domenica 19 ottobre 2014

Cento anni di guerre bastano: oggi la Perugia-Assisi per la Pace

Siete mai stati a una marcia della pace da Perugia-Assisi?
se non l'avete mai fatto andateci: è un'esperienza di pace, letteralmente, che scende nel profondo; qualcosa di connesso con lo spirito reale delle persone che partecipano, un flusso ininterrotto, fra strade e campi, che snoda un respiro unico, caldo e amichevole - un respiro di pace. 


Tantissimi giovani, ma anche persone di ogni età; tante istituzioni locali: quest'anno presenti 525 città, 275 tra Comuni e Regioni, molte centinaia di associazioni, e anche la presidente della camera, Laura Boldrini. Che si mette a disposizione per «una task force istituzionale». Ma qualcosa non c'è, benché continuamente sollecitato e ansiosamente atteso: un segnale del Governo per dare un taglio alle armi

domenica 12 ottobre 2014

Alle combattenti di Kobane: prendendo a prestito le parole di Malalai Joya

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Grazie, grazie, grazie alle combattenti curde, e al loro popolo, a cui tutto il mondo sta guardando con speranza. Alcune di queste donne abbiamo avuto occasione di conoscere da vicino, ieri a Roma - [qui l'intervento integrale di una di loro, Havin Guneser].
Ci uniamo alle parole di Malalai Joya, e le facciamo nostreUn ardente saluto alle donne coraggiose di Koubane. In questi giorni, il loro coraggio e la loro resilienza ha stupito tutto il mondo. 
Per difendere il loro territorio dai criminali assassini dell'ISIS, loro non hanno sperato negli Stati Uniti e nella NATO, né - per difendere la loro terra da terroristi e stranieri, come i gruppi di analisti mercenari in Afghanistan - hanno chiamato in aiuto l'Occidente e gli USA. I nobili abitanti di Koubane, uomini e donne, generosamente difendono la loro dignità, la libertà e la loro patria con le loro proprie mani, accettando ogni genere di sacrifici per farcela. Eroine di Koubane, io appoggio profondamente la vostra ispirata resistenza contro i criminali di Isis e umilmente imparo dalla vostra orgogliosa dedizione al paese. Voi siete un'invincibile bandiera di coraggio e fierezza. Con la vostra implacabile battaglia contro questi criminali ignoranti voi siete assurte a simbolo universale di umanità e di lotta per la libertà.

Non siete sole in questa gloriosa sfida. Tutte le persone del mondo che amano la libertà e il progresso sono con voi. Con la vostra lotta contro l'oppressione, voi donne siete un calcio nella pancia del'ISIS e di tutti i fondamentalisti dalla mentalità medievale, che valutano le donne la metà degli uomini, e le vedono come oggetti per soddisfare la loro brame animalesche. 
Voi avete dimostrato come le donne siano capaci di stare al fianco dei loro fratelli, anche con le armi, nelle circostanze più difficili e terribili, per difendere la libertà e la giustizia e affrontare nemici armati fino ai denti. Negli ultimi decenni il popolo afghano ha sofferto per la dominazione della mentalità di tenebra dei famigerati fondamentalisti fratelli di Isis. Oggi la nostra gente, ispirata dalla vostra lotta senza paura, per stare al vostro fianco strofinerà nella polvere il muso dei terroristi talebani e Jehadi, queste efferate e crudeli creazioni degli Stati Uniti.
Una nazione in cui donne coraggiose prendono le armi per combattere accanto agli uomini contro l'oppressione e la colonizzazione non sarà mai sconfitta. La vittoria è vostra! Già in passato avete schiacciato e umiliato i bruti ISIS e tutta l'umanità progressista vi ammira per questo.

Nel nome delle donne e degli uomini che vogliono la libertà, vi invio il mio caldo saluto e offro la mia piena solidarietà a ciascuna e ciascuno di voi, care persone, e con calore vi stringo forte le mani.
Non dobbiamo dubitare: sconfiggeremo i fondamentalisti barbarici e i loro padroni occidentali.
Malalai Joya, Afghanistan 12 ottobre 2014

Come ha scritto Fabio Marcelli, queste donne hanno consapevolmente imbracciato le armi in mancanza di alternative. Uccidere è sbagliato, dicono, ma non abbiamo altra possibilità. 


Criticano la società patriarcale e il capitalismo
Rivolgono un appello alle donne europee che sanno soffrire un’oppressione per molti versi simile a quella che vivono loro. Demistificano il discorso razzista di chi afferma che l’Islam è una religione oppressiva e misogina, affermando che la folle e mortifera linea dell’Isis non ha nulla in comune con la religione. Le radici dell’oppressione nei confronti della donna, sia essa velata o esibita come oggetto sessuale in vendita al miglior offerente (o entrambe le cose insieme, soluzione a quanto pare preferita dai terroristi), sono in un sistema mondiale di dominazione ed oppressione che prescinde da ogni discorso religioso, usato strumentalmente solo come specchietto per le allodole. 
Una trappola nella quale cadono i giovani europei che si arruolano sotto le bandiere di Al Baghdadi, così come gli scellerati che parlano di “scontro di civiltà” e si illudono che il problema sarà risolto con qualche bombardamento. (…) Il progetto che queste donne portano avanti va ben al di là della necessaria e prossima sconfitta delle orde di terroristi drogati che fanno parte dell’Isis

Esso comprende una società nuova, caratterizzata dal recupero delle radici culturali umiliate dall’oppressione dei regimi e dal superamento dei vecchi modelli feudali e patriarcali, così come da quello del capitalismo da rapina che opera nella zona. A un compito così vasto e profondo possono provvedere, con buona pace dei maschilisti che proliferano nell’attuale società italiana e sono nascosti, ahimè, all’interno di ciascuno di noi maschi, solo delle donne. Donne armate, non solo di kalashnikov (strumenti che pure in certe situazioni risultano assolutamente indispensabili), ma anche e soprattutto di una forte consapevolezza di sé, merce purtroppo sempre più rara dalle nostre parti. Donne che, anziché attendere passivamente che qualcuno, magari rivestito da qualche bandiera occidentale, venga a salvarle, si armano e provvedono in prima persona alla sicurezza propria e dei propri concittadini. 


E, provvedendo alla sicurezza, gettano anche le basi per una società autenticamente democratica basata sull’eguaglianza effettiva fra i generi.
Grazie Fabio Marcelli, non avremmo saputo dirlo meglio.
A tutto il popolo di Kobane, ma soprattutto alle donne combattenti che, con ogni mezzo, dall'Irak alla Siria, si sono poste in prima linea contro la barbarie, tutta la nostra vicinanza, con l'affetto più profondo e sincero.


In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava. Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità. Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili. Anche in questa guerra, l’uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”
Un vero e proprio femminicidio di massa. Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee: il 23 novembre 2011 a Parigi, il 3 dicembre 2011 a Stoccolma, il 14 gennaio 2012 a Londra e l’11 febbraio 2012 a Ultrecht. In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a Ginevra, alle Nazioni Unite. La conferenza di Roma dell’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, calandolo nella dimensione del conflitto in atto. A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a Ginevra, l’ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici. Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia. 
La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto. Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale. Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani.
Un'immagine dall'incontro (ph. Paola Mazzei):

sabato 11 ottobre 2014

La Campagna #StopTTIP: dobbiamo sapere cos'è e perché

Oggi, 11 ottobre 2014, eventi anche in tutta Italia per la Giornata Europea #StopTTIP. E che cosa sarebbe? 
del Partenariato Transatlantico sugli scambi e sugli investimenti tra Usa e Ue: nella sostanza, un pericoloso (e non l'unico) trattato di libero scambio fra Europa e Stati Uniti che potrebbe rivoluzionare, verso il basso, tutti gli standard ambientali, alimentari e di salute per una larghissima serie di prodotti. 

Un grave rischio, di cui non si sa nulla, e che, in parte, abbiamo già trattato quiBene: se a questo punto avete realizzato che ci riguarda tutti, e molto da vicino, per saperne di più leggete l'appello:

Società civile, sindacati, contadini associazioni e gruppi di attivisti di base di tutta Europa lanciano insieme un appello per fare dell’11 Ottobre una giornata di azione per 
1. fermare i negoziati TTIP, CETA, TISA e tutti gli altri negoziati di liberalizzazione commerciale in corso
2. per promuovere politiche commerciali alternative, che mettano i diritti, il governo dei popoli e l’ambiente al primo posto.
Il TTIP (Partenariato Transatlantico sugli scambi e sugli investimenti tra Usa e Ue) e il CETA (Accordo commerciale comprensivo tra Canada e UE) sono gli esempi più significativi di come le politiche commerciali e di investimento si stanno negoziando in modo antidemocratico e nel solo interesse delle grandi imprese. I negoziati in corso sono segreti, con poche informazioni disponibili per un controllo pubblico del loro andamento, consentendo così alle lobby corporative una sempre maggiore influenza su di essi.
Qualora tali accordi vadano avanti, le multinazionali avranno il diritto esclusivo di citare in giudizio i governi di fronte ad arbitrati commerciali internazionali indipendenti dai sistemi giuridici nazionali ed europei. Ridurranno gli standard di salute e di sicurezza nel tentativo di “armonizzare” le regole al di qua e al di là dell’Atlantico e minando la capacità di governi nazionali e autorità locali di impedire le pratiche commerciali (ma non solo) pericolose: come il fracking o l’uso di OGM
Questi trattati inducono la svendita dei servizi pubblici essenziali e forzano i diritti sociali e quelli dei lavoratori ad una corsa al ribasso.
L’Unione europea è il laboratorio in cui le lobby corporative sperimentano la possibilità di sottrarre ai popoli ed ai cittadini ogni facoltà decisionale, trasferendola ad organismi sovranazionali oligarchici, a quelle lobby asserviti. 
Queste politiche sono strettamente legate al progressivo smantellamento degli standard sociali e spingono verso la privatizzazione dei servizi pubblici, in nome di slogan quali “austerità”, “crisi politica” e "aumentare la competitività”.
La giornata di azione renderà il nostro dissenso pubblicamente visibile per le strade d’Europa. Porteremo il dibattito su queste politiche nell’arena pubblica, da cui la Commis- sione europea ei governi europei cercano di tenerlo lontano. Promuoveremo le nostre alternative per politiche economiche diverse.
Siamo solidali con i cittadini e gruppi di tutto il mondo che condividono le nostre preoccupazioni per l’ambiente, i diritti sociali, la democrazia. 
TTIP / CETA / TISA e altri analoghi accordi commerciali saranno fermati dall’energia con la quale noi cittadini d’Europa, Canada e Stati Uniti riusciremo a far sentire la nostra voce.
Invitiamo le organizzazioni, gli individui e le alleanze a partecipare alla giornata organizzando azioni autonome decentrate in tutta Europa. 
Accogliamo con favore la diversità delle tattiche e le azioni di solidarietà da tutto il mondo che ci aiuteanno a informare, coinvolgere e mobilitare il maggior numero di persone possibile a livello locale. Possiamo vincere questa battaglia.
Insieme, possiamo sconfiggere il potere delle corporation.
per contatti scrivete a: stopttipitalia@gmail.com

domenica 5 ottobre 2014

Amazzoni Furiose

Iniziando da oggi a contribuire a questo blog, per prima cosa mi presento. 
Sono un'amazzone furiosa. La prima parola che sono riuscita a pronunciare, quando la dottoressa che avevo di fronte mi ha comunicato che c’erano delle cellule anormali nel linfonodo ingrossato sotto la mia ascella – questo era stato il motivo del nostro incontro – è stata: Perché? Ho continuato a fare la stessa domanda all’altra dottoressa che ha eseguito una biopsia ecoguidata del nodulo che avevo nel seno destro e a tutte le altre persone, medici, infermieri, altre pazienti, familiari e amici di pazienti, che ho incontrato lungo il mio percorso di malata di cancro al seno.
Era il 17 novembre del 2010 quando mi è stata comunicata la diagnosi ufficiale: carcinoma duttale infiltrante con metasasi linfonoidali. Il 20 dicembre dello stesso anno ho subito un intervento di quadrantectomia con dissezione ascellare. L’8 febbraio del 2011 ho fatto il primo ciclo di chemioterapia, quella rossa, quella bella tosta che ti fa cadere tutti i capelli, i peli, le ciglia e le sopracciglia, che ti fa bianca come un lenzuolo e ti strizza lo stomaco come uno straccio inzuppato di veleno. 
Sono seguiti la radioterapia, gli anticorpi monoclonali, l’ormonoterapia ancora in corso. Oggi, ad ottobre del 2014, sono una donna di 34 anni in menopausa farmacologica, con un quarto di seno in meno e un braccio che ogni tanto faccio fatica ad alzare. 
Continuo ancora a farmi la stessa domanda, però. Perché? 
Perché mi sono ammalata così giovane, senza nessun precedente in famiglia e senza essere portatrice di una mutazione genetica associata con un aumentato rischio di sviluppare il cancro al seno? 
Perché, dopo decenni di raccolte fondi e ricerca, di cancro al seno si continua ancora a morire? 
Perché i giornali e l’establishment medico vogliono farci credere che così non è, e che dopo il cancro al seno tutto torna come prima, anche se non è vero? 
Perché le case produttrici di cosmetici vendono prodotti con il nastrino rosa dicendo di raccogliere fondi per la ricerca quando in quegli stessi prodotti ci sono sostanze cancerogene? 
Mi è stato consigliato più di una volta - e da più di una persona - di lasciar perdere, di non angustiarmi ché la rabbia non paga. Sono invece convinta, seguendo l’esempio dell’attivista statunitense Barbara Brenner, che la rabbia, se incanalata nella direzione giusta, può essere molto utile. Le battaglie di rivendicazione dei propri diritti condotte dai popoli colonizzati, dalle donne e da tutti i gruppi subalterni ne sono la dimostrazione. 
Per questa ragione, a maggio del 2012 ho aperto un blog, trasformatosi successivamente in un blog collettivo: Le Amazzoni Furiose che raccoglie i pensieri e i punti di vista delle tante donne che, come me, non smetteranno mai di chiedere perché.
Amazzone furiosa

martedì 23 settembre 2014

Emma Watson: perché vi chiedo di partecipare a #heforshe

Oggi lanciamo la campagna #HeForShe. Vostre eccellenze, Segretario generale ONU, presidente dell'Assemblea, direttrice esecutiva UN Women, gentili ospiti: mi rivolgo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti.

Questa è la prima campagna ONU di questo tipo, vogliamo spronare più uomini e ragazzi possibile a sostenere un cambiamento; e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che diventi concreto.
Sono stata eletta ambasciatrice per UnWomen 6 mesi fa, e più parlo di femminismo e più mi rendo conto che troppo spesso l'impegno per i diritti delle donne viene inteso come sinonimo di "odiare gli uomini".
E, se c'è una cosa che so con certezza, è che questo deve finire.
Per la cronaca, per definizione il femminismo è il concetto che uomini e donne debbano avere pari diritti e pari opportunità.


E'  la teoria dell'uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.
Ho cominciato a diffidare delle supposizioni basate sul genere molto tempo fa. A 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero prepotente se volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori, quando ai maschi non succedeva. A 14 anni, dall'essere sessualizzata da certi media. A 15 anni, dal vedere le mie amiche abbandonare le squadre degli sport che amavano per timore di "apparire muscolose". A 18 anni, dal vedere che i miei amici maschi non sapevano esprimere i propri sentimenti... ho deciso di essere femminista e la cosa mi sembrava semplice. Ma le mie esperienze più recenti dimostrano che femminismo è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, io sono nel novero di quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti.
Ma perché femminismo è diventata una parola tanto scomoda?
Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto i miei colleghi maschi; penso giusto poter prendere decisioni riguardo al mio corpo; penso giusto che delle donne mi rappresentino politicamente per quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso giusto che mi sia garantito lo stesso rispetto sociale che è garantito agli uomini.
Ma, sfortunatamente, posso dire che non c'è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di vedersi riconosciuti questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. E considero questi diritti come diritti umani.
Ma io sono una di quelle fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno supposto che dovessi limitarmi perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Questi esempi sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa ciò che sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono questi i femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. E ne abbiamo sempre più bisogno.
Se ancora odiate questa parola: non è il termine che è importante, ma l'idea e il proposito che sottende. Perché non tutte hanno avuto i miei stessi diritti: al contrario, statisticamente, quelle che hanno questa fortuna sono ancora molto poche.
Nel 1995, a Pechino, Hilary Clinton fece un celebre discorso sui diritti femminili.
   
Purtroppo, molte delle cose che lei avrebbe voluto cambiare allora, sono vere tutt'oggi [e in molti luoghi anche in rapido peggioramento, ndr]. Ma quello che mi ha colpito di più, è che [alla conferenza di Pechino sulle donne, ndr] meno del 30% del pubblico era composto da uomini.
Come si può influire sul cambiamento nel mondo se solo la metà di esso partecipa alla discussione?

Uomini. Colgo quest'occasione per rivolgervi un invito formale.
La parità di genere è anche un problema vostro. Perché finora vedo il ruolo paterno poco importante nel rapporto con i bambini, nonostante da piccola avessi bisogno della presenza di mio padre come di quella di mia madre. Ho visto ragazzi soffrire disagi mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Nel Regno Unito la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni è il suicidio, che supera incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile.
Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo spesso di come anche gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma vedo bene che lo sono. E, quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne.
Se per essere accettati gli uomini non dovranno mostrarsi aggressivi, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se agli uomini non sarà richiesto di controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E' ora di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti.
Se smettiamo di definirci l'un l'altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa #HeForShe. Di libertà.
Chiedo che gli uomini si assumano questo impegno, perché le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché ai loro figli sia concesso di essere vulnerabili e umani. Rivendicando per loro quei lati che hanno trascurato, permettiamo loro di esprimere una versione più vera e più completa di sé stessi.

Forse vi starete chiedendo: chi è questa tizia di Harry Potter? che diavolo ci fa qui all'ONU? E' una buona domanda. Anch'io me lo sono chiesta. Tutto quel che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliorino. Avendo visto quel che ho visto, e avendone l'opportunità, credo sia una mia responsabilità dire qualcosa.
Lo statista Edmund Burke ha detto che, perché il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciano niente.
Nella mia agitazione per questo discorso, nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? E se non ora, quando?
Se avrete simili dubbi, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d'aiuto. Perché la realtà è che, se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne si possano aspettare di essere pagate quanto gli uomini per fare lo stesso lavoro. Nei prossimi anni milioni di ragazze si sposeranno ancora bambine. E, con questi ritmi, tutte le ragazze della campagna africana non potranno ricevere un'istruzione secondaria prima del 2086.

Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e, se è così, mi complimento con voi. E' difficile trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama He For She.
Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? se non ora, quando?
Vi ringrazio tantissimo.
Emma Watson, discorso all'Assemblea Generale Onu, 20 settembre 2014

Ed ecco, evidenziato in azzurro, uno dei primissimi commenti al tweet con cui Emma condivide il suo discorso all'ONU:

Dobbiamo tradurre? pensiamo di no. 
Bene, diteci voi se noi e questo mondo non abbiamo bisogno di femminismo, e urgentemente. 
chi odia chi.

sabato 20 settembre 2014

21 settembre: giornata nazionale, e mondiale, per la pace e per il clima

A Firenze il 21 settembre manifestazione nazionale per la pace. Nello stesso giorno (vedi sotto) mobilitazione mondiale di meditazione #bethePeace e, a New York, la People's Climate March promossa in vista del vertice sul clima, indetto da Ban Ki Moon per il 23 settembre

In Italia, chi può sarà a Firenze per reclamare un cambiamento, dopo lunghissimi anni di ininterrotte connivenze e fallimenti delle politiche di gestione dei conflitti in atto ovunque, e tanto diffusi da dover convenire che siamo ormai in piena terza guerra mondiale - benché con modalità nuove e senza dichiarazioni ufficiali.
Matteo Renzi è invitato dai promotori a essere presente: Lei ha interagito con molti organismi internazionali, in particolare con un confronto serrato con Unione Europea e Alleanza Atlantica. Perché dunque non prevedere anche un momento di confronto con la società civile italiana, che è in contatto e rappresenta anche quella europea? Perché non ascoltare anche le nostre indicazioni su come è possibile trasformare e risolvere i conflitti, senza limitarsi alle considerazioni di natura “strategica e militare” che avranno sicuramente portato alla Sua attenzione? Essere presente il 21 settembre a Firenze per esercitare quello che Aldo Capitini chiamava “ascolto democratico” potrebbe essere utile e prezioso per tutti noi e per le scelte future del Governo da Lei presieduto e dell’Unione Europea. 
Già, sarebbe bello che colui che fa il Premier accettasse l'invito a #unpassodipace: in tutte le sue accezioni. Ma - qualcosa ci dice - avrà cose più importanti da fare, di questa.
E invece non c'è niente di più importante che fare la pace; in assoluto niente. Niente di più importante del disfare la guerra:


L'appuntamento a Firenze è in Piazza Michelangelo; dalle 10 alle 16, testimonianze dai luoghi di guerra e dagli oppositori nel mondo alle politiche di guerra. Sarà l'occasione di fare emergere le pressanti richieste nei confronti della politica e delle istituzioni, perché fermare le guerre e le stragi significa dare finalmente il primato del governo globale del pianeta e delle relazioni tra Stati alla politica multilaterale, ad un sistema delle Nazioni Unite da riformare e da potenziare. Significa cambiare il modello di sviluppo, non più orientato al consumo del pianeta per il benessere di pochi ma alla sostenibilità futura ed al benessere di tutti; significa applicazione e rispetto da parte di tutti gli Stati degli accordi, delle convenzioni internazionali e dei diritti umani con meccanismi sanzionatori e con un sistema di polizia e di giustizia internazionale operativo; significa riconoscere il diritto d’asilo e dare accoglienza ai profughi di guerra; significa investire nella ricerca, nell’educazione, nell’ambiente, nell’economia e nel lavoro, nella giustizia sociale, nella democrazia, nella cultura, nel dialogo, nella difesa civile, nella cooperazione, in funzione della pacifica e plurale convivenza e del governo democratico globale, convertendo qui le enormi risorse spese per armamenti e guerre decennali. (Rete della Pace, Rete Italiana Disarmo, Campagna Sbilanciamoci e Tavolo Interventi Civili di Pace).

Dice Papa Francesco: dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi (..) E' proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere. Ma questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?'
Quelli a cui importa, sono tutti invitati a Firenze. A esserci fisicamente o con la volontà e con la mente, ovunque si trovino.



Il 21 settembre è anche la giornata mondiale #BethePeace, evento globale di meditazione organizzata da Unify per la pace: qui la mappa di tutti gli eventi.  
Qui l'evento di meditazione di Roma. E qui la mappa, in continuo aggiornamento, degli eventi nel mondo.

twitter: @passodipace, hashtag #passodipace e #21settembre
Partecipate, diffondete, connettetevi. Per la pace. E per la difesa del clima:



Non c'è più tempo, più nessuna fiducia residua che è possibile concedere alle vecchie politiche.

lunedì 15 settembre 2014

Letter to Oscar Pistorius. In Reeva's shoes

You're crying, Oscar. You're parading your tears to the world, begging for my forgiveness and saying that you miss me.
So please let me tell you:
Even now, just like I did so many times during my life, I am forgiving you before God for betraying and killing me. Yes, I can do that.
I used to forgive everything, remember, Oscar?
I didn't even ever hold a grudge, I believed in tenderness.
But please do not feel relieved by this statement: be aware that I cannot forgive you for the pain you're causing to others. Not only to those who loved me and are now crying for me - I am talking about the final blow you're dealing to all of those who, thanks to you, could be rescued, and whom you are now deserting: all those blinded men that need waking up, all those defenceless women that need freeing.
Every 4 minutes a woman gets raped in South Africa, Oscar, everyday 4 more are slain: everyday, every minute, they are wiped out by men.
Men like you.
Nobody stops these men, and the mild verdict that saves you today will encourage more men, and doom more women to the same horrible foregone fate. It's about them I used to cry, remember? 
I was shaken by compassion.
Just as you felt no pity for me, you're not feeling any pity for them, and (you know that) this is something I won't forgive you for.
The new crime you're committing today cries out for revenge: you're denying what you did in order to get a reckless and hypocrite leniency from a sick Justice system, easily moved by the wealth of the defendants. 
Denying what you did to me in full awareness is a crime, and the way you’re denying it is untenable and surreal because yes, you definitely wanted to do what you did: neither my terror nor my pleas could slacken your resolve.
Your coward defence is a crime that adds to the one you committed in rage that awful night when my tears could not move you to mercy - and this new crime is not any lighter.
You've cried many salty tears but you weren't feeling pain for what you'd done to me, you were crying for yourself: ever since you raised your bloodied hands off of me, you knew that you were lost and that one and only one thing could save you.
The reason you were lost wasn't because you risked prison, you were lost because your soul was dead. 
The lies you told in order to escape jail could not save you then; neither can they save you now. There's only one chance for you to find release: take responsibility for what you've done, publicly blame yourself and thereby help tear the iron net apart, the net of complicity among all men in our world who every day use that net to wrap up women into helplessness: men who threaten, beat, oppress, slay the women who love them and who naively deliver themselves into their hands like lambs to the slaughter.
You had the guts to swear that you didn't know whom you were shooting at but you took aim at me not one but three, four times, while I was pleading for help. 
Bam! My hip... Bam! My arms, and... Bam! You blew my head open.
Outside our house, in the clear silent night, people could hear our shouts for quite some time; when I was trying to calm you down, but your veins were swelling, you could not face rebuttal, you could not bear to hear that I wasn't going to stand your humiliating suspicions or your orders any more. They also heard me while I was trying to escape from you into my frail shelter, crying for help. You were the only one who could not hear me, you listened in only so as to locate me: it was my voice that guided your aim when you shot in precisely that direction.
Justice is deaf to Michelle's, Charl's, Estelle's and Johan' voices, thus staging a bitter replay of that night and, once again, in order to save you, throwing me off the tower.
All the same, you see, between the two of us, today, I'm the one who's saved, while you are dead.
This is what should make the blood in your veins freeze, keep you awake at night - this, rather than your empty fears of losing your freedom or your privileged wealthy life. You could have saved yourself, Oscar. You ran into the abyss instead, and have kept running on the same course, you never stopped, and this course can't save you, you'll keep falling further down, you won't even consider climbing back up.
There was, actually, a thread stretched out for you towards the light, but it's too far away now: the thread of truth and compassion, a golden thread, rather than your self-pity drool.
Compassion for those like Anene and me is a golden thread of deliverance. But, in order to get hold of it, you should have fallen to your knees and accused not only yourself but the whole bloodthirsty culture that poisoned not just you, but humanity as a whole. The same culture pours floods of money into wars, charms kids with Alfa-male brilliancy, encourages identification with the winner who's still holding a cocked weapon. A culture of death that you have endorsed with your face and muscles.



Cruelty against women feeds from this poison, while love starves.

This is all in front of us, for everybody to see.


Every day the lack of empathy and the inability to love blaze up into unbridled hatred and violence in millions of homes, in millions of wasted minds, all remorse drowned in a muddy mess of laughable self-pitying excuses. Just like yours, Oscar. 
You're crying about the consequences of your deed for your life: you don't want to lose your freedom and the love of the crowds.
You've had months to ponder on your deed, on the horror and pain you've caused, still your iron will is focused on one and one thing only: dodging a small inconvenience in your small life. Years in jail.  You are just like so many millions other men, who kill women or just stare at it happening with blank eyes as if it were an abstract event, nothing to do with them.
You, men, why haven't you got any pity on women? 
And, in the end, the most important thing of all, Oscar. You must understand that all those years in jail are nothing. From where I am looking out on things nowadays, fog has dissolved, everything is completely clear.
Now I can see that even death, sometimes, opens new doors into time and space: rest assured that my voice will be heard for a long time and that it will grow stronger and stronger, I'll be doing many things for women and children, through the hands and thoughts of people who love me.


From where I stand, one can also clearly see that the consequences that you fear are the ones that could provide opportunities for rebirth. There is always a silver lining.

Thank you consequence, sings Alanis. 

 

You, on the contrary, are trying to dodge consequences, without realising that what is in store for you is much worse.
I won't sign as Baba, you must forget that name.
I am Reeva, I am Anene, I am all the women: we're scrutinizing your soul with an unforgiving gaze.
In Reeva's shoes.
Grazie a Francesca Manfredini per la traduzione. 
Grazie per pubblicare questa lettera, se vorrete farlo. Dopo le ultime notizie dal processo, sono rimasta sveglia a lungo nella notte, pensando a Reeva, al cuore spezzato dei suoi genitori e all'implacabile vuoto che la crudeltà di quest'uomo vi ha portato. Ma non solo: un'indignazione montava irrefrenabile, pensando alle conseguenze che avrà inevitabilmente questa ridicola sentenza. Per tutte le altre Anene e Reeva che aspettano giustizia, per tutte quelle che anche in questo istante stanno cadendo e quelle che, purtroppo, verranno. Stavo sveglia, mentre un gelo invadeva anche me, sempre di più, insieme alla rovente indignazione per le conclusioni della Corte: non sarebbe un "omicidio vero e proprio" (anzi, un femminicidio), perché "non premeditato": è solo un "errore"! Non ho potuto fare altro che alzarmi, prendere carta e penna e iniziare a scrivere, mentre lacrime cadevano sul foglio. Sentivo in me il bisogno di dire qualcosa, una notte intera sono rimasta lì, cercando di dirlo, e quello che è uscito è stato questo. 
Chiedo perdono a Reeva e alla sua famiglia per avere osato di immaginare una lettera in suo nome; ma è stato più forte di me - e voglio dirlo: questa lettera non è solo per Pistorius
E' per tutti gli altri persecutori di donne e, più di tutti, per la quasi totalità degli uomini: quell'esercito di uomini che credono di non far male a nessuno, ma restano ignavi e indifferenti, giorno dopo giorno, di fronte a una persecuzione senza fine.
Mari E.