente e della vita. Il che vale a dire che ogni spinta contraria, di prevaricazione e predazione, ha proprio nell’organismo collettivo delle donne il suo principale nemico. 

Non deve stupire, dunque, che la misoginia e la volontà di spezzare la forza delle donne sia il comun denominatore che unisce tutte le ideologie violente del patriarcato: il fascismo, il razzismo, il militarismo, la supremazia bianca, l’islamismo politico, il terrorismo eccetera.
Una sola parola d’ordine accomuna tutte le forze militari e politiche che si alimentano di queste ideologie, anche quando esse siano in conflitto fra di loro: ed è immobilizzare le donne. A qualunque egemonia appartengano, razza o religione, a tutte queste forze preme ricacciare le donne nel ruolo di schiave impotenti in cui il patriarcato le ha costrette fin dai suoi albori, ad ogni latitudine e in ogni cultura.
Oggi il mondo, che sembrava avviarsi verso la democrazia, assiste con sempre maggiore virulenza a un processo crescente di regressione, in cui aumentano lo squilibrio delle ricchezze e l’erosione delle libertà. 
Se le donne riescono a mantenere le loro conquiste, là dove ne hanno fatte, e a migliorare la propria condizione (non solo dove sono ancora immobilizzate, ma ovunque), questo processo è destinato a essere contenuto e ci sono probabilità che venga sconfitto.

Ma di tutto ciò ben si rendono conto anche i dittatori e gli aspiranti talinon a caso le primavere arabe sono fallite non appena, dal loro stesso interno, è partita l’offensiva contro l’energia più sana che le alimentava: i diritti delle donneE così, grazie agli sforzi congiunti delle forze animate dall’autoritarismo (i terroristi islamici come i militaristi occidentali), molti paesi già martoriati sono passati dalla speranza all’orrore, e dalla padella nella brace. Altri hanno perso la pace; come la Turchia che, dalla prosperità e capacità di convivenza di cui godeva, con Erdogan è finita nel caos. Quella stessa Turchia, anziché combattere l'Isis, si accanisce contro la resistenza dei curdi (e delle curde); un popolo che, guarda caso, ha le donne fra i suoi protagonisti e la parità fra i suoi cardini.

Oggi, come non vedere che questa strategia si ripete, anche nelle società occidentali? 
Le nostre democrazie sono giovani e fragili; proprio come i diritti femminili. L’offensiva per la loro distruzione, che tanto ha già fatto per snaturare le democrazie nei maneggiamenti sottobanco, ora è ufficialmente partita; Trump è il generale che la guida. Uno che vuole costruire un muro contro i messicani e bandire i musulmani dagli USAma tende una mano comprensiva e amica al presidente fondamentalista islamico (e dittatore) Erdogan
Festeggino, fra di voi, quelli che ambiscono a tornare sudditi; a diventare, ancor più di quanto già siano, schiavi e impotenti; mettano la testa sotto terra come gli struzzi, quelli che cascano in panzane tipo "l'isis l'ha creato Illary Clinton".
Tutti gli altri comprendano che, contro questa pattumiera globale, volenti o nolenti, è nel loro interesse sospendere ogni avversione verso le libertà femminili, smettere di aspirare a qualche primato maschile e allearsi con le donne. 
Perché, cari maschi, sono proprio le donne custodi e garanti anche della vostra sicurezza e di tutte le vostre stesse libertà.












sabato 21 gennaio 2017

21 gennaio 2017: le donne americane in difesa dei propri diritti e della democrazia

Il giorno dopo l'insediamento alla Casa Bianca di Trump, un uomo che ha promesso repressioni, divisioni, smantellamento di diritti e attacchi alle donne, le donne scendono in piazza a Washington, sostenute da una grandissima coalizione di attiviste per diritti femminili. Le parole d'ordine sono resistere, unirsi, empowerment, democrazia.




E' la Washington #Womensmarch; qui, il video dell'intero evento: 

















Fonte dei disegniChanneldraw

sabato 31 dicembre 2016

La conaca di violenza contro le donne sui giornali: il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti si muove

Che linguaggio usare? come riportare obiettivamente e correttamente le notizie di violenza contro le donne? Ci sono voluti quasi 5 anni, ma finalmente, anche in Italia, il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti ha fatto proprie e condiviso le Linee Guida della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ Guidelines for Reporting on Violence against Women).


Un documento a sua volta ispirato alla Dichiarazione dell'Onu sull'eliminazione della violenza contro le donne che risale nientemeno che al 1993. Altri 20 anni ci vollero per la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (o Convenzione di Istanbul, del 2013). Sulla carta, benché dopo infinite lotte e attese di secoli, i progressi si ottengono, ma perché poi, nella pratica, tutto questo progresso tende a restare lettera morta? perché le resistenze alla parità sono altissime; e per la stessa ragione si assiste a continue recrudescenze di quella mentalità maschilista, tesa a ricacciare le donne in un ruolo subalterno e bloccato, che è anche all'origine della violenza stessa.
Sappiamo bene come la narrazione sia in gran parte terreno della realtà che viviamo. Ed ecco in breve come viene narrata la violenza sui media:

L'adozione di questo documento è dunque un nuovo passo non trascurabile. Ne manca un altro: in tutto il farraginoso sistema degli "aggiornamenti" obbligatori per il giornalisti, inserire qualcosa di obbligatorio, e di serio, su questo tema. Per non parlare di eventuali sanzioni in caso di comportamenti inaccettabili: in questi casi, l'Ordine dei Giornalisti che fa??? al momento un bel niente, praticamente.

Ma partiamo da qui; come scrive il Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti stesso, il documento richiama i giornalisti all'uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e utile alla comprensione delle vicende e della loro dimensione sociale: adottando nei casi di femminicidio anche il punto di vista delle vittime (anziché centrarlo sulla personalità dell'omicida) e salvaguardando la loro privacy; fornendo dati e pareri di esperti utili a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, contro la convinzione che "la violenza sulle donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile".

Riportare notizie sulla violenza: Linee Guida della Federazione Internazionale dei Giornalisti
1. Identificare la violenza inflitta alla donna in modo preciso attraverso la definizione internazionale contenuta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 sull'eliminazione della violenza nei confronti delle donne. 

2. Utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi. Per esempio, uno stupro o un tentato stupro non possono venire assimilati a una normale relazione sessuale; il traffico di donne non va confuso con la prostituzione. I giornalisti dovranno riflettere sul grado di dettagli che desiderano rivelare. L'eccesso di dettagli rischia di far precipitare il reportage nel sensazionalismo. Così come l'assenza di dettagli rischia di ridurre o banalizzare la gravità della situazione. Evitare di suggerire che la sopravvissuta è colpevole o che è stata responsabile degli attacchi o degli atti di violenza subiti.

3. Le persone colpite da questo genere di trauma non necessariamente desiderano essere definite "vittime", a meno che non utilizzino esse stesse questa parola. Venir etichettati può infatti far molto male. Un termine più appropriato potrebbe essere "sopravvissuta".

4. La considerazione dei bisogni della sopravvissuta quando la si intervista consente di realizzare un reportage responsabile. Può trattarsi di un dramma sociale. Permettere alla sopravvissuta di essere intervistata da una donna, in un luogo sicuro e riservato, fa parte della considerazione di questo dramma. Si tratta di evitare di esporre le persone intervistate ad abusi ulteriori. Certi comportamenti possono mettere a rischio la loro vita e la loro posizione in seno alla comunità d'appartenenza.

5. Trattare la sopravvissuta con rispetto; rispettando la sua privacy e informandola in maniera completa e dettagliata sugli argomenti che saranno trattati nel corso dell'intervista e sulle modalità d'uso dell'intervista stessa. Le sopravvissute hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande e di divulgare più informazioni di quanto non desiderino. Rendersi disponibile per un contatto ulteriore con la persona intervistata e lasciare le proprie generalità le permetterà di restare in contatto con il/la giornalista se lo vuole o ne ha bisogno.

6. L'uso di statistiche e informazioni sull'ambito sociale permette di collocare la violenza nel proprio contesto, nell’ambito di una comunità o di un conflitto. I lettori e il pubblico devono ricevere un'informazione su larga scala. L’opinione di esperti, come quelli dei DART (Centri post-traumatici), permette di rendere più comprensibile al pubblico l’argomento, fornendo informazioni precise e utili. Ciò contribuirà ad allontanare l'idea che la violenza contro le donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile.

7. Raccontare la vicenda per intero: a volte i media isolano incidenti specifici e si concentrano sul loro aspetto tragico. La violenza potrebbe inscriversi in un problema sociale ricorrente, in un conflitto armato o nella storia d'una comunità.

8. Preservare la riservatezza: fra i doveri deontologici dei giornalisti c'è la responsabilità etica di non citare i nomi e non identificare i luoghi la cui indicazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza e la serenità delle sopravvissute e dei loro testimoni. Una posta particolarmente importante allorché i responsabili della violenza sono forze dell'ordine, forze armate impegnate in un conflitto, funzionari di uno stato o d'un governo o infine membri di organizzazioni potenti.

9. Utilizzare le fonti locali. I media che assumono informazioni da esperti, da organizzazioni di donne o territoriali su quali possano essere le migliori tecniche d'intervista, le domande opportune e le regole del posto, otterranno buoni risultati ed eviteranno situazioni imbarazzanti o ostili; come accade quando un cameraman o un giornalista s'introducano in spazi privati o riservati senza alcuna autorizzazione. Da qui l'utilità d'informarsi precedentemente su costumi e contesti culturali locali.

10. Fornire informazioni utili: un reportage che citi i recapiti di  persone qualificate da contattare, così come le generalità delle organizzazioni e dei servizi d'assistenza, sarà d’aiuto fondamentale alle sopravvissute, ai testimoni e ai loro familiari, ma anche a tutte le altre persone che potranno venire colpite da un'analoga violenza.


sabato 17 dicembre 2016

Sugli attacchi a Valeria Fedeli

Scrive Luciana Castellina: Io non so come siano andate le cose per quanto riguarda i titoli di studio di Valeria Fedeli. Penso si sia probabilmente trattato di definizioni imprecise che spesso vengono date ai diplomi da scuole o corsi anomali come quello che Valeria ha frequentato a suo tempo a Milano. E che dunque non ci sia stato, da parte sua, alcun dolo nel recepire quel documento.


Per la cronaca, il linciaggio mediatico di omofobi che contesta alla Fedeli di non aver conseguito nemmeno il diploma di istruzione secondaria superiore, gioca in modo sporco sulle terminologie: avendo lei infatti conseguito il diploma di abilitazione all'insegnamento nelle scuole materne, titolo magistrale istituito negli ordinamenti di studio italiani di scuole o istituti magistrali di durata triennale vigenti fino al 1997. Tale titolo magistrale (che (nel previgente ordinamento dava accesso alla formazione per le professioni sanitarie, sociali ed educative, come alle scuole per infermieri, assistenti sociali e educatori professionali) è infatti riconosciuto in Italia di istruzione secondaria superiore, benché allo stato attuale non consenta il proseguimento degli studi universitari.
A prescindere da tutto questo, da parte nostra ci troviamo perfettamente d'accordo con quanto scrive ancora la Castellina: Sono però scandalizzata per il dibattito che ne è seguito, segno – questo sì davvero – del regresso civile e politico del nostro paese, purtroppo anche di qualche pezzo della sua sinistra. Ma come sarebbe: parlamentari e ministri devono essere tutti laureati? E cioè la rappresentanza politica dovrebbe esser circoscritta ai ceti che per tradizione (e generalmente non per merito) hanno completato il curriculum degli studi fino all’ultimo grado? Ma vi rendete conto di cosa c’è dietro questa orrenda polemica? Uno dei vanti dei comunisti, che tutt’ora rivendico, è di aver avuto parlamentari operai e braccianti, che spesso non avevano neppure completato le elementari. Ne ricordo molti. Con rimpianto. In particolare l’ultimo con cui ho parlato (per via di un libro che stavo scrivendo), solo un paio di anni fa, scomparso ormai come quasi tutti: Riccardo Di Corato, senatore e bracciante, protagonista di storiche lotte pugliesi.
Valeria Fedeli non appartiene a quella generazione e dunque immagino che di scuole ne abbia frequentate ben più di Riccardo. Ma è scandaloso che si sia sviluppata una campagna come quella che infuria ora sui giornali, col contributo anche di qualcuno che così pensa di attaccare il governo.
Ma  Fedeli – immagino l’obiezione – non è solo parlamentare, è Ministro proprio dell’Istruzione, che ha dunque competenza sull’Università di cui non può occuparsi visto che non l’ha frequentata. Ebbene, proprio questo a me pare un dato positivo: mi piace pensare che sulla formazione universitaria venga rivolto finalmente lo sguardo di chi ne è stato escluso. In un tempo in cui il valore della competitività a tutti i costi sta diventando il valore centrale del nostro sistema, e si vorrebbero trasformare ovunque le università – secondo l’orribile modello britannico – in macchine per selezionare una élite prestigiosa (e privilegiata), lasciando che gli altri si arrangino e vengano via via marginalizzati, ben venga chi per propria storia terrà conto che quel che serve è l’inclusione. Che, cioè, un buon sistema educativo è quello che tiene conto dell’ultimo e non solo del primo. (La mia, sia chiaro, non è la difesa di questo governo, né delle posizioni politiche di Valeria Fedeli, compagna con cui in passato ho persino condiviso un partito, ma da cui oggi sono politicamente assai distante. La mia è rabbia per il tipo di posizioni che sono emerse attorno alla vicenda dei suoi titoli di studio). [Fonte: "A proposito della ministra Valeria Fedeli", Il Manifesto del 16/12/2106]

L'esperienza delle donne è che Valeria Fedeli sia una persona seria, equilibrata e preparata, politicamente e giuridicamente; quasi un'eccezione, in un panorama di politici totalmente analfabeti sulle questioni più banali. Come scrive Valentina Santarpia sul Corrierein realtà la ministra è stata presa di mira in particolare per il suo curriculum dagli organizzatori del Family Day per la sua militanza femminista e la sua lotta alle discriminazioni di genere. La Fedeli intanto ha commentato: «Va bene sostenere i migliori ma mai dimenticarsi di chi non ha avuto le condizioni per poter partecipare e studiare fino al percorso universitario». Alla sua prima uscita pubblica da ministra per l’inaugurazione della nuova residenza per studenti fuori sede dell’università Lumsa di Roma, ha risposto implicitamente così agli attacchi che le erano stati rivolti. «Credo che il diritto allo studio sia la chiave indispensabile per moltiplicare il benessere creativo e intellettuale, per rendere la società inclusiva. Affronterò con umiltà e dedizione il mio nuovo incarico, mettendo testa e cuore e pensando sempre agli studenti e alle attese delle loro famiglie. Obiettivo importante del mio mandato sarà innovare senza escludere, ascoltare e dialogare senza urlare, procedere senza dividere».

Ci auguriamo che la ministra abbia modo di dimostrare le sue capacità nella pratica, potendo svolgere il mandato che le è stato affidato, e che pensiamo sia perfettamente in grado di rispettare.
Questa disgustosa storia, aggiungiamo, assomiglia troppo al disgustoso fuoco incrociato che colpì la ministra Josefa Idem non appena fu presentato il suo ottimo progetto di lavoro per le donne,  e che l'abbatté prima ancora che potesse muovere un passo. Con il solito metodo da sempre efficace contro le donne: quello dei 2 pesi e 2 misure.
Lasciandoci, da allora e come sempre, SENZA un ministero né una ministra per le Pari Opportunità.

domenica 11 dicembre 2016

Uccisa da un raptus? No, da un uomo. Lettera all’ordine dei giornalisti

L’ultimo rapporto di monitoraggio mondiale dei media GMMP2015 (Gender Media Monitoring Project), registrando la preoccupante persistenza del sessismo (e di conseguenza di modalità sessiste nel rappresentare le notizie), nel giornalismo e negli organi di stampa di ogni Paese, raccomanda di tracciare politiche e pratiche mediatiche tese a promuovere una comunicazione più gender-equal.


Cioè egualitaria, più aderente alla realtà dei fatti, più attenta alla rappresentazione e alla rappresentanza femminile. Un invito raccolto dalla WACC (Associazione mondiale per la comunicazione cristiana) che, proprio il 10 dicembre, nella Giornata internazionale dei diritti umani (nonché giornata conclusiva dei "16 giorni per vincere la violenza contro le donne”) lancia una campagna per l’eliminazione del sessismo nei media entro il 2020. Contemporaneamente, in Italia, per iniziativa delle attiviste di Rebel Network, parte una lettera sul tema rivolta all’Ordine dei Giornalisti; ecco il testo:
Le Attiviste di Rebel Network chiedono all’Ordine Nazionale dei Giornalisti di intervenire con una potente azione di moral suasion affinché nel dare le notizie relative ai femminicidi si abbandonino espressioni fuorvianti e sminuenti della gravità del reato quali “delitto passionale”, “raptus”, “pista sentimentale”, “gelosia”. Questa terminologia induce di fatto a giustificare azioni criminali e violenze reiterate, non solo ostacolando il superamento di una cultura misogina ma rendendosene inconsapevolmente complice. Chiediamo inoltre che l’Ordine inserisca tra i suoi obiettivi prioritari del 2017 la scrittura e ratifica di una “Carta del Rispetto della dignità delle donne”. Una carta che sappia, come la “Carta di Treviso” per i minori (si pensi all’ uso del termine “baby-squillo”), dare indicazioni deontologiche definitive su come rispettare l’immagine e la dignità delle donne. Crediamo che questo documento potrà essere una fondamentale dimostrazione di quanto l’Ordine vorrà contribuire, con tutte le donne e gli uomini di questo Paese, a fare la sua preziosa parte in quel cambiamento culturale necessario e non più rinviabile per contrastare il femminicidio e porre fine alla violenza maschile contro le donne. Rebel Network, con le giornaliste associate, è a disposizione dell’Ordine per eventuali confronti e approfondimenti in merito, nonché per contribuire a giornate formative sul linguaggio e le modalità di comunicazione.

Una lettera che in poche ore ha raccolto oltre 200 firme. A tutte e a tutti raccomandiamo di sostenere questa istanza, su cui da tanti anni le donne si battono senza ottenere risposte. Per i giornalisti, ad esempio, sono previsti corsi obbligatori annuali di aggiornamento: possibile che non contemplino anche qualche aggiornamento obbligatorio sul tema del linguaggio sessista? aggiornamenti che consentano loro di conoscere studi come quelli messi a punto dal GMMP? e che trattino della capacità di rappresentare correttamente la cronaca sulle violenze contro le donne? Una cura non più rimandabile, per una vera #scuoladigiornalismo.


Per consultare i rapporti GMMP 2015: