venerdì 27 novembre 2015

La stabilità della guerra

Legge di Stabilità. Il promesso taglio all'Ires che era stato promesso alle imprese è stato dirottato alla voce guerre.
Ieri, 26 novembre anche il sito delle Pmi riportava come i 2 miliardi che potrebbero arrivare dal via libera UE non saranno impiegati per anticipare al 2016 la riduzione d’imposta ma per "investimenti in sicurezza e cultura" (riferendosi, a questa voce, al bonus di 500 euro per i 18enni da spendere in iniziative culturali). Stamattina lo stesso sito delle imprese chiarisce che il 73% delle risorse che la Legge di Stabilità 2016 destina allo Sviluppo Economico va alla Difesa: solo 27% va alle imprese
Anziché ridurre le spese per gli F35, ad esempio, sono stati messi nel carrello anche il nuovo velivolo European Fighter Aircraft, le nuove Fregate Europee Multi Missione e blindati vari.

Approfondiamo? I testi che seguono sono tratti integralmente da articoli di Barbara Weisz usciti sul sito delle piccole e medie imprese Pmi.it • [scrive stamattina la Weisz]: Non c’è solo lo slittamento del taglio IRES al 2017 a penalizzare le PMI in favore della sicurezza: la Legge di Stabilità 2016 dirotterà finanziamenti per circa 3,2 miliardi dai fondi del Ministero dello Sviluppo Economico a sostegno della competitività (risorse per 3,7 miliardi di euro) alle grandi imprese del comparto armamenti. Per il Fondo di Garanzia PMI restano 772 milioni di euro.
Le cifre vengono fornite da Il Fatto Quotidiano, che ha consultato la nota integrativa al Bilancio del MiSE [a questa pagina della Ragioneria dello Stato trovate molti utili riferimenti, ndr]. 
Si tratta di un 73% di risorse che andranno a cofinanziare programmi d’armamento della Difesa. Fra le voci, lo sviluppo del nuovo velivolo European Fighter Aircraft, di nuove fregate FREMM (Fregate Europee Multi Missione) e del programma VBM (Veicolo blindato medio). Ci sono anche stanziamenti per sviluppo e consolidamento dell’industria aerospaziale ed elettronica hi-tech.
Altri dati: le risorse per la Difesa sono pari ai 2 terzi dell’intero bilancio del MiSE e al 99,7% degli stanziamenti per politica industriale e PMI (a cui sono destinati 7 milioni di euro, il rimanente 0,3%). C’è infine mezzo miliardo per Export italiano, TLC, fonti alternative. Il ministero spiega che «gli stanziamenti per la Difesa sui nostri capitoli di bilancio, approvati di anno in anno dal Parlamento, rispondono a una politica industriale che riconosce da un lato l’importanza dell’esigenza di difesa nazionale sancita dalla nostra Costituzione [ma la nostra Costituzione sancisce anche che l’Italia ripudia la guerra! ndr], e dall’altro l’elevato contenuto tecnologico di questo settore industriale che funge da volano per l’intera economia».
E aggiunge che comunque “gli investimenti per le PMI ci sono eccome”, ad esempio sotto forma di agevolazioni fiscali per 2,7 miliardi di euro, che però utilizzano risorse di provenienze comunitaria.
E le PMI protestano? Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria, esprime una posizione moderata e definisce le spese per la Difesa una priorità, pur lamentando «la mancanza di una politica di difesa comune a livello europeo» che «ha impedito in questi anni una effettiva revisione di queste spese per valorizzare le eccellenze dei singoli Paesi eliminando duplicazioni». In generale, si dichiara soddisfatto per le misure a sostegno delle PMI in Legge di Stabilità, definita «sufficientemente espansiva». 
Con un po’ di malizia, si potrebbe aggiungere che qualche volta le spese per la Difesa qualche buon risultato lo hanno portato anche alle PMI: Internet nasce da un Progetto della Difesa degli Stati Uniti. E’ anche vero, però, che forse le risorse per la ricerca sarebbe meglio darle alle università e magari anche alle comuni imprese: in questa direzione vanno misure legislative come le leggi degli ultimi anni sulle start-up e PMI innovative" (Barbara Weisz).

Noi rinunciamo anche a commentare; tutte queste "piccole" notizie nella notizia si commentano da sole. Con ancora più forza, però, rimandiamo tutte le donne - almeno le donne - a questo appello alle donne politiche ed elette

E chiudiamo con una piccola chiosa (che precede di 2 settimane questo pezzo), di Cecilia Strada:
La stabilità della guerra, la crescita del terrorismo.
E della fame, delle ingiustizie, della predazione globale.

lunedì 23 novembre 2015

Arabia Saudita: nel paese dove sono vietate le donne anche la poesia è condannata morte

Basta un secondo del vostro tempo: a questo LINK offrite una firma per la vita di Ashraf. O anche qui.
Noi, che come lui siamo vietate, stiamo con il poeta Ashraf Fayadh e invitiamo a sostenerlo con ogni mezzo - incluso rilanciare la campagna #AshrafFayadh promossa su twitter da @MonaKareem.



Si, nessuna esagerazione: ogni donna, in paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati, è una potenziale criminale; così pericolose che non è permesso loro nemmeno denunciare uno stupro. Sarà per questo che le donne vi sono in tutto e per tutto cancellate, censurate, rinchiuse, zittite, imbavagliate, nascoste: insomma: vietate. Così vietate che l'Ikea le dovette perfino cancellare dai propri cataloghi destinati alla sede saudita. E' proibita ogni libertà, sono proibiti i diritti,  e anche la poesia è proibita. Sono invece leciti gli assassini e le torture di Stato, condanne che vengono inflitte con le scuse più ignobili. Dove ogni Bellezza è vietata, perfino essere belli è una colpa imperdonabile: frustate per le donne, se dagli occhi che spuntano dai miseri buchi delle prigioni di stoffa tentano i poveri maschi innocenti, ma anche espulsioni dal paese per gli uomini, se "troppo belli".
Ed è così che un poeta può finire arrestato, frustato e condannato a morte, per la surreale colpa di "non credere in Dio". Ma quale Dio? può esistere un Dio che ispira simili condanne? molto più facilmente esistono uomini (incredibilmente tanti, purtroppo) abitati da demoni al punto di osare scaricare su un Dio la colpa delle loro efferatezze. 
Arrestato nel gennaio 2014, condannato a 4 anni di prigione e 800 frustate, il 17 novembre scorso Ashraf è stato anche condannato a morte con queste accuse: aver promosso l’ateismo con testi inclusi in una sua antologia poetica del 2008, Instructions within; e - ovviamente - relazioni illecite, mancanza di rispetto al Profeta e minaccia alla moralità saudita (e no comment su una moralità che consente condanne come questa).


Bontà sua, la  "giustizia" saudita lascerà la testa sul collo al condannato per almeno 30 giorni: questo il tempo concesso per presentare appello.
Come possiamo definire tutto questo? come, se non terrorismo? legale, ma non meno terrorista di quello illegale.
Il terrorismo islamista, dunque, non è solo l'Isis: ma per esempio un paese ricco e potente, solido "alleato" dell'Italia, grade acquirente di armi italiane (che poi in buona parte finiscono, appunto, all'Isis): l'Arabia Saudita.
Fayadh, (per sua sfortuna) nato qui da genitori palestinesi, ha 35 anni; era tra i curatori della mostra Rhizoma alla Biennale di Venezia, nel gruppo di artisti britannico-saudita Edge of Arabia di cui fa parte.
Stiamo al suo fianco, e non dimentichiamo Raif Badawi - è questo il solo modo di stare al fianco anche di tutti gli Ashraf e i Raif di cui non sapremo mai nulla.  

sabato 21 novembre 2015

La risposta della guerra: un appello a tutte le politiche e alle parlamentari donne

Care amiche politiche: fatevi sentire, là dove si decide, promuovete politiche produttive e sensate contro il terrorismo e le guerre.
Vi chiediamo di ascoltare quanto si dice nel pezzo che trovate a questo LINK [tenendo possibilmente conto delle fonti a cui, anche, vi si rimanda] e poi, soprattutto, di dire la vostra

Gli approcci tradizionali alla soluzione dei conflitti (quelli in cui i gruppi armati si incontrano a porte chiuse per produrre a ripetizione brevi tregue) falliscono definitivamente, di fronte alle guerre contemporanee. Negli ultimi dieci anni il numero dei conflitti armati è molto aumentato; nel 2014 il mondo ha versato il più alto tributo di morti in battaglia dai tempi della Guerra Fredda. Intanto cresce sempre più la richiesta di approcci inclusivi, quale nuovo mezzo per affrontare queste sfide. 
In tutto ciò ancora in pochi capiscono il pieno impatto della partecipazione delle donne sui risultati per la pace e la sicurezza. 
Su questo tema i nostri (già carenti) politici dovrebbero attrezzarsi di più; rimandiamo QUI i più volonterosi: vi troveranno preziosi riferimenti di studi su cui approfondire.
Molto utile anche la breve sintesi a questo LINK: che, basandosi sui dati esistenti, mostra come, se le donne possono influenzare nelle loro comunità le decisioni e riescono a governare iniziative contro l'estremismo, aiutano immancabilmente a prevenire i conflitti, creano pace e sostengono la sicurezza dopo la fine di una guerra.
[Sul tema "Isis" in particolare vedi anche, ad esempio: la resistenza di Kobane contro Isis • ma anchela resistenza delle donne contro l'Isis].

Che con le donne si alzino le probabilità di risolvere le crisi senza ricorrere alla violenza è un fatto. Ci sono prove schiaccianti che l’empowerment femminile e la parità di genere sono strettamente associati con la pace e la stabilità nella società. Vi chiediamo dunque di usare tutta la vostra voce, tutto il vostro potere.
Chiamiamo a raccolta tutte le donne a questo compito - particolarmente se attiviste e giornaliste, ma voi, politiche ed elette, più di tutte, perché è nelle vostre mani la responsabilità più grande.

mercoledì 18 novembre 2015

Mariana è una Fukushima del Brasile: l’ennesima tragedia dell’avidità che grida vendetta

Due dighe hanno ceduto il 5 novembre in Brasile, causando morti, dispersi e il peggior disastro ecologico nella storia del paese, le cui conseguenze sono talmente gravi da essere anche, al momento, impossibili da valutare. Ma non è tutto: altre 2 sono a rischio di fare la stessa fine, e perfino la Samarco Mineração, che irresponsabilmente e strenuamente, negava ogni pericolo, ieri (martedì 17 novembre) ha ammesso che, per le forti piogge, nuove strutture potrebbero cedere.

La Samarco Mineração (che riunisce i giganti minerari Vale SA e BHP Billiton), proprietaria della miniera che ha causato il primo disastro, non aveva nessun piano di monitoraggio né ha mai dato alcun preavviso di pericolo (come rivela Nilo Davila di Greenpeace Brasile); non solo! ma poiché nei giorni precedenti il crollo c'erano state piccole scosse di terremoto, la società aveva comunicato che i suoi tecnici avevano fatto ispezioni "senza rilevare niente di anomalo". Un'ora dopo questa dichiarazione è scoppiato l'inferno. E anche ora la Samarco peggiora la situazione, dichiarando che la marea di fango che ha travolto tutto “non è materiale tossico”. Biologi ed esperti ambientali sono unanimi, invece, nel dichiarare che è pericolosissimo; molti animali domestici e selvatici, oltre a tutti gli animali acquatici e anfibi che popolavano il fiume che dava vita alla valle, sono morti tra atroci sofferenze, e le autorità locali hanno dato disposizione, alla popolazione già poverissima scampata al disastro, di smaltire i vestiti e gli oggetti entrati in contatto con i fanghi.

Al di là delle tragedie che riguardano le vittime e coloro che hanno perso tutto, e di Mariana e dei suoi dintorni (bellissime cittadine storiche di Minas Gerais), l'intero ecosistema è devastato. La catastrofe di Mariana è un disastro ecologico fra i peggiori nella storia del paese, e del mondo intero: una sorta di Fukushima del Brasile.



Le dighe venivano infatti utilizzate per contenere rifiuti minerari. Questi ora hanno invaso, con la colata di fango, oltre 500 km, traboccando dallo Stato di Minas Gerais a quello di Espirito Santo, e coprendo una distanza maggiore di quella tra Rio e San Paolo. Il sistema delle acque del Rio Doce (e affluenti) è gravemente contaminato (i risultati dei test saranno disponibili solo nelle prossime settimane), ma non solo: il limo che si depositerà sul fondo dei fiumi è tanto che modificherà il loro stesso corso. E, secondo i geologi, quando il fango si consoliderà renderà difficile coltivare.Secondo gli esperti ambientali la colata tossica non solo danneggerà gravemente tutta la vegetazione e le specie animali, ma potrebbe seppellire la barriera corallina: creando danni su una scala "incommensurabile", secondo Marco Vinicio Polignano, dell'Università di Minas Gerais.
Secondo una relazione di valutazione del 2014 (che è nelle mani del Ministero delle Miniere e dell'Energia), c’è almeno una decina di altre dighe il cui livello di rischio è considerato elevato; del resto altri disastri simili, anche se di entità minore, avevano già avuto luogo negli anni passati, ma non se ne è quasi parlato, nessuno è corso ai ripari.
Alla miniera è stata immediatamente imposta una multa di 250 milioni di reais (61 milioni di euro).
Una multa che non solo è una miseria; ma un insulto. 
Fosse anche comminata una multa mille volte tanto, l’ipotetico risarcimento in denaro non coprirebbe mai nemmeno lontanamente i danni che ricadranno sulla regione e su tutta l’umanità.
Quello che deve cambiare è un intero paradigma di pensiero: dobbiamo smettere di accettare che, per fare denaro, la vita stessa sia minata alla base.
Con tutte le nostre forze dobbiamo stare al fianco di tutte le piccole Màxima Acuna del mondo, contro lo strapotere suicida dei forzati del profitto.

sabato 14 novembre 2015

Il dopo Parigi: questa guerra mondiale è dell'odio di tutti contro tutti. Combattiamo dunque resistenze; in cui le donne hanno da insegnare al mondo quello che hanno imparato nei millenni

l’11 settembre fu dichiarazione di guerra all’America; il 13 novembre di Parigi è una dichiarazione (ufficiale) di guerra mondiale. All’1emezza del 14 novembre i morti prevedibili sono già oltre 100; ma la gravità di questo eccidio va ben oltre questi già spaventosi numeri. La gravità sta in un conflitto trasversale che conduce, inevitabilmente, alla guerra di tutti contro tutti. 



Quando invece avremmo bisogno di ben altro.
Tante volte, negli ultimi anni, mi è capitato di tornare a casa dal lavoro e quasi stupirmi di vedere intorno una città ancora tranquilla, apparentemente pacifica, in cui le persone pensano agli affari propri: tra mille difficoltà, forse, ma pur sempre, ancora in tempo di pace. Mille volte, la sera, mi è capitato di pensare con compassione ai disperati in mare [oh, l'immagine di quel neonato sottratto alle acque gelide], o alle prese con i fili spinati, ringraziando di avere ancora un letto, una casa amica.
Come è possibile che tanti, tantissimi, reagiscano invece solo schiumando rabbia, invocando rappresaglie e altra guerra? E per giunta, spesso, prendendo a bersaglio proprio chi dalle guerre scappa. Nelle stesse ore pare che bruci (nuovamente) la giungla di Calais: la bidonville dei profughi giunti in Francia e che vi restano bloccati: gli è impedito di raggiungere la Gran Bretagna attraverso il tunnel della Manica, a causa di accordi bilaterali tra i ministri degli interni di Londra e Parigi, che non riconoscono loro lo status di rifugiati. La bidonville diventa dunque anche un focolaio di malessere contro cui si riversa la collera dei cittadini, fomentati dall’estrema destra xenofoba.

Eppure. Eppure molti di questi migranti provengono da Siria e Iraq: fuggono dall’Isis, per diventare poi bersagli di chi dell’Isis si vuole vendicare. Quando capiremo che l'islamismo, e in particolare l'islamismo politico (quello dell' "Islam will dominate the world"!) nulla a che fare con una fede che, con tutte le sue contraddizioni include anche la grazia e il pacifismo dei Sufi? essere musulmani è una cosa, essere islamisti un'altra.

Scrive il sito Wakeup che "per eliminare i jihadisti l’Occidente deve collaborare con Putin e Assad": negli ultimi mesi l’Occidente, Stati Uniti in primis, hanno espresso parole di condanna nei confronti del Presidente russo Putin, il quale ha deciso, d’accordo con il Governo di Damasco, di attaccare i terroristi presenti sul popolo siriano. Invece che unirsi alla lotta contro i jihadisti, i leader occidentali hanno preferito parlar male degli unici due capi di Stato che combattono i terroristi: Putin e Assad.
Davvero? In verità abbiamo memoria corta, se dimentichiamo che l'attaccamento di Assad al proprio potere dittatoriale è stata primaria causa dello scatenarsi di questo inferno.
Ma forse si! forse a questo punto serve un'alleanza anche con loro. Resta il fatto che anche questi leader sono fra quelli che hanno seminato instancabilmente guerre e anche nella loro “lotta all’Isis” perseguono il modello guerrafondaio invasivo che produce inevitabilmente altra violenza. Come loro il presidente turco Erdogan che, sostenendo di voler intervenire "contro l’Isis", ha iniziato a bombardare la Siria: ma il suo scopo era invece colpire il vero, principale (e davvero effettivo) avversario dell’Isis sul campo: la resistenza curda. Erdogan [il dittatore islamista Erdogan] è stato un alleato conclamato dell'Isis; e ora, nonostante l'orribile strategia della tensione che ha fomentato pur di re-impadronirsi dalla Turchia, osa profondere ipocrisia sugli attacchi contro Parigi.
Lo stesso dicasi dell'ambiguo cordoglio degli stati islamici [che anch'essi hanno nutrito Isis con fiumi di denaro].
A noi sembra invece ora che il mondo riconosca quali sono i soli e veri alleati contro terrorismo; ora di sostenere, dall’interno, la resistenza: di chi davvero difende la civiltà contro la barbarie, promuovendo democrazia. Ora di sostenere la strenua resistenza curda contro l'Isis per esempio.

La soluzione non sono le guerre; ma semmai, se non c'è stata prevenzione, le resistenze. Quando ci sveglieremo?
Quando comprenderemo che siamo condannati ad amarci? Oppure [vedi la sintesi della nostra amica Gioia], a farci del male tutto il tempo l’un l’altro, come imbecilli.
Le donne profondano un crescente contributo a rifiutare la logica patriarcale della violenza che - come lucidamente argomentava Virgina Woolf - è all'origine di tutte guerre.
Ps • qualcuno ricorda la meravigliosa reazione che ebbe la Norvegia dopo la strage del 2011? Tornare per un istante con la mente a quei giorni..
Stasera le strade di Oslo sono invase dall'amore"; "risponderemo con più umanità, più democrazia". Queste parole resteranno nella storia, sono come una zattera a cui aggrapparsi per salvare il mondo e noi stessi.

mercoledì 11 novembre 2015

Le donne nella lotta al cambiamento climatico: appello alla COP21 di Parigi 2015

Abbiamo già invitato da questo blog a mobilitarsi in vista dell'accordo della 21° Conferenza per il Clima che avrà luogo a breve a Parigi. Invitiamo anche a riconoscere i veri focus del problema: e che l'aggravarsi del clima, l'aumento delle guerre, il dilagare della povertà e la riduzione dei diritti sono tutte questioni strettamente collegate.

In questo ambito chiediamo a tutte e tutti di leggere, firmare e condividere l'appello che segue, facendolo circolare il più possibile:

Noi, Presidenti del Consiglio superiore per l'uguaglianza di genere, della Delegazione per i diritti della donna dell'Assemblea nazionale e del Senato di Francia, così come le istituzioni e le associazioni partner, desideriamo condividere la nostra ambizione a ottenere un solido impegno politico e finanziario a sostegno dell’empowerment femminile e della parità di genere, nell'accordo da concludersi alla COP21 (21° Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) che si terrà a Parigi dal 30 novembre all'11 dicembre 2015. 
Per questo abbiamo elaborato il documento di richiesta intitolato «Le donne, attrici della lotta al cambiamento climatico», volto a convincere gli Stati partecipanti, e i loro negoziatori, dell'importanza di tener conto del contributo delle donne nella lotta al cambiamento climatico nell’Accordo attualmente in fase di negoziazione. Come si vedrà, oltre ad essere le prime vittime delle conseguenze del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo, le donne sono già le principali risorse in materia di sviluppo sostenibile, nonostante i molti ostacoli che devono superare. Eppure il loro contributo non è sufficientemente riconosciuto e, ad oggi, il loro accesso ai processi decisionali, nonché ai meccanismi di finanziamento e di trasferimento di tecnologie rimane limitato. E invece le donne saranno tanto più efficaci quanto più verranno sostenute e messe in grado di esercitare pienamente i propri diritti.
L'appello che chiediamo di firmare, «Sostenere le donne nell'affrontare i cambiamenti climatici: perché ci siamo impegnati?» si propone di mobilitare il più possibile i leader politici e la società civile in tutto il mondo. E' attraverso l'azione collettiva che riusciremo ad integrare la parità di genere in modo esplicito e l'emancipazione femminile nell’accordo stesso della COP 21, così come nelle strategie per affrontare il cambiamento climatico, e relativi fondi. Vi ringraziamo per il sostegno che vorrete darci firmando e facendo circolare il più possibile tra i vostri amici e colleghi.

L'appello
Dalla COP 21 del prossimo dicembre a Parigi dovrà uscire un accordo per contenere il riscaldamento globale e i suoi numerosi impatti negativi. In tale accordo deve essere pienamente riconosciuta l’importanza del contributo delle donne alla lotta contro il cambiamento climatico. Politici, artisti, associazioni, cittadine e cittadini, noi ci siamo tutte e tutti impegnati in questa chiamata.

Nei paesi in via di sviluppo il cambiamento climatico ha conseguenze ancora più gravi per le donne che per gli uomini 
Nella vita di tutti i giorni, la crisi climatica colpisce le donne povere più severamente rispetto agli uomini: la crescente scarsità delle risorse naturali allunga i percorsi - sono loro che devono procurare l'acqua e il legno ancor più faticosamente - e ne aumenta le ore di lavoro e la precarietà delle condizioni di vita.

E quando c'è una catastrofe climatica, sono loro le più vulnerabili perché le più esposte: l'80% delle vittime del ciclone Sidr in Bangladesh (2007) e il 61% delle vittime di Nargis in Birmania (2008) erano donne e bambine. Nelle zone colpite l'assistenza sanitaria e l'accesso alla contraccezione sono spesso ridotti a zero, ostacolando ulteriormente la loro capacità di controllare le nascite, condizione essenziale per la loro emancipazione.

Riconoscere le donne come attrici della lotta contro il cambiamento climatico
Nonostante questi ostacoli e la discriminazione che devono affrontare, le donne sono in prima linea nella lotta per ridurre le emissioni di gas serra e l'adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici: sono loro che innovano in tutti i continenti ricorrendo all’agricoltura conservativa (che riduce i consumi e gli impatti), organizzando serbatoi idonei per irrigazione e acqua potabile, creando profondi processi di riciclaggio dei rifiuti ... [e salvaguardando la biodiversità difendendo i semi e piantando alberi, ndr].
Eppure le loro azioni, spesso condotte a livello locale, sono poco valorizzate e raramente finanziate. Attrici misconosciute di questa battaglia, le donne sono poco coinvolte nelle decisioni a livello nazionale e nei negoziati internazionali. E saranno tanto più efficaci quanto più potranno essere autonome e messe pienamente in grado di esercitare i loro diritti.

COP 21 deve segnare un decisivo passo avanti inscrivendo nell’accordo di Parigi impegni concreti in materia di parità tra donne e uomini, e nelle strategie e finanziamenti futuri.

Noi chiediamo:
• L'inclusione nell'accordo di Parigi dei diritti umani e dell'uguaglianza di genere, valorizzando il contributo delle donne e rafforzando la loro partecipazione a tutti i livelli della lotta contro il cambiamento climatico.

• L'attuazione pratica di tali impegni, garantendo che i progetti e finanziamenti dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici promuovano la parità di genere e l'empowerment femminile.
9 novembre 2015 [traduzione di La rete delle reti femminili]

Vi rimandiamo anche a quest'altro appello delle reti femminili, rivolto al COP21 per includere nei termini dell'accordo i temi della salute e dell'empowerment femminile.
E infine, anche alla dichiarazione-appello per azioni urgenti per il clima promossa da WECAN (Women's Earth and Climate Initiative); appello che, già 2 anni fa, avevamo rilanciato anche tramite il video che segue: vi segnaliamo che non si tratta banalmente di uno spot, ma di un video informativo pieno di dati e di proposte concrete, che può rappresentare uno strumento concreto di formazione e sensibilizzazione utilizzabile in molti ambiti, per esempio nelle scuole.