sabato 16 agosto 2014

Il premier indiano: pensate a educare i figli maschi, più che a controllare le figlie

Ecco cosa ha detto ieri il premier Narendra Modi, per il 68° anniversario dell’Indipendenza: "Moriamo di vergogna, quando sentiamo notizie di stupri. Coloro che commettono stupri sono pur sempre figli di qualcuno. Li si dovrebbe fermare prima che prendano la strada sbagliata. 
Già da quando hanno solo 12 anni, le nostre figlie si sentono sempre fare tante domande dai genitori: dove vai, cosa fai?... Ma questi genitori chiedono ai propri figli dove stanno andando? Perché non usiamo lo stesso criterio anche per i figli maschi? 
Contro gli stupratori la legge avrà un proprio percorso ma, come la società, anche ogni genitore ha la responsabilità di insegnare a suo figlio la differenza tra giusto e sbagliato.
Siamo nel XXI secolo e ancora non c'è nessuna dignità per le donne. È una vergogna che in India le donne debbano attendere l’oscurità per poter uscire all'aperto a fare i propri bisogni, e potete immaginare il numero di problemi che devono affrontare a causa di ciò? Non dovrebbe essere una cosa difficile, per il paese, costruire servizi igienici. Potrete criticarmi per aver parlato di bagni qui dal Red Fort. Ma vengo da una famiglia povera, so per esperienza cos’è la povertà. Ottenere dignità, per i poveri, inizia da qui. L’India deve sforzarsi di garantire che ogni famiglia abbia una toilette entro i prossimi 4 anni e che tutte le scuole abbiano entro un anno servizi igienici separati per ragazze e ragazzi, in modo che le nostre figlie non siano costrette ad abbandonare la scuola. I nostri atleti ci hanno portato un orgoglio immenso e sono orgoglioso che fra loro, che hanno conquistato medaglie, ci siano anche numerose ragazze (..)
Ci rendiamo conto della situazione fra i sessi? E chi ha creato questo squilibrio nella società? Non è certo l’Onnipotente! E faccio appello ai medici perché non uccidano i feti delle bambine, mi appello ai genitori: non sacrificate le vostre figlie nella speranza di avere maschi. So di genitori che hanno avuto cinque figli maschi e grandi case, ma che una volta vecchi ne sono stati cacciati; e ho visto famiglie con una sola figlia, che per prendersi cura dei propri genitori ha rinunciato a sposarsi”.
Naturalmente l’immagine del premier indiano Narendra Modi che si inchina alle donne, accogliendo la loro benedizione, non rappresenta pienamente la sua figura, per varie ragioni controversa. 
Ma la scegliamo in apprezzamento a questo discorso, che è storico: non solo perché ha molto posto l’accento sulle donne, ma perché ha finalmente richiamato – e questo è davvero degno di nota - alla necessità di rinnovare quella mentalità orientata al maschile, che è fonte primaria di tutte le difficoltà e della violenza scaricate sulle donne.
Nello stesso giorno in cui Modì ha fatto questo discorso, il vicegovernatore di Delhi, dicendo che il governo intende fornire alle donne consulenza legale, aiuto medico e ogni altro sostegno contro molestie e violenze, ha annunciato azioni della sua amministrazione: incremento della flotta di autobus, con 26 autobus speciali per le donne, formazione per ragazze e ragazzi dei villaggi, uno sportello per aiutare le vittime di molestie sessuali, un numero antiviolenza (181) attivo 24 ore su 24 collegato con tutte le 185 stazioni di polizia della città.
Ma chi risponderà a queste chiamate, in queste stazioni di polizia, sarà solidale con le donne o complice con gli aguzzini? Il punto che farà la differenza, appunto, sarà la capacità o meno di agire per un cambio di mentalità. Ecco perché la vera novità storica di questo discorso non sta tanto nel tendere una paternalistica mano alle donne, ma alla sua chiamata per un cambio di paradigma. Che non sta mancando di far discutere la Nazione.


Per inciso.. un discorso che sembra rispondere a un recente appello rivolto alla diplomazia indiana proprio da queste pagine: un invito che, siamo certe, sarà risuonato anche da numerose altre fonti. Ma tanto più apprezziamo questo discorso, in quanto gli appelli lanciati dalle donne siamo abituate a vederli sempre inascoltati.

martedì 5 agosto 2014

Basta bombe! Donne in azione contro la guerra

Ero ancora adolescente quando per la prima volta mi sono interessata alle questioni di pace e di conflitto. E quando dico interessata intendo che ho iniziato a divorare libri e giornali, cercando di capire il mondo.
Una delle cose che mi ha scioccato di più è stato l'utilizzo senza fine della violenza armata come strumento per risolvere i problemi. Massacrarsi a vicenda senza posa non sembrava essere un metodo utile a risolvere nulla. Il continuo sviluppo di nuove armi e mezzi sempre più efficienti per uccidersi l'un l'altro non sembrava un buon modo di utilizzare il denaro. Sembrava che la violenza fosse la nostra principale forma di comunicazione e che ogni strada alternativa per coinvolgere l'altro fosse considerata solo utopia.
Dopo aver studiato questi temi all'università, ho iniziato a lavorare per la WILPF (Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà). Volevo lavorare per un'organizzazione dedicata alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, per la giustizia economica e sociale e, naturalmente, il disarmo. Pensavo che le armi - il loro sviluppo e commercio, possesso e utilizzo - fossero il cuore di molti dei nostri problemi umani collettivi. E, dopo 9 anni con il programma di disarmo di WILPF Reaching Critical Will, ne sono convinta più che mai (come la maggior parte delle donne, da sempre, ndr).
Uno degli obiettivi cui lavoro per WILPF è mettere fine all'uso di armi esplosive nelle zone abitate. È una campagna abbastanza recente, fondata nel 2011 da gruppi della società civile interessati agli aspetti legali, economici, umanitari e sanitari del bombardamento nelle città. Ci siamo uniti alla INEW (Rete internazionale sulle armi esplosive) per incoraggiare i governi a stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone popolate al fine di prevenire l'umana sofferenza.
Questo impegno va davvero al cuore di ciò per cui la WILPF lavora fin dal 1915. Furono donne che protestavano contro le uccisioni e la distruzione della prima guerra mondiale che posero le basi su cui si fondano la nostra organizzazione e, da allora, tutti i suoi sforzi contro il militarismo.
Negli ultimi 100 anni, guerre e conflitti armati hanno visto l'uso di mortai, razzi, proiettili di artiglieria e bombe aeree in zone abitate.
Durante la seconda guerra mondiale, il bombardamento delle città era ormai dilagarntee. In Vietnam gli Stati Uniti hanno condotto la più grande campagna di bombardamento aereo nella storia militare.
Non è solo un problema storico. Nella striscia di Gaza, nel corso delle ultime settimane, sono stati uccisi oltre 1000 palestinesi e feriti oltre 6200 (numero in continua crescita, ndr). Secondo Save the Children un quarto di questi morti sono bambini. La maggior parte causati da attacchi aerei di Israele, che ora ha anche bombardato l'unica centrale elettrica di Gaza (non che anche Hamas non tenti di colpire le città, ma la sua forza di fuoco è infinitamente minore, ndr). In Siria, il tributo di morte è di oltre 170.000, circa un terzo dei quali sono civili. Ancora una volta, molti di questi morti sono causati dal bombardamento delle città. Molte aree urbane siriane sono ormai in rovina, la storia e la cultura distrutte insieme a vita, mezzi di sussistenza e comunità.
In tutti i casi, il tipo di danno è prevedibile. Le armi esplosive utilizzano deflagrazioni e schegge per colpire persone e danneggiare oggetti, edifici e infrastrutture. Quando queste armi sono utilizzate nelle zone abitate uccidono e feriscono i civili, punto e basta.
Mentre ci avviciniamo al centenario della WILPF, è difficile riconoscere che, in questi cento anni, forse l'unica cosa che è cambiata è che ora è solo più facile uccidere e mutilare decine e decine di persone a causa dei progressi delle tecnologie, sia della violenza sia della crescente urbanizzazione. Ma allo stesso tempo, ci sono stati progressi nel diritto internazionale umanitario e delle leggi per i diritti umani. Forse queste leggi (come scrive qui Jeremy Bowen, ndr), sono solo il modo migliore che abbiamo per misurare il grado di orrore che gli esseri umani si infliggono a vicenda. Tuttavia, esse dovrebbero offrirci una tabella di marcia non solo per misurare questo orrore, ma per porgli fine.
Come attiviste per la pace e la libertà, vedo come nostro compito promuovere, implementare e sviluppare ulteriormente ulteriormente questa tabella di marcia. Non possiamo accettare che il diritto umanitario si limiti a rendere le guerre "meno pericolose" per i civili. Dobbiamo usarlo per porre fine alle guerre e impedirne di nuove. Dove ci sono lacune nell'attuazione della legge, come sull'uso delle armi esplosive nelle zone abitate, dobbiamo capire come colmarle al meglio. Dove non non c'è nessuna legge, dobbiamo crearle, e far sì che vengano applicate (in tema di leggi qui un sito utile: Arms Treaty Daily, ndr).
Questo non è un lavoro solo per i governi. Questo è un lavoro per tutti. I governi hanno linee guida e e leggi per istruire le loro azioni, ma quando si impegnano in manipolazioni politiche, aggressioni militari ed economiche, e nel potere negoziale, spetta a noi intervenire. Lo sforzo di INEW per stabilire divieti e restrizioni sull'uso di armi esplosive nelle zone abitate vuole prevenire la sofferenza umanitaria dovuta a una delle cause più comuni di morte e distruzione nei conflitti armati. Si tratta di cambiare radicalmente il modo in cui vengono intraprese guerre e conflitti armati.
Per me, lavorare su questo tema significa tornare alla radice dei motivi per cui avevo inizialmente aderito all'WILPF. E, a 100 anni dalla sua nascita, penso essenziale per la nostra causa, e parte integrante dell'obiettivo della nostra organizzazione, promuovere il potere delle donne per fermare la guerra.
Ray Acheson (Direttrice di Reaching critical Will; qui per Women stop war)

lunedì 4 agosto 2014

Riforme costituzionali e democrazia paritaria: passa un emendamento cruciale

Quasi inosservato dalla stampa, e poco richiamato perfino dai siti femminili, è stato approvato un emendamento che rafforza quel principio di parità nella rappresentanza tra donne e uomini, già espresso negli artt. 3 e 51 della Costituzione. L'emendamento (prima firmataria Valeria Fedeli, parlamentare Pd e vicepresidente del Senato) sancisce che le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza.
Ed essendo ad oggi quei 2 articoli alquanto disattesi, non è un risultato da poco, per la democrazia. Che, se non è paritaria, non è democrazia
Sia con il voto alla Camera sulla legge elettorale che ora con l'esame al Senato della Riforma Costituzionale, "democrazia" è la parola che maggiormente ricorre. Termine che ognuno, a ragione, interpreta come vuole. Democrazia è - fra le altre cose: non avere soglie di sbarramento; avere le preferenze;  avere un Senato eletto dai cittadini; avere la possibilità di presentarsi in più collegi o circoscrizioni elettorali; è, addirittura, avere una doppia lettura solo per le leggi di natura etica. La normale dialettica tra maggioranza e opposizione offre versioni fantasiose e spesso di comodo, della cosiddetta democrazia. Ne fa un vessillo da usare anche come clava nella lotta tra i partiti e all'interno dei partiti stessi. Soprattutto in queste giornate di voto sulla riforma costituzionale. Ormai sappiamo tutto su emendamenti e canguro! Ci è toccato pure vedere sventolare cartelli, da membri della commissione cultura, con su scritto "qual'è" (sic!).
Non entro qui nel merito della riforma come della legge elettorale, su cui ciascuna ha proprie opinioni. Una stravaganza va però sottolineata: l'emendamento di cui sopra è stato approvato nell'indifferenza (o distrazione?) dei media e dei tanti campioni della "democrazia è…". Eppure sancisce qualcosa (specie per la storia italiana), di niente affatto secondario: le modalità di composizione del Parlamento promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza
In realtà il suo testo originario era anche più netto: affermava infatti che le modalità di composizione del Parlamento promuovono la parità nella rappresentanza dei generi. Troppo, per i relatori, che hanno chiesto una modifica. 
La mediazione trovata è stata approvata a larghissima maggioranza. E personalmente ritengo sia una mediazione accettabile. Mentre i paladini della politica monosex al maschile si dovrebbero forse preoccupare.
Già, per loro c'è poco da scherzare: perché se il termine paritario evoca subito il temuto 50e50, difficile comunque che la "bilancia" della rappresentanza parlamentare si possa ritenere in equilibrio con un 60e40 o, peggio, con un 70e30. Se l'equilibrio non è un'opinione…
In sostanza, cosa comporterà, dunque,  questo emendamento sulla riforma del Senato e  sulla legge elettorale il cui iter è per ora fermo al Senato?
Intanto si parla di Parlamento: quindi anche il nuovo Senato, magari non elettivo ma formato da rappresentanti di Regione e Comuni, non potrà essere monosex. Eventualità finora nient'affatto remota: vista la dose pediatrica di donne oggi presenti nelle assemblee di Regioni e Comuni. E ora, proprio grazie a questo emendamento, anche le Regioni che hanno bocciato la doppia preferenza di genere (ad esempio Puglia, Calabria, Sardegna, Abruzzo e ultima la Liguria), si ritrovano con leggi elettorali incostituzionali - e come minimo dovranno rivedere le norme, per evitare che nel nuovo Senato finiscano proprio e solo le poche elette. Per non parlare dei nuovi ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato che, se già hanno fatto bocciare giunte comunali e regionali ostaggi delle "quote celesti", col solo art. 51 della Costituzione e poi con le nuove leggi elettorali dei Comuni, potranno ora puntare anche su questa norma.
Anche l'Italicum, nella formulazione votata e licenziata dalla Camera, ora non sta più in piedi. Mica basta candidare il 50% delle donne, per poi lasciarle a casa grazie alle liste bloccate. Dove magari i capilista sono tutti uomini o si alternano nei collegi 2 uomini e una donna, con la certezza che non sarà eletta. Grazie a questo emendamento, in Parlamento ci dovrà appunto essere equilibrio tra  le elette e gli eletti, mica solo tra candidate e candidati.
Una modifica Costituzionale per me non di poco conto (benché di per sé confermi la Costituzione). Forse perché, nella mia idea di democrazia, le donne  ci devono essere. In tutti i luoghi in cui si decide, per tutti e anche per noi.
Cinzia Romano

domenica 3 agosto 2014

Una donna israeliana scrive al suo vicino palestinese

Palestina e Israele non sono solo odio - né dall'unadall'altra parte..
Caro vicino palestinese, 
desidero dire quanto mi dispiace, profondamente, che tu stia sperimentando in ogni forma sofferenza, angoscia e disagio portati su di te dall'attuale attacco israeliano. 
Non è pazzesco che ci stiamo bombardando reciprocamente senza nemmeno conoscerci l'un l'altro? Non ti ho nemmeno mai incontrato. Ho sentito dire un sacco di cose su di te, fin da quando ero piccola, cose non tanto belle, come - ne sono sicura - quelle che tu avrai sentito dire di me. Ma io non ci ho mai creduto davvero. Sono sicura tu sia un essere naturalmente perfetto, come tutti gli esseri lo sono. So che non è stato facile vivere per anni nelle condizioni in cui tu hai vissuto, e questo ti ha forse anche convinto che io sia un essere orribile. Posso capirlo, ma comunque non ci credo. Non credo a nulla di tutto questo. So che è una mia scelta di seguire questi sistemi di credenze, e gli assiomi che portano solo all'odio e alla distruzione, oppure di non seguirli affatto, per focalizzarmi su ciò che so essere la perfezione naturale in tutti.
Questa perfezione naturale include e contiene tutti ed ogni cosa - io e te, israeliani e palestinesi e tutti gli estremi e le polarità di giusto e sbagliato, buono e cattivo.
Noi non abbiamo bisogno di cedere il nostro potere ai nostri governi e organizzazioni. In ogni caso loro non sanno affatto cosa fare [i link sono nostri, ndr]. Noi possiamo reclamare il nostro potere e farci sentire, a beneficio di tutti. Il mio cuore è con voi e con tutti gli esseri coinvolti in questo conflitto e in tutti gli altri conflitti in tutto il mondo. Tanto amore a tutti noi.
Pace. 
Il messaggio originale:
Dear Palestinian neighbor,
I want to say that I am deeply sorry if you are experiencing now any form of pain, sorrow or disturbance brought upon you by the current Israeli military operation. Isn't it crazy that we are bombing each other without even knowing each other? I have never even met you. I heard a lot of things about you, since I was little, not very good things, as I'm sure you have heard about me. But I never really believed it. I'm sure you are a naturally perfect being like all beings. I know that living for years under the conditions in which you have lived, has not been easy, and maybe it has even led you to believe that I am a horrible being. I can understand it, however I don't believe it. I don't believe any of this. I know that it is my choice to follow these believe systems and assumptions which only lead to hatred and destruction, or not to follow them and stay put in what I know to be the natural perfection of all. This natural perfection includes and contains everyone and everything, you and me, Israelis and Palestinians, and all extremes and polarities of right and wrong, good and bad.
We don't need to give our power to our governments and organizations. They don't know what to do anyway. We can reclaim our power and speak up for the benefit of all.
My heart is with you and with all beings involved in this conflict and all other conflicts around the globe.
Much love to us all.
Peace.
Naama, Israel 






A #Gaza, a #Israele e al mondo intero: servono nuovi leader con nuove idee

Non solo Gaza e Israele, ma il mondo intero ha urgente bisogno di nuovi leader, con nuove idee. Gaza e Israele sono  l'esempio migliore dell'alleanza strettissima che cementa fra loro certi nemici:  e bisogna dire basta alle alleanze del potere nel nome della guerra

Alle voci di pace la bocca viene tappata. Ma qualcuno che, invece che alla guerra, lavora per un'alleanza fra i popoli, nel nome della Pace, esiste. Fra mille ostacoli, pian piano si sta facendo sentire - ma che fatica. Chi sono? Fly for Peace, per esempio; o il network Jewish Voice for Peace. Con la sua Young Jewish Declaration… il manifesto di pace dei suoi ragazzi. O la rete European jews for a just peaceper esempio.  Nacquero nel 2011


Mentre in Israele i giovani mettevano in dubbio le vere ragioni delle scelte di guerra:


intanto, a Gaza, sorgeva contemporaneamente il GYBO: l'organizzazione spontanea Gaza Youth Arising

Questo video è un eccezionale documento su una novità politica di estrema importanza, che  sbocciò a Gaza nel 2011 - nell'anno di #Occupy, che come il maggio del 68 si propagò con immensa forza in tutto il mondo. 
Non erano dunque solo i giovani israeliani e gazaki, a sollevarsi contro la politica della guerra, e le politiche della paura che giustificano la guerra, eternamente la guerra, spostando l'attenzione dalle necessità vere dell'umanità. Era il vento di #occupy, che ovunque produsse primavere, che - però - ovunque produssero mostri. La colpa però non è solo dei mostri, ma di chi i mostri li liscia e li accarezza, e li nutre, come cani da guardia - anche se a rischio di restare azzannati. La solita, vecchia storia, vecchia come il mondo - perché chi governa il mondo il suo scettro non lo vuole mollare. E la retorica del patriottismo.. la politica della paura - you know.. it works the same way in any country
A Gaza, i giovani di Gybo furono repressi da Hamas durissimamente. Essere critici verso il potere espone ad accuse di antipatriottismo - non è una nuova invenzione, anche Gõring e Göbbels avevano già una lunga storia cui attingere.
E in Palestina l'antipatriottismo è praticamente sinonimo di sionismo… addirittura! Non sia mai. E non succede lo stesso in Israele? Anche se formalmente il linguaggio è un altro, la sostanza è esattamente la stessa. E la comunità internazionale si sbraccia, ma cosa fa per sostenere i venti di pace?
Nulla, in realtà, tutti parlano di pace, ma chi si ribella alle politiche della guerra, che avvince in ferrei abbracci i governanti, è schiacciato senza pietà - e di questo tutti sono complici. Di queste notizie non si parla nemmeno, non si sa nulla, come mai? semplicemente non vengono diffuse. E allora anche questi eventi, semplicemente, finiscono per non essere esistitiSono loro, che dobbiamo sostenere. E' alla politica della paura che bisogna dire basta. Pochi giorni fa un ex-ministro dell'Autorità Palestinese, che ha passato 12 anni in carcere in Israele, Ashraf Al-Ajrami, e un ex-militare israeliano, Benjamin Rutland, hanno lanciato un appello comune, criticando duramente sia l'operato di Hamas sia del governo israeliano. Utopisti? forse, ma sono queste voci che bisogna sostenere.


E' a loro, che bisogna guardare - invece di gridare accanitamente a chi sia "più colpevole", se israeliani o palestinesi: perché le popolazioni son in entrambi i casi vittime, non "colpevoli". Sono nuovi governanti, con nuove idee, quello di cui abbiamo bisogno. Servono dieci, cento, mille Pepe Mujica.
Oggi, su L'Internazionale, Francesca Spinelli ci parla dell’Union juive française pour la paix, creata nel 2002 oggi riunisce 11 organizzazioni su 10 paesi europei: per l'Italia partecipa la Rete-Eco (Ebrei contro l’occupazione). Dalla sua intervista riportiamo solo alcune domande, botta e risposta: 
• Domenica scorsa avete partecipato alla manifestazione di solidarietà alla Palestina che si è svolta a Bruxelles. Molti mezzi d’informazione hanno messo in primo piano i disordini. Quel è stata la sua impressione?
Ero nel servizio d’ordine dell’Upjb e ho visto che c’erano dei provocatori: 10-20 persone davvero decise a fare casino e qualche decina di adolescenti che gli andavano appresso. Erano comunque pochi rispetto all’insieme dei manifestanti. È un peccato che i mezzi d’informazione si siano soffermati su questo aspetto. Non tutti, però: la principale emittente pubblica, la Rtbf, si è mostrata più equilibrata.
• Avete molti contatti con i movimenti progressisti in Israele? Sì, con organizzazioni come Breaking the silence, B’Teselem, Women in black e altre ancora. Cerchiamo di aumentare la loro visibilità invitando i loro rappresentanti in Belgio. A settembre, per esempio, parteciperemo a una settimana di eventi organizzata dalla piattaforma Watermael-Boitsfort Palestine. I progressisti in Israele subiscono pressioni terribili in un clima di isteria collettiva, frutto di una politica di estrema destra che dura da dieci anni. Le persone ormai hanno interiorizzato i Leitmotiv del governo.
• Sul piano politico che soluzione auspicate al conflitto israelo-palestinese? In un articolo del 2006 un altro membro dell’Upjb, Michel Staszewski, si diceva a favore della soluzione di uno stato unico ricollegandola al movimento Brit Shalom, che negli anni venti e trenta del novecento difendeva il principio dell’uguaglianza completa tra arabi ed ebrei in Palestina. Anche su questo punto siamo divisi tra chi appoggia la soluzione a due stati e chi la soluzione dello stato binazionale. La politica di colonizzazione d’Israele oggi rende sempre più improbabile la soluzione a due stati, a meno di chiedere lo smantellamento totale delle colonie, cosa che Israele difficilmente accetterebbe. In ogni caso non sta a noi decidere il quadro delle negoziazioni, il nostro obiettivo è far rispettare il diritto internazionale e ricordare che Israele non parla a nome di tutti gli ebrei. Inoltre rifiutiamo di presentare questo conflitto come una guerra di civiltà. Per noi è un conflitto classico, territoriale. È evidente che Israele non è interessato alla sicurezza, è solo un pretesto, e infatti il governo ha rifiutato la tregua di dieci anni proposta da Hamas. Non è un caso se l’attacco è cominciato quando si annunciava un principio di riconciliazione tra Hamas e Al Fatah. Un governo di unità nazionale è proprio quello che Israele non vuole, come non vuole che la Cisgiordania si militarizzi e che i palestinesi facciano ricorso alla Corte penale internazionale.
• L’8 luglio European jews for a just peace ha inviato una lettera a Catherine Ashton, affermando, tra le altre cose: “Non ci si può aspettare che tutti i palestinesi si comportino sempre come Gandhi o Martin Luther King di fronte alle continue provocazioni” [di Israele]. A 12 anni dalla nascita di questa rete europea, qual è il bilancio della vostra azione? Abbiamo creato la coalizione per mostrare che gli ebrei progressisti in Europa non sono isolati. Non è stato semplice, perché i movimenti nei vari paesi non hanno esattamente le stesse posizioni. Siamo d’accordo sugli obiettivi, è sul metodo che discutiamo. Ma la cosa evolve in modo positivo, come dimostra la lettera a Catherine Ashton. Ora vorremmo portare la nostra azione a un livello superiore, magari aprendo un ufficio qui a Bruxelles.

sabato 2 agosto 2014

Un 2 agosto come un altro, distrattamente

Alle 10,25 di 34 anni fa il tempo si fermò, alla Stazione di Bologna - fino a pochi minuti prima brulicante di partenze per le vacanze, di gioia e di progetti. Poi, solo sangue e sgomento. La vita si fermò per sempre per 85 persone. E fu distrutta per chi le amava, e per i 200 che restarono feriti.
Eppure, oggi. Quanti ragazzi non sanno nemmeno cosa accadde quel giorno? Tanti, troppi, anche se tutto quello che accadde allora dura anche oggi, ha conseguenze per sempre - anche, e soprattutto, su di loro.


Nella stessa data di ottant'anni fa, il 2 agosto 1934, Hitler diventa trionfalmente Führer della Germania.




Un altro 2 di agosto, nel 1990, un trafiletto sui giornali ci informò che l'Iraq aveva invaso il Kuwait, e da questo si giunse alla prima guerra del Golfo - da lì quanti fatti sono discesi, che hanno cambiato il mondo?
Oggi è un 2 agosto come un altro. Ma ogni data è - sarebbe - una miniera di insegnamenti. Se solo studiassimo la Storia. Se solo fossimo meno distratti.

E - per restare nelle piccole cose di casa nostra - se mantenessimo viva una vera memoria delle cose, quanti fatti, vedremmo con nuove sfumature? quanti termini, assumerebbero anche "nuovi" significati?
Se solo fossimo meno distratti. Se solo avessimo più attenzione.

venerdì 1 agosto 2014

1 agosto 2014: entra in vigore la Convenzione di Istanbul. Lettera morta senza un Ministero per le Pari Opportunità

Buongiorno! oggi, 1 agosto, entra finalmente in vigore la Convenzione di Istanbul. Un grande giorno, per le donne - e per ogni paese che si voglia dichiarare civile. Ma, c'è un ma. Gli strumenti per attuarne i propositi non esistono. A partire dal Ministero per le Pari Opportunità - gli strumenti concreti che soli possono fare la differenza. 
Abbiamo un dipartimento… qualcosa che è pari più o meno a un quasi-niente, con tutto quello che ne segue - e che non ne consegue. Aspettare stanca. Lamentarsi stanca. Ripetersi anche. Una, due, tre, trecento volte.

Il Parlamento glissa. Ha sempre "cose più importanti" di cui occuparsi (litigare, in infinite risse inutili). Oggi (nel disinteresse generale, mentre i parlamentari lasciavano rumorosamente l'aula essendo "tardi") Pia Locatelli ha ricordato che proprio l'Italia è stato il primo Paese europeo a ratificare la Convenzione. Peccato però, ha aggiunto, che i provvedimenti presi in Italia (peraltro criticabili - aggiungiamo noi, a partire dal Decreto cosiddetto "antifemminicidio", per le ragioni qui ben documentate, ndr) non siano ancora accompagnati dagli strumenti indispensabili per renderli efficaci: i fondi (comunque insufficienti) non sono ancora disponibili e il piano antiviolenza entrerà in vigore (forse), solo dal prossimo autunno. 
E apprezziamo abbia concluso sollecitando, ancora una volta, il Presidente del Consiglio a ripristinare il Ministero delle pari opportunità o, almeno, a nominare una figura all'interno della Presidenza del Consiglio che ne assuma le deleghe.

Necessità continuamente, inutilmente denunciata dalle donne fuori e dentro al Parlamento, e appena richiamata, per inciso, anche con questa petizione lanciata da un'altra parlamentare, Giulia Di Vita.