sabato 13 settembre 2014

Some prefer cake: a Bologna la ricchezza del cinema lesbico

Bologna, dal 17 al 21 settembre Some prefer cake, ottava edizione del festival del cinema lesbico, con un ricco programma, quest'anno dedicato ad Audre Lorde. Scrivono Luky Massa e Marta Bencich:
Audre Lorde ci ha accompagnate e ispirate negli anni con la forza della sua opera e della sua etica, dal convegno "Il valore della differenza", che abbiamo organizzato a Bologna nel 2006, fino a quest’anno, in cui finalmente vediamo pubblicate due delle sue opere in italiano:
Zami - che in italiano ha per titolo
Zami. Così riscrivo il mio nome: una biomitografia, a cura di Liana Borghi per la traduzione di Grazia Dicanio (Edizioni Ets), e Sorella Outsider
e Gli scritti politici di Audre Lorde, per la traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida (Edizioni Il Dito e la Luna). Entrambe le pubblicazioni verranno presentate all’interno del festival.
A dare il suo volto all’ottava edizione di Some Prefer Cake è Ruby Rose, vj per MTV Australia, dj, modella, conduttrice tv, attrice e ora anche regista, dichiaratasi lesbica fin dall’età di 12 anni: un inno alla visibilità, che da sempre è lo strumento più efficace per decostruire modelli e stereotipi e per creare la nostra comunità.
46 film, di cui 23 prime italiane, 10 lungometraggi narrativi e tante biopic, quest’anno davvero numerose e significative, creano un mosaico di ritratti di lesbiche e donne straordinarie che hanno segnato il pensiero e la cultura degli ultimi decenni. La scrittrice francese Violette Leduc, la pittrice cino-americana Bernice Bing, la teorica chicana Gloria Anzaldúa, la coreografa statunitense Elizabeth Streb, la scrittrice afroamericana Alice Walker, l’attivista femminista parigina Thérèse Clerc e la scrittrice finlandese di libri per l’infanzia Tove Jansson. E non dimentichiamoci la poeta americana Elizabeth Bishop e l’architetta brasiliana Lota de Macedo Soares, raccontate superbamente dalla fiction Reaching for the Moon, a SPC 2014 in prima italiana.
In ogni edizione esploriamo un nuovo paese e dopo l’India e la Cina quest’anno volgiamo il nostro sguardo all’Argentina, che con due film della regista Liliana Paolinelli e un documentario sul gruppo punk femminista Kumbia Queers ci travolge col suo spirito estroso, surreale ed eccessivo, ma anche molto franco e concreto. Come ogni anno, oltre ai film, Some Prefer Cake propone ospiti internazionali, incontri con le registe, presentazioni di libri, mostre, performance, aperitivi con dj-set, l’official party.
Fra lesbiche punk che suonano la cumbia, nonne kung fu, acrobate in volo, pinguine testarde, lesbiche zombie e regine follemente innamorate continuiamo a celebrare la ricchezza del cinema lesbico!

martedì 9 settembre 2014

Ancora sullo Jugendamt: 5 anni di sofferenza per perdere mia figlia

Germania: il meccanismo infernale delle case per donne maltrattate. Via mail mi giunge questo scorcio di tanti, troppi anni di sofferenza, che desidero condividere qui. Ancora una volta non si tratta di violazioni dei diritti in situazioni di dittatura o di regimi militari, ma nel cuore dell’Europa, nel paese che troppo spesso gli ignari prendono a modello:
“venuta in Germania per una specializzazione post-universitaria ho conosciuto un tedesco con il quale mi sono sposata e ho avuto una bambina. Una bambina binazionale che avrebbe dovuto crescere bilingue, una piccola europea. Purtroppo, dopo la nascita della bambina, mio marito ha avuto  crisi durante le quali gridava e mi picchiava, a volte anche in presenza della bambina. Uno degli episodi al quale ha assistito la piccola è stato anche uno dei più violenti. Sono stati proprio i suoi occhioni sbarrati a far sì che suo padre si fermasse, le ordinasse di andare in camera sua e smettesse di picchiarmi. Per qualche ora. E’ uscito ed al suo rientro sembrava si fosse ravveduto, o per lo meno calmato. Invece, verso sera, in camera da letto, pretendeva che gli dicessi che andava tutto bene e che non era successo niente. Alla mia risposta che non avrei sopportato oltre la sua violenza e che avrei iniziato a gridare in caso di ulteriore aggressione, ha iniziato a gridare lui. E anch’io.

Il business transnazionale dei bambini che vanno in Germania

Con questo post desidero condividere con voi una lettera recentemente inviata alla Corte Europea per i Diritti Umani.
Si tratta di un ricorso che sappiamo essere "sulla scrivania" da anni, ma che pressioni (interne o esterne?) evidentemente politiche vogliono impedire riveli la verità dei fatti e delle violazioni, cioè dell'interesse economico della Germania nel trattenere tutti i bambini delle coppie binazionali, usando gli strumenti comunitari per costruire una legalità di facciata.
Il genitore non tedesco viene criminalizzato dalle sue proprie autorità, le quali eseguono senza verificare le richieste tedesche e lo riducono sul lastrico inviando in Germania tutto il suo patrimonio, la sua pensione e la sua eredità, così come la Germania è riuscita ad imporre con successo all'intera Europa grazie ai Regolamenti.
Anche il titolo "diritto di famiglia" è meramente formale: si tratta di un business miliardario che i Tedeschi si preoccupano di celare, criminalizzando chiunque si opponga o cerchi di rivelarloLa sorte di Olivier Karrer, presidente dell'Associazione CEED (Conseil Européen des Enfants du Divorce), è emblematica.
Per maggiori informazioni consultare il sito che descrive il funzionamento dello Jugendamt. E questa è la lettera:

Milano, 31.07.2014

Corte Europea per i Diritti Umani (CEDU)
Consiglio d’Europa
Avenue de l’Europe
67075 Strasbourg Cedex
Francia

Ricorso n. XXXXX/2010            
Colombo c. Italia e Germania

Egregi Signori della Corte Europea per i Diritti Umani
Egr. Dott. Cancemi,

con la Sua lettera del 4 luglio 2014 ci chiede di informarLa sugli ultimi sviluppi della mia situazione, poiché le ultime informazioni risalgono al dicembre 2013.
Innanzi tutto La prego di notare che il mio primo ricorso risale alla fine del 2010/inizio 2011; si trattava e si tratta di un ricorso dal carattere prioritario poiché tratta delle violazioni die diritti fondamentali perpetrati contro dei bambini, i miei bambini. Nel 2010 mio figlio Nicolò aveva 8 anni, da allora sono passati 4 anni, cioè la metà della sua vita. Mi permetta di far notare che l’atteggiamento della Corte attraverso questo ritardo non corrisponde a una difesa dei diritti fondamentali, cosa che invece che dovrebbe essere –così credevo- la finalità di questa Corte che avevo adito con fiducia.
Rispetto al dicembre 2013 nulla è cambiato; i miei figli sono condannati a vivere in Germania con il genitore con il quale non avevano mai vissuto dopo la separazione, cioè con il genitore che esercitava un diritto di visita e pertanto non aveva nemmeno il titolo –stando alla Convenzione e al Regolamento- per richiedere il rimpatrio. Il genitore che era stato reputato dal giudice e dallo psicologo [tedeschi] inidoneo ad occuparsi quotidianamente dei bambini [a essere il collocatario] si è ritrovato ad avere un diritto che non deteneva, ma del quale è stato “omaggiato” per poter trattenere i bambini in Germania. Il Tribunale italiano ha “dimenticato” che la finalità della Convenzione e del Regolamento è quella di ristabilire la situazione di vita dei bambini precedente al trasferimento e non di sconvolgerne la vita.

sabato 6 settembre 2014

Sulle vie della parità: concorso nell'ambito del progetto per la Toponomastica Femminile

Un progetto che ci sta molto a cuore, nato in contemporanea, e nell'alveo, della discussione che condusse anche al progetto della Rete delle reti femminili. E senz'altro fra i progetti più interessanti e creativi, per un riequilibrio di genere nell'educazione e nella cultura, che si siano visti negli ultimi anni, portato avanti con inesauribile energia dalla sua ispiratrice, Maria Pia Ercolini
Ora Toponomastica femminile, fra le numerose iniziative promosse, giunge alla seconda edizione di un bellissimo concorso promosso in collaborazione con la Federazione Nazionale degli insegnanti: rivolto alle scuole di ogni ordine e grado, inclusi atenei ed enti di formazione, è finalizzato a riscoprire e valorizzare il contributo offerto dalle donne alla costruzione della società:

Attraverso attività di ricerca-azione svolte da ragazze/i si vogliono individuare e descrivere percorsi culturali e itinerari di genere femminile in grado di riportare alla luce le tracce delle donne nella storia e nella cultura del territorio, modelli di valore e di differenza sui quali riflettere e ai quali attingere nell’opera complessa della costruzione dell’identità maschile e femminile. Le giovani generazioni non sempre sanno che la cittadinanza femminile, asimmetrica per millenni, è una recente conquista. E che, anche dopo avere ottenuto il diritto di voto, le donne italiane hanno continuato ad essere sottoposte alla patria potestà senza poter accedere a molti ruoli della Pubblica Amministrazione. Le disparità, mai colmate del tutto nonostante il richiamo alla parità di diritti della nostra Costituzione, pongono la necessità di ripercorrere la storia delle battaglie e delle conquiste di altre generazioni, sia attraverso i segni che le donne hanno lasciato sul campo, sia attraverso l’assenza di segni, la cancellazione della memoria, verificabile anche nella toponomastica. A partire dall’osservazione della città, del quartiere e delle sue strade, delle aree verdi, pedonali e ciclabili, dei musei, dei luoghi pubblici e condivisi, la proposta intende promuovere la ricerca storica e l’analisi del patrimonio culturale, ambientale e civico e riscoprire le donne che si sono distinte per le loro azioni, per l’attività letteraria, artistica e scientifica, per l’impegno umanitario e sociale o per altri meriti. Riflettendo sulle ragioni delle intitolazioni presenti e assenti, le/gli studenti impegnate/i nel lavoro di ricerca-studio saranno stimolate/i a sviluppare il lavoro in modo autonomo, critico e responsabile, collaborando alla vita sociale nel rispetto dei valori dell’inclusione e dell’integrazione.
Il carattere trasversale della toponomastica e dello studio del territorio offre numerose opportunità didattiche di integrazioni interdisciplinari e nel contempo permetterà a bambine e bambini, a ragazze e ragazzi di sviluppare forme di cittadinanza attiva e di partecipazione alle scelte di chi amministra la città.
Scuole/atenei/enti di formazione dovranno inoltrare i lavori completi e la relazione docente entro l’8 marzo 2015.

Sognare: di liberare il presidente Obama; e quelli come lui

Caro Presidente Obama,
(…) Tutti noi ricordiamo ancora le sue parole, nel lontano 2009 all’Università del Cairo, che annunciavano un nuovo inizio nelle relazioni tra gli USA e gli altri paesi, per la ricerca della pace e per il rispetto dei diritti universali, tanto da conquistare un Premio nobel per la Pace alle sue intenzioni. La speranza di tutti era che quelle parole avessero dietro la volontà e la decisione di un radicale cambiamento di politiche, di strumenti e di investimenti. I fatti succedutisi da allora ad oggi, affermano che ci eravamo sbagliati: ancora si pensa che pace, sviluppo, sicurezza siano raggiungibili con più armi. Più guerre, più morti, più profughi, più occupazioni.
La vera verità, quella che non si può dire, è che il nostro sistema politico, ahimè lei compreso, dipende da un potere che sovrasta le nostre democrazie, fatto di lobby potenti che hanno nell’industria degli armamenti il mezzo per condizionare l’economia, l’accesso alle fonti energetiche e la vita di uomini e donne. 
Queste lobby ed i loro interessi impediscono di fare la cosa giusta: impediscono il consolidamento della democrazia, del diritto internazionale e della soluzione politica dei conflitti. Lei, come Presidente degli Stati Uniti d’America non può mantenere le promesse e le aspettative che la sua elezione e rielezione hanno generato nel mondo perché deve percorrere una strada già disegnata da altri e con pilota remoto. (…)
Di fronte alla crisi economica del suo paese lei non ha perso tempo, investendo miliardi di dollari nella creazione di nuovi investimenti produttivi per ricreare occupazione. Ha sfidato altre lobby ed il Congresso americano per estendere l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini americani, per garantire maggiori diritti agli immigrati, per ridurre le disuguaglianze.
Perché, quindi, non fare lo stesso a livello globale, e non investire in una economia globale sostenibile per sconfiggere la povertà, le ingiustizie, le guerre, anziché richiedere più armi per la nostra sicurezza?
La storia ci insegna che pace, sviluppo, sicurezza si raggiungono e si mantengono se le istituzioni nazionali e sovranazionali riescono a dare risposte concrete a uomini e donne che soffrono perché senza lavoro, senza assistenza sanitaria e sociale, senza possibilità di esprimersi liberamente, senza più un futuro per i loro figli o senza una patria. Le sole armi che dovremmo usare sono quelle della ragione, del diritto e del rispetto reciproco.
Non ci chieda d’investire ancora in armi, non lo possiamo più fare, noi e gli altri non ce lo possiamo più permettere. Siamo circondati da guerre, da uomini e donne che fuggono in cerca di una nuova vita, le nostre economie sono al collasso. Ogni euro deve essere investito per il bene, per la giustizia, per la pacificazione e per lo sviluppo sostenibile, per tutti e per tutte. Non per difenderci da un nemico che alla fin fine non è altro che la nostra ombra, la cui distruzione è anche la nostra. Ci permetta una metafora: abbiamo gli stessi obiettivi, i suoi sogni e le sue speranze sono le nostre. Lei però è in ostaggio e la nostra missione è di liberarla, per il bene e per la pace del pianeta.

Questa lettera è stata scritta nel marzo scorso dalla Rete della Pace, in occasione di una visita europea del presidente Obama. Riguarda non solo lui, ovviamente; dice cose molto vere e non è mai scaduta.
Ricordiamo qui la manifestazione nazionale del 21 settembre 2014, indetta a Firenze per la soluzione pacifica dei numerosi conflitti che stanno devastando il pianeta.
Comitato Promotore:  
• Per contributi alla realizzazione della manifestazione:  IT27U0501803000000000163157
E a tutti diciamo - pace, sostenibilità, equità di genere: ora di creare un solido asse fra questi attivismi.

venerdì 5 settembre 2014

Abbiamo bisogno di pace e non di corruzione e guerre. Una parola decisiva contro gli F35

Serve ricordare come le donne, oltre a essere le più colpite dalle conseguenze di ogni guerra, siano anche le più estranee alle decisioni catastofiche che la politica dominante prende costantemente, in merito ad armamenti e gestione dei conflitti? Riguardo all'assurda spesa per gli F35, è lo stesso Pentagono a sottolinearne le debolezze; il loro acquisto ha una sola efficienza certa: far girare molti soldi, a vantaggio di pochi, sottraendoli a necessità ben più urgenti.  
Chiediamo al Governo e al Presidente del Consiglio di dire No agli F-35
Invitiamo a fare rete fra gli attivismi. Invitiamo a partecipare alla manifestazione per fare un #passodipace, il 21 settembre a Firenze.
E invitiamo a diffondere la campagna Taglia le ali alle armi e a sottoscrivere l'appello della Rete per il disarmo:
La società italiana è divisa su molti temi ma sugli F-35 ha mostrato un'opinione se non unanime, almeno ampiamente condivisa e trasversale: 
in grandissima parte pensa che portare avanti il programma di acquisto degli F-35 sia un errore. Non sono solo le reti pacifiste a chiedere la cancellazione del programma, le decine di enti locali che sostengono la campagna Taglia le ali alle armi, le oltre 90mila persone che hanno sottoscritto i suoi appelli e partecipato alle sue iniziative, ma personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, giornalisti, persino ex militari. Un recente sondaggio Demopolis per La7 colloca al 57% l’accordo diffuso per (quantomeno) una riduzione degli acquisti di caccia.
La crisi non accenna a fermarsi: la disoccupazione ha raggiunto il 13% complessivo e il 42,3% tra i giovani sotto i 25 anni, mentre le politiche di austerità imposte dall’Europa invitano gli stati membri a effettuare tagli draconiani alla spesa pubblica, in primo luogo a quella sociale. Si taglia su tutto ma non sulle spese militari. Se proprio dobbiamo fare dei tagli facciamo quelli giusti! Eliminiamo i veri sprechi: rinunciamo agli F-35. Oggi più che mai abbiamo bisogno di pace e di non guerra, di servizi sociali e non di armi, di sicurezza sociale e non di missioni militari. La società italiana reclama democrazia, riforme tangibili e scelte coraggiose: chiede di cambiare verso in modo chiaro, senza ambiguità, senza esitazioni e nella direzione giusta.
Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe uno dei modi migliori per dimostrare che le promesse di cambiamento vengono mantenute, che la distanza tra la società e chi la governa può ridursi, che una volta tanto i diritti della maggioranza dei cittadini possono prevalere sugli interessi e i privilegi delle caste militari e delle aziende che producono strumenti di morte.
Cancellare il programma di acquisto degli F-35 sarebbe oggi una scelta davvero popolare ma dal Governo e dal Parlamento arrivano segnali discordanti e contraddittori, dichiarazioni e prese di posizione che un giorno sono incoraggianti e il giorno dopo riconfermano gli errori degli ultimi anni.
Chiediamo al Governo e al Presidente del Consiglio di non tergiversare e fare una scelta chiara: dicano No agli F-35, scelgano di far decollare il lavoro e di mettere le ali ai diritti sociali.
Fermate il programma dei Caccia F35




giovedì 4 settembre 2014

Beyoncé: troppo sexy per essere una "perfetta femminista"? Almeno lei sa chi ringraziare. Ma c'è di più

ARCHIVIO/DOCUMENTI - Sapete cosa? Beyoncé non è affatto una "femminista" improvvisata, "tanto per farsi pubblicità". E come icona femminista era già stata incoronata da uno dei più attivi magazine femministi internazionali. Ma ora - aggiungiamo, in seguito all'ignorante campagna che ha cooptato molte giovani donne sull''Hashtag #IdontneedFeminism, aggiungiamo: almeno lei sa chi ringraziare.
E anche: sulla vicenda c'è molto, molto da riflettere.
Per questo, sul tema, vi segnaliamo questo pezzo uscito su Ms Magazine:
Qualunque siano stati i dibattiti, riguardo all'auto-identificazione femminista di Beyoncé, nessuna dichiarazione è stata più audace di quella resa da lei stessa ponendosi sul palco davanti alla parola illuminata "Femminista", di fronte a un pubblico di milioni di persone che assistevano al MTV Video Music Awards show del 24 agosto 2014.
Come osserva Anita Little (direttore associato di Ms. Magazine):
Beyoncé è inestimabile per il femminismo, perché lo trae dai margini del dialogo pubblico e lo getta nel cuore della visione popolare, costringendo le masse a confrontarsi sia con questo termine sia con il suo significato. Che la gente accetti oppure critichi il suo femminismo, questo è marginale rispetto al fatto che, almeno, tutti ne stanno parlando.
Si tratta di un punto veramente cruciale da considerare, soprattutto alla luce di come Beyoncé ha riformulato questa parola per la pubblica discussione. Il primo giorno di scuola di questo nuovo anno scolastico ho fatto in modo di discutere la cosa: e molti studenti si sono detti entusiasti che la pop star avesse abbracciato quel termine. 
Allo stesso modo, molti di loro sono stati ambivalenti, riguardo all'abbracciare l'identità femminista, proprio perché gli stereotipi inculcati sulle femministe, nelle menti della maggior parte delle persone (come presunte odiatrici di uomini; poco sexy, poco attraenti, prepotenti) li mettono in condizioni di vederle in termini negativi.
Beyoncé, come un autentico sex symbol che si esibisce nel suo elemento sul palco, mentre il marito si prende cura del figlio, è riuscita a capovolgere il copione e ha aperto considerevoli brecce nell'immaginario pubblico sul femminismo. Ma, se molti ne hanno elogiata l'audacia, altri ancora non possono adattare le loro menti all'idea che Beyoncé si possa identificare come femminista. È quel suo stile sexy. Lei è troppo sexy; troppo eteronormativa, troppo omologata a uno sguardo maschile nel suo spettacolo sessualizzato.
Ma cosa intendiamo dire esattamente? Forse che una femminista non può essere sexy? Vorrei approfondire questo paradosso (se si tratta davvero di questo).
La "confusione" fatta da alcuni, o addirittura il rifiuto, di Beyoncé come icona femminista appare un tantino razzistica. Rispondendo alle proteste di Ferguson, seguite all'uccisione del diciottenne Michael Brown, in un recente pezzo per il Washington Post il commentatore sociale Touré ha evidenziato l'onere che pesa sugli afro-americani, nel dover soddisfare le aspettative della "vittima perfetta": nell'immaginazione pubblica, la vittima nera che cade uccisa dalla polizia bianca o da civili (Trayvon Martin, Michael Brown, Renisha McBride, Jordan Davis) non deve aver mai fatto nulla di male, nulla che possa suggerire che forse si meritava di morire.
In una certa misura, l'aspettativa che le vittime nere debbano essere "perfette" - martiri o crociati della giustizia (pensiamo a Rosa Parks o a Claudette Colvin), vale anche in altri campi.  
Beyoncé non è considerata una "perfetta femminista"; dunque la sua adeguatezza come icona del femminismo può essere contestata. Proprio come la criminalizzazione rende imperfetta la gioventù nera, così fa la troppa sessualizzazione delle donne nere. Storicamente, la sessualità femminile nera è costruita su un binario semplicistico: o il Jezebel ipersessuale, incontrollabile, oppure la vittima oppressa di stupro. E se consideriamo le nostre icone femministe nere del passato (Sojourner Truth, Harriet Tubman, Rosa Parks, Shirley Chisholm, Angela Davis) non sono generalmente note per la loro sensualità. Sono semmai quasi mascolinizzate o desessualizzate, al fine di mantenere le proprie credenziali femministe.
Ecco perché il discorso di Beyoncé su sessualità, sesso e sensualità ha un potenziale liberatorio. Sì, come dice bell hooks, il suo coinvolgimento con un sistema suprematista bianco, capitalista e patriarcale di bellezza e sensualità (dai suoi boccoli biondi ai suoi ritratti convenzionali eteronormativi) non propone nuove narrazioni della liberazione sessuale. Ancora, voglio insistere ancora su questo, perché è proprio la sua appropriazione di valori capitalistici e suprematisti bianchi, che le ha permesso di costruire il suo potere economico, culturale e aziendale. Come donna nera, in un'industria musicale infame per sfruttamento e marginalizzazione delle doti musicali delle donne nere, in ciò Beyoncé ha già compiuto un'impresa straordinaria, e può ora esprimere un'identità femminista su un palcoscenico mondiale - qualcosa che pochissime artiste pop femminili si possono permettere.
Nel suo potente libro Usi dell'erotico: l'erotico come potenza, Audre Lorde ha scritto:
Ci è stato insegnato a sospettare di questa risorsa [erotica], vilipese, maltrattate e svalutate all'interno della società occidentale. Da un lato, l'erotico superficiale è stato incoraggiato come segno di inferiorità femminile; dall'altro, le donne sono state indotte a soffrirne e sentirsi spregevoli e sospette in virtù della sua esistenza.
Beyoncé parla precisamente di questo punto, nel suo recente video dietro le quinte (la parte 4, dal titolo "liberazione"):


dice che lei abbraccia l'erotico, soprattutto da quando è diventata madre: vuole mostrare al mondo che la sua sensualità non può essere ridimensionata in quanto lei è ormai una "rispettabile" moglie e madre. Curiosamente, è stata proprio la sua infame "pole dance", durante lo show VMA, che ha causato costernazione fra alcune femministe. Ma Beyoncé ha trovato ispirazione per la sua canzone "Partition" con spogliarello video, guardando un vero streap tease al Crazy Horse di Parigi (un regalo di compleanno per l'allora-fidanzato Jay Z) e fantasticando di vedere se stessa fra queste donne, il che indica (oltre a una certa solidarietà con le donne che lavorano nell'intrattenimento sessuale) la volontà di celebrare ciò che è femminile e sessuale, e anche un'ammissione di essere lei stessa coinvolta dallo spettacolo di donne sexy. Cioè da esposizioni destinate allo sguardo maschile, ma ove Beyoncé reclama lo sguardo per sè.
Questo scenario erotico non significa "inferiorità femminile" né qualcosa di "spregevole e sospetto". Beyoncé ha deliberatamente messo in scena "Partition", al VMas, subito prima di presentare il suo inno femminista “Flawless": 


che richiama le parole dell'autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, dal suo TED Talk "Tutte noi dovremmo essere femministe": 


"noi insegnano alle ragazze che non possono essere persone sessuali, come lo sono i ragazzi". Come Beyoncé chiede nella sua canzone "Partition": tu ami il sesso? ...traduzione "persa" [cit. di Lost in translation, ndr] allo scopo di questo saggio: "Le femministe non amano il sesso?".
Nella mia intervista con Adichie (numero di Ms dell'estate 2013), lei dice di cercare di evitare etichette "femministe" (benché si riconosca come tale), perché simili etichette possono essere "prescrittive". Speriamo che, da femministe, riguardo all'adesione pubblica al femminismo di Beyoncé, non ci faremo troppo impantanare da simili prescrizioni. 
Forse lei non sarà perfetta nella sua espressione femminista. Ma se è la sua sensualità a dequalificarla, è tempo di ripensare alla nostra narrazione del femminismo.
Traduzione di Politicafemminile